Subito all'inizio, questo libro dei Giudici ci fa assistere ad un declino triste quanto rapido. Quale ne è la causa? Essenzialmente l'oblio della presenza dell'Eterno. Non si tratta più di Ghilgal ove si trovava l'Angelo. E la conseguenza?: si teme la potenza degli uomini, i loro carri di ferro sono un motivo di spavento. Vi può essere una somiglianza apparente con i tempi di Giosuè. La presa di Luz fa pensare a quella di Gerico. Ma non si tratta di fede né nei figliuoli di Giuseppe, né nell'uomo che rivela l'entrata della città . Rahab era stata risparmiata per la sua fede. Ben diverso è il caso del traditore di Luz che, invece di abitare col popolo, va a riedificare la sua città altrove. Una vittoria che non è quella della fede non è durevole.
Il declino è generale, ma, isolatamente, ogni tribù è caratterizzata dal fatto che tollera o subisce, con più o meno forza di resistenza, la presenza di nemici sul suo territorio. Anche nella Chiesa il rilassamento collettivo è la conseguenza del rilassamento individuale. Ogni cristiano vi ha la propria responsabilità personale. Chiediamoci, voi ed io: Quale è la mia? Quale è stata la mia testimonianza dal giorno della mia conversione?
Iddio aveva due motivi per esigere la distruzione totale dei nemici d'Israele. Si trattava anzitutto di giudicare questi ultimi. In secondo luogo di proteggere il Suo popolo contro l'influenza inevitabile di quei Cananei idolatri. Moralmente lo stesso pericolo esiste per noi. Siamo, molto sovente, in contatto con persone che non sono convertite: compagni di lavoro; talvolta, purtroppo, con certi membri della nostra famiglia. Non possiamo, generalmente, evitare queste relazioni. Ma dobbiamo evitare che esercitino qualche influenza sulla nostra vita spirituale. Inoltre, badiamo alle cattive compagnie (1 Corinzi 15:33). Ci son delle persone che dobbiamo fuggire, anche se dovessero beffarsi di noi. Altrimenti non tarderebbero a «respingerci nella montagna» come lo furono i figliuoli di Dan (vers. 34), cioè ad impedirci di godere tranquillamente di ciò che Dio ci ha dato.
L'Angelo dell'Eterno, capo del Suo esercito (Giosuè 5:14) ha atteso, in certo qual modo, che Israele ritornasse a Ghilgal, punto di partenza delle gloriose vittorie di un tempo. Invano! Allora egli sale a Bokim, luogo dei pianti. Paragonando il presente col passato, ci conviene l'umiliazione come popolo di Dio.
I versetti d'oggi sono particolarmente serî, poiché voi pure, giovani, siete «un'altra generazione». Che cosa è detto al versetto 10? «Sorse un'altra generazione che non conosceva l'Eterno, né le opere ch'Egli aveva compiute...». Essa non aveva fatto l'esperienza della fedeltà di Dio nel deserto, né della Sua potenza in Canaan.
Sono numerosi i figli di genitori cristiani che hanno «udito parlare» delle meraviglie che Dio ha fatte per le generazioni precedenti, ma che non conoscono il Signore per esperienza personale. à forse il caso vostro? Purtroppo, dal meraviglioso risveglio del secolo scorso, il pendio è stato tristemente disceso. Gli «anziani» di cui abbiamo udito parlare, se ne sono andati uno dopo l'altro. E se il Signore vi lascia quaggiù ancora alcuni anni, avrete a vostra volta delle responsabilità da sobbarcarvi.
«Ricordatevi dei vostri conduttori», raccomanda Ebrei 13:7. Essi ci hanno lasciato il loro ministerio scritto, il loro esempio. Imitiamo soprattutto la loro fede. E poi, se essi ci hanno lasciati, il Signore ci resta. Presenza sufficiente anche per un tempo di debolezza come quello d'oggi.
In questo libro dei Giudici, vedremo sempre nuovamente riprodursi lo stesso «ciclo», la stessa storia: Il popolo comincia con l'abbandonare l'Eterno. Questi si serve allora dei nemici per risvegliare la sua coscienza. Infine Israele grida a Dio, che, pieno di compassione, lo libera dandogli un liberatore, un giudice (vedere anche Salmo 107:6, 13, 28). Questo ciclo, purtroppo, si ripete identico nella storia della Chiesa. Dopo il tempo degli apostoli, ai quali quegli «anziani» che sopravvissero a Giosuè ci fanno pensare (cap. 2:7), il declino fu molto rapido. Come un fuoco che non ha più alimento (la fede), il primo amore s'era spento. Allora per rianimarlo, per risvegliare quella fede nei suoi, Iddio permise un tempo di persecuzioni.
La liberazione seguì, con un periodo di tregua, ma l'infedeltà ricominciò. Tale è la storia della Chiesa, e troppo sovente anche la nostra. Quando, dimenticando il Signore, subiamo l'influenza del mondo, Iddio può servirsi di prove per risvegliarci. Non tardiamo allora a gridare a Lui.
Othniel è il primo di quei giudici che l'Eterno dà ad Israele. Dopo le sue vittorie personali e la sua fedeltà nella famiglia, Iddio può adoperarlo per il bene di tutto il Suo popolo.
La «verga» che Iddio adopera per disciplinare il Suo popolo, è Moab, al quale, tuttavia, al tempo di Mosè, Egli non aveva permesso che parlasse contro Israele. Diciotto anni trascorrono prima che il popolo ritorni all'Eterno; precedentemente otto anni erano bastati (vers. 8). Nella Sua misericordia, Egli suscita loro un Salvatore: Ehud il Beniaminita.
Ehud ha «una parola da parte di Dio» per Eglon, re di Moab. Questa parola solenne non è altro che la sua spada a doppio taglio, che significa la morte per il malvagio. L'epistola agli Ebrei paragona la Parola di Dio vivente ed operante ad una spada a due tagli (Ebrei 4:12). Preziosa per chi si lascia scrutare per mezzo suo, farà invece morire un giorno quelli che non avranno creduto (Apocalisse 19:13-15). L'arma di Shamgar è anche la Parola di Dio, ma questa volta tale che può essere vista dal mondo: qualcosa che non ha valore apparente. Tuttavia quest'arma ha una gran potenza ed è sufficiente per liberare di nuovo Israele.
Debolezza dell'uomo (Ehud era mancino), debolezza dello strumento (il pungolo da buoi di Shamgar), l'uno e l'altro fanno risaltare la potenza divina che libera quelli che gridano a Lui.
Al Nord del paese il nemico di un tempo si è ricostituito. Sotto lo stesso nome: Jabin, nella stessa capitale Hatsor (vedere Giosuè 11:1). Ed esso opprime Israele durante venti anni. Vegliamo affinché non perdiamo il frutto delle vittorie dei nostri predecessori. Bisogna nuovamente combattere, e Debora, una donna profetessa, sarà adoperata dall'Eterno per giudicare il popolo e liberarlo. Giovanette credenti, non pensate di esser messe da parte nei servizî dell'Assemblea. Non si tratta «di usare autorità sull'uomo», né di prender la parola in pubblico (1 Timoteo 2:12; 1 Corinzi 14:34). Ma quante cristiane hanno ottenuto, non fosse che per le loro preghiere, notevoli liberazioni! â Debora chiama Barale, ma costui manca di coraggio. Ha bisogno di appoggiarsi su qualcuno. La sua fiducia in Dio non gli basta per fare a meno di ogni soccorso umano. Il nostro coraggio dipende sempre dalla misura di fiducia che abbiamo nel Signore. Se ne manchiamo, dobbiamo fare come gli apostoli al capitolo 4 degli Atti. Essi chiedono «ogni franchezza» (vers. 29) e, per mezzo dello Spirito, la ricevono (vers. 31).
L'Eterno «scese» dinanzi a Barak e ai suoi diecimila uomini, secondo le parole di Debora (vers. 14). Dai versetti 4:5 e 20 del capitolo 5, si può pensare che un violento uragano, mandato da Dio, avesse messo in rotta, impantanato, paralizzato l'esercito ili Sisera, rendendo facile in seguito di passarlo a fil di spada.
Sisera fugge a piedi; i suoi novecento carri di ferro non gli sono più di alcun soccorso. Crede di trovare asilo nella tenda del Keneo. Ma vi incontra la morte per mano di Jael, donna di fede. à interessante questa famiglia del Keneo. Hobab, suo antenato, aveva un tempo rifiutato di accompagnare Israele (Numeri 10:29-30). Ma in seguito, i suoi discendenti seguirono il popolo, e fu per prender parte, ora, ai suoi combattimenti e al suo trionfo.
Barak trova il suo nemico annientato da una donna, perdendo così, come Debora l'aveva previsto, una parte dell'onore della vittoria. Ebbene, Iddio discerne la fede ove noi non ne vediamo! Barak è nominato nella lista gloriosa del capitolo 11 agli Ebrei (vers. 32). Che grazia! Il poco che il Signore ci dà di fare per Lui, per quanto mescolato sovente alla fiducia umana, quel poco ha del pregio per il Suo cuore e non lo dimenticherà .
à ben lontano il giorno in cui tutto il popolo cantava in riva al mar Rosso. In questo tempo di debolezza, essi sono due solamente, Debora con Barak, un uomo e una donna di fede. Ma il loro cantico non è meno trionfante. Comincia col celebrare l'Eterno a cui spetta la gloria della vittoria. Poi dipinge il triste quadro della situazione d'Israele sotto l'oppressore: vers. 6-8. Dopo passa in rivista le tribù d'Israele che hanno partecipato alla battaglia, e quelle rimaste indietro. Purtroppo, fra queste ultime si trovano ora le due tribù e mezzo! Ruben particolarmente, nonostante delle «deliberazioni del cuore», delle esitazioni, è rimasto coi suoi greggi. Da parte sua Aser, trattenuto dal suo commercio, dai suoi affari, non ha lasciato i suoi porti.
Il Signore non sa che farne degli indecisi né della gente troppo occupata.
Avvicinando il nostro vers. 12 al Salmo 68 vers. 18, citato in Efesini 4:8, vi discerniamo Cristo vincitore, che libera i prigionieri di Satana e della morte, poi risale al cielo in trionfo. Meravigliose parole! Barak, quest'uomo timorato, può dunque essere un riflesso del Signore? Sì, e nello stesso modo il più debole riscattato è chiamato a rassomigliarGli (2 Corinzi 3:18).
Israele ricomincia a fare ciò che è male agli occhi dell'Eterno, che questa volta si serve di Madian per disciplinarlo nel modo annunziato in Deuteronomio 28:31. Ogni anno, al tempo della mietitura, questo popolo saliva, come un'invasione di cavallette, s'impadroniva dei viveri e del bestiame, predava e devastava tutto il paese.
Che cosa fa Satana per indebolire il credente, per renderlo spiritualmente «in gran miseria»? Si sforza di togliergli il suo nutrimento. Avete notato come tutto sembra talvolta mettersi contro di noi per impedirci di leggere la Bibbia, o per privarci d'una radunanza d'edificazione? Il Nemico è dietro a questo, siamone certi. Egli conosce la forza che riceviamo dalla lettura della Parola di Dio, e teme questa forza.
Molti giovani sognano di diventare molto forti, dei campioni. Imitino Gedeone! Ecco un uomo forte (vers. 12), energico, che fatica per assicurarsi la sussistenza e mettersi con la famiglia al riparo dalla carestia. Forti e valorosi! Non si tratta, certo, dei nostri muscoli, ma di coraggio e di decisione di cuore per il Signore; Iddio che guarda (vers. 14), osserva se noi manifestiamo queste cose nella vita di tutti i giorni.
Guardando a sé, Gedeone non trova quella forza di cui l'angelo gli ha parlato. Al contrario! Egli è il più piccolo nel migliaio più povero. Ma, come più tardi l'apostolo, come voi e io così sovente nella nostra vita, Gedeone deve imparare la seguente lezione: «Quando son debole, allora sono forte» (2 Corinzi 12:10); e «Io posso ogni cosa in Colui che mi fortifica» (Filippesi 4:13). La forza che Gedeone aveva (vers. 14) era quella di Dio stesso: «la forza che Dio fornisce» (1 Pietro 4:11), e che «si adempie nella debolezza» del servitore.
Prezioso incontro con l'Angelo dell'Eterno, figura di quello che necessariamente dobbiamo avere col Signore, una volta nella nostra vita, sulla base del sacrificio della croce! La conseguenza di quest'incontro non è la morte, bensì la pace (vers. 23). E Gedeone edifica un altare in omaggio a quel Dio di pace che si è fatto conoscere a lui. Poi, subito dopo, deve imparare che vi son delle cose da abbattere, da demolire e da tagliare.
Quali sono queste cose a nostro riguardo? Tutte quelle che non possono abitare nel nostro cuore insieme allo Spirito Santo, di cui il cuore è divenuto il tempio.
Gedeone ha fatto l'esperienza della pace interna. Ma nel medesimo tempo all'esterno ecco i combattimenti che incominceranno. Anzitutto bisogna ch'egli prenda posizione nella casa paterna. Dove incomincia la vostra testimonianza? In casa, nella vostra famiglia, mostrando a quelli che vi conoscono il cambiamento completo che Dio ha operato nel vostro cuore. Per la maggior parte di voi una tale presa di posizione causa della gioia ai vostri genitori, ma per molti giovani della vostra età , nei paesi dell'Est, o nei paesi musulmani per esempio, comporta gravi conseguenze.
Si sente che, prima di obbedire, Gedeone dovette passare per molti tormenti di spirito. Sapeva a quale rischio si esponeva (vers. 30) pur agendo di notte. Ma Iddio lo sostiene e cambia le disposizioni di Joas, poi degli uomini della città .
Dopo aver lavorato in Gedeone, l'Eterno potrà lavorare per mezzo di lui. La sua tromba raduna i combattenti. Ma vedete! egli manca ancora di fiducia. Vuole un segno, e l'Eterno, nella sua condiscendenza, glielo dà : il doppio segno del vello. Iddio è sempre paziente verso noi e, se glielo chiediamo con dirittura, ci mostrerà chiaramente qual è la Sua volontà .
A lato delle moltitudini di Madian, d'Amalek e di «tutti i figliuoli dell'Oriente», il piccolo esercito di 32 000 Israeliti faceva già una misera figura. Si può dunque immaginare la perplessità di Gedeone quando l'Eterno gli dice per ben due volte: «La gente che è teco è troppo numerosa» (vers. 2:4). Ma bisogna che Gedeone non abbia in seguito ad attribuirsi l'onore della vittoria. Si fa una prima cernita: ritornino a casa quelli che mancano di coraggio, secondo Deuteronomio 20:8. Diecimila restano, di cui il torrente deciderà . Gli uni si mettono a loro agio per bere, gli altri, in fretta, lambiscono l'acqua portandosela alla bocca nella mano. Questi ultimi, soltanto in numero di 300, sono atti al combattimento. Essi sanno posporre la soddisfazione dei loro bisogni allo scopo che procacciano. Lezione per noi che abbiamo uno scopo celeste! «Se uno vuol venire dietro a me â disse Gesù â rinunzi a se stesso» (Luca 9:23). Non è Egli forse degno di ogni rinunzia? Anche Lui ha bevuto «dal torrente per via» (Salmo 110:7), trovando qua e là qualche ristoro per il suo cuore, ma senza perdere un istante di vista lo scopo che procacciava: il trionfo della croce e la gloria di Dio, suo Padre (Luca 9:51 e 12:50).
Un ultimo incoraggiamento per Gedeone: il sogno del Madianita spiegato dal suo compagno. E ad un tempo un'ultima lezione: egli non ha più valore di un povero pane d'orzo. E il combattimento può incominciare. Nella notte, le tre schiere si dispongono attorno al campo nemico, ognuno al proprio posto. Osservate le armi di quegli strani soldati: una fiaccola accesa dentro una brocca. Nell'altra mano una tromba, come a Gerico. Nessuna spada né lancia; è l'Eterno che combatte. «Affinché l'eccellenza di questa potenza sia di Dio e non da noi», dichiara 2 Corinzi 4:6. '7. Lo stesso passo paragona i credenti a dei vasi di terra, la cui volontà deve essere spezzata, affinché il tesoro risplendente (cioè Cristo in loro) possa brillare al di fuori.
Al suono squillante delle trombe nella notte, alle fantastiche luci sul fianco del monte, tutto il campo si risveglia improvvisamente, spaventato. Colti dal panico gli uomini si uccidono fra loro, fuggendo all'impazzata. E l'inseguimento incomincia, altri Israeliti si uniscono ai trecento. La storia d'Israele registra questa pagina gloriosa (Salmo 83:11). La roccia di Oreb e lo strettoio di Zeeb ricorderanno alle future generazioni la liberazione dell'Eterno.
Le lezioni d'umiltà che Dio ha insegnato a Gedeone han portato il loro frutto. Egli è pronto a riconoscere la parte che altri hanno avuto alla vittoria. E l'ira degli uomini d'Efraim cade dinanzi alla risposta dolce che rivela l'importanza di ciò che essi avevano fatto (vers. 2:3). à forse così che noi parliamo usualmente? Fare risaltare il lavoro degli altri, mettere in valore le loro qualità , invece di insistere sul nostro lavoro e sulle nostre qualità ! à più che dolcezza, è amore.
Iddio ha scelto bene i trecento combattenti. Essi non tengono conto ora della loro stanchezza, come non avevano tenuto conto dei loro comodi e della loro sete in riva al torrente. Essi hanno uno scopo e lo inseguono (vers. 4). «Una cosa fo â dichiara Paolo â ...corro diritto allo scopo» (Filippesi 3:14). «Atterrati, ma non uccisi» â dice altrove (2 Corinzi 4:9). Come Gedeone con gli uomini di Succoth e di Penuel, l'apostolo dovrà fare la penosa esperienza che «tutti cercano il loro proprio interesse» (Filippesi 2:21), poiché tutti l'hanno abbandonato (2 Timoteo 4:18).
Ma che contrasto con la dura vendetta di Gedeone!: L'apostolo Paolo può aggiungere da vero discepolo del suo Maestro: «Non sia loro imputato»I
Dopo la vittoria, una serie di pericoli e di lacci minaccia ancora il servitore di Dio. Ieri, abbiamo visto le gelosie d'Efraim, a cui Gedeone risponde con la dolcezza. Ora ecco le adulazioni del mondo. Ma i complimenti di Zebah e di Tsalmunna a proposito del suo aspetto â come quello d'un figlio di re â non impediscono Gedeone di metterli a morte. Un altro laccio gli è teso, questa volta da Israeliti: «Regna su noi â dicono essi â tu e il tuo figliuolo... giacchè ci hai salvati». à bella la sua risposta: «L'Eterno è quegli che regnerà su voi» (vers. 22:23). Molti cristiani non han capito questa lezione. Si sono scelti dei capi religiosi, e questi hanno accettato di diventarlo, prendendo, di fronte ai loro fratelli, il posto che spetta a Cristo, il solo Signore.
Dopo queste vittorie di Gedeone, ecco un ultimo «laccio» (vers. 27) in cui, purtroppo, questa volta cadrà . In ricordo della sua vittoria, stabilisce nella sua città un efod (oggetto d'oro che ricorda il sacerdozio) e tutto Israele viene ad ammirarlo, dimenticando che il solo centro del sacerdozio era a Silo ove si trovava l'arca (Giosuè 18:1). Poi Gedeone muore... e il popolo ritorna agli idoli!
Questo triste capitolo, che non leggeremo per intero, mostra i progressi rapidi e spaventevoli del declino. L'Eterno ad ogni modo non è più menzionato.
Gedeone aveva rifiutato per sè e per il figlio il dominio che gli era proposto, ma ora, è proprio uno dei suoi figli, Abimelec, che con astuzia e violenza s'impadronisce del potere. In contrasto, vedete Jotham, il più giovane dei figli di Gedeone. Non ha paura di dire la verità e rende testimonianza in presenza di tutta una città , un po' come suo padre l'aveva fatto costruendo il suo altare e rovesciando quello di Baal.
La parabola del re degli alberi è istruttiva per noi. Sottolinea tre cose da non lasciare, da osservare con cura: 1° l'olio ossia il grasso dell'olivo, figura dello Spirito Santo, sola potenza del cristiano; 2° la dolcezza e il buon frutto (del fico) vale a dire le opere della fede; 3° il mosto che rallegra Dio e gli uomini, immagine delle gioie della comunione con Dio e degli uni con gli altri. Accettare di regnare quaggiù (cioè di occuparvi un posto eminente) e agitarci per il mondo, sarebbe necessariamente abbandonare questi tre preziosi privilegi.
Il Signore ce ne preservi tutti!
Il nostro capitolo conferma la dichiarazione di Isaia a proposito di tali uomini: «I loro piedi corrono al male, ed essi s'affrettano a spargere sangue innocente; i loro pensieri son pensieri d'iniquità ; la desolazione e la ruina sono sulla loro strada... (Isaia 59:7, citato in Romani 3:15-16). Le cose sono forse cambiate oggi nel mondo? Assolutamente no! Anche nei paesi cristianizzati, la politica degli uomini resta dominata dalla violenza, dalla menzogna e dall'agitazione. «Andrei io ad agitarmi fra loro?» Era la domanda posta da Jotham nella sua parabola (vers. 9:11, 13). Avrebbe potuto prender partito contro Abimelec, per vendicare i suoi fratelli assassinati. Ma si guarda bene dal farlo! Lontano dal turbamento e dagl'intrighi, egli è a Beer (vers. 21; vedere Numeri 21:16), aspettando tranquillamente la liberazione dell'Eterno. E nello stesso modo come abbiam visto nel campo di Madian i nemici uccidersi fra loro, ora Abimelec e gli uomini di Sichem si distruggono mutualmente. Sono l'uno per l'altro un fuoco divorante. Così si realizza ciò che Jotham aveva predetto (vers. 20). Così si compie ugualmente la parola sempre verificata nella storia degli uomini: «Quello che l'uomo avrà seminato, quello pure mieterà » (Galati 6:7; vedere anche Galati 5:15).
Due giudici sono nominati al principio di questo capitolo: Thola e Jair, uomini tenuti in considerazione. Poi il decadimento ricomincia. Nel suo sviamento, Israele serve gli dèi di tutti i popoli. Allora, come precedentemente, l'Eterno si serve dei nemici per castigarlo. Questa volta sono i Filistei ed i figliuoli di Ammon. Non è di alcun profitto ad Israele l'aver adorato gl'idoli di quelle nazioni. Notate che le prime vittime sono le tribù del di là dal Giordano. Esse sono letteralmente schiacciate! Infine viene la confessione: «Abbiamo peccato...!» Voi sapete che questa è sempre la «parola d'ordine» per ritornare al Signore.
E tuttavia Iddio risponde con severità , quasi con ironia: à giunto il momento di far appello a quegli dèi che vi siete scelti; essi vi salveranno! Ah! non basta la confessione! Bisogna anche togliere gli idoli. à la pietra di paragone d'un vero lavoro di coscienza. Il popolo lo comprende. Allora udiamo quella parola commovente: «L'Eterno si accorò per l'afflizione di Israele» (vers. 16).
Che tenerezza da parte di Dio per il Suo popolo infelice! Ne avrebbe Egli meno per i Suoi figliuoli?
L'Eterno «è un Dio pronto a perdonare, misericordioso, pieno di compassione» (Neemia 9:17). Libererà il suo popolo una volta ancora, per mano di Jefte. La storia di questo giudice comincia un po' come quella d'Abimelec. Ma invece di ribellarsi, di vendicarsi dei suoi fratelli, rinunzia ai suoi diritti e si ritira nel paese de Tob ove Dio sa ritrovarlo al momento opportuno.
Jefte, privato della sua parte d'eredità , cacciato dai suoi fratelli ed esiliato in un paese straniero, donde ritorna in seguito da liberatore, è sotto questo aspetto una figura del Signore Gesù. Dopo essere stato rigettato dal suo popolo Israele, che non ha voluto riconoscere i Suoi diritti, Cristo è ora assente, salito al cielo donde ritornerà con potenza e da vincitore (vedere Luca 19:12-14). Davanti ai nemici d'Israele, Jefte è pieno di coraggio. Come risponde egli ai loro reclami, alla loro menzogna? Ricordando le verità del principio e appoggiandosi sulle benedizioni di un tempo. Esempio da seguire per voi, cari giovani amici! I principî della Parola che hanno guidato i credenti delle generazioni passate, debbono essere anzitutto conosciuti e poi mantenuti con fermezza (2 Tessalonicesi 2:15).
Jefte si crede in dovere di pagare all'Eterno, per mezzo d'un sacrificio, la sua vittoria sui figliuoli di Ammon! Ã conoscere Dio molto male! Egli si compiace di benedirei suoi e non aspetta in cambio da parte loro che dell'amore! Egli salva gratuitamente.
Vedete la follia del voto che fa Jefte. Ebbene, Iddio talvolta ci fa portare la responsabilità di quel che abbiamo deciso con precipitazione. Vegliamo dunque accuratamente sulle nostre parole, poiché delle promesse fatte con leggerezza possono avere delle gravi conseguenze.
Se la fede è per un momento mancata a Jefte, essa brilla ora nella sua figlia. «Sola, unica», diletta al cuore del padre, la sua sottomissione ci fa pensare a quella del Signore Gesù (Giovanni 8:29). Ella non tiene per preziosa la sua vita e si rallegra della vittoria che l'Eterno ha dato ad Israele. E obbediente fino alla morte per amore verso l'Eterno, il padre suo, e il suo popolo. In questo ella è una figura di Cristo, benché ben lontanamente.
Se la figlia di Jefte meritava d'essere celebrata ogni anno, quanto infinitamente è degno il nostro Signore Gesù d'essere esaltato fin da quaggiù e per tutta l'eternità !
Al cap. 8, ve ne ricordate, Gedeone aveva fatto l'esperienza che «la risposta dolce calma il furore». Ora Jefte imparerà a sue spese il seguito di quel versetto: «ma la parola dura eccita l'ira» (Proverbi 15:1). Egli si urta con quegli stessi uomini di Efraim, suscettibili, pronti a raccogliere i frutti della vittoria senza aver combattuto, gelosi infine del successo degli altri, quando invece avrebbero dovuto rallegrarsi con loro della liberazione dell'Eterno. Anche rimproverano a Jefte di non averli chiamati al combattimento. Vedete il posto che tiene l'io nella sua risposta (vers. 2:3). E questa volta, si scatena la guerra. Com'è triste una guerra tra fratelli! Ebbene, le dispute nelle nostre famiglie non sono altra cosa, in più piccolo! E le cause ne sono identiche: egoismo, gelosia, suscettibilità . Pensiamo al gran comandamento del Signore: «Che voi vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi n (Giovanni 13:34-35; 15:12, 17), ripetuto dall'apostolo Giovanni (1 Giovanni 3:23; 4:7, 11, 21).
Infine, altri giudici sono dati ad Israele, scelti nelle differenti tribù. Tempi di pace! Mettiamo a profitto il tempo che ci è dato per fortificarci e non per addormentarci.
Una volta di più Israele s'abbandona alla malvagità , una volta di più l'Eterno lo disciplina per mano dei Filistei. Una volta di più... ha la prova portato i suoi frutti? Ahimè, no! Quaranta lunghi anni trascorrono. Invano Iddio aspetta,... tende l'orecchio... Nessun grido sale questa volta verso Lui! Il popolo si è abituato al suo miserabile stato di servitù. Tuttavia qua e là alcuni testimonî sono fedeli e temono l'Eterno. Fra questi Iddio ci presenta Manoah e sua moglie, due coniugi pii della tribù di Dan, che non hanno figli. Ed ecco che un giorno un visitatore celeste appare alla moglie. Egli ha per lei un gioioso messaggio: ella sarà ben-tosto madre di colui che comincerà a salvare Israele dalla mano dei Filistei. Questa scena ci trasporta al principio dell'Evangelo di Luca ove l'angelo Gabriele annunzia a Maria la gloriosa venuta quaggiù del Salvatore.
Soltanto ci sono certe condizioni da osservare, sia per il fanciullo, sia per la madre. Come Nazareo, secondo Numeri 6, egli dovrà essere separato per Dio e astenersi dai piaceri e dalla gioia che sono la parte degli altri uomini (il frutto della vigna). Carattere di famiglia, che non è né facile, né gradevole da realizzare, ma... è quello che Dio desidera vedere nelle case dei suoi.
Non è agli uomini potenti d'Israele che l'Eterno fa conoscere i Suoi pensieri per la liberazione del suo popolo; è a due poveri Israeliti di Dan, la tribù più debole (cap. 1:34). A chi rivela oggi Iddio il suo piano di salvezza e il Salvatore ch'Egli ha dato? Ai piccoli fanciulli e a quelli che assomigliano loro in semplicità di fede (Matteo 11:25). In questa seconda visita dell'Angelo, avrete notato l'olocausto, l'offerta di panatica (o oblazione), la roccia. Altrettante immagini di Cristo che conoscete bene. Ma l'Angelo stesso, chi è, qual è il Suo nome? Manoah, che aveva desiderato ardentemente di conoscerlo personalmente e non soltanto per intermediario della moglie, ottiene questa sola risposta: «Il mio nome? Esso è meraviglioso» (vers. 18). Affinché noi lo riconosciamo, non ha bisogno di dirne di più. Cercate in Isaia 9:6: «Sarà chiamato: Ammirabile»! E poiché Egli è meraviglioso, non può fare che «una cosa meravigliosa» per mezzo della quale Lo riconosciamo pure. Colui che sale qui nella fiamma dell'olocausto, è Colui che, compiuta l'opera Sua, «dopo aver loro parlato, fu assunto nel cielo» (Marco 16:19); sono una sola e stessa Persona.
Fu un gran privilegio per Sansone di venire al mondo in una famiglia ove Dio era personalmente conosciuto e temuto. Forse avete voi pure avuto lo stesso privilegio? Allora badate bene alla storia di quest'uomo! Comincia bene (cap. 13:24-25). Ma, purtroppo, pervenuto all'età di prender moglie, la sceglie fra i Filistei contro il consiglio dei suoi genitori. Esperienza amara! Quanti giovani l'han fatta di poi! Sono entrati nel sentiero del matrimonio con un congiunto che «piaceva loro» (vers. 3) senza occuparsi anzitutto se piaceva al Signore.
Per ben capire la storia di Sansone, è necessario ricordarsi di questo: vi è in lui ciò che l'uomo fa... e quanto è triste! Ma vi è pure ciò che Dio fa per mezzo suo; e quanto è glorioso! E quel che Dio compie per mezzo di Sansone, quest'uomo forte messo a parte per liberare Israele, rievoca a più riprese Gesù, il vero Nazareo, il grande vincitore della croce. Satana, il leone ruggente, si è presentato sul sentiero di Cristo e Questi lo ha vinto. Talché ora il terribile avversario non ha più forza di un capretto contro il credente, che lo incontra a sua volta, appoggiandosi sul Signore!
Le vittorie del credente, invece di stancarlo e indebolirlo, gli procurano nutrimento e dolcezza. Ecco il significato del miele trovato nella carcassa del leone. Ma questo è un segreto che il mondo non può comprendere poiché le sue gioie, esso le trova nelle feste e nei conviti. Per l'uomo inconvertito vi è quivi un mistero: Si chiede: Come può il cristiano trovare i suoi piaceri e il cibo dell'anima sua ove io non discerno che il terrore e la morte? (1 Corinzi 2:14). Sansone presenta il suo enigma ai Filistei, i quali, senza il tradimento della moglie sua, non avrebbero potuto spiegarlo. Poco dopo, il suocero stesso si beffa di lui (cap. 15:2). Il mondo è sempre ingannatore, sempre fallace. Se ci accade, come a Sansone, di accordargli fiducia, o di unirci alle sue gioie, avremo amare delusioni.
Iddio preserva il suo servitore evitandogli quel matrimonio con una Filistea. Ma tutta la preoccupazione e il tormento che si attira gli sarebbero stati evitati se avesse dato retta ai genitori. E Iddio non avrebbe mancato di procurargli un'altra «occasione contro i Filistei».
Israele è caduto molto in basso. Non soltanto non soffre affatto della dominazione dei Filistei, ma è malcontento del liberatore che Dio gli ha dato. Gli uomini di Giuda salgono per legare Sansone e sbarazzarsene. «Non sai tu che i Filistei sono nostri dominatori?» Vale a dire: Perché vieni ad attirarci delle difficoltà ? Tutto va benissimo così per noi.
Ma ecco l'occasione vien fornita a Sansone! Rompe le corde nuove e, da solo riporta una stupefacente vittoria. Come il pungolo di Shamgar (cap. 3:31), la mascella d'asino è un'arma disprezzabile. Essa sottolinea che la vittoria procede soltanto da Dio.
Sansone fa l'esperienza che dopo la lotta, ha bisogno dell'acqua che Dio dà . In risposta alla sua preghiera, essa zampilla per lui dalla roccia, quella roccia che parla sempre di Cristo (1 Corinzi 10:4). Così Iddio darà a noi, se gliele chiediamo, le risorse fresche e vivificatrici della sua Parola che lo Spirito adatta ai nostri bisogni.
La sua vittoria sul leone aveva procurato a Sansone del nutrimento; dopo questo, Iddio gli dà da bere. Se noi ci confidiamo in Lui, le vittorie che il Signore ci accorderà , saranno sempre l'occasione di fortificare e ristorare le anime nostre godendo del suo amore.
Sansone è un uomo pieno di contrasti: Fisicamente fortissimo, moralmente è un debole, abituato a cedere a tutti i suoi capricci. Esteriormente egli era messo a parte per l'Eterno, come lo mostra la sua lunga capigliatura. Ma interiormente, il suo cuore è diviso. La prova è che ora ama una nemica del suo popolo.
Cari giovani amici, quel che mostriamo al difuori corrisponde forse allo stato del nostro cuore? L'esercizio corporale non è inutile, ma ciò che ha del valore per il Signore, non sono le imprese sportive, le quali sviluppano l'orgoglio, sono le vittorie segrete sulle nostre concupiscenze. Per mezzo della sua capigliatura non tagliata, una giovane credente mostra esteriormente la sua obbedienza. Ma bisogna che quest'obbedienza sia anche nel suo cuore.
Che piacere di trovare ancora nella nostra lettura un'immagine di Colui che ha «rotte le porte di rame e ha spezzato le sbarre di ferro» (Salmo 107:16). Sansone che divelse e trasportò sulle 'sue spalle potenti le porte di Gaza, ci ricorda Cristo: Egli ha spezzato i legami della morte, liberando così «tutti quelli che per il timor della morte erano... soggetti a schiavitù» (Ebrei 2:15). Poi è risuscitato in potenza, con le chiavi della morte e dell'Ades» (Apocalisse 1:18).
Vi erano dei segreti nella vita di Sansone: il suo enigma al cap. 14 e qui il suo nazareato. Non ha saputo conservare né l'uno né l'altro. Il riscattato ha come dei segreti col suo Salvatore: certe esperienze fatte con Lui, di cui non potrà forse parlare con nessuno. Naturalmente, la nostra conversione è una cosa che si deve sapere. Invece non possiamo sempre spiegare ad altri il motivo per cui facciamo o non facciamo tale o tal altra cosa. Questo motivo è la nostra messa da parte per Dio, il nostro «nazareato» da cui dipende la nostra forza spirituale.
La seducente Delila, giorno dopo giorno bersaglia il povero Sansone. E costui, tormentato, annoiato «fino alla morte», finisce per cedere. «Ella lo addormentò», è aggiunto in seguito. Sonno fatale! «Non dormiamo come gli altri, ma vegliamo e siamo sobrî» â raccomanda l'apostolo (1 Tessalonicesi 5:6).
Vincitore d'un leone, per due volte l'uomo forte non ha saputo tener a freno la lingua (cap. 14:17 e 16:17). «Ogni sorta di fiere.., si doma ed è domata dalla razza umana â dichiara Giacomo â ma la lingua, nessun uomo la può domare» (cap. 3:7). Per poterlo fare occorre il soccorso di Dio, ed Egli lo concede soltanto a quelli che Gli obbediscono (1 Giovanni 3:22).
Povero Sansone! Ecco la fine della sua solenne storia: cieco, prigioniero, è lo zimbello dei nemici di Dio e del suo popolo. E quel che è ancor più grave, la sua vergogna ricade su Dio stesso, poiché apparentemente, l'idolo sarebbe più potente del campione dell'Eterno. Ma Iddio non permetterà che ne sia così. Un'ultima vittoria sarà concessa a Sansone; in essa perderà la vita.
Voi che siete stati allevati da genitori cristiani nella conoscenza e nel timor del Signore, ricordatevi bene di questo esempio di Sansone, uno dei più serî di tutta la Scrittura! Voi avete molto ricevuto. à vero che siete obbligati ad un «nazareato» talvolta penoso, ad una separazione (che voi comprendete più o meno) dal mondo e dalla più parte dei suoi piaceri. Ma quale compenso!: Una forza meravigliosa, quella dello Spirito Santo, è a vostra disposizione se appartenete al Signore. E nulla resiste a questa forza nel sentiero della volontà di Dio! â Possiate voi essere e rimanere di quelli ai quali l'apostolo può indirizzarsi: «Giovani, vi ho scritto, perché siete forti, e la Parola di Dio dimora in voi, e avete vinto il maligno» (1 Giovanni 2:14).
Ecco una triste famiglia, ben diversa da quella di Manoah. Il figlio ruba, la madre bestemmia (con imprecazioni), poi con la stessa lingua (vedere Giacomo 3:10) ella benedice il figlio invece di fargli sentire la serietà del suo fallo. Infine, fa fabbricare per lui delle immagini scolpite. La legge che proibiva queste cose è dunque messa da parte completamente, benché il nome dell'Eterno sia mescolato alle parole di questa donna. «Questo popolo mi onora con le labbra â dirà il Signore â ma il loro cuore è lontano da me» (Matteo 15:8; Isaia 29:13). Facciamo attenzione, miei giovani amici! Pronunziare il nome del Signore esige che ci ritiriamo dal male (2 Timoteo 2:19). Chiamare Gesù nostro Signore, significa che riconosciamo la Sua autorità . Qui al contrario, ognuno fa quel che gli pare meglio. à il caso di Michea, di sua madre e anche di quel giovane levita di Bethlehem che Michea stabilisce come sacerdote e che consacra senza alcun diritto di farlo. Purtroppo, quel giovane è un discendente di Mosè (cap. 18, vers. 30). Che cosa avrebbe pensato colui che aveva portato la legge, distrutto il vitello d'oro, insegnato il solenne cantico (Deuteronomio 32), vedendo il nipote divenire sacerdote d'un'immagine scolpita!
La propria volontà e lo spirito di idolatria manifestati nella casa di Michea hanno attirato una intera tribù, come ce lo mostra il nostro capitolo. à sempre così. Prima di spandersi e turbare il popolo di Dio, il male ha cominciato col germogliare nelle famiglie. Il versetto 1 ci informa che la parte dei Daniti non era ancora toccata loro in quei giorni. Allora, invece di consultare l'Eterno e confidarsi in Lui, decidono nella loro impazienza di ricercare essi stessi la loro eredità . Spirito d'indipendenza! E anche scelta d'una soluzione facile. Vi ricordate che i figliuoli di Dan si erano lasciati respingere nella montagna (cap. 1:34). Invece di prender possesso di quel che era stato loro destinato e che era alla loro portata (ma che esigeva l'energia della fede) intraprendono una spedizione all'altra estremità del paese.
Può darsi che facciamo anche noi come loro più sovente di quel che pensiamo. Il Signore ci ha preparato un servizio nei nostri dintorni. Ma noi ci sottraiamo agliesercizîi della fede ed ai combattimenti che questo esercizio richiederebbe. E preferiamo un'azione più ampia nella direzione che noi stessi abbiamo scelta.
La presa di Lais non ha nulla di comune con le conquiste della fede del tempo di Giosuè. Che cosa vediamo in Dan? Concupiscenza «di ciò che è sulla terra» (vers. 10), fiducia nella propria forza, e ad un tempo viltà , ingratitudine, furto, cattiva fede e, per coronare il tutto, stabilimento d'un culto idolatra. Che quadro! E noi passiam sopra ai capitoli seguenti (i quali rendono questo quadro ancor più tetro) per giungere all'ultimo versetto del libro, ripetizione del vers. 6 del cap. 17).: «Ognuno faceva quel che gli pareva meglio.» Questa frase riassume lo stato d'Israele al tempo dei giudici. E riassume anche tristemente quello della cristianità nei giorni attuali. Se il libro di Giosuè ha affinità con quello degli «Efesini», l'epistola che assomiglia di più al libro dei Giudici è la 2° epistola a Timoteo (in particolare il capitolo 3). Ma questa successione di alti e bassi, di cadute e di ristoramenti, non è forse sovente la nostra storia? Come uscirne? Cessando di fare quel che pare meglio ai nostri occhi (di cui non possiamo fidarci) ed applicandoci piuttosto a fare ciò che è gradito al Signore (Efesini 5:10; Ebrei 13:21).
Come un raggio di luce, dopo le fosche pagine del libro dei Giudici, Dio ci dà la storia di Ruth. Questo bel racconto ci insegna che la fede personale può esistere in tutti i tempi e presso tutti i popoli, e che Dio è sempre pronto a fare grandi cose per rispondere a questa fede.
Nei giorni in cui i giudici giudicavano, ecco un uomo, Elimelec, che fa come ognuno, «quel che gli pare meglio». Abbandona lâeredità dellâEterno e fissa con i suoi la sua dimora nelle campagne di Moab, cioè fra i nemici del suo popolo. Non si guadagna nulla allontanandosi da Dio. Quale ne è il risultato per questa famiglia? La morte, le lacrime, la miseria, lâamarezza! Ed ecco Naomi, la vedova, con le sue due nuore, vedove esse pure, sulla via del ritorno. Triste ritorno? Sì, ma tuttavia felice ritorno per chi, a fine di risorse, volge verso Dio i suoi pensieri ed i suoi passi. Così il figliuol della parabola, nel paese lontano, ricordandosi del luogo ove può trovare pane in abbondanza, si alza e se ne ritorna alla casa paterna (paragonate vers. 6 con Luca 15:17). Questo si chiama la conversione; voi lo sapete! Ma, lettori e lettrici, lo sapete voi pure per esperienza personale?
Orpa non è a lungo indecisa. Da un lato: la vedovanza, la povertà in compagnia dâuna donna triste ed anziana, un popolo e un Dio sconosciuti; dallâaltro: il suo proprio popolo, lâaffetto dei suoi, i suoi idoli familiari con gioiose feste in loro onore. Le sue lacrime, presto asciugate, ci ricordano quel giovane che, perché preferiva le sue ricchezze, se ne andò tutto triste, invece di seguire il Signore. «Io ti seguiterò dovunque tu andrai» disse un altro uomo a Gesù. Ma Questi lo previene: «Il Figliuol dellâuomo non ha ove posare il capo» (Matteo 19:22; 8:19-20 â vedere anche Luca 14:25 e seguenti).
Ruth ha tutto ben calcolato; ha calcolato la spesa. La sua decisione è irrevocabile; è la scelta della fede. Si è affezionata a Naomi, ma soprattutto al suo popolo, al suo Dio. Senza guardare indietro, e neppure senza lasciarsi arrestare da timori a riguardo del futuro, si mette in cammino con la suocera e giunge a Bethlehem: Questo nome significa «casa del pane», un perfetto riparo contro la carestia spirituale. Là , con il permesso di Naomi va a cercare il proprio sostentamento. E Dio la conduce «fortuitamente» (ma con mano sicura) nei campi di Boaz, lâuomo che Egli ha preparato per darle consolazione e riposo.
Ruth non aveva ancora avuto da fare che coi servitori di Boaz. Ora ella incontra personalmente questo amico potente e ricco (vers. 1), «tipo», particolarmente bello, del Signore Gesù. Boaz evoca per noi lâAmico supremo, mansueto e pieno di compassione, Colui di cui Dio può dire al Salmo 89:19: «Ho posto del soccorso sopra un uomo potente» (versione corretta). â Osservatelo in quella città di Bethlehem (quella stessa ove il Signore doveva nascere) mentre benedice i suoi servitori e li dirige, vegliando a tutto, notando la povera spigolatrice, usando infine verso lei una grazia piena di delicatezza che dà fiducia alla giovane donna timorosa. La invita ad avvicinarsi, parla al suo cuore e la consola.
Bisogna che anche voi facciate lâesperienza che Ruth ha fatto: non basta conoscere i servitori del Signore: pastori, dottori o evangelisti, e di trovare presso di loro, qua e là , alcuni insegnamenti tratti dalla Parola di Dio. Dovete aver da fare personalmente con Gesù. Allora Egli stesso parlerà al vostro cuore. Vi farà comprendere ciò che Egli ha attraversato per voi quando venne quaggiù per soffrire e morire (quel grano arrostito del vers. 14). E vi sazierà del suo meraviglioso amore.
Secondo quel che sta scritto in Levitico 23:22 e Deuteronomio 24:19, al tempo della mietitura, gli angoli del campo dovevano essere lasciati al povero, allo straniero e alla vedova che sarebbero venuti a spigolare. Ruth, la povera vedova forestiera, ha in certo qual modo un triplo titolo per approfittare di questa disposizione della grazia. Spigolare ci parla dellâattività necessaria onde lâanima nostra sia nutrita di quel che il Signore dà . E sovente è con lâaiuto dei servitori di Dio che ci permettono di entrare meglio nei suoi pensieri. Ciò richiede qualche sforzo, ma il Signore, vero Boaz, non sarà debitore, e darà «buona misura, premuta, scossa e traboccante...» (Luca 6:38). Ruth batte la sua raccolta e la porta a casa. Facciamo approfittare i nostri di quel che il Signore ci ha fatto godere nella sua Parola.
Avete notato la dedizione di Ruth verso Naomi. Ammirate ora la sua sottomissione alla suocera. Giovanette, che esempio vi dà Ruth! Ella fa tutto ciò che Naomi le chiede, la quale, dal canto suo, pensa al riposo e alla felicità della giovane (cap. 3:1). Ove trovare questo riposo e questa felicità se non ai piedi di Boaz, figura dâuno più grande di lui? Quanti sono andati a Gesù stanchi e aggravati e hanno trovato il riposo dellâanima loro! (Matteo 11:28-29).
«Non vâè alcuno â afferma Gesù ai suoi discepoli â che abbia lasciato casa, o fratelli, o sorelle, o madre, o padre, o figliuoli, o campi, per amor di me... il quale... non ne riceva cento volte tanto...» (Marco 10:29-30, vedere anche Ebrei 6:10). Ruth non si era sbagliata nella sua scelta. Così non ha perduto la sua ricompensa. Boaz, che aveva chiesto per lei la benedizione dellâEterno (cap. 2:12), sarà egli stesso il premio che ricompenserà la sua fede.
E così è di Gesù per i suoi. «Io rinunziai a tutte codeste cose... â scrive lâapostolo â affin di guadagnare...» che cosa dunque? Una ricompensa? No, «affin di guadagnare Cristo» (Filippesi 3:8).
Ma anzitutto è necessario qualche cosa. Bisogna che Ruth sia riscattata, e Boaz senza indugio si occupa di questo. Il parente più prossimo, nonostante il suo desiderio, non lo poteva (vers. 6). Ci fa pensare alla legge e alla sua incapacità quando si tratta di salvare gli uomini o dâintrodurli nelle benedizioni di Dio. In Boaz invece abbiamo la grazia divina. Quando non câè più nessunâaltra risorsa, essa si rivela in una Persona: Gesù, il Redentore, cioè Colui che riscatta.
I nomi nella Bibbia hanno sovente un significato interessante. Ne è così in questo libro di Ruth. Abbiamo visto Naomi: le mie delizie, diventare Mara: amarezza (cap. 1:20). Mahlon, primo marito di Ruth, significa: mancanza, grande debolezza; mentre Boaz (il suo secondo sposo) vuol dire invece: in lui è la forza (vedere 1 Re 7:21). Ruth, infine, può tradursi, fra lâaltro, con soddisfatta (1 Timoteo 6:6). Che nome magnifico!
Legato per natura ad uno stato di miseria e di debolezza totale, il peccatore è introdotto per grazia in una relazione con Cristo, lâUomo celeste in cui è la forza e che solo può soddisfarlo pienamente. E questa grazia è ancora messa in rilievo dal fatto che il Moabita non aveva diritto dâentrare nella congregazione dellâEterno (Deuteronomio 23:3). Ebbene, non soltanto Ruth è introdotta in Israele, ma farà parte della famiglia dei prìncipi di Giuda; diverrà la bisnonna del re Davide e avrà posto nella genealogia del Signore Gesù. à la stessa grazia, che ancora oggi fa entrare, senza alcun diritto, un peccatore nella famiglia di Dio, dandogli un Redentore.
Iniziamo oggi lo studio dei libri di Samuele. Tuttavia lâepoca dei Giudici non è terminata e ne vedremo ancora due: Eli e Samuele, prima del principio del periodo dei re. Come l'ha fatto per Sansone, Dio comincia col presentarci la famiglia in cui nascerà Samuele. Elkana era un Levita (1 Cronache 6:33-38) che abitava nella contrada montuosa di Efraim. Egli aveva due mogli: Peninna e Anna. Non era secondo il pensiero di Dio, e vedete quali ne sono le conseguenze in questa casa: continue dispute, a tal punto che Peninna può essere chiamata la nemica di Anna. Invece di consolare questa, perché non ha il figlio che desidera, Peninna non cessa di «mortificarla continuamente... affin d'inasprirla». Dei nemici in una famiglia? Che tristezza! Come sono i nostri rapporti fra fratelli e sorelle?
Ogni anno Elkana saliva con la famiglia a Sciloh, il centro stabilito dallâEterno ove si trovava l'arca con i sacerdoti. Anna, questa volta, vi reca il suo dolore e lo espone a Dio in preghiera. Non era forse quel che poteva far di meglio? Imitiamola, invece di rispondere a quelli che possono causarci della pena. Realizzeremo che abbiamo da fare con l'«Iddio di ogni consolazione» (2 Corinzi 1:3).
Dio non può rispondere alle preghiere che hanno per oggetto la nostra propria soddisfazione (Giacomo 4:3). Invece quando il nostro scopo è la sua gloria, non manca mai di esaudirci. à il caso di Anna. Ella ha chiesto un figlio, non per tenerlo egoisticamente con sé, ma affinché diventi un servitore di Dio «per tutti i giorni della sua vita». à pure il desiderio più caro dei genitori cristiani, che i loro figli siano consacrati al Signore Gesù fin dalla loro fanciullezza. Tale è stata, senza dubbio, per parecchi di noi, la preghiera dei nostri genitori già prima della nostra nascita. Ma la risposta dipende anche dal nostro desiderio personale. Se abbiamo, come Samuele, una madre pia, che giorno dopo giorno ci ha presentati al Signore, siamo privilegiati, ma anche molto responsabili.
Anna ha esposto la sua richiesta a Dio «con preghiere e supplicazioni», come siamo esortati in Filippesi 4:6. Ma ella ha pure realizzato il versetto precedente (Filippesi 4:5) rispondendo con dolcezza a Eli che lâaveva ingiustamente accusata di essere ebbra. Ora non ha più lo stesso aspetto. La pace di Dio riempie il suo cuore (Filippesi 4:7), prima ancora della risposta che non tarderà .
«Iddio ha esaudito» sarà il significato del nome del piccolo Samuele.
Il versetto citato ieri diceva anche: «Con azioni di grazie» (Filippesi 4:6). Anna non manca ora di ringraziare Colui che ha esaudito la sua preghiera. Non dimenticate di farlo, neppure voi, ogni volta che Dio vi ha esaudito. Ma Anna va ancor più lontano. Ha lâoccasione di celebrare l'Eterno nel bel cantico che abbiamo letto. Quali sono i motivi della sua lode? La santità di Dio (versetto 2), la sua conoscenza (vers. 3), la sua potenza (vers. 6) la sua giustizia (vers. 10). Ma soprattutto ella esalta la grazia di cui ella porta il nome (Anna significa: grazia) e di cui è l'oggetto. Questa grazia prende il povero miserabile (voi e io) dalla polvere, sì, di sopra il letame del peccato, e gli dà una parte con Gesù nella sua gloria e nel suo regno.
Infine le sue ultime parole introducono quel re potente, quel1â«unto» che è il Signore Gesù (nella Parola il corno è il simbolo della potenza). Vi rallegrate voi, come Anna, in una tale salvezza? (vers. 1), in un tale Salvatore? à prezioso paragonare le parole di Maria in Luca 1:46 a 55 col cantico di Anna. Anche lei si rallegra non soltanto in Dio suo Salvatore ma in quel che la sua potenza e la sua grazia hanno fatto per tutto Israele (vers. 54).
Come aveva promesso, Anna si è separata dal suo fanciullo, che ora abita con Eli a Sciloh nella presenza dellâEterno. E notiamo il contrasto fra questo giovinetto che serve e i figli di Eli, già uomini adulti, la cui cattiva condotta era uno scandalo per il sacerdozio. Che triste esempio davano infatti questi ultimi a tutto il popolo e particolarmente al piccolo Samuele che li vedeva ogni giorno! Voi che siete più vecchi, fate attenzione all'esempio che date ai più piccoli che vi osservano. Ricordatevi di quella parola del Signore così seria: «Chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in Me, meglio per lui sarebbe che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse sommerso nel fondo del mare» (Matteo 18:6). E voi, i più giovani, non lasciatevi influenzare dalla cattiva condotta di certi grandi, di certi così detti cristiani. Guardate al Signore Gesù!
Voi vedete dalla bella storia di Samuele, che un giovane fanciullo può già servire. E che può anche già assomigliare a Gesù (paragonate il versetto 26 con Luca 2:52).
A riguardo del popolo la cattiva condotta dei figli dâEli era uno scandalo. Ma soprattutto di fronte a Dio, che disonore gettato sul suo nome! Hofni e Fineas (tuttavia quest'ultimo porta lo stesso nome d'un sacerdote fedele: Numeri 25:10) erano stati allevati nella prossimità del santuario, a contatto delle verità divine. Grande era la loro responsabilità in rapporto col resto del popolo! Grande è anche la vostra, voi che avete avuto gli stessi privilegi a causa della vostra educazione.
Eli, pur uomo pio, non ha saputo trattenere i suoi figli. Certamente ha loro fatto delle rimostranze (vers. 23), ma ha mancato verso loro di fermezza. Certi figli trovano talvolta i loro genitori troppo severi. Vedano allora quali sono state nei figli di Eli le conseguenze dâun'educazione che non era abbastanza ferma. E per Eli stesso queste conseguenze sono drammatiche: perdita del suo ufficio, morte dei suoi figli. Un profeta è incaricato di recargli questo triste messaggio. Il Nuovo Testamento ci conferma che se i figli d'un servitore del Signore non sono sottomessi e disciplinati possono togliere ogni potenza al ministero del padre loro (1 Timoteo 3:4-5). Avvertimento che concerne forse l'uno o l'altro d'infra i nostri lettori.
Dalla sua infanzia, Samuele apparteneva allâEterno e Lo serviva. Ma gli mancava la conoscenza personale del Signore e la comunicazione della sua parola (vers. 7). Si può conoscere la salvezza, goderne, e tuttavia non conoscere per se stesso la persona del Salvatore. Era il caso di Giobbe: «Il mio orecchio aveva sentito parlare di te, ma ora l'occhio mio t'ha veduto» (Giobbe 42:5). à pure il caso di molti giovani, forse il vostro? Allora chiedete al Signore Gesù di farsi conoscere a voi.
Dio parla! Non più in visioni, ma nel suo santo Libro che sâindirizza ad ognuno. Leggetelo dunque come se fosse stato scritto per voi solo. L'attitudine di Samuele è quella che dobbiamo prendere ogni volta che apriamo la nostra Bibbia. «Parla, poiché il tuo servitore ascolta.» Infine, questa bella risposta ci dà l'esempio d'una obbedienza immediata. Essa si mette alla assoluta disposizione di quelli che hanno degli ordini da impartirci (vedere Atti 22:10).
Eli ode la parola solenne che gli ripete il giovane servitore. Anchâegli è sottomesso, dice: «Egli è l'Eterno; faccia quello che gli parrà bene» (vers. 18).
Il triste stato del popolo necessiterà una nuova disciplina da parte dellâEterno. I Filistei saranno gli strumenti di Dio per insegnargli delle dure lezioni. Israele sale contro loro senza consultare l'Eterno. Che cosa avrebbe risposto Dio se fosse stato interrogato?: Non salite! Io non posso darvi la vittoria a cagion dei vostri peccati. Cominciate con umiliarvi.
à quel che era avvenuto al tempo della presa di Ai. Ma il popolo non si preoccupa affatto di ciò che lâEterno può pensare. Ed una prima sconfitta non gl'insegna nulla. Al contrario! L'Eterno ci ha battuti? Non importa! Lo prenderemo con noi; sarà ben obbligato allora di sostenerci.
Molte persone dette cristiane credono di poter disporre di Dio a loro piacimento. Fanno la loro propria volontà e ad un tempo professano rumorosamente di essere del Signore (vedere Matteo 7:21). Ma Egli dovrà dire un giorno: «Non vi conosco» (Matteo 25:12). Talché Dio è ben lungi dâapprovare tutto ciò che è fatto nel suo nome nella cristianità . Il bel nome di Cristo vi si trova sovente associato con del male che si riconosce, ma dal quale non si desidera separarsi.
I calcoli sono stati sbagliati. La presenza dellâarca, in mezzo al popolo in cattivo stato, non ha impedito il disastro. L'arca è presa (vedere Salmo 78:56-64). Che vergogna per un reggimento quando il nemico gli prende la sua bandiera! A più forte ragione se si tratta, come per Israele, del trono stesso del suo Dio. Come poter celebrare il giorno delle espiazioni (Levitico 16:14-15) senza il santo propiziatorio ove il sangue doveva essere portato? Ma anche come farlo senza i discendenti di Aaronne per compiere i precetti?; poiché nel contempo anche il sacerdozio è stato colpito a morte. Hofni e Finees sono stati uccisi entrambi.
Forse Eli avrebbe avuto un mezzo per arrestare il castigo divino su tutto Israele. Secondo Deuteronomio 21:18 a 27, egli avrebbe dovuto designare i suoi figli al popolo onde fossero lapidati a causa della loro cattiva condotta. Ma non ne aveva avuto il coraggio. Così ora, non soltanto Hofni e Fineas sono periti, ma 34000 uomini sono morti con loro. E lâarca santa, la gloria d'Israele, è esulata. Quest'ultima notizia uccide il vecchio. L'arca gli stava a cuore più che i suoi, ed è lo stesso per la sua nuora. Chiamando il suo figlio neonato Icabod (cioè «senza gloria» o «non più gloria»), pronuncia l'orazione funebre del suo popolo.
LâEterno ha permesso che l'arca cadesse fra le mani dei Filistei. Ma bisogna che sappiamo questo: Se Israele è stato sconfitto non è a causa della superiorità del dio dei Filistei; è perché Lui, l'Eterno lo ha voluto. Egli mostrerà ai nemici del suo popolo ch'essi hanno fra loro «l'arca della Sua forza» (Salmo 132:8). Per ben due volte l'idolo cade davanti al Dio d'Israele. Poi, come anticamente in Egitto, delle piaghe colpiscono i nemici dell'Eterno. La sua potenza è dimostrata dai giudici.
Vedete anche lâegoismo del mondo. Si rimandavano l'un l'altro un oggetto tanto pericoloso. Nessuno lo voleva.
Distogliamo ora gli sguardi da queste tristi cose; portiamoli su Gesù, di cui lâarca è sempre la bella figura. Al cap. 18 di Giovanni, si cerca Gesù per catturarlo. Alla sua parola: «Sono io!» gli uomini indietreggiano e cadono in terra, come qui la statua di Dagon. Egli si lascia prendere; lo si manda da Anna a Caiafa, da Erode a Pilato (come l'arca da Asdod a Gath e da Gath a Ekron). Ma quelli che dispongono così di Lui, che L'oltraggiano e Lo condannano, debbono imparare questo dalla sua bocca: Essi vedranno «il Figliuol dell'uomo sedere alla destra della Potenza, e venire sulle nuvole del cielo» (Matteo 26:64).
Invece di gettar via il loro idolo impotente, per temere e servire dâora innanzi l'Eterno, i Filistei non hanno che un pensiero: disfarsi al più presto d'un Dio tanto temibile. Questo ci rammenta una scena dell'Evangelo: La potenza del Signore aveva liberato l'indemoniato Legione al paese dei Geraseni. Costoro avevano l'inestimabile privilegio d'una visita del Figlio di Dio. Purtroppo, accecati dai loro interessi, non considerano che la perdita dei loro porci. Invece di rallegrarsi e ricevere Gesù, lo pregano di andarsene dal loro territorio (Marco 5:1 a 17).
Il mondo non ha potuto sopportare la presenza del Signore, perché la sua perfezione lo giudicava. Allora ha voluto sbarazzarsi di Lui.
I Filistei riconoscono la potenza indiscutibile del Dio dâIsraele. Essi L'onorano secondo il loro modo ignorante. E l'arca è rimandata alla terra d'Israele, dopo aver essa manifestato per la terza volta la sua potenza. Infatti, nonostante l'assenza del conduttore, e tirata da quelle vacche che, contrariamente agl'istinti naturali, s'allontanano dai loro piccoli, il carro che la porta si dirige in linea retta verso la frontiera d'Israele.
Gli abitanti di Beth-Scemesh hanno lâonore di ricevere l'arca. Ma si permettono di sollevarne il propiziatorio (il coperchio) e Dio li punisce severamente (paragonate Numeri 4:20). Avvertimento per noi riguardo al santo rispetto dovuto alla persona di Gesù. Dio non tollera verso Lui nessuna curiosità profana. Purtroppo, dinanzi al castigo, quei di Beth-Scemesh reagiscono come i Filistei, desiderando sbarazzarsi di quell'arca troppo santa per loro.
Vi sono certi cristiani che assomigliano a questi uomini. Piuttosto di giudicarsi e mettere in ordine i loro affari, preferiscono allontanare il Signore dalla loro mente e dalla loro vita. La sua presenza li mette a disagio. Non è forse triste?
Ma Dio ci presenta ora quelli che, invece sono felici di riceverLo. Gli abitanti di Kiriath-Jearim accolgono lâarca e la trasportano nella casa di Abinadab, sulla collina.
I nostri pensieri vanno a Gesù. Il suo popolo Lo rigettava; Egli non aveva un luogo ove posare il capo, ma in una certa occasione «una donna chiamata Marta Lo ricevette in casa sua» (Luca 10:38). Casa dâAbinadab, casa di Betania, gioia e benedizione per chi apre la sua porta, gioia per l'Ospite divino che vi è onorato.
«Era passato molto tempo, ventâanni»! (vers. 2). Per chi è lungo questo tempo? Non per il popolo, che sembra non ne soffra! Né per Abinadab ed i suoi, felici della presenza dell'arca nella loro casa! Ma Dio, che aspettava, ha contato questi venti lunghi anni.
Infine, il lavoro di coscienza si produce; il popolo si lagna. Samuele gli parla da parte dellâEterno. Si tratta di abbandonare gl'idoli per servire il Dio vivente e vero (1 Tessalonicesi 1:9). Israele obbedisce. Allora Samuele, vero mediatore, parla all'Eterno in favore del popolo.
Ma il radunamento del popolo di Dio non può convenire al nemico. Lo considera come una provocazione. I Filistei sâavanzano,... e l'Eterno dà la vittoria ad Israele. Eben-Ezer: Pietra di soccorso; «Fin qui l'Eterno ci ha soccorsi» (vers. 12). Può ognuno di noi dichiarare pure ciò con riconoscenza? Preziose esperienze, paletti indicatori sulla strada percorsa che glorificano la grazia divina; dobbiamo ricordarcene.
Samuele sarà lâultimo dei giudici (Atti 13:20). Egli adempie le sue funzioni di fronte al popolo. Ma nel medesimo tempo rimane, per mezzo del suo altare, in comunione con l'Eterno, dinanzi al quale, già da fanciullo, aveva imparato a prostrarsi (cap. 1:28).
I figli di Samuele, come quelli di Eli, non hanno camminato nelle vie del padre loro. Questo è serio da considerare per tutti i figli di genitori cristiani. Non basta, come lo pensavano i Giudei, avere un Abrahamo per padre (Matteo 3:9).
Ora il popolo va dal profeta con una richiesta che lo addolora profondamente: vorrebbe un re, come tutte le nazioni. Voler essere come gli altri! In fondo è sovente anche il nostro desiderio, poiché non amiamo farci notare. Non agendo come quelli che ci circondano ci si attira generalmente degli scherni, dellâincomprensione, delle accuse d'orgoglio. E tuttavia, se «ora siamo figliuoli di Dio» (1 Giovanni 3:2), questo stesso stabilisce fra noi ed i nostri compagni del mondo, una differenza fondamentale, una differenza che ne trascinerà molte altre: L'inconvertito non accetta l'autorità di Dio, mentre il credente riconosce invece Gesù Cristo come proprio Maestro e Signore.
Samuele è incaricato di avvertire il popolo di questo: al contrario dellâEterno che era un Sovrano che colmava i suoi sudditi, il re, che il popolo desidera, sarà esigente e il suo regime severo.
Un nuovo periodo della storia dâIsraele comincia con la nostra lettura d'oggi. à quello del reame. Il popolo ha chiesto un re. Sente il bisogno d'una bella organizzazione esteriore di cui possa gloriarsi: una monarchia brillante, con una corte piena d'apparato, un'armata spettacolare, infine un re potente e maestoso. Dio gli darà esattamente quel che desidera. Ecco Saul, figlio di Kis, giovane distinto, più bello e più alto di tutto Israele! Non ha forse tutto?
Il padre di Saul lo ha mandato alla ricerca delle asine smarrite. Egli obbedisce, ma invano. «Ritorniamocene», dice Saul al suo compagno. Pensiamo a quel cambiamento di direzione necessario nella vita di ogni uomo e che si chiama la conversione. Quando si è scoperto che lâinseguimento delle cose della terra è inutile e delusorio, allora bisogna «rientrare in sé» come il figlio prodigo (Luca 15:17) e ritornare sui propri passi verso la casa del Padre.
Il compagno di Saul gli dà un savio consiglio: «Andiamo dallâuomo di Dio â dice egli â forse c'indicherà la via». Il rappresentante di Dio per noi, è Gesù. Per conoscere la via da seguire bisogna volgersi verso Lui.
Samuele si è affidato al Signore per designare il re chiesto dal popolo. E tutto è divinamente condotto onde egli lo incontri. Invitato al convito, Saul udrà «il Veggente» dichiarargli «tutto quello che vi è nel suo cuore» (vers. 19). Quali sono i desideri che abitano in fondo al nostro cuore? Quello di diventare «qualcuno», di fare grandi cose? Ovvero piuttosto lâumile desiderio di piacere al Signore Gesù?
In seguito alle istruzioni di Samuele, il cuoco ha serbato la porzione migliore per Saul; la spalla, immagine della forza che occorreva per guidare il popolo. Notate che, contrariamente alla doppia porzione dei sacerdoti (vedere Levitico 7:31-32), per lui non si tratta del petto immagine delle affezioni necessarie per amare lâEterno e il suo popolo. Nel cuore di Saul, aperto davanti a lui come un libro, il profeta, non aveva, purtroppo, trovato quest'amore.
Lâindomani, Samuele prende da parte il futuro re per parlargli: «Tu adesso fermati, ed io ti farò udire la parola di Dio» (vers. 27). Questa ingiunzione può essere destinata al peccatore che segue il suo cammino di proprio volontà , per invitarlo ad accettare Cristo adesso. Ma essa è anche per il cristiano. Sapere fermarsi un momento per ascoltare il Signore che ci parla è, specialmente nella vita agitata odierna, una necessità .
Samuele compie fedelmente lâatto che tuttavia mette fine al suo servizio di giudice. Spande sul capo di Saul l'olio dell'unzione regale. Poi gli indica la via, come il servo l'aveva sperato (cap. 9:6). Non si tratta più delle asine; sono state ritrovate.
Ma Saul deve ora percorrere le tappe che lo prepareranno ad occupare il trono. Andrà anzitutto al sepolcro di Rachele: la morte, fine dellâuomo naturale e di tutti i suoi vantaggi, è la prima grande lezione per ogni giovane cristiano. Ma questo sepolcro di Rachele si trovava nel luogo ove era nato Beniamino, alla cui tribù Saul apparteneva. Beniamino, il «figlio della destra» del padre, è il tipo di Cristo di cui il riscattato può godere quando realizza la sua morte con Cristo.
Il secondo incontro, a Bethel (la casa di Dio) ci parla dellâadorazione a cui il giovane credente è invitato a partecipare con i due o tre testimoni. Infine, in presenza dei nemici e nella compagnia dei profeti, vi è da rendere una testimonianza per la potenza dello Spirito Santo.
Sembra che Saul sia passato accanto a queste lezioni senza impararle, come ce lo mostrerà il seguito della sua storia. à la prova che si può trovare «tra i profeti», partecipare a tutte le benedizioni dei figli di Dio, senza esserne veramente uno.
Ora che Dio gli ha fatto conoscere il re châEgli darà al suo popolo, Samuele convoca Israele per presentarglielo. Ma bisogna provare che questa scelta procede dall'Eterno; dev'essere dunque confermato davanti a tutti per mezzo della estrazione a sorte. Saul è designato e il popolo lo acclama a gran grida: «Viva il re!» Giorno di festa e di gioia? Ah! piuttosto triste giorno nella storia d'Israele! «Oggi voi rigettate il vostro Dio» â gli dichiara il profeta (vers. 19). Questa scena ci trasporta molti secoli innanzi al momento in cui questo stesso popolo rigetterà il Figlio di Dio rispondendo a Pilato: «Noi non abbiamo altro re che Cesare» (Giovanni 19:15); o ancora, secondo la parabola di Luca 19:14: «Noi non vogliamo che costui regni su noi.» Non è sopra un trono, è sopra una croce che Israele innalzerà il suo Messia, una croce portante la scritta: «Gesù il Nazareno, re dei Giudei.» Ma questo re disprezzato, oltraggiato, coronato di spine, apparirà tosto come il «Re di gloria» (Salmo 24) e non più soltanto come il Messia d'Israele, poiché «il suo dominio si estenderà da un mare all'altro e... sino alle estremità della terra» (Zaccaria 9:10).
In occasione dâuna vittoria sui nemici del popolo, si consoliderà l'autorità del re Saul. Nemici ben conosciuti, i figli di Ammon! Sotto le loro minacce arroganti e crudeli, gli abitanti di Jabes di Galaad si trovano in una situazione tragica e quasi disperata. Non li vediamo volgersi verso l'Eterno; anzi, avrebbero voluto fare lega col nemico! Ma, avendo misericordia, Dio li libererà nondimeno per mano di Saul. Questi abitanti di Jabes illustrano in modo colpente il terrore, la onta e infine la misera schiavitù, la parte di quelli che fanno lega col mondo e col suo principe (vedere Ebrei 2:15).
Saul vincitore mostra qualche bel tratto di carattere, non è vero? Oltre lo zelo ed il coraggio, vi è in lui della generosità , della clemenza (vers. 13) come anche una certa modestia. Attribuisce con ragione la vittoria allâEterno. Un principio pieno di promesse! Quanti giovani hanno avuto come lui una splendida partenza! E poi hanno incespicato al primo ostacolo posto sul loro sentiero per provare la loro fede. Perché? Semplicemente perché è probabile che quella fede non esistesse affatto!
Samuele raduna per la terza volta il popolo. Lo raduna a Ghilgal per rinnovarvi la sovranità . E ad un tempo, egli si dimetterà dalle sue funzioni di giudice assolte così fedelmente, come il popolo gliene rende testimonianza. Possiamo accostare le sue parole a quelle di Paolo agli anziani dâEfeso nel cap. 20 degli Atti (vers. 26, 27; 33 a 35). Esse non sono destinate a glorificare colui che le pronunzia, ma a mettere quelli che le odono dinanzi alla loro responsabilità . E per la terza volta Samuele fa sentire ad Israele la perdita ch'esso ha fatto chiedendo un re. Egli sottolinea la sua ingratitudine e la sua mancanza di fiducia verso l'Eterno.
I vers. 14 e 15 ci mostrano che per il popolo era una nuova messa a prova, lâesperienza che doveva fare del re. Senza legge e sotto la legge, nel deserto e nel paese, con e senza giudici (o sacerdoti) ancora e sempre il popolo aveva mancato, abbandonando l'Eterno per ritornare alle sue concupiscenze ed ai suoi idoli. à come se Dio gli dicesse ora: Voi volete un re? Ebbene, vediamo se forse andrà meglio con un re! E, nella Sua condiscendenza, permette questa nuova esperienza.
La pioggia scesa alla richiesta di Samuele e in pieno periodo di mietitura (momento in cui non piove mai in quei paesi) era un miracolo destinato a provare al popolo che il profeta gli parlava veramente da parte dellâEterno. E che cosa dice loro anche? In modo commovente, dopo che si sono umiliati, li esorta a non andar dietro a cose vane che non possono giovare, ma a servire Dio «con tutto il cuor loro» (vers. 20. 21 â paragonate Tito 2:12-14). Il servizio di Samuele come giudice è terminato. Ma egli conserva tutta la sua attività d'intercessore (vers. 23), quanto quella di profeta, per insegnar loro da parte dell'Eterno «la buona e diritta via». La grazia divina mantiene loro nella persona di Samuele questa doppia risorsa: la preghiera e la Parola. Noi possediamo, cari figli di Dio, una Persona ben più eccellente ancora. Gesù, sino alla fine, non cessa di pregare per ciascuno di noi. E per tracciarci la buona e diritta via sulla terra, ci dà il suo Spirito e la sua Parola. Con tali risorse, siamo ben meno scusabili di Israele se non camminiamo alla sua gloria.
Il regno di Saul incomincia. Egli raduna il popolo a Ghilgal, in faccia ai suoi nemici, i Filistei.
La situazione non potrebbe essere più critica. I Filistei sono saliti, numerosi come la rena (vers. 5); essi occupano le fortificazioni, e distaccano delle pattuglie che devastano il paese (vers. 17). Di fronte a loro, Israele è sbandato. Alcune centinaia dâuomini seguono Saul tremando, ma non hanno neppure delle armi per difendersi. E da parte sua il re è in perplessità . Samuele, che gli aveva dato appuntamento a Ghilgal (cap. 10:8), tarda a venire, benché sia quello il giorno fissato. Ora, durante questo tempo il popolo scoraggiato l'abbandona e si disperde; il numero dei combattenti si assottiglia. Il re perde la pazienza. Samuele non arriva? Ebbene, egli stesso offrirà l'olocausto. Ma l'atto profano non è terminato che Samuele giunge: «Che hai tu fatto?» esclama egli, colto da terrore. Invano Saul cerca di giustificarsi. «Tu hai agito stoltamente», risponde Samuele. E gli fa conoscere la decisione dell'Eterno: Saul non fonderà la dinastia; il figlio suo non salirà sul trono dopo lui. L'impazienza! Purtroppo la conosciamo. à il movimento della carne che non può sopportare l'attesa. La fede, invece, è paziente; aspetta sino alla fine il momento voluto da Dio (Giacomo 1:4).
Nel capitolo 13, abbiamo considerato con tristezza quel che la carne può fare, o piuttosto non può fare: aspettare lâistante voluto da Dio. In contrasto, il nostro capitolo ci mostrerà quel che la fede può compiere. Le risorse umane sono tutte dal lato di Saul. Ufficialmente il potere in Israele è all'ombra del melograno di Ghibea. Ma la fede, una fede individuale, è dalla parte di Gionatan e del suo compagno. Per loro, il soccorso è in Dio, conosciuto come Salvatore (vers. 6). Doppio quadro che ci fa pensare alla cristianità d'oggi. Le grandi religioni (dette cristiane) pretendono detenere esse sole l'autorità spirituale e si considerano come delle intermediarie necessarie fra Dio e le anime. Ma il Signore conosce quelli che sono suoi, ed Egli è con loro, compiacendosi di dare loro individualmente i suoi pensieri, la sua potenza e la sua liberazione all'infuori delle organizzazioni controllate dagli uomini. Umanamente considerata, la spedizione di Gionatan era una folle avventura. I Filistei in forza occupavano i punti strategici. Gionatan conta su Dio, aspettando da Lui un segno per avanzare. Che contrasto col proprio padre,... e quale esempio per noi!
Dal loro posto fortificato sulla punta di una rupe, gli avamposti filistei hanno visto in basso i due giovani dâIsraele. E non si peritano di beffarsi di loro. â «Venite su da noi», gridano ironicamente. Non sospettano affatto di dare ai due uomini il segnale che questi aspettavano dall'Eterno: il segnale della loro propria distruzione.
Ora la fede non solo sa aspettare, ma sa pure farsi avanti e combattere quando Dio glielo dice. Pieni di ardimento, i nostri due combattenti salgono arrampicandosi per la roccia e raggiungono la cima. Non pensano al pericolo che corrono, ma alla potenza divina. E questa fa cadere dinanzi a loro i nemici dâIsraele. Gli scherni di poco prima fanno posto allo spavento che man mano coglie tutto il campo dei Filistei, i quali in una cieca follia, si distruggono fra di loro, mentre gli «Ebrei» dispersi riprendono coraggio e si radunano nuovamente.
Così un piccolo inizio (quando è la fede che lo produce) può avere un grande risultato. Nello stesso modo, se siamo fedeli, Dio potrà servirsi delle nostre piccole vittorie per incoraggiare e consolidare i cristiani che ci circondano.
La disfatta dei Filistei è totale. Il popolo si è radunato con Saul per inseguirli e sterminarli. Tuttavia egli non è animato della fede che Gedeone ed i suoi compagni avevano manifestato in simile occasione. Questi inseguivano Madian «stanchi ma proseguendo sempre» perché avevano bevuto «al torrente tra via» (Giudici 7:6; 8:4). Qui, invece, Saul ha proibito al popolo di prender cibo per tutto il giorno, nonostante il duro sforzo che aveva da sopportare. Interdizione legale, frutto dellâimmaginazione, che ci fa pensare a tante altre invenzioni degli uomini in fatto di religione! Essa non produce che conseguenze incresciose: anzitutto la sconfitta dei Filistei è meno grande di quel che lo sarebbe stata con un esercito in pieno possesso dei suoi mezzi. D'altra parte, venuta la sera, quando il popolo ha finalmente la libertà di rifocillarsi, è tanto affamato che prepara la sua carne uccidendo le bestie e mangiando la carne col sangue, commettendo così un peccato degno di morte (Levitico 17:10-14). Non era forse ben più grave disobbedire all'Eterno che trasgredire l'ordine di Saul?
Vegliamo sulle nostre parole e in particolare sulle promesse che possiamo fare. Abbiamo visto ieri le conseguenze disastrose del giuramento irriflessivo che Saul aveva pronunziato. Egli ha inutilmente indebolito il suo esercito, impedito la fine dellâinseguimento del nemico e condotto il popolo a trasgredire il comandamento relativo al sangue. Un'ultima conseguenza (ma che non servirà più delle precedenti ad aprire gli occhi del povero re) sarà la condanna del solo uomo di fede: il valoroso Gionatan. Costui si trova ora in pericolo di morte, non per la spada dei Filistei, ma da parte del proprio padre! Comprendiamo che dietro a tutto ciò c'è Satana che agisce. Tenta con questo mezzo di sbarazzarsi dell'uomo di Dio; tuttavia l'Eterno non lo permette e si serve del popolo per liberare Gionatan. Questa scena assomiglia a quella che seguì la disfatta di Ai (Giosuè 7). Ma qui tutti i torti sono dalla parte di Saul, di cui la follia e il cieco orgoglio sono manifesti agli occhi di tutti. E lungi dal contare d'ora innanzi sull'Eterno che aveva dato la vittoria, il re continua ad appoggiarsi sulla carne, reclutando uomini forti e valorosi per la propria guardia personale.
Questo capitolo 15 è importante sotto due aspetti. Contiene il castigo divino contro Amalek e ad un tempo la prova finale del re Saul, soggetto di cui desideriamo parlare domani.
Avversario vile e crudele, Amalek aveva attaccato Israele di sorpresa, appena dopo lâuscita dall'Egitto. Questa malvagità non poteva essergli perdonata. «Io cancellerò interamente di sotto al cielo la memoria di Amalek» aveva dichiarato l'Eterno (Esodo 17:8 e 14). Quattrocento anni erano trascorsi, ma Dio non aveva dimenticato. «Cielo e terra passeranno, ma le mie parole non passeranno», dice il Signore (Matteo 24:35). E neppure Israele avrebbe dovuto dimenticarlo: «Ricordati di ciò che ti fece Amalek, durante il viaggio, quando usciste dall'Egitto â aveva raccomandato Mosè â tu cancellerai la memoria di Amalek di sotto al cielo: non te ne scordare! (Deuteronomio 25:17 a 19).
Non dimentichiamo neppure noi i nemici che ci hanno sorpresi nel passato. Come si chiamano? Ira, menzogna, impurità ... o peccato di qualsiasi altro nome. Se la nostra vigilanza diminuisse a riguardo di questi frutti della carne, potremmo aver da imparare nuovamente una lezione che tuttavia avevamo già pagata molto cara in precedenza. Non risparmiamoli dunque e giudichiamo questi frutti della vecchia natura.
Samuele ha passato una notte dâangoscia che ha dovuto ricordargliene un'altra (cap. 3:11); quella in cui gli fu annunziato il castigo sulla casa di Eli.
Saul non ha annientato interamente Amalek, per conseguenza devâessere rigettato come re. Un re disobbediente non può che condurre il popolo nella disobbedienza; dev'essere perciò allontanato dal potere.
«Ascoltare val meglio che il sacrificio» (vers. 22). La più bella azione di tutta la nostra vita è senza valore se non câè l'obbedienza. E questo versetto si applica a tutte le opere per mezzo delle quali la cristianità cerca invano di soddisfare Dio, invece di ascoltare e ricevere semplicemente la sua Parola. Qui è ascoltare che val meglio del sacrificio. Ma è detto la stessa cosa della bontà e della conoscenza dell'Eterno (Osea 6:6), della giustizia e della rettitudine (Proverbi 21:3) dello spirito rotto (Salmo 51:16- 17), della misericordia (Matteo 9:13), dell'amore (Marco 12:33).
Vedete invece che cosa produce in Saul la carne, oltre alla disobbedienza: la vanteria (vers. 20), la menzogna, il rigettamento della colpa su altri (vers. 15, 21), lâostinazione, un falso pentimento e con tutto ciò il mantenimento d'una reputazione (vers. 30). Quadro veramente ben triste.
Il re secondo la carne è messo da parte nei pensieri di Dio, benché il suo regno si prolunghi ancora un certo numero dâanni. E un altro re è introdotto, quello del quale Samuele aveva detto: «L'Eterno s'è cercato un uomo secondo il cuor suo» (cap. 13:14). à Davide (il cui nome significa Diletto), prezioso tipo di Cristo, Lui che è perfettamente secondo il cuore di Dio. Cominciamo oggi la sua lunga e bella storia.
Samuele non era preparato a riconoscerlo, poiché, nonostante lâesperienza con Saul, guardava ancora «all'apparenza». Noi pure â non è vero? â giudichiamo facilmente secondo le apparenze e ci lasciamo influenzare dalle qualità (e dai difetti) esteriori. Ora, «Iddio non ha riguardi personali», ripete Galati 2:6. Egli riguarda al cuore! E che cosa vede nel mio cuore? Che cosa vede nel tuo? Dell'amore per Gesù? Tutte le apparenze di pietà , per le quali possiamo ingannare e gli altri e noi stessi, non potrebbero ingannare Lui.
Samuele fa visita a questa famiglia dâIsai. Ed è il pastorello che si era trascurato di convitare alla festa (e praticamente dimenticato) che sarà unto «in mezzo ai suoi fratelli» come re per l'Eterno. Quest'unzione d'olio, figura dello Spirito Santo, ci ricorda come il Diletto del Padre è stato designato a Giovanni il Battista: «Colui che mi ha mandato a battezzare con acqua, mi ha detto: Colui sul quale vedrai lo Spirito scendere e fermarsi, è quel che battezza con lo Spirito Santo» (Giovanni 1:33; vedere fine del vers. 12).
Lo Spirito di Dio aveva investito Davide. Ma Egli si era ritirato dallâinfelice Saul, facendo posto ad uno spirito satanico che ora lo tormenta. Dio si serve di questo per introdurre alla corte, in qualità di suonatore d'arpa, il giovane Davide, musicista valente che diverrà più tardi «il dolce salmista d'Israele» (2 Samuele 23:1). E, in quest'occasione gli è resa una bella testimonianza (vers. 18). Ogni particolare menzionato ci riporta a Colui di cui Davide è il tipo: Cristo, vero «rampollo del tronco d'Isai», del quale sta scritto: «Lo Spirito dell'Eterno riposerà su Lui,... lo Spirito di conoscenza e di timor dell'Eterno» (Isaia 11:1-2). Che testimonianza rendiamo noi, davanti al mondo, del nostro Diletto?
«Io ti presi dallâovile, di dietro alle pecore, perché tu fossi il principe d'Israele, mio popolo», dirà più tardi l'Eterno di Davide (2 Samuele 7:8). Un altro contrasto con Saul: costui era stato chiamato mentre inseguiva invano delle asine, montatura dei nobili, ma senza valore per i sacrifici. Mentre Davide occupandosi delle sue pecore è stato preparato a «pascere» fedelmente il popolo d'Israele (vedere Salmo 78:70-71).
Ecco nuovamente i Filistei radunati contro Israele. E questa volta dispongono dâun campione straordinario, alto più di tre metri (quasi due volte la statura normale), rivestito d'un'armatura di circa settantacinque chili; un colosso così formidabile per cui la sola vista basta ad agghiacciare i suoi nemici di terrore. à Goliath! Pieno d'orgoglio, si avanza di tra le file e lancia una sfida a chiunque voglia opporsi a lui in lotta singolare. E non soltanto nessun avversario si presenta, ma ogni volta gl'Israeliti fuggono d'innanzi a lui, presi da gran paura; ogni volta il gigante coglie l'occasione per oltraggiare gli eserciti dell'Eterno. Goliath ci ricorda quel che è detto dell'ippopotamo: «Quando si rizza, tremano i più forti, e dalla paura son fuori di sè» (Giobbe 41:16). E ci fa soprattutto pensare a quell'«uomo forte» di cui parla il Signore (Marco 3:27): Satana stesso che, per mezzo del timor della morte, esercita un dominio crudele sugli uomini, cercando di farne definitivamente i suoi schiavi (vers. 9).
Durante questo tempo Davide va e viene, dal suo gregge alla corte del re, a suo agio tanto qui come là , bella immagine di Gesù nella sua umiltà e nella sua instancabile consacrazione.
Mandato dal padre, come un tempo Giuseppe (Genesi 37:13), per aver notizie dei suoi fratelli, Davide è qui lâimmagine di Colui che ha lasciato il cielo per visitare il mondo in grazia. Ed ecco ch'egli ode la sfida di ogni giorno, l'oltraggio lanciato contro Israele dal campione filisteo. Costernato, s'informa. Il fratello Eliab l'ode e lo riprende per la sua curiosità . Accade così a dei maggiori di strapazzare ingiustamente e senza riguardi i loro fratelli e sorelle più giovani.
Benché abbia assistito allâunzione di Davide, Eliab non lo prende sul serio. Pure nell'Evangelo, vediamo che i fratelli di Gesù «non credevano in Lui» (Giovanni 7:5).
Quaranta giorni sono trascorsi. Purtroppo, bisogna arrendersi allâevidenza: in faccia al Filisteo nessuno si presenta! Nessuno per liberare Israele! Né Eliab, nonostante la sua alta statura (cap. 16:7) â avrebbe potuto aver vergogna della propria viltà dinanzi a Davide â neppure Saul (anch'egli più alto di tutto il popolo dalle spalle in su) poiché l'Eterno l'ha abbandonato! Ma per la fede di Davide, Goliath non è che un Filisteo, vinto in anticipo perché si è permesso d'insultare le schiere del Dio vivente (Isaia 37:23,28).
Davide si presenta a Saul e gli fa parte del suo disegno. «Tu non puoi andare» risponde subito costui. Impressionato tuttavia dalla risolutezza e dalla ferma fiducia del giovane (Ebrei 13:6), Saul si dichiara pronto ad aiutarlo: Ecco la sua armatura; egli la impresta a Davide. Ma imbarazzato, paralizzato nei suoi movimenti, questâultimo non può servirsene. No, le sue armi saranno gli umili arnesi del pastore. Senza valore agli occhi degli uomini, metteranno tanto più in evidenza la potenza dell'Eterno.
Questâarmatura di Saul ci parla di tutte le risorse e precauzioni della sapienza umana; la fede considera ciò come un ostacolo!
Formato da Dio nel segreto per il servizio al quale era destinato (come lo son stati tanti servitori e Gesù stesso a Nazaret), Davide si presenta ora in pubblico, pronto al combattimento. E, per sottolineare la potenza dellâEterno, egli racconta un'esperienza di questa «scuola del deserto». Ha ucciso senza testimonio un leone ed un orso, liberato una pecora. Noi pensiamo ad un altro Pastore che mette la propria vita per le sue pecore, liberandole dal crudele Avversario (Giovanni 10:28; 17:12; 18:8-9). Valore prezioso d'un solo agnello per il cuore di questo buon Pastore!
Nuovamente il Filisteo esce dalle file con la solita provocazione. Ma chi dunque gli viene incontro? à quello il campione che Israele gli oppone? un adolescente senza armatura, tenendo in mano un bastone, una fionda da pastore? Si vogliono forse beffare di lui? Egli squadra dallâalto al basso quel misero avversario, indegno di misurarsi con lui e sogghigna con disprezzo! Ma Davide non si commuove, lui che potrà scrivere: «L'Eterno è la forza della mia vita; di chi avrò paura?» (Salmo 27:1). Con gesto sicuro la pietra è lanciata; essa penetra nella fronte del gigante che cade bocconi a terra. Davide corre prontamente, e gli taglia la testa con la spada di lui. Allora son grida di vittoria nel campo d'Israele, la confusione e la sconfitta in quello dei Filistei. Scena memorabile! Essa illustra la potenza della fede, di quella fede che permette al credente di riportare in ginocchio simili vittorie. Ma voi sapete che ha un'importanza infinitamente più grande. Tipo di Cristo, Davide ha trionfato su Goliath, figura di Satana. Per mezzo della morte, Gesù ha reso impotente «colui che aveva il potere della morte, cioè il diavolo» (Ebrei 2:14). à la vittoria della croce, principale e meraviglioso soggetto della lode eterna.
Davide, dopo la vittoria, ritorna dal re tenendo in mano la testa del gigante. E constatiamo con stupore che Saul non sa più di chi Davide è figlio. Non vi fu forse un simile accecamento anche a riguardo del Signore Gesù? I Giudei non conoscevano né Lui né il Padre suo (Giovanni 8:19). Ed è ancora così, anche nei nostri paesi cristiani, ove molte persone non riconoscono Gesù come veramente il Figlio di Dio (1 Giovanni 4:14-15).
Gionatan invece non si fa nessuna domanda riguardo a Davide. Colui che ha dato ad Israele quella straordinaria liberazione non può essere che lâunto dell'Eterno. E l'anima sua si affeziona a Lui, non semplicemente per riconoscenza, o per ammirazione, ma per un legame d'amore intimo e personale. Bell'esempio per il credente che, non soltanto si rallegra della propria salvezza, ma ama Colui che l'ha salvato. Ora l'amore è qualche cosa che si manifesta. Per Davide, il Diletto, Gionatan si spoglia di ciò che costituisce la sua forza e la sua gloria. E voi? Avete riconosciuto Gesù vostro Salvatore come Colui che ha pure tutti i diritti sul vostro cuore e su ciò che vi appartiene?
Era tanto profondo lâamore di Gionatan per Davide, quanto violento era l'odio di Saul contro lui. Questi ha incominciato con l'irritazione (vers. 8) accompagnata da gelosia, poi il desiderio di omicidio viene ad abitare nel suo cuore, infine l'atto segue: un tentativo d'assassinare Davide, seguito da molti altri nei prossimi capitoli. à esattamente ciò che la Scrittura chiama «la via di Caino» (Giuda 11). Costui cominciò con l'essere «molto irritato»... e finì per uccidere il fratello. Irritazione e gelosia sono dunque nientemeno che i due primi passi in questo terribile sentiero.
Il re aveva promesso la propria figlia a chi avesse vinto il Filisteo. Non mantiene la parola. Poi si serve della figlia minore per cercare di far perire Davide per mano dei nemici. Avrebbe tuttavia potuto pensare che il vincitore di Goliath avrebbe trionfato ancor più facilmente dei Filistei meno temibili del gigante. E il segreto della sua forza era sempre il medesimo: «LâEterno era con lui» (vers. 12, 14, 28). «Io non temerei male alcuno, perché tu sei con me», dice egli al Salmo 23:4. â Conoscete voi questo segreto? E conoscete per esperienza quella forza che ne è la conseguenza (2 Timoteo 4:17)?
Gionatan si è affezionato a Davide. Ora si presenta lâoccasione di testimoniare dinanzi al padre in favore del suo amico. â Se amiamo il Signore non avremo vergogna di parlare di Lui, anzitutto davanti ai nostri familiari. Senza timore, riconosceremo Colui che è senza peccato, che ha colpito il grande Nemico e per mezzo del quale Dio ha operato una meravigliosa liberazione (paragonate vers. 4, 5).
In risposta allâintervento di Gionatan, Saul giura che non farà morire Davide. Promessa bentosto dimenticata! Nel momento stesso in cui Davide è occupato a calmarlo, il re rinnova il suo gesto criminale. Com'è grande l'ingratitudine del cuor dell'uomo verso quelli che gli fanno del bene, ma specialmente verso il Salvatore, di cui Davide è la figura! (Salmo 109:4-5).
Poi lo sciagurato re, roso dalla gelosia, perseguita il proprio genero fin nella sua casa, fin nel suo letto (vedere il titolo del Salmo 59). Mical protegge il marito, ma non come lâha fatto suo fratello Gionatan con una coraggiosa confessione: essa si serve della menzogna e della dissimulazione. â Davide fugge dalla finestra. Paolo a Damasco, oggetto dell'odio dei Giudei, dovrà fare la stessa esperienza (Atti 9:25; 2 Corinzi 11:32-33).
Davide fin qui aveva percorso bene il suo sentiero: genero del re, ufficiale superiore, eroe popolare, sembra che abbia soltanto da aspettare tranquillamente il momento di entrare nella successione di Saul. Ebbene, no! Il piano di Dio a suo riguardo prevedeva degli anni difficili destinati a prepararlo ad occupare il trono. Le prove del credente hanno assolutamente lo stesso scopo: formarlo quaggiù per regnare più tardi con Gesù.
Così Davide deve abbandonare tutto: famiglia, posizione, risorse. Ma, prima delle tribolazioni che lâaspettano, passerà alcuni giorni in compagnia di Samuele a Naioth. Che privilegio per questo giovane all'inizio della sua carriera di ricevere gl'insegnamenti e le esortazioni del vecchio servitore che è al termine della sua corsa. â Giovani credenti, sappiate ricercare voi pure questa compagnia di cristiani più anziani! Approfittate della loro esperienza. Timoteo è stato formato così accanto all'apostolo Paolo. Gli insegnamenti che riceverete in tal modo non vi dispenseranno di fare in seguito come Davide delle esperienze personali. Ma possono e debbono prepararvi ad attraversarle senza danno.
Lâarrivo di Saul a Naioth ha provocato la fuga di Davide. Tuttavia costui ha conservato qualche speranza di riprendere il suo posto alla corte e ritorna a consigliarsi con Gionatan. «L'amico ama in ogni tempo; è nato per essere un fratello nella distretta» (Proverbi 17:17). Compagni nei giorni felici, Davide e Gionatan proveranno quanto è prezioso e consolante il loro affetto al momento della prova.
A maggior ragione è così nelle nostre relazioni con lâAmico supremo. Potremmo forse conoscere la sua divina simpatia se non ne avessimo mai bisogno? (Ebrei 4:15-16).
Davide apparentemente non è più che un povero esiliato, per il quale le promesse divine del reame sembrano annullate. Ma la fede di Gionatan continua a vedere in lui colui che deve regnare infallibilmente, colui i cui nemici saranno soppressi, compreso il proprio padre (che per un rispetto lodevole evita di nominare). Notate con quale certezza parla dellâavvenire. Così i riscattati di Gesù discernono per la fede le Sue glorie meravigliose e sanno che il loro Salvatore, oggi odiato e rigettato dal mondo e dal suo principe, apparirà bentosto come il Re di gloria avendo tutti i suoi nemici sotto i suoi piedi.
Che cosa spiega lâamore reciproco di Davide e di Gionatan? C'era fra essi quello stretto legame che li univa, cioè una stessa fede. L'uno e l'altro avevano mostrato quella fede riportando da soli una vittoria dell'Eterno sui Filistei.
I cristiani si riconoscono fra loro e si amano gli uni gli altri appunto perché hanno in comune questa fede. Bisogna ricordarsene quando scegliamo i nostri amici. Per noi, credenti, non può esservi vera, profonda amicizia allâinfuori d'una stessa fede nel Signore Gesù Cristo.
Gionatan, si fa di nuovo, non senza rischio, lâavvocato di Davide presso il padre Saul. Questi, incredulo, ha dimenticato la sentenza dell'Eterno (cap. 13:13-14) e vorrebbe assicurare i diritti del figlio alla successione regale (vers. 31). Apparentemente Gionatan agisce dunque in opposizione al proprio interesse. Così agisce il vero amore (1 Corinzi 13:5). Persino dopo che il padre ha cercato di uccidere pure lui, egli è afflitto a causa dell'oltraggio fatto a Davide (vers. 34), e non per se stesso. â Cari amici, l'oltraggio fatto dal mondo al Signore Gesù ci affligge forse più dei torti che può fare a noi stessi?
La vita errante di Davide incomincia. Egli si reca a Nob dal sacerdote Ahimelec. â Il Signore rammemorerà questa scena ai Giudei per provar loro che tutto (la legge compresa) deve essere sottomesso al loro Messia di cui Davide era il tipo (Marco 2:25. 26). â Prima di affrontare le nostre difficoltà , prima dâintraprendere qualsiasi cosa, andiamo a Gesù, il nostro gran Sacerdote. Chiediamogli, come Davide, il cibo e la spada. La sua Parola compresa e ricevuta ci procurerà ad un tempo l'uno e l'altra.
Ahimè! dalla bocca di Davide dobbiamo udire una menzogna! (vers. 2). In seguito, nuovo fallo, cerca rifugio fra i nemici dâIsraele e si finge pazzo davanti ad Akis, prìncipe dei Filistei. Triste quadro! Non è forse l'unto dell'Eterno, il vincitore di Goliath, figura (non qui però!) del Signore Gesù? Triste cosa anche quando un cristiano dimentica di essere un rappresentante di Cristo e agisce dinanzi al mondo come un insensato!
Ma è consolante di sapere dal titolo del Salmo 34 che Davide ristorato, dopo il suo passo falso, ha potuto comporre per mezzo dello Spirito quel meraviglioso cantico: «Io benedirò lâEterno in ogni tempo...» (Salmo 34:1).
La caverna dâAdullam diventa il rifugio di Davide. Ma è piuttosto l'Eterno il suo rifugio, come lo dice in un Salmo composto in questa caverna: «Tu sei il mio rifugio» (Salmo 142:5 â vedere pure Salmo 57:1). Egli aggiunge: «I giusti trionferanno meco, perché m'avrai colmato di beni» (vers. 7). I giusti? Si tratta forse di quegli uomini del vers. 2, così poco raccomandabili in apparenza, sospetti, fuori legge, veri rifiuti della società ? Sì, Dio chiama così quelli che amano il suo unto e lo riconoscono come capo. Dal momento in cui son venuti da Davide non si tratta più del loro triste passato.
Così quelli che si radunano oggi attorno a Gesù hanno cambiato la loro miseria con la sua giustizia. Quando non hanno più nulla da far valere, e il mondo non ha potuto soddisfarli, trovano in Lui un Capo e un oggetto per le loro affezioni.
Che cosa poteva offrire Davide ai suoi compagni? Per il presente nullâaltro che delle sofferenze! Ma per l'avvenire, una parte alla sua gloria regale. Tale è la sorte del credente! Che contrasto con le persone di questo mondo che, come i servitori di Saul (vers. 7) ricevono tutti i loro vantaggi e i loro beni nella vita presente!
Mentre Davide, il futuro re, è errante ed esiliato coi suoi fedeli, Saul forma contro lui sinistri disegni. Nello stesso tempo la sua gelosia lo spinge allâuccisione dei sacerdoti dell'Eterno. E quel che non ha eseguito contro Amalek, il nemico del popolo, risparmiando Agag ed il bestiame, non teme di farlo verso quella città di Nob che è interamente passata a fil di spada. Per compiere la sua vendetta, Saul si serve del traditore stesso, di Doeg, un Edomita, terribile figura dell'Anticristo che, in un tempo a venire, si leverà contro il Signore e contro Israele (vedere il titolo del Salmo 52).
Consideriamo invece ora un quadro pieno di grazia: Abiatar si rifugia presso lâunto dell'Eterno. «Resta con me â raccomanda Davide â ...chi cerca la mia vita cerca la tua...». «Se il mondo vi odia, sapete bene che prima di voi ha odiato me â dice Gesù ai suoi discepoli â ...se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Giovanni 15:18,20). Questa persecuzione, quest'odio del mondo è forse un soggetto di timore per i nostri cuori? Allora ascoltiamo, come uscisse dalla Sua bocca, la seguente promessa, preziosa, mai smentita: «Con me sarai al sicuro» (vers. 23, vedere Giovanni 18:9)!
Informato dellâattacco dei Filistei contro Keila, Davide avrebbe potuto pensare: «à affare di Saul proteggere il paese». Ebbene, no! Nonostante il pericolo, colui che poco tempo prima aveva liberato le sue pecore dal leone e dall'orso, corre in soccorso della città attaccata. Davide agisce così come il vero re. Soltanto non dimentica di chiedere a Dio quel che ne pensa (vers. 2). Non manchiamo mai di farlo, anche quando intraprendiamo qualche cosa che ci pare bene. Questa è la dipendenza!
Gli uomini di Davide son pieni di timore. Ci fanno pensare ai discepoli del Signore che «erano sbigottiti e Lo seguivano presi da timore» (Marco 10:32).
Per incoraggiare i suoi uomini, Davide interroga di nuovo lâEterno che gli risponde in modo ancor più preciso. E la vittoria è riportata. Purtroppo Davide sa che quelli ch'egli ha liberati sarebbero capaci di darlo nelle mani di Saul senza esitazione; non si fida di loro. Non era forse così del Signore? Egli era venuto a liberare il suo popolo; tuttavia «non si fidava di loro, perché conosceva tutti... quello che era nell'uomo (Giovanni 2:24-25). Ed Egli conosce pure il nostro cuore.
Cieco e indurito, Saul aveva osato dire di Davide al vers. 7: «Iddio lo dà nelle mie mani». Il vers. 14, non senza ironia, ristabilisce la verità : «Iddio non glielo dette nelle mani.» Tuttavia il «diletto», il re «secondo il cuore» di Dio, deve conoscere lâamarezza e l'ingiustizia della sua situazione in margine alla società . Bisogna ch'egli faccia l'esperienza di tutta la malvagità umana contro lui: odio, gelosia, ingratitudine e perfino il tradimento. Quegli Zifei non ci fanno forse pensare a Giuda che vende il suo Maestro? Sì, Gesù, il Re rigettato ha conosciuto ancor più di Davide quel traboccamento di male a suo riguardo, quella «contraddizione dei peccatori contro di sé» (Ebrei 12:3). Il suo cuore, infinitamente sensibile, ne ha sofferto nel modo più profondo.
Quel che Davide ha provato allora, possiamo comprenderlo da certi salmi composti in quel deserto di Giuda (Salmo 54; 63 ecc.). La visita di Gionatan lâincoraggia e dirige la sua mente verso l'avvenire. Ma lui stesso, l'amico fedele «se ne andò a casa sua» (paragonate Giovanni 7:53), mentre Davide, figura d'Uno più grande di lui continua il suo sentiero di rigettamento con quelli che hanno abbandonato tutto per seguirlo.
Davide ed i suoi compagni han trovato rifugio in altre caverne: i luoghi forti di En-Ghedi. Ebrei 11:38 ci parla di quegli uomini di fede «(dei quali il mondo non era degno) erranti nei deserti e sui monti, nelle caverne e nei buchi della terra.» Ora ecco Saul, spirante minaccia e strage (come Paolo in Atti 9:1) che, inseguendo Davide, penetra a caso nella caverna ove costui era nascosto. à la mano di Dio, pensano subito gli uomini di Davide: LâEterno ti procura un'occasione per finirla col tuo nemico e prendere il suo posto sul trono. Ma Davide non lo farà . Egli onora «l'unto dell'Eterno», nonostante la sua malvagità ». «Onorate il re» â dice la 1a epistola di Pietro che nel versetto seguente aggiunge (rivolgendosi non soltanto agli schiavi ma a noi tutti): «Siate con ogni timore soggetti ai vostri padroni, non solo ai buoni e moderati, ma anche a quelli che son difficili (1a Pietro 2:17. 18).
Davide mette in pratica anche lâesortazione di Romani 12:19: «Non fate le vostre vendette, cari miei...». Egli si ricorda forse di quest'esperienza, quando scrive nel Salmo 7:4: «ho liberato colui che m'era nemico senza cagione». La sua nobiltà e la sua mitezza ci fanno pensare a Colui che non si è vendicato di suoi nemici, ma che, al contrario, pregava per loro: «Padre, perdona loro...» (Luca 23:34).
Confuso, (vedere Salmo 35:4) umiliato in apparenza, Saul deve riconoscere i diritti di Davide al regno dâIsraele. Gli stessi nemici di Cristo dovranno confessare che Egli è «Signore alla gloria di Dio Padre» (Filippesi 2:11; vedere anche Isaia 49:7).
Samuele muore e con lui cessano le preghiere châegli faceva salire fedelmente in favore del popolo (cap. 12:23). Mosè e lui sono due grandi esempi dell'intercessione (Geremia 15:1). à cosa seria quando Dio ritira un uomo o una donna di preghiera, quando una voce tace... dopo aver forse molto pregato per noi. Tuttavia l'intercessione del Signore non s'interromperà . Egli è «sempre vivente per intercedere per noi» (Ebrei 7:25).
Davide, il vero re, il salvatore dâIsraele, è in mezzo al suo popolo come un fedele pastore. Ha vegliato sui greggi del ricco Nabal con la stessa cura di dianzi sulle sue proprie pecore. Ora egli manda i suoi uomini con una parola di pace per la casa di quest'uomo (vers. 6; paragonate Luca 10:5). Ma Nabal non vuol conoscere Davide e lo disprezza (vers. 10), come quei farisei che dicevano di Gesù: «Quant'è a costui, non sappiamo di dove sia» (Giovanni 9:29). Egli rigetta ad un tempo il vero re ed i suoi messaggeri. à pure quel che il Signore annunziava ai suoi discepoli: «Chi ascolta voi, ascolta me; chi sprezza voi sprezza me» (Luca 10:16).
Inoltre, così come il ricco «stolto» di Luca 12:16 a 20, Nabal si attribuisce quello che Dio ha posto nelle sue mani: il mio pane, la mia acqua, la mia carne...
«Mi hanno reso male per bene», potrà dire Davide al Salmo 35:12. à quel che Nabal faceva. à già quel che aveva fatto Saul, come egli stesso lâaveva riconosciuto al capitolo precedente: «Tu m'hai reso bene per male, mentre io t'ho reso male per bene» (cap. 24:18). Ma questa volta, Davide non rende il bene. Afferrato dall'ira, il capo offeso ha cinto la spada per la vendetta. Non assomiglia più al Modello perfetto, «che, oltraggiato, non rendeva gli oltraggi; che, soffrendo, non minacciava, ma si rimetteva nelle mani di Colui che giudica giustamente» (1 Pietro 2:23).
In quella casa di Nabal, la saviezza e la follia abitavano a fianco. La follia si era manifestata per bocca dellâincredulo. Nabal (il cui nome significa pazzo). Ora la saviezza interviene a sua volta per mezzo della pia Abigail, donna di buon senso (vers. 3). Con i suoi doni va incontro a colui che riconosce come l'unto dell'Eterno. Ella si prostra, confessa la propria indegnità e magnifica le glorie attuali e future che la sua fede discerne nel re secondo Dio. Noi vediamo che la follia e l'incredulità vanno assieme, come pure la vera saggezza è inseparabile dalla fede.
Mentre Nabal banchettava da re (dopo aver respinto ed oltraggiato il vero re), Dio stesso lo colpirà . Non perdiamo nulla a lasciare il Signore agire in vece nostra. Abigail, donna di fede, si è distinta per il suo buon senso, la sua premura (si affretta: vers. 18, 23, 42), la sua umiltà , la sua dedizione. «Quando lâEterno ti avrà costituito prìncipe... (versione corretta) ricordati della tua serva», ella aveva chiesto (vers. 30, 31; paragonate con la richiesta del brigante in Luca 23:42).
Risposta che oltrepassa tutte le sue speranze: Davide ne fa ora la sua sposa. E questa donna abbandona senza rimpianto le ricchezze della terra per condividere nelle caverne e nei deserti la sorte del re rigettato. Precedentemente unita ad un insensato, ella diventa la felice compagna del «diletto». Ora per le sofferenze, ma più tardi anche per il regno! Bella figura della Chiesa, la Sposa di Cristo che condivide la posizione del suo Signore, oggi, disconosciuta e rigettata dal mondo come Egli stesso lo è; domani, che viene a regnare con Lui in gloria! «Se soffriamo, con Lui altresì regneremo», ricorda 2 Timoteo 2:12 (vedere anche Romani 8:17).
Sembrava che la generosità di Davide avesse commosso il cuore di Saul. Purtroppo non si trattava dâun vero pentimento! La vile denuncia degli Zifei che cercano di farsi ben volere, rimette il re malvagio in lotta contro colui che dovrà un giorno prendere il suo posto. Il Salmo 54, scritto a quest'occasione, ci permette di misurare quanto doloroso per Davide era quest'atto infame degli Zifei. Egli implora il soccorso di Dio contro dei violenti che cercano la sua vita (Salmo 54:3). Dio risponde alla sua preghiera, protegge il suo unto e gli fornisce una nuova occasione per mostrare la purezza delle sue intenzioni verso Saul. Una spedizione notturna mette fra le mani di Davide la lancia con cui, per ben due volte, il re criminale aveva voluto trafiggerlo. Una parola sarebbe bastata; ... Abishai l'aspetta. Ma anche questa volta la misericordia gli ferma il braccio.
Non è forse così che il Signore Gesù ha agito? Quando due dei suoi discepoli han chiesto che il giudicio scendesse sui Samaritani che non Lâavevano ricevuto, Egli li ha ripresi severamente (Luca 9:54). Metteva così perfettamente in pratica ciò che aveva loro insegnato prima: «Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano... Siate misericordiosi... non condannate» (Luca 6:27, 36, 37). â E noi, cari amici, le mettiamo forse un poco in pratica, queste preziose parole di Gesù?
Voi trovate forse difficile comprendere il carattere di Saul. Come conciliare i suoi rammarichi, con il suo rinnovato accanimento ad inseguire Davide per ucciderlo? Non confondiamo la fede con la sentimentalità . Questâultima è capace di versare abbondanti lagrime, di ripetere senza vera convinzione: «Ho peccato» (cap. 15:30; 26:21), e ancora di prendere i più solenni impegni. Ma la coscienza non è colpita, e la prova è che i frutti non saranno durevoli. Saul è un uomo superficiale, capace di molte commozioni, ma senza forza per eseguire le sue buone risoluzioni perché non ha la fede.
Che dignità conserva Davide, nonostante la sua umiliazione! Inseguito «come una pernice sui monti», tutto ci mostra che egli è sempre padrone della situazione. Riprende Abner e fa con forza a Saul delle domande, a cui costui non può rispondere (vers. 18).
Nuovamente i nostri cuori si volgono verso Colui, il quale, dopo essere stato umiliato, disprezzato e rigettato, sarà «elevato, esaltato, reso sommamente eccelso». Ed è aggiunto: «I re chiuderanno la bocca dinanzi a Lui» (Isaia 52:13 a 15).
Una prima visita di Davide a Gath da Akis si era volta alla sua completa confusione (cap. 21:10 a 15). Nonostante, vi ritorna ora per timore di Saul. Non riconosciamo più colui che, al capitolo precedente, discendeva senza timore in mezzo al campo stesso del suo avversario, per prendergli la lancia al suo capezzale. E riconosciamo ancor meno il vincitore di Goliath in colui che va a cercar rifugio presso i Filistei. Purtroppo, non accade forse sovente che la gente non possa più riconoscerci come discepoli di Gesù? Col Suo soccorso, avevamo forse riportato qualche vittoria. Avevamo, come Davide, mostrato fiducia in Dio, fermezza nella nostra testimonianza dinanzi agli uomini. Gli uomini avevano potuto vedere in noi alcuni caratteri della grazia. Poi da un momento allâaltro, non sussiste più nulla. Ci ritroviamo dal lato del mondo, uniti, in certo qual modo, ai nemici del Signore.
Sì, Davide a Gath ha dimenticato la sconfitta del Filisteo. Cari amici, non dimentichiamo mai la croce! Come una barriera, essa ci separa dal mondo che ha crocifisso Gesù.
Mentre Davide è a Gath in una situazione equivoca e pericolosa, Saul si trova in una posizione ben più terribile ancora. Dinanzi ai Filistei, che salgono per una nuova guerra, il suo cuore è angosciato, poiché non ha più nessun sostegno. Avendo abbandonato lâEterno, egli è ora abbandonato da Lui. Si volge da ogni lato. Pena inutile; Dio rimane sordo! Solenne illustrazione di Proverbi 1:24 a 28! Ma ricordiamoci che anche un credente non può sperare di conoscere la volontà del Signore quando la sua coscienza è in cattivo stato.
Anche oggi, ci sono delle persone che pretendono essere capaci di evocare gli spiriti dei morti, e delle quali il diavolo si serve per sviare delle povere anime superstiziose. Queste ultime si trovano infatti messe così in comunicazione, non con i morti, ma coi demoni.
Credenti, vi supplico, non abbiate neppure la curiosità di queste cose. Esse sono agli occhi di Dio delle abbominazioni (Deuteronomio 18:10-12; Levitico 19:31). Saul lo sapeva e, in tempi migliori, era stato zelante per toglierle da Israele (vers. 3). Uomo incostante, carnale, eccolo tuttavia che ricorre nel suo smarrimento a quella evocatrice di spiriti di En-Dor.
Scena terrificante! Lâindovina stessa ha gettato un grido di spavento. Non è in seguito ai suoi incantesimi che Samuele è apparso. Né lei, né il suo padrone Satana, avevano il potere di farlo. à la mano di Dio che per un istante ha socchiuso la porta del soggiorno dei morti e ha fatto salire sulla scena il suo servitore Samuele. Ciò che il profeta ha da dire assomiglia al messaggio di cui egli, giovanissimo, era stato incaricato per Eli (cap. 3:11 a 13). à una terribile conferma della sentenza dell'Eterno. Un solo giorno dopo, essa sarà eseguita: il regno sarà tolto a Saul e dato a Davide, e il re, coi suoi figli, raggiungerà Samuele nel luogo ove i morti aspettano la risurrezione: per la vita o per il giudicio.
à ben solenne la fine di questâuomo che aveva incominciato con delle disposizioni così buone. Cari giovani amici, ricordiamoci bene questo: Se non vi è la nuova vita, le qualità più amabili conducono al castigo eterno, tanto sicuramente quanto i peccati più grossolani. Gesù dà questa vita divina a tutti quelli che gliela chiedono. La possedete voi?
Fin tanto che non vi fu guerra aperta fra Israele ed i Filistei, la posizione di Davide dagli stranieri poteva sembrare quasi normale; poiché lâodio di Saul lo obbligava infatti all'esilio. Ma ora, al momento della battaglia, questa situazione diventa impossibile a mantenersi; e Davide avrebbe dovuto sentirlo. Purtroppo, egli persevera nel suo doppio giuoco, mostrandosi pronto a prendere le armi contro Israele a lato dei Filistei. Ma l'Eterno, nella sua grazia, si serve della diffidenza dei prìncipi per strappare Davide giustamente al laccio nel quale si è gettato da sé. Ricordiamoci bene che, per il cristiano, il mondo non è soltanto straniero, ma nemico. Non è meno pericoloso nei suoi sorrisi o nei suoi complimenti â qui quelli di Akis a Davide (vers. 6, 9) â che nelle sue violenze.
Lâuomo che aveva colpito i suoi diecimila Filistei ha potuto perdere il ricordo delle proprie vittorie. Invece i suoi nemici ne hanno conservato il terribile ricordo (vers. 5; cap. 21:11). Quando abbiamo dimenticato la croce e la nostra precedente testimonianza, il mondo sa sempre additarci: Non è forse quello il cristiano che si credeva migliore di noi?
Dio non ha permesso che Davide partecipasse alla battaglia contro Saul (che tanto generosamente egli aveva risparmiato per ben due volte); contro Gionatan suo amico; e contro Israele sul quale dovrà regnare! Ma, benché sia stato preservato, bisogna châegli passi ora per la disciplina come ogni servitore disobbediente. Questa disciplina, è il disastro che trova ritornando a Tsiklag. Ah! che disastro per quegli uomini e specialmente per il loro capo! Quelli che più gli son cari sono spariti. Non sa se sono morti o soltanto prigionieri. Davide ha perduto tutto. Ben più: esiliato da Israele, inseguito da Saul, respinto dai suoi falsi amici, ecco che ora i suoi fedeli compagni del principio gli si volgono contro e parlano di lapidarlo. Non ha più nulla... Tuttavia: Dio gli resta! E leggiamo quella notevole parola: «Ma Davide si fortificò nell'Eterno, nel suo Dio» (vers. 6). Non potendo più contare su nulla, né su nessuno, realizza allora quel che dice un cantico: «Quando tutto viene a mancare, Egli stesso mi resta». Allora, con questa forza divina, insegue quella banda di predoni amalekiti.
A chi ci fa pensare quel povero schiavo egiziano abbandonato dai suoi padroni, che Davide raccoglie e rifocilla? Non è forse allâinfelice peccatore? Quando Satana lo lascia in uno stato di debolezza totale e di morte morale, Gesù, come il buon Samaritano, gli dà la vita, e anche le forze e la capacità di servirLo.
Guidati da quel giovane, Davide ed i suoi uomini dà nno addosso allâimprovviso agli Amalekiti, occupati a festeggiare la loro vittoria. E, per la grazia di Dio, ricuperano tutto quel che era stato loro rapito, ed anche un grandissimo bottino. Grazia divina di cui bisogna che tutti approfittino, compresi i guardiani dei bagagli! Tale è la risposta di Davide ai suoi compagni egoisti e gelosi. E non è forse anche l'insegnamento del Signore? L'operaio dell'undicesima ora riceverà quanto i suoi compagni del mattino, nonostante il loro dispetto, poiché ha da fare con un padrone pieno di bontà (Matteo 20:14-15). Non pensiamo, per esempio, che un credente malato sia meno favorito nel giorno di Cristo perché apparentemente non è stato «in prima linea». Noi non possiamo giudicare il servizio degli altri cristiani, né apprezzare la loro ricompensa. Il Signore l'ha preparata loro secondo la misura del Suo amore perfetto.
Durante questi avvenimenti, Israele e i Filistei hanno attaccato battaglia. Essa volge in breve a vantaggio di questi ultimi, poiché dispongono di un corpo di arcieri contro i quali glâIsraeliti, colpiti a distanza, non possono far uso delle loro armi. Allora ad un tratto tutto manca a Saul. E, in contrasto con Davide al capitolo precedente (vers. 6), anche Dio gli manca. La sola risorsa tragica che vede è di togliersi la vita. Così farà Giuda. Ma, come tanti infelici che la loro disperazione ha condotto al suicidio (piuttosto che nella braccia del Signore), volendo sfuggire al disonore sulla terra, Saul non fa che precipitarsi più presto nell'infelicità eterna. Uomo sciagurato! Aveva avuto il regno e tutto quel che si può desiderare in questo mondo. Ma che cosa serve questo a colui che fa la perdita dell'anima sua? (Marco 8:36).
Al principio del libro di Samuele abbiamo visto la rovina del sacerdozio. Giunti alla fine assistiamo alla caduta del reame secondo lâuomo. Esso crolla in un momento su quel monte di Ghilboa. Ora tutto l'antico ordine di cose è messo da parte, per far posto a Davide, il re secondo Dio, il diletto, figura di Cristo che viene a regnare in gloria.
Il caso di Tsiklag ha lasciato Davide umiliato, cosciente della sua debolezza, ma lo ha anche ristabilito in una felice relazione con lâEterno. E così è stato preparato per il suo regno, su cui si apre ora questo secondo libro di Samuele.
Lâuomo che gli annunzia la morte di Saul crede di essere un messaggero di «buone notizie» (cap. 4:10). Per Davide non si trattava forse della morte del suo nemico e della possibilità di salire sul trono? Ma quell'uomo non conosceva colui a cui s'indirizzava. Nel cuore del «diletto» dell'Eterno brillano la grazia, il disinteresse, l'amore per il suo popolo e il rispetto dell'ordine divino. Come potrebbe egli rallegrarsi quando Israele è vinto e il suo prìncipe disonorato dinanzi ai nemici dell'Eterno?
Donde vieni? â Il mentitore è smascherato. à un Amalekita! Cercando di ingannare Davide colla sua narrazione che è un tessuto di menzogne, non ha fatto che ingannar se stesso (vedere Proverbi 11:18). Avrebbe voluto che il nuovo re ricevesse la corona dalle sue mani. In ciò assomiglia al grande Nemico, che sullâalto monte cercava di fare accettare da Gesù â ma senza miglior successo â tutti i regni del mondo e la loro gloria (Matteo 4:8 a 10).
Ben lungi dal rallegrarsi della sciagura che ha colpito il suo rivale e persecutore, Davide compone per lui una commovente elegia. Questa elegia dellâarco celebra le qualità umane di Saul: la sua forza, la sua magnificenza, la sua popolarità . E, coprendo la malvagità del re da cui aveva tuttavia tanto sofferto, Davide vorrebbe pure, possibilmente, nascondere la sconfitta che provocherà , fra i nemici dell'Eterno, della gioia e del disprezzo. «Non ne recate la nuova a Gath...» (vers. 20).
Altrettanto come ai figli di Giuda (vers. 18) abbiamo bisogno che ci siano insegnate le lezioni di questa elegia dellâarco: Attristarci della sventura altrui â invece di rallegrarcene, forse; rivelare ciò che vi è di buono anche in quelli che non ci amano; guardarci dal raccontare ciò che possiamo sapere di spiacevole sul conto di qualcuno; coprire soprattutto i falli dei nostri fratelli e delle nostre sorelle pensando alla testimonianza del popolo di Dio di fronte al mondo (1 Pietro 4:8).
Poi il cuore di Davide, stretto dal dolore, si esprime a riguardo del suo amico Gionatan. Amore meraviglioso, pieno di dolcezza; e tuttavia pallida figura dellâamore di Gesù; inscrutabile amore, da cui nulla â no, neppure la morte â potrà mai separarci (Romani 8:38-39).
Davide, al momento di scendere dai Filistei, non aveva consultato Dio, e si era trovato molto male. Ma questâesperienza amara non è stata inutile. Ora interroga il Signore due volte. â Non insisteremo mai abbastanza su questa regola fondamentale della vita cristiana: la dipendenza. à un dovere, ma anche la sorgente della nostra forza e della nostra sicurezza.
Hebron, ove Dio conduce il suo unto, è un luogo che parla di morte. Vi si trovano i sepolcri dei patriarchi. Cristo, il Diletto di Dio, il vero Davide, prima di prendere ufficialmente il suo regno, è entrato nella morte per obbedienza a Dio. Ed è pure il terreno sul quale conduce i suoi. Il cristiano è morto con Cristo.
Davide non dimentica quegli abitanti di Jabes di Galaad che avevano mostrato benignità verso Saul. E il Signore dimenticherà forse quel poâ di misericordia che Egli ci avrà dato di dimostrare? (Ebrei 6:10).
La sovranità di Davide non si stabilirà che a poco a poco. Per ora soltanto la tribù di Giuda la riconosce. Il rimanente del popolo è sottomesso a Ish-Bosheth, figlio di Saul, sostenuto da Abner, antico aiutante di campo di questâultimo.
Fino al termine del capitolo 4 si tratta del conflitto fra Davide e Ish-Bosheth o piuttosto fra i loro rispettivi generali: Joab e Abner. à una lotta di prestigio, volendo ognuno di questi uomini orgogliosi primeggiare. Terminò con lâuccisione di Abner, poi con quella di Ish-Bosheth. Queste tristi circostanze â si tratta d'una guerra civile â saranno adoperate dall'Eterno per stabilire a poco a poco il regno del suo re!
La violenza, lo spirito di vendetta, si danno libero corso. Presso il serbatoio di Gabaon, la prova di forza incomincia come un gioco. Si vuol semplicemente vedere quali saranno i più abili e i più forti. Ma dallâorgoglio all'omicidio è breve il passo. Ci si appassiona, si perde il controllo di sé, e il gesto criminale è compiuto prima d'aver potuto premeditarlo. I ventiquattro sventurati giovani cadono insieme, trafitti l'uno dall'altro.
Notate che Davide resta estraneo ai combattimenti che Joab pretende condurre nel suo nome. Facciamo la conoscenza di questâultimo: uomo astuto e senza scrupoli, che difende la causa di Davide unicamente perché essa gli procura un vantaggio personale.
Durante tutti questi avvenimenti, Davide ha atteso pazientemente ad Hebron che Dio stesso lo stabilisse re su tutto Israele. Così Gesù ora in cielo, aspetta che Dio gli dia il suo regno universale.
Per Israele, questo principio del cap. 5 segna una grande data della sua storia. Il trono di Davide è trasferito a Gerusalemme, la città che occuperà dâora innanzi un posto così importante nella storia del popolo e nei consigli di Dio. Ma sussiste all'interno della cinta della città , sul monte di Sion, una cittadella quasi imprendibile ove i Gebusei si erano mantenuti dal tempo di Giosuè. Nonostante le loro vanterie, Davide se ne impadronisce. Tuttavia dimentica qui la grazia che l'ha così sovente caratterizzato, ed esprime l'odio contro gl'infermi chiudendo loro l'accesso alla casa di Dio. Che differenza col Signore che riceveva nel tempio per guarirli, precisamente i ciechi e gli zoppi (Matteo 21:14), o anche come quel tal uomo (Dio stesso) il quale «fece una gran cena» e, per riempire la Sua casa, costrinse quegl'infelici (voi e me) a prender posto al convito della grazia (Luca 14:21 a 23).
Abbiamo ammirato le qualità di fede e di dipendenza spiegate da Davide in tante circostanze (e anche nei nostri versetti 19 e 23 per combattere i Filistei). Sventuratamente la sua vita di famiglia è lungi dal raggiungere lo stesso livello. Nonostante un ordine dellâEterno rivolto specialmente ai re (Deuteronomio 17:17), Davide prende un gran numero di mogli, dapprima a Hebron, poi a Gerusalemme. Se avesse avuto come sposa soltanto la fedele Abigail (il cui nome significa la gioia del padre, e che è una figura della Chiesa), non leggeremmo tre nomi che diverranno la sorgente di tanti dolori per lui: Amnon, Absalom e Adonija (cap. 3:2 a 4).
La guerra contro i Filistei può riprendere vittoriosamente, secondo le istruzioni dellâEterno. Prima della seconda battaglia, Davide avrebbe potuto pensare: Facciamo come la prima volta poiché abbiamo avuto buon esito! No, notate invece che egli interroga nuovamente l'Eterno. E bene gliene avvenne, poiché la risposta è del tutto diversa. Così impariamo a diffidare della nostra propria saggezza; chiediamo al Signore le sue direzioni e noi pure potremo riportare le vittorie che Dio ci ha preparate.
Il primo pensiero di Davide, inaugurando il suo regno, è per lâarca dell'Eterno. Egli raduna 30 000 uomini, il fior fiore d'Israele, questa volta non per un combattimento, ma per scortare degnamente l'arca fino a Gerusalemme. Non renderemo mai troppo onore alla Persona del Signore Gesù. Soltanto quest'omaggio, questo culto, bisogna renderGlielo con intelligenza ed obbedienza. Secondo l'ordine divino, l'arca avrebbe dovuto essere portata a spalla (Numeri 7:9). Ma Davide ed il popolo non ne han tenuto conto. A loro giudizio un carro nuovo, come quello che i Filistei ignoranti avevano adoperato, sarebbe andato molto meglio. Non era forse più pratico che il trasporto a piedi? Ma ecco che Uzza è colpito a morte. Che costernazione! Non l'avremmo creduto così colpevole. Ebbene, Dio vuol farci comprendere, a noi come a Davide, quanto sia grave sostituire ai Suoi insegnamenti i nostri buoni pensieri e i nostri proprii accomodamenti, specialmente quando si tratta del culto.
Triste interruzione di quella bella cerimonia! Davide, ad un tempo irritato e spaventato, non vuole ritirare lâarca dell'Eterno presso di sé e perde così una benedizione di cui godrà invece la famiglia di Obed-Edom.
Lâarca, commovente figura del Signore presente nella casa del credente, è rimasta tre mesi in casa di Obed-Edom, recando la benedizione a quell'uomo e alla sua famiglia, cosa non passata inosservata (vers. 12). Se viviamo abitualmente vicino al Signore, quelli che ci conoscono se ne accorgeranno senz'altro. Ed essi vorranno pure godere delle benedizioni che Egli ci ha largite.
Ora Davide, che ha imparato la lezione di Dio, agisce secondo il Suo pensiero: lâarca è portata dai Leviti, che si sono santificati, ed egli stesso, messa da parte la sua maestà regale, esprime la sua gioia danzando dinanzi ad essa. L'Evangelo ci mostra, non più l'arca, ma Gesù in persona che fa il suo ingresso in quella stessa città di Gerusalemme fra la gioia di quelli che l'acclamano (Matteo 21:9).
Dopo sei passi, il sacrificio era offerto. Si pensa al cammino e al culto del cristiano. Lâuno e l'altro provocano il disprezzo degl'increduli di cui Mical è la triste immagine. Il mondo ama ciò che è elevato, brillante. Ma il credente è felice di abbassarsi, «d'essere reso abbietto» (vers. 22), affinché gli sguardi si distolgano da se stesso e si dirigano solo su Gesù (Giovanni 3:30).
«Quando lâEterno gradisce le vie d'un uomo, riconcilia con lui anche i suoi nemici» (Proverbi 16:7). Questa parola si realizza ora per Davide. E poiché egli abita in una bella casa di cedro, ha scrupolo di lasciare l'arca sotto una semplice tenda. Nobile sentimento da parte sua! Quelli di noi che hanno una vita comoda non dovrebbero mai dimenticare che il loro Maestro ha attraversato questo mondo come un divino viaggiatore, senza avere un luogo ove riposare il capo.
Davide si propone di edificare una casa degna dellâEterno. Ora ascoltate ciò che Dio gli risponde in riassunto per bocca del profeta Nathan: Questo carattere di pellegrino, l'ho preso volontariamente per condividere in grazia la sorte del mio popolo. E il momento del mio riposo non è ancora giunto. Ma ciò che tu non puoi fare, lo eseguirà uno dei tuoi discendenti.
Si tratta dapprima di Salomone, figlio di Davide, che costruirà il tempio. Ma il vers. 14 citato in Ebrei 1:5 prova che questo Re, Figlio di Davide, è profeticamente Gesù, il Figlio di Dio. Di Lui solo può essere dichiarato che il suo regno sarà per sempre. Tanto le benedizioni personali (vers. 8 e 9) come quelle collettive (vers. 10) hanno tutte la loro sorgente in questâincomparabile Persona.
Davide aveva voluto fare qualche cosa per lâEterno. Ma la risposta divina è stata: «Sono io che ho fatto tutto per te». Tale è la lezione che ognuno deve imparare. Dio si è occupato della nostra salvezza, del nostro riposo, di tutto ciò che concerne il nostro avvenire (vers. 9). Meravigliosi consigli! «Quanto inscrutabili sono i Suoi giudizi, e incomprensibili le Sue vie» (Romani 11:33). Certo non è questo «il modo di fare degli uomini»! (vers. 19, versione corretta).
Allora che cosa rimane da fare a Davide? Ringraziare Dio semplicemente. Il re entra nella presenza di Dio, si siede e adora, proprio come può farlo oggi il credente nel radunamento, con la tranquilla sicurezza di avere il diritto di trovarsi quivi e godervi già di quel riposo divino. «Chi sono io, o Eterno, e che è la mia casa?» Né Davide, semplice pastore (vers. 8), né Israele, tratto dâEgitto (vers. 6) ha alcun merito proprio, alcun titolo, per occupare una tale posizione! Soltanto la grazia ha «fatto arrivare fino a questo punto» Davide ed il suo popolo. E la preghiera del re, espressione d'una completa comunione, si riassume così: Fa'come hai detto; e che il Tuo nome sia magnificato (vers. 25, 26).
Si porrebbe anche volentieri nella sua bocca a quel momento, il Salmo 23, particolarmente i vers. 5 e 6.
Fortificato dalle promesse dellâEterno, il nuovo re stabilizza il suo trono con delle vittorie che sottometteranno i suoi nemici. I primi sono i Filistei. Tutto il paese può essere finalmente sottomesso. In seguito Moab è soggiogato, in parziale esecuzione della profezia di Balaam (Numeri 24:17). Hadadezer ed i Siri che lo sostengono sono vinti a loro volta. Infine Edom è sottomesso, secondo una profezia ancor più antica: quella di Isacco che benedice Giacobbe (Genesi 27:29 e 25:23). Il Salmo 60 ci mostra che queste vittorie non sono stato ottenute senza preghiere. Davide realizza qui in figura ciò che è scritto del Signore Gesù il cui regno glorioso si stabilirà quando tutti i suoi nemici saranno stati assoggettati (vedete Salmo 110 sovente citato nel Nuovo Testamento).
Ora che la pace è acquistata e la dominazione di Davide riconosciuta allâesterno e all'interno, l'organizzazione del regno è abbozzata (vers. 15 a 18). Il re ne è il centro, esercitante il diritto e la giustizia. Attorno a lui, ognuno, al proprio posto, compie le sue funzioni d'amministrazione. I sacerdoti sono là , che assicurano le relazioni con Dio. Sicurtà , stabilità , giustizia e pace: gloriosi caratteri che saranno, in misura ben più eccellente, quelli del Regno futuro!
Nel capitolo 8, abbiamo considerato la gloria del re Davide. Ma câè qualcosa che la supera: è la sua grazia. L'ha imparata alla scuola di Dio. à forse infatti «il modo di fare dell'uomo» ricevere alla corte, alla propria tavola, l'ultimo rappresentante della razza rivale, l'erede del proprio nemico? (leggere 2 Samuele 4:4). No, vero? Si tratta d'una «bontà di Dio». Poiché Davide non si accontenta di compiere la sua promessa a Gionatan e a Saul (1 Samuele 20:14-15; 24:22-23); fa sovrabbondare questa grazia divina verso il povero Mefibosheth, il quale è perfettamente edotto del sentimento della propria indegnità . Inoltre quest'uomo era zoppo e per questo attiravasi l'ira del re (cap. 5:8). Ora vedete in che modo è cercato, chiamato per nome, rassicurato, arricchito, invitato come un membro della famiglia alla tavola del re, e infine preso a carico dal re stesso per sempre. Che bella figura dell'opera di Gesù per un peccatore!
Mefibosheth non cesserà dâessere un infermo. Il vers. 13 lo ripete intenzionalmente. Ma quando sarà seduto alla tavola regale, la sua infermità non sarà visibile. Non è forse così del credente quaggiù? La sua natura peccatrice non gli è ancora tolta. Ma rimanendo nella comunione del Signore, può non manifestarla.
Dopo Mefibosheth che ha accettato la grazia regale, ecco lâesempio di quelli che non la comprendono e non vogliono riceverla.
Davide ha mostrato della bontà verso Hanun cercando di consolarlo. Nello stesso modo Gesù desidera oggi rivelarsi agli uomini come Colui che simpatizza con loro nelle loro pene e che si è caricato dei loro dolori (Isaia 53:4). Vi è forse oltraggio maggiore di quello di respingere un tale amore? Come Davide dovette soffrire per lâaccoglienza fatta ai suoi servitori! A ben più forte ragione, il cuore perfettamente sensibile del Salvatore è ferito dal disprezzo di quelli che, ogni giorno, rigettano i suoi più teneri appelli! (Giovanni 5:40; Matteo 22:6).
Hanun e il suo popolo avrebbero ancora avuto tempo di umiliarsi quando videro che il loro caso era grave. Lâesperienza di Abigail ci dà la sicurezza che il giudicio meritato avrebbe potuto essere distolto (1 Samuele 25). Invece l'orgoglio e l'accecamento dei figli di Ammon, li spingono ad una guerra aperta contro colui che aveva voluto far loro del bene. Ma questo fornisce a Davide l'occasione d'una nuova vittoria, più gloriosa di quella del cap. 8, su Hadadezer ed i Siri che avevano prestato aiuto agli Ammoniti.
Vorremmo poterci fermare sulle vittorie del cap. 10 e passare sotto silenzio ciò che viene ora. Poiché Davide vi subisce, dal nemico delle anime, la disfatta più crudele della sua esistenza. Tuttavia questa triste narrazione è nel libro di Dio come un solenne avvertimento per ciascuno di noi. Il credente più pio possiede un cuore corrotto, largamente aperto a tutte le sue concupiscenze. E se non veglia sulle entrate che danno accesso a questo cuore malvagio â e particolarmente sui suoi occhi â Satana sarà pronto a presentargli un oggetto seduttore che penetrerà nei suoi pensieri segreti. Purtroppo è quel che avvenne a Davide! Questa storia tragica ci mostra un re che divenne schiavo: schiava delle sue concupiscenze, preso nellâingranaggio terribile del peccato.
Invece dâessere al combattimento coi suoi soldati, si riposa a Gerusalemme, poi passeggia ozioso sul terrazzo del suo palazzo. L'ozio, la pigrizia, ricordiamocene bene, sono per il credente delle occasioni di caduta. Nell'inattività la vigilanza si allenta infallibilmente; e il diavolo, che non si rilassa mai, sa come trarne partito. Sappiamo dunque essere occupati. E che i nostri occhi ci mostrino piuttosto in che modo possiamo renderci utili.
Davide prende la moglie di Uria, e, per nascondere il suo peccato, ne commette un secondo complottando la morte del suo nobile e devoto soldato.
«Non concupire la moglie del tuo prossimo» â diceva la legge. «Non commettere adulterio». «Non uccidere» (Esodo 20:17,14,13). Davide, che al Salmo 19:7 dichiarava: «La legge dellâEterno è perfetta», ha successivamente trasgredito tre dei suoi comandamenti. Tuttavia la sua coscienza non lo riprende. Occorre che l'Eterno gli mandi Nathan. E la commovente parabola della pecora rubata, ben atta a raggiungere il cuore di colui che fu pastore, lo aiuterà a misurare l'orrore del suo fallo. Ma vedete! Davide non si riconosce subito. à senza pietà per l'uomo ricco. Così siamo noi! Il fuscello nell'occhio del nostro fratello non ci sfugge, mentre non distinguiamo neppure la trave che si trova nel nostro. Allora il dito di Dio lo designa solennemente: «Tu sei quell'uomo». Poi tutto il triste intrigo, così accuratamente nascosto, è messo allo scoperto senza alcun riguardo: Tu hai fatto questo, hai fatto quello! Infine, per confondere il cuore di Davide, Dio gli ricorda tutto quel che la Sua grazia aveva fatto per lui. Era forse poca cosa? Davide al cap. 7 vers. 19 aveva detto il contrario. Più abbiamo ricevuto e meno le nostre concupiscenze sono scusabili. E noi abbiamo tanto ricevuto!
La coscienza di Davide, così a lungo addormentata, è colta ora da una profonda convinzione di peccato. Realizza che il suo peccato non riguarda soltanto Uria e la moglie sua; in primo luogo è un peccato contro lâEterno.
Dobbiamo comprendere che i nostri falli verso i fratelli, le sorelle, i genitori o qualsiasi altra persona, sono anzitutto un peccato contro Dio. Non basta riparare il male verso la persona a cui abbiam fatto torto... quando ciò è possibile (Davide non lo poteva più); bisogna pure confessarlo a Dio.
à quel che Davide fa al Salmo 51, scritto in quel momento di amara distretta (vedere anche Salmo 32 vers. 5, 1 e 2). In verità Dio «non sprezza un cuor rotto e contrito» (Salmo 51:17). Egli perdona il suo povero servitore; lo perdona completamente. Davide è «più bianco che neve» poiché è lavato in anticipo dallo stesso prezioso sangue di Gesù versato per lui, per voi, per me. Ma ciò che non può essere cancellato, sono le conseguenze del male commesso. Esse sono ben dolorose. In primo luogo il suo bambino deve morire. Talché ognuno saprà che, pur perdonando il peccatore, Dio condanna assolutamente il peccato, anche e specialmente quando è commesso da uno dei suoi servitori.
Corruzione, violenza: tali sono i titoli che si potrebbero dare ai cap. 11 e 13. Dal principio della Genesi, sono i caratteri del mondo. Ed esso è il medesimo oggi. Ma che cosa terribile quando questi caratteri si manifestano nella famiglia dellâuomo di Dio. Davide aveva dato corso a queste due forme del male prendendo Bath-Sheba e ordinando la morte di Uria. Ora queste s'introducono nella sua casa. Fino alla fine della sua vita, Davide farà l'esperienza amara che «quello che l'uomo avrà seminato, quello pure mieterà » (Galati 6:7).
Ammon è morto. Sullâintervento di Joab, Absalom, l'omicida del fratello, ritorna a Gerusalemme. Ma non c'è in lui nessun rimpianto, nessun sentimento d'umiliazione. Astuzia, orgoglio, ambizione, assenza di pietà e d'affezione naturale, ecco ciò che troviamo in quest'uomo, e il seguito di questa storia renderà questo ritratto ancor più fosco. Absalom è un uomo tanto brutto moralmente, quanto bello e seducente fisicamente. Come mai un personaggio così malvagio può essere figlio del re diletto? Ahimè! e tuttavia è così! Noi non ereditiamo la fede dei nostri genitori. Bisogna possederla noi stessi. La 2e epistola a Timoteo 3:1 a 5 ci riferisce la triste prova che possono anche esservi degli Absalom nelle famiglie cristiane!
Absalom aveva preparato il suo colpo di stato. Ogni giorno si recava alla porta della città per incontrarvi quelli che avevano un affare da giudicare. Porgeva loro la mano, li abbracciava e li interrogava sul motivo che li faceva venire alla porta per ottenere giustizia. In seguito faceva loro capire che suo padre non era capace di rendere convenevolmente giustizia. Egli invece â soggiungeva â se ne avesse avuto il potere, non avrebbe mancato di far giustizia a tutti quelli che sarebbero andati da lui. Criticare i proprii genitori e pretendere di saperne più di loro è sempre un cattivo segno.
Ipocrita e adulatore, Absalom riusciva tuttavia in tal modo a farsi presso il popolo una fama di benevolenza, dâamabilità , di giustizia, alle spese del re suo padre. «Egli rubò il cuore della gente d'Israele» al loro vero signore (vers. 6). Non ci sono forse ancora oggi delle persone (e delle cose) atte a rubare i nostri cuori? Ricordiamoci, cari lettori, che questi cuori appartengono al Signore Gesù Cristo; almeno è quel che speriamo per ognuno di voi. Egli ha pagato un prezzo sufficientemente grande per possederli senza riserva e per sempre.
Finché tutto andava bene per il re ed il suo seguito, era impossibile distinguere quelli che erano veramente affezionati a Davide da quelli che restavano con lui semplicemente per interesse personale. La prova dimostrerà ora ciò che vi è nei cuori. Vi sono quelli che seguono Absalom (vers. 13) e quelli che seguono Davide (vers. 18). La neutralità non è possibile.
Abbiamo già pensato a ciò che faremmo se domani i cristiani dovessero essere perseguitati, puniti con la prigione o con la morte, come lo sono stati anticamente... e come lo sono ancora in certi paesi? Allora si vedrebbe se veramente amiamo Gesù, se Lo seguiamo non soltanto quando il cammino è facile, ma ugualmente quando bisogna abbandonare tutto e sopportare qualsiasi cosa per dimorare con Lui.
Ittai era uno straniero venuto da poco tempo presso il re. Si è sovente visto dei convertiti da poco tempo, venuti da ambienti ove vi è poca luce, manifestare una grande fede e una grande dedizione. Altri cristiani, invece, da cui ci si aspettava molto per la loro conoscenza e la loro educazione, indietreggiare al momento della prova. Potessimo noi tutti assomigliare a Ittai il Ghitteo!
I dolori che Davide deve conoscere ora sono il risultato dei suoi propri falli. Non possono paragonarsi alle sofferenze del Signore Gesù che erano tutte la conseguenza dei nostri propri peccati. Tuttavia, ci permettono di comprendere meglio, in certo qual modo, ciò che il nostro Salvatore ha attraversato. Vedete Davide, in compagnia di alcuni cuori fedeli, che sale piangendo lungo il pendio del monte degli Ulivi. à in quello stesso luogo che si trovava il giardino di Getsemane, ove lâUomo di dolori, nell'angoscia del suo combattimento, doveva offrire, «con gran grida e con lagrime, preghiere e supplicazioni a Colui che lo poteva salvare dalla morte» (Ebrei 5:7).
à quivi che Davide viene a conoscenza del tradimento di Ahitofel, suo compagno, suo consigliere (ma il cui nome significa fratello di follia! â vedere Salmo 3:1 e il titolo). â Ed è quivi pure che si avanzerà Giuda alla testa dei soldati e degli uscieri.
Lâesclamazione desolata di Davide al Salmo 55:13 può senza dubbio situarsi a quel momento: «Sei stato tu, l'uomo ch'io stimavo mio pari, il mio compagno e il mio intimo amico: Insieme avevamo dolci colloquii...» Pensiamo con quale tristezza il Signore ha chiesto al suo sciagurato discepolo: «Amico, a far che, sei tu qui?» (Matteo 26:50).
Mentre Davide percorre il suo sentiero di dolore e dâumiliazione, un Beniaminita, Shimei, ne approfitta vilmente per gettargli sassi e proferir maledizioni. Contro il Signore Gesù, non vi sarà un accusatore ma tutta una muta di «cani» (Salmo 22:16) che si raduneranno attorno alla croce e approfitteranno della sua sofferenza per beffarsi di Lui, scuotendo il capo e insultandolo. Non soltanto Egli non risponde loro, ma si volge allora verso il suo Dio (Salmo 22:19). E, in una certa misura, è anche quel che Davide fa dinanzi alle accuse ingiuste. Si rivolge a Colui che conosce la verità (paragonate Salmo 7, titolo e vers. 3 e 4). Inoltre riceve questa nuova prova, come proveniente dalla mano divina e accetta l'ingiusta maledizione come una cosa che Dio ha giudicata necessaria. E riprende Abishai, il cui zelo ardente si manifestava nella vendetta (vers. 9 â come in 1 Samuele 26:8). Non è forse anche quel che ha fatto in perfezione il nostro Salvatore, quando, nello stesso giardino ove l'abbiamo già considerato, ha potuto dire a Pietro: «Rimetti la spada nel fodero; non berrò io il calice che il Padre mi ha dato?» (Giovanni 18:11).
Hushai era stato rimandato da Davide a Gerusalemme affinché annullasse presso Absalom il consiglio di Ahitofel. E Dio, in risposta alla preghiera del re (cap. 15:31), interviene per fare riuscire questo stratagemma. Sembra che Dio non potrebbe più benedire oggi un tal modo di fare, poiché venendo il Signore Gesù quaggiù ci ha rivelato una misura della verità e della dirittura secondo Dio del tutto nuova.
Il consiglio di Hushai permetteva a Davide dâessere informato a tempo, di allontanarsi e preparare la sua difesa.
Tutta questa narrazione ha una portata profetica. Ci parla di un tempo a venire in cui, in Israele, un certo numero di fedeli, un «residuo» sarà perseguitato e costretto a fuggire, inseguito dai nemici di Cristo. Costoro: il Re e il falso profeta (o Anticristo) sotto la figura di Absalom e del suo consigliere Ahitofel, faranno la guerra al povero residuo, di cui i Salmi ci fanno comprendere la distretta. Ma, dopo una persecuzione di breve durata, i due complici avranno una fine spaventosa e subitanea: Il re chiamato «la Bestia» e il falso profeta saranno i primi uomini gettati vivi nello stagno di fuoco, che è la seconda morte (Apocalisse 19:20).
I Salmi 3 a 7 si riferiscono a questa oscura pagina della storia di Davide. Non era nulla per lui fuggire dâinnanzi a Saul in paragone di questa fuga d'innanzi al suo proprio figlio ribelle.
Ma se il suo cuore è straziato, la sua sottomissione e la sua fiducia restano irremovibili. Ascoltiamo queste sue belle parole: «Tu, Eterno, sei uno scudo per me». Mentre Ahitofel propone unâimboscata per piombare di notte sul re stanco e spaventarlo (vers. 2) che cosa sta dicendo Davide in quel momento? «Io mi son coricato e dormirò; poi mi risveglierò poiché l'Eterno mi sostiene. Io non temo le miriadi di popolo...» (Salmo 3:3,5,6).
Notate lâaffezione di quelli che sono rimasti fedeli a Davide. Vi sono anzitutto quei due giovani Ahimaats e Gionathan le cui gambe â e lo spirito di decisione â son preziosi al servizio del re. â Tali servizi sono pure dinanzi a noi, non credete? Approfittiamo di tutte le occasioni che abbiamo per aiutare! Siamo al servizio del «Re»! E poi, alla fine del capitolo, abbiamo l'esempio di altre attività per il Signore e per il suo popolo: occuparsi del benessere e del conforto di quelli che sono stanchi, esercitare l'ospitalità ...
La battaglia sta per impegnarsi. Purtroppo si tratta di una guerra civile! E il povero re è in una situazione tragica. Può egli desiderare la vittoria quando significa la sconfitta e la morte possibile del figlio che non ha cessato di amare?
«Quello che lâuomo avrà seminato, quello pure mieterà » (Galati 6:7). L'ora di questa solenne «mietitura» è sonata per il misero Absalom. A lui si applica ugualmente quel versetto che ci agghiaccia di spavento: «L'occhio che si beffa del padre e disdegna d'ubbidire alla madre, lo caveranno i corvi del torrente, lo divoreranno gli aquilotti» (Proverbi 30:17). Il crudele Joab è lo strumento per cui il giudicio di Dio si compie. Ma questo non lo scusa affatto. Nonostante gli ordini del re, non teme di commettere freddamente questo nuovo omicidio.
Rizzando uno stele, un monumento alla sua propria gloria, Absalom non aveva previsto che un altro monumento sarebbe stato eretto a sua vergogna: quel gran mucchio di pietre sulla fossa ove sarebbe stato gettato il suo cadavere (come per Acan: Giosuè 7:26), mucchio sul quale ciascuno verrebbe a lanciare la propria pietra in segno di disprezzo.
Al capitolo precedente Ahimaats era corso per obbedienza e il suo servizio era stato prezioso. Qui la sua propria volontà appare in gioco: «Voglio correre», dichiara egli (vers. 23). E per conseguenza, la sua azione sarà inutile, trascinando persino della dissimulazione. Così è, non solo delle nostre buone gambe, ma di tutte le nostre facoltà ; esse sono utili, o non lo sono, secondo se siamo o no sottomessi al Signore Gesù.
La dolorosa notizia trafigge il cuore del povero padre: «O Absalom figliuolo mio, figliuolo mio!» Abbiamo qui uno dei gridi più terribili di tutta la Scrittura, atto a far fremere tutti i genitori cristiani. Poiché esprime la spaventevole certezza dâuna separazione definitiva, eterna. Ben diversa fu la morte del bambino di Bath-Sheba! Davide, invece di desolarsi, aveva allora dichiarato con la convinzione dell'arrivederci nella risurrezione: «Io me ne andrò a lui...» (cap. 12:23). Ma per Absalom, sarebbe stato meglio per lui che non fosse mai nato, come per Giuda (Matteo 26:24).
Ah! non possa mai, mai, risuonare un simile grido da parte di quelli che vi amano, un grido senza eco, un grido senza speranza: «Figliuolo mio Absalom... Absalom, figliuolo mio, figliuolo mio!»
Non tutti quelli che han seguito Davide lâhanno fatto per fede. Joab ne è un esempio. Per quest'uomo ha valore soltanto il proprio interesse. à senza scrupoli e non indietreggia davanti ad un delitto se qualcuno costituisce un ostacolo ai suoi piani. I rimproveri che rivolge a Davide scandalizzano, tanto più che nell'uccisione di Absalom, è lui stesso responsabile del dolore del povero re. Nondimeno aiutano questi a riprendersi per pensare all'interesse del popolo piuttosto che al proprio dolore.
Le sventure di Davide hanno ora prodotto i loro frutti. La prova gli ha permesso di conoscere il suo Dio in modo più reale, più intimo. Ha incontrato la tribolazione, la distretta, la persecuzione... il pericolo, la spada. Ma tutte queste cose sono state altrettante occasioni per meglio comprendere le inesauribili risorse dellâamore divino (vedere Romani 8:35).
Fra il popolo, notiamo ora delle dispute (vers. 9); in Giuda unâincresciosa mancanza di prontezza. Ma Davide agisce con spirito di grazia. E i cuori si piegano verso lui, come più tardi si sottometteranno al Signore Gesù quando, dopo la sua definitiva vittoria sui nemici, Egli apparirà per regnare in gloria.
Ora notiamo come si comporta Davide vincitore di fronte a quelli che non lâhanno seguito. Shimei, l'accusatore, viene ad implorare il perdono del re. Questi glielo accorda, benché possa dubitare della sincerità di questo pentimento. Poi è la volta di Mefibosheth. Tsiba lo aveva accusato con malvagità a Davide (cap. 16:3). Non ci accade forse talvolta, per darci dell'importanza, di supporre in altri delle cattive intenzioni e accusarli ingiustamente? à la calunnia e la maldicenza.
Mefibosheth ha dimostrato la propria affezione per il vero re facendo pubblicamente cordoglio durante la sua assenza (vers. 24). Come avrebbe potuto rallegrarsi mentre il suo signore e benefattore era disconosciuto e rigettato? Pensiamo a quel che Gesù diceva ai suoi discepoli mentre stava per lasciarli: «Fra poco non mi vedrete più... voi sarete contristati, ma la vostra tristezza sarà mutata in letizia» (Giovanni 16:19-20 â vedere anche Marco 2:20). La gioia di Mefibosheth lo fa passare ora al disopra di tutte le ingiustizie. Può abbandonare senza rimpianto tutti i suoi beni. La presenza del re gli basta (vers. 30). Di che cosa ha egli bisogno poiché mangia alla sua tavola?
Barzillai era uno di quegli uomini devoti che abbiamo visto, al capitolo 17:27, adoperare per il re e per il popolo le ricchezze di cui disponeva. Davide non lâha dimenticato. E il gran Re che verrà nella Sua gloria si ricorderà pure dei «benedetti del Padre suo». Potrà dir loro nel giorno delle ricompense: «Ho avuto fame e m'avete dato da mangiare...» (Matteo 25:34-35).
Pieno di delicatezza, Barzillai non vuol essere a carico del re, ma gli affida il figlio Kimham. Il più grande desiderio dei genitori cristiani è di vedere i loro figli seguire il Signore ed esser presi a carico e benedetti da Lui. E Davide promette a Barzillai: «Io farò per te tutto quel che desidererai da me» (vers. 38; paragonate Giovanni 14:14 dove il Signore dice ai suoi: «Se chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò»).
Davide ripassa ora il Giordano. Godrà nuovamente di Canaan, immagine del cielo, di cui era stato privato per qualche tempo a causa del suo peccato. à lo stesso per il riscattato. Ogni fallo lo priva della gioia presente del cielo e gli fa rifare le tappe del cammino, ripassare «il Giordano» (la morte) fermarsi a Ghilgal (il giudicio di se stesso) per potere ritrovare questa gioia.
Alla fine del capitolo 19, abbiam visto sorgere una disputa fra la tribù di Giuda e le altre tribù dâIsraele. Sheba, un nuovo nemico, ne ha approfittato per trascinare il popolo alla rivolta. à così che Satana trae partito delle nostre dispute e si rallegra dei disaccordi che avvengono fra i figli di Dio.
Morto Sheba, tutto è tornato in ordine. Lâorganizzazione del regno del. cap. 8:15 a 18 è allora ricordata (cap. 20:23 a 36), con questa differenza che i figli di Davide non sono più i principali ufficiali. Dopo il fatto di Absalom, ne comprendiamo il motivo.
La nostra lettura ci riferisce ancora una triste storia. Saul aveva violato il giuramento fatto un tempo da Israele ai Gabaoniti (Giosuè 9:15). Molto tempo dopo il suo delitto è rimesso in mente e reclama una espiazione secondo Numeri 35:19. Il tempo, siamone certi, non cancella i peccati commessi. Essi sono sempre davanti a Dio. Ma, per il credente, il sangue di Cristo ha fatto sparire interamente tutti i suoi falli. Gesù, appeso al legno (Atti 5:30 e 10:39), portando la maledizione, ha espiato i nostri peccati, Lui il Giusto per noi ingiusti. A Lui la nostra riconoscenza e la nostra adorazione, da ora in eterno!
Una volta ancora Davide onora Saul ed i suoi discendenti. Egli vigila personalmente sulla loro sepoltura.
Poi Dio ci dà ancora una pagina gloriosa. Sono insorti quattro nemici terribili, figli del gigante. Ma sono stati abbattuti lâuno dopo l'altro dai compagni di Davide. Questi ha dato l'esempio ai suoi uomini trionfando per primo sul vero Goliath, il più grande e il più pericoloso di tutti gli avversari. Egli ha loro mostrato quel che può fare la fiducia in Dio. Il gran combattimento della croce ha avuto luogo una volta per sempre. Satana è vinto. Ma se siamo discepoli di Cristo, dei combattimenti si presenteranno anche dinanzi a noi. In contrasto con Davide, il nostro Signore è sempre con noi e non è mai stanco. Ci darà la vittoria, poiché noi lottiamo per il Suo nome e per la Sua gloria; sovente vinceremo per la semplice e perseverante preghiera della fede. E questi nemici, di apparenza sovente così spaventevole e mostruosa, se ne fuggiranno come un'ombra davanti al Nome onnipotente di Gesù col quale ci presenteremo. Abbiamo noi voi provato talvolta l'invincibile potere di questo nome di Gesù?
Gli ultimi nemici del re sono stati annientati. Come Israele dopo aver attraversato il mar Rosso (il vers. 16 vi fa allusione), come Debora con Barak dopo la loro vittoria, e Anna dopo la risposta divina, Davide può ora celebrare le liberazioni dellâEterno. Per mezzo d'un cantico, egli ringrazia il suo Salvatore (vers. 3). Accade anche a noi di cantare la nostra riconoscenza? Nelle riunioni o in famiglia, senza dubbio! Ma facciamolo anche quando siamo soli.
Questo cantico riproduce quasi esattamente il Salmo 18. E come tutti i Salmi, esso va ben al di là delle esperienze di chi lâha composto. Che cosa sono infatti le sofferenze di Davide in paragone di quelle del Signore? Che cosa sono la violenza e la malvagità di Saul in paragone dell'odio di Satana, l'uomo forte? Quest'ultimo ha cercato di spaventare Gesù con la prospettiva dell'ira di Dio, poi di ritenerlo nei «legami della morte» (vers. 6). Ma in Getsemane, Cristo è stato esaudito «a causa della sua pietà » (Ebrei 5:7). Certamente, Dio non poteva risparmiare la croce al suo Figlio e «far passare il calice lungi da Lui». Ma Gli ha tuttavia risposto liberandolo dal suo «potente nemico» il diavolo (vers. 18) e traendolo (per mezzo della risurrezione) dalle «grandi acque» (vers. 17), sì, da quelle terribili «onde della morte» (vers. 5).
Le liberazioni che Dio ci concede (anzitutto la nostra salvezza) non dipendono dai nostri meriti, ma soltanto dalla sua grazia. Invece, quando si tratta del Figlio di Dio, vi era in Lui una tale eccellenza che Dio non poteva non liberarlo. Fra tutti gli uomini, Cristo è il solo che abbia meritato, se così si può dire, la sua risurrezione.
A quelli che contemplavano Gesù sulla croce, il suo abbandono sembrava un segno della disapprovazione di Dio. Gli schernitori scuotevano il capo: «Lo liberi dunque, Lo salvi poiché Lo gradisce» (Salmo 22:8) o «...sâEi lo gradisce» (Matteo 27:43). Dio ha raccolto questa sfida risuscitando Gesù. E il Figlio che conosce il cuore del Padre, risponde aldilà della morte: «Egli mi liberò perché mi gradisce.»
Seguono ora i meravigliosi motivi che Gesù ha dati a Dio per gradirLo: La sua giustizia e la purezza delle sue azioni (vers. 21:25), la sua fedeltà (vers. 22), la sua obbedienza (vers. 23), la sua santità (vers. 24), la sua grazia (vers. 26), la sua dipendenza (vers. 29-30), la sua fiducia (vers. 31); riassumendo: la sua perfezione (vers. 24). Veramente, lo sguardo del Padre poteva posarsi con assoluta soddisfazione su «lâuomo perfetto» (vers. 26).
Abbiamo visto in questo cantico della liberazione ciò che concerne Davide e ad un tempo il credente; poi ciò che concerne Cristo di cui Davide è il «tipo». Ci rimane da considerare il lato di Dio. «La via di Dio è perfetta...» comincia il versetto 31. Gesù desidera che conosciamo lâAutore della sua liberazione (rileggere vers. 17-18 â vedere Salmo 40:2). Notate quel che è stato il suo primo messaggio ai discepoli, mandato da Maria subito dopo la Sua risurrezione (paragonate: Salmo 22:22 e Giovanni 20:17). à come se avesse loro detto: Il Padre che mi ama, il Dio potente che mi ha liberato, diventa il vostro Padre, il vostro Dio. Egli ama voi pure, e per la sua stessa grande potenza, vi libera con me dal potere di Satana e della morte.
I versetti 33 e seguenti ci mostrano Dio ugualmente potente per sostenere nella loro marcia e nelle loro lotte, quelli che si confidano in Lui. Egli ha così condotto Gesù, la cui fiducia è stata totale.
E la fine di questo cantico si apre sul futuro. Ci mostra quel che Dio farà per distruggere definitivamente i nemici di Cristo sulla terra, per mettere i popoli sotto il Suo dominio e stabilirlo infine come Re su tutto lâuniverso.
La vita di Davide volge al termine. E le sue ultime parole ispirate ci sono riferite. Il «dolce salmista dâIsraele» considera il passato: Ahimè! egli non ha diretto la sua famiglia come avrebbe dovuto! Ma si riposa interamente sulla grazia di Dio. Questa ha preparato per Israele e per il mondo un avvenire di gloria sotto il dominio di Cristo, il Re di giustizia e di pace. Egli sarà come il giorno radioso che sorge dopo la buia notte, spazzando via le tenebre che regnano ora sul mondo. Sotto questo dominio gli uomini temeranno e serviranno Dio, producendo del frutto come quello che una terra fertile e ben adacquata fa germogliare.
Senza aspettare la fine della nostra vita, è necessario fare ogni tanto il punto, come il marinaio sulla sua nave. Il passato: è la mia triste storia, ma ad un tempo la preziosa storia della pazienza e della grazia del Signore verso me. Il presente è marcato da due principali doveri: Obbedire al Signore e confidarmi in Lui solo. Quanto al futuro dei credenti, lo sappiamo, è la gloria. Cristo condividerà la sua gloria con loro come Egli lâha detto al Padre suo (Giovanni 17:22).
Abbiamo qui il «libro dâoro» dei compagni del re. Essi hanno combattuto e sofferto con lui. Ora essi regnano anche con lui (2 Timoteo 2:12). Pagina gloriosa ove ogni nome, ogni impresa è fedelmente registrata! à così che nulla sarà dimenticato di tutto ciò che il Signore ci avrà concesso di fare per Lui. Non ha forse promesso: «Chi avrà dato da bere soltanto un bicchier d'acqua fresca ad uno di questi piccoli,... non perderà punto il suo premio»? (Matteo 10:42). Considerate la spedizione dei tre prodi uomini al pozzo di Bethlehem. Arrischiare la propria vita per un po' d'acqua fresca, non è forse a prima vista una follia? Ma il minimo desiderio del capo ch'essi amano merita secondo loro un tale sacrifizio. «Questo fecero quei tre prodi» (vers. 17). E noi? Siamo noi pronti, per un Maestro più grande, a degli atti di devozione?
Il Signore valuta esattamente la difficoltà di ciò che è fatto per Lui: uccidere due leoni è unâimpresa di per sé poco ordinaria, ma che la neve rendeva più penosa ancora per il coraggioso Benaia. Ebbene! questo giorno di neve è menzionato specialmente!
Viene in seguito la lista dei nomi di questi eroi. Tutti vi sono, preziosi al cuore del re, sì, compreso il fedele Uria (vers. 39). Però, malgrado la sua attività , Joab non compare sulla lista, mentre il suo scudiero ci figura (vers. 37)!
Davide commette un nuovo fallo: fa il censimento del popolo! Questo non vi pare forse eccessivamente grave. Mosè lâaveva fatto due volte. Ma l'Eterno allora gliel'aveva comandato (Numeri 1:2 e 26:2). Mentre qui l'Eterno lascia Satana agire e tentare Davide (1 Cronache 21:1), che è spinto dall'orgoglio! à fiero di dominare sopra un popolo numeroso e disporre d'un potente esercito. L'orgoglio! à lusingarci della nostra importanza, dimenticando che soltanto la grazia di Dio ci ha fatto ciò che siamo e ci ha dato ciò che possediamo. In tempi migliori Davide l'aveva riconosciuto: «Chi son io, o Signore, o Eterno... E qual popolo è come il tuo popolo, come Israele?» (cap. 7:18,23). La gloria d'Israele non consisteva né nella sua forza, né nel numero dei suoi guerrieri, come per le altre nazioni. Essa era nel nome dell'Eterno di cui era il popolo (vedere Salmo 20:7)! Nello stesso modo il solo titolo di gloria del cristiano è il bel nome di Cristo «invocato» su lui (Giacomo 2:7).
Joab, benché non tema Dio, vede più chiaramente di Davide e cerca di dissuaderlo. Invano! Il censimento è fatto... ma, appena furono note le cifre, il re comprende la sua follia. Nonostante il suo pentimento, deve, una volta ancora, aver da fare col «governo di Dio» (Amos 3:2).
Il castigo divino passerà sul popolo. Vedete, appena terminato il censimento degli uomini guerrieri, il loro numero è già ridotto dallâepidemia. à come se Dio dicesse: «A me appartiene di aumentare o diminuire in tre giorni questo popolo quando a te son stati necessari dieci mesi per censirlo». à bella la risposta di Davide alla difficile scelta che gli è imposta: «Che cadiamo nelle mani dell'Eterno, giacché le sue compassioni sono immense...» (vers. 14). Egli conosce il cuore di Dio e, anche sotto la disciplina, la sua fiducia nell'amore divino non è scossa. Questa fiducia, non sarà delusa. Una volta ancora, il peccato dell'uomo è l'occasione per Dio di mostrare le meravigliose risorse della sua misericordia e del suo perdono. «Basta!» â dice Egli, quando il frutto che si aspettava è prodotto nei cuori.
Un sacrifizio è offerto. E lâaia d'Arauna comprata dal re diverrà , come lo vedremo in seguito, l'area ove il tempio sarà edificato. â Davide non vuole presentare all'Eterno «degli olocausti che non costano nulla». Pensiamo all'offerta di Maria nell'Evangelo. Anche lei aveva voluto portare, a Colui che ella stimava infinitamente, un profumo del più gran prezzo (Giovanni 12:3).
Davide è ora un vecchio. Stanco dopo una vita di sofferenze e di lotte, continua a confidarsi in Dio secondo la preghiera del Salmo 71: «O Dio! tu mâhai ammaestrato dalla mia fanciullezza... Ed anche quando sia giunto alla vecchiaia ed alla canizie, o Dio, non abbandonarmi... (vers. 17, 18 â vedere anche vers. 9). L'Eterno gli risponderà e gli accorderà il suo soccorso nell'ultima prova che l'aspetta. Dopo Absalom, ecco che Adonija, un altro dei suoi figli, cospira per impadronirsi del trono. La terribile fine del fratello maggiore non gli ha insegnato nulla. D'altronde, in modo generale, l'educazione di questo giovane aveva lasciato a desiderare. Suo padre non l'aveva mai rimproverato, né contrariato. Adonija fin dalla sua infanzia aveva sempre fatto tutto quel che aveva voluto. Nuovo esempio su cui meditare da parte di quelli d'infra i nostri giovani lettori che trovano talvolta i loro genitori troppo esigenti. Ricordatevi che essere «contrariato» in questo modo finché si è fanciullo, o giovane â o giovanetta â evita all'età adulta delle contrarietà ben altrimenti dolorose. Dio non agisce in modo diverso coi suoi figli. Quante volte la sua saggezza e il suo amore ci avranno impediti di fare la nostra propria volontà per il nostro bene presente e forse eterno!
A En-Roghel la festa è in pieno svolgimento. Glâinvitati sono attorno ad Adonija. L'astuto Joab è presente, come pure Abiathar che ha dimenticato la parola di grazia di Davide: «Resta con me...» (1 Samuele 22:23). Gli altri figli del re, per opportunismo e debolezza di carattere, hanno fatta loro la causa del fratello. Eccetto uno solo: Salomone, che non è stato invitato, ed è naturale! Non è egli forse il re scelto da Dio per succedere a Davide? Che cosa farebbe egli a quella festa? Ma tutto questo piano sapientemente ordito, sarà annientato da alcune anime fedeli e sottomesse al pensiero divino. Davide, informato, agisce immediatamente: Salomone salirà da quel momento sul suo trono. Ed ogni istruzione è data a questo riguardo.
Oggi, lâuomo si eleva in tutti i campi, cercando la propria gloria. Egli mira nientemeno che al dominio dell'universo! Soltanto un pensiero non lo preoccupa affatto; conoscere la volontà di Dio. Ora questa volontà divina è dare al mondo il Re che gli è destinato: Gesù Cristo. Questo Re non è invitato alle feste gioiose del mondo. E quelli che temono Dio, non vi hanno posto neppure loro.
Secondo le istruzioni di Davide, una festa del tutto differente sarà ora celebrata. Fra la gioia del popolo fedele, il giovane Salomone sale sul trono del padre suo. Grande è il contrasto con Adonija! Il nuovo re non agisce di sua propria volontà : lo si fa salire sulla mula regale, lo si conduce a Ghihon ove egli è unto da Tsadok, fra lâallegrezza generale.
Tuttavia a En-Roghel la festa termina. Un rumore insolito, persistente, giunge dalla città . Joab da militare esperimentato, lâode per primo e si agita. Nel frattempo, sopraggiunge Gionathan il portatore di notizie. Per quel che lo concerne, queste sono buone, poiché Davide è rimasto il re suo Signore. Ma quale disastro per Adonija ed i suoi invitati! Tutta la congiura cade in un istante e i congiurati disorientati si disperdono da ogni lato. Terrificato, Adonija l'usurpatore impugna i corni dell'altare, implora il perdono del re. Una proroga gli è concessa, ma non per questo l'orgoglio e la malvagità del suo cuore sono stati giudicati.
Che follia opporsi a Dio e al suo Unto! E tuttavia è ciò che lâAnticristo farà bentosto, ma egli sarà distrutto per far posto al Signore Gesù e al suo regno.
Sono sempre parole ben serie le ultime raccomandazioni dâun padre â o d'una madre â ai suoi figli al momento della morte. Quelle di Davide a Salomone così si riassumono: Osserva la parola di Dio. E fu anche il desiderio del Signore quando lasciò i suoi discepoli (Giovanni 14:23-24).
Poi è necessario parlare di giudicio. Il regno di giustizia e di pace non può stabilirsi senza ciò. I delitti di Joab e gli oltraggi di Shimei devono ora essere rimessi in memoria. Ma ciò che ha fatto Barzillai per il re ed i suoi non è dimenticato neppure.
Salomone, tipo di Cristo, re di giustizia, renderà a ciascuno secondo lâopera sua come ce lo indica la seconda parte di questo capitolo. Il giorno in cui il Signore stabilirà il suo regno in gloria sarà anche quello delle retribuzioni (Matteo 25:31 a 46). Agli uni parlerà di vita eterna, agli altri di tormenti che saranno pure eterni. Sì, c'è un Giudice, un tribunale, una sentenza, uno stagno di fuoco. Ma vi è pure una «risurrezione di vita» per i credenti. E quella che anche Davide aspetta ormai. Egli s'addormenta coi suoi padri «dopo aver â come lo dichiara Atti 13:36 â servito al consiglio di Dio nella sua generazione...»
Se questa notte il Signore vi dicesse come a Salomone: «Chiedi quello che vuoi châio ti dia», che cosa Gli rispondereste? Riflettete! Non sono certo che ognuno avrebbe come primo desiderio di ricevere... «un cuore che ascolti». Beni, buona riuscita, distrazioni, viaggi, possesso d'una bella automobile... tali sono i desideri della più parte dei giovani di questo mondo. Quali sono i nostri?
Un cuore che ascolti, o secondo altri traduttori un cuore intelligente che comprenda, ecco una domanda gradita a Dio e che è ancor possibile presentare oggi. «Se alcuno di voi manca di sapienza, la chieda a Dio che dona a tutti liberalmente... e gli sarà donata» (Giacomo 1:5). Non si può fare questa preghiera quando ci si crede già savi (Proverbi 3:7). Ma Salomone non ha unâelevata opinione di sé: «Io non sono che un giovanetto â dice egli â e non so né uscire né entrare» (vers. 7). Notiamo: è il cuore â non la testa â che deve ascoltare e comprendere. E infine consideriamo il nostro meraviglioso Modello che, nonostante la sua divina sapienza, dichiara per bocca del profeta: «Il Signore, l'Eterno... risveglia il mio orecchio, perch'io ascolti, come fanno i discepoli» (Isaia 50:4).
In Israele, il re era anche il giudice supremo, figura di Cristo che sarà ad un tempo e lâuno e l'altro. Il giovane re Salomone ha tanto bisogno di sapienza divina per questo doppio compito: governare e giudicare il popolo. Ma la promessa di Dio si compie senza ritardo, e il celebre giudizio che rende nel caso di quelle due donne, lo fa conoscere in tutto Israele come qualcuno che ha ricevuto «la sapienza di Dio... per amministrare la giustizia» (vers. 28). Non è così che Absalom aveva cercato di stabilire la sua reputazione di giudice (2 Samuele 15:4). Come la giustizia avrebbe potuto regnare allorché quest'uomo empio, ribelle e micidiale si era impadronito del trono che Dio aveva destinato al suo fratello minore Salomone?
Uno solo è stato più savio di Salomone. Considerate Gesù fanciullo, «ripieno di sapienza», che stupiva i dottori per la sua intelligenza (Luca 2:40,47), poi durante il suo ministerio rispondeva a ciascuno secondo lo stato del suo cuore, discernendo i lacci che Gli erano tesi e confondendo i suoi avversari. «Che sapienza è questa che gli è data?» â si diceva di Lui (Marco 6:2).
Il regno di Salomone si è stabilito sulle solide basi della pace e della giustizia. Esso prefigura, come abbiamo detto, i tempi felici in cui, non solo Israele, ma il mondo intero sarà liberato dalla guerra e dallâingiustizia. Per ora, nonostante tutti i loro sforzi, nonostante tutti i progressi tecnici e sociali, gli uomini non riescono a stabilire essi stessi quella pace e quella giustizia a cui ognuno tuttavia anela. Bisognerà però che prima Satana sia legato e che il «Figlio dell'uomo» prenda il dominio universale.
Considerate lâordine perfetto che presiede all'amministrazione del regno. Dodici intendenti, uno per ogni mese dell'anno, hanno l'incarico di approvvigionare a turno la casa del re. Pensiamo a quel «servitore fedele e prudente che il padrone ha costituito sui domestici per dar loro il vitto a suo tempo» (Matteo 24:45).
Il Signore ha qualificato dei servitori: pastori, dottori... che hanno lâincarico di vegliare sul nutrimento spirituale dell'Assemblea. Ma, in modo più generale, ogni credente deve essere un fedele intendente, un buon amministratore dei «talenti» che il suo Maestro gli ha affidati per la Sua gloria.
Paragonate i due versetti 20 e 29. Il popolo e il cuore del re hanno una dimensione comune: quella della sabbia sulle spiagge. Vale a dire, Dio ha dato al suo unto un cuore abbastanza grande per contenere, per amare tutto quel gran popolo di cui è stato incaricato. Così lâamore del Signore è secondo la misura del numero di quelli che Gli appartengono, e non è oltrepassato dalla loro moltitudine. La croce ne è stata la prova. Egli vi ama tanto come se voi foste il suo solo riscattato. Non avremo mai finito di conoscere e comprendere «l'amore di Cristo che sopravanza ogni conoscenza» (Efesini 3:18-19).
Riposo per tutta la creazione, ecco quel che recherà anche il regno del Signore quaggiù. Salomone ha parlato sulle bestie, sugli uccelli, sui rettili, sui pesci. Cristo, il «Figlio dellâuomo» secondo il Salmo 8, «coronato di gloria e d'onore», dominerà su tutte le opere di Dio: pecore e buoi tutti quanti ed anche le fiere della campagna, gli uccelli del cielo e i pesci del mare... «O Signor nostro, quant'è magnifico il tuo nome in tutta la terra!» (Salmo 8:5 a 9).
Se Davide è stato il re di grazia, Salomone, il suo successore, appare come il re di gloria. Nei consigli di Dio la grazia e la gloria si seguono senza separarsi. E il credente, che già gode della grazia, riceverà anche la gloria alla venuta del Signore. Hiram, re di Tiro, aveva sempre amato Davide. Così, allâesaltazione di Salomone, egli partecipa alla gloria del gran re e riceve abbondantemente di che sovvenire ai suoi bisogni e a quelli del suo popolo. In cambio di questi benefizi, egli contribuirà alla costruzione del Tempio, che sarà l'impresa principale del regno di Salomone. Poiché ora che ha dato riposo ad Israele, l'Eterno può pure riposarsi e scambiare la tenda del viaggiatore in una dimora fissa. Come precedentemente il Tabernacolo, (ma con molte differenze) il Tempio di Salomone ci fornirà numerose illustrazioni di ciò che concerne le relazioni di Dio col suo popolo. Ecco già una prima differenza: la casa del deserto era posata sulla sabbia, mentre questa deve essere saldamente costruita su grandi pietre, delle pietre di pregio. «L'Eterno ha fondato la sua città sui monti santi» (Salmo 87:1).
Non sono più delle assi come nel Tabernacolo, ma delle pietre che sono adoperate per costruire la nuova casa. Bella figura dei credenti, che, come «pietre viventi» sono edificati «qual casa spirituale...» (1 Pietro 2:5; vedere Matteo 16:18). Ora il versetto 7 ci informa che le pietre erano state completamente preparate prima dâessere trasportate. Il mondo è «la cava» donde sono ricavati i riscattati, e dove essi sono tuttora gli oggetti d'un paziente lavoro di Dio, prima d'essere atti a venire introdotti nella Casa di gloria. Tale è la nostra condizione presente.
Oltre al luogo santo e al luogo santissimo, il Tempio aveva delle camere laterali che non esistevano nella casa del deserto. Esse erano riservate ai sacerdoti. Preziosa figura delle «molte dimore» preparate dal Signore nella Casa del Padre, onde Egli abbia con Sé i suoi. Pietre approntate; camere preparate! Il Signore ha preparato e prepara oggi ancora i suoi per occupare un posto nella Casa del Padre suo. à lâinsegnamento del capitolo 13 di Giovanni. Ma Egli ha pure preparato il posto per i suoi come ci dice il capitolo 14 dello stesso Evangelo. Perfetto lavoro di amore del nostro Signore Gesù!
Il solo salmo di Salomone che ci sia riferito comincia così: «Se lâEterno non edifica la casa, invano vi si affaticano gli edificatori...» (Salmo 127:1). Felice disposizione di spirito, e anche indispensabile di colui che costruiva la Casa dell'Eterno. à altrettanto necessario, qualunque sia l'impresa a cui poniam mano, di assicurarci, prima d'incominciare, che il Signore sia con noi per agire e benedire. E questo si applica in modo particolare a quelli che già pensassero di fondarsi una famiglia.
Non possiamo, a causa dello spazio, parlare in particolare di quella Casa meravigliosa. Essa aveva, come il Tabernacolo ma in proporzioni doppie, un luogo santo e un luogo santissimo, chiamato santuario su cui due grandi cherubini spiegavano le ali. Il velo che separava il luogo santo dal luogo santissimo non è menzionato qui; invece si tratta di porte di legno dâolivo. Oltre alle pietre, i materiali adoperati erano: il legno di cedro, simbolo di durata e di maestà , e l'oro puro della giustizia divina, di cui ogni cosa era ricoperta completamente. Ammirevole visione che conferma quella parola del Salmo 29:9: «E nel suo Tempio tutto esclama: Gloria!»
Salomone mise molta diligenza nella costruzione del Tempio. Impiegò sette anni, mentre occorsero quarantasei anni ad Erode per riedificarlo (Giovanni 2:20).
Ora il re si occupa della propria casa senza spiegare la stessa fretta: gli sono necessari tredici anni. Impariamo anzitutto a fare bene, a fare attivamente quel che il Signore ci affida da compiere per Lui, prima di occuparci dei nostri propri affari.
Da savio architetto, dopo il Tempio, Salomone costruì ancora tre altre case: La sua (vers. 1), la casa della foresta del Libano col suo portico (vers. 2 a 7) e infine quella per la moglie, la figlia di Faraone (vers. 8). Ognuna di esse ci parla dâuna sfera di relazioni di Dio con gli uomini. Se il Tempio è la figura della casa del Padre, la dimora personale di Salomone suggerisce piuttosto la «casa del Figlio», cioè la Chiesa o Assemblea (Ebrei 3:6). La casa della foresta del Libano parla dei rapporti futuri di Cristo, re di gloria, con Israele. à quivi che si trova il trono del giudicio. Infine la casa della figlia di Faraone evoca le Sue relazioni di Re con tutte le nazioni della terra.
Per la confezione del Tabernacolo e degli oggetti che conteneva, lâEterno aveva designato Betsaleel, un operaio abile «ripieno dello Spirito di Dio, di abilità , d'intelligenza e di sapere per ogni sorta di lavori...» (Esodo 31:2-3). Per la fabbricazione degli oggetti di rame (o di bronzo), Salomone fa appello a Hiram, di Tiro, un artigiano pure lui «pieno di sapienza, d'intelletto e di conoscenza per eseguire qualunque lavoro in rame» (vers. 14). Potessimo noi possedere tali qualità spirituali! Allora il Signore potrebbe adoperarci in ogni sorta di lavori, poiché questi non mancano.
Il primo lavoro di Hiram sono quelle due colonne dai meravigliosi capitelli. E noi pensiamo alla promessa che il Signore fa allâAssemblea di Filadelfia: «Chi vince io lo farò una colonna nel tempio dell'Iddio mio...» «Tu hai poca forza...» aveva detto a quei credenti (Apocalisse 3:12 e 8). Però i nomi di quelle colonne, Jakin e Boaz, significano rispettivamente: «Egli stabilirà » e «In Lui è la forza». Preziosa risposta alla condizione presente del riscattato: Poca forza sulla terra? Stabilità e forza per sempre nel cielo di gloria, di cui il tempio è la figura.
Hiram ci parla dello Spirito Santo, «divino Operaio», occupato a preparare tutte le cose quaggiù â e in modo particolare il cuore dei credenti â in vista della gloria di Dio. Il mare, immensa conca di quasi cinque metri di diametro, doveva servire ai sacerdoti per lavarvisi, mentre le dieci conche, posate su dieci basi, erano adoperate per lavarvi le offerte (2 Cronache 4:6).
Dal versetto 48 in poi abbiamo lâenumerazione degli oggetti d'oro eseguiti da Salomone. Ora questi, che porta in seguito le cose sante di Davide suo padre (vers. 51), ci fa pensare a Gesù, il Figlio, che dispone di ciò che appartiene al Suo Padre. «Il Padre ama il Figliuolo, e gli ha dato ogni cosa in mano» (Giovanni 3:35). Notiamo ad un tempo che, contrariamente a quel che avvenne per il Tabernacolo (Esodo 35:21 a 29) non è parlato qui di ciò che il popolo ha dato. E ne comprendiamo il motivo: Nel cielo nulla può entrare di ciò che proviene dall'uomo. Tutto è divino, tutto è quivi l'opera esclusiva e perfetta del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo. Le tre Persone, che sono state occupate insieme della prima creazione, sono pure occupate insieme della gloria futura e della nuova creazione.
La Casa è pronta, Dio vi farà la sua dimora. Salomone raduna i capi del popolo. E i sacerdoti introducono lâarca nel «santuario». Arca preziosa! Tipo di Cristo, essa ha condiviso le fatiche e sostenuto i combattimenti del popolo. Per esso, è penetrata nel fiume della morte. Ora essa entra nel suo riposo. Ma qualche cosa ricorderà sempre il cammino del deserto. Sono quelle stanghe visibili. Benché ormai inservibili, non dovevano essere tolte dai loro anelli.
Fra gli splendori del cielo, vedremo Gesù nella sua bellezza. Ma sulla sua Persona, una cosa commoverà profondamente i nostri cuori: i segni incancellabili delle sue sofferenze alla croce. Come quelle stanghe dellâarca, essi rimarranno nella gloria celeste in testimonianza eterna del suo amore divino. Come sono belli i piedi del Salvatore che si sono stancati sui sentieri di questo mondo affin di cercarci (Isaia 52:7) prima di essere trafitti sulla croce per salvarci! Hanno già ricevuto l'omaggio di Maria in quella felice casa di Betania che fu allora ripiena del profumo dell'olio odorifero! Pregusto della Casa del Padre che la gloria riempirà per sempre!
Tale era il tempio di Salomone ove lâarca era entrata per dimorarvi. Ma sapete voi che ognuno di noi possiede un piccolo tempio in cui Gesù vuole abitare? à il nostro cuore, l'avete capito. Allora permettete che vi chiediamo: Ha già il Signore la sua dimora nel tempio del vostro cuore?
Il re ora prende la parola. Si sostituendo al discendente di Aaronne, assume lâufficio di sacerdote, perché è una figura di Cristo, re e sacerdote. Rammenta il passato: l'Egitto, la grazia verso Davide, il patto e le promesse.
Quattrocentottantâanni prima, sulla riva del mar Rosso, gl'Israeliti avevano cantato il cantico della liberazione: «Egli è il mio Dio, e gli preparerò un'abitazione... (versione corretta). Tu hai condotto con la tua bontà il popolo che hai riscattato; l'hai guidato con la tua forza verso la tua santa dimora... Tu li pianterai sul monte del tuo retaggio, nel luogo che hai preparato, o Eterno, per tua dimora, nel santuario, che le tue mani, o Signore, hanno stabilito» (Esodo 15:2,13,17). Quasi cinque secoli furono necessari onde queste parole si realizzassero. Fino a quel momento, lo stato del popolo non permetteva all'Eterno di abitare in mezzo ad esso. Parimente lo stato dei nostri cuori non giudicati è sovente l'ostacolo che impedisce al Signore di dimorarvi.
Ma il tempo non cancella i promessi di Dio (parag. 2 Pietro 3:4). Così piace a Salomone ripeterlo: «la Sua potenza ha adempito quel che avea dichiarato» (vers. 15), «lâEterno ha adempita la parola che avea pronunziata» (vers. 20). Ricordiamo ancora una volta questa promessa del Signore Gesù: «dovunque due o tre son raunati nel nome mio, quivi son io in mezzo a loro» (Matteo 18:20).
Allâinizio di questa lunga e bella preghiera, il re Salomone ha esaltato la fedeltà , la bontà (vers. 23), la grandezza dell'Eterno (vers. 27). Ora riconosce ciò di cui il popolo è capace e quali possono essere le conseguenze dei suoi falli. I nostri pensieri vanno da Salomone a Cristo, gran sommo Sacerdote. Egli conosce bene la debolezza del cuore dei suoi e si rivolge a Dio prima che Satana abbia a vagliarli, chiedendo che la loro fede non venga meno. Ha fatto ciò per Pietro prima del suo rinnegamento (Luca 22:32)... e quante volte anche per noi senza che lo sappiamo, all'ora della tentazione. Veramente Dio conosce il cuore dell'uomo (vers. 39; vedere Geremia 17:9-10).
E dove questo cuore «ingannevole più dâogni altra cosa e insanabilmente maligno» ha dato la sua completa misura? In quali circostanze Cristo ne ha conosciuto l'estrema malvagità ? Non è forse alla croce ove questa malvagità si è interamente manifestata contro di Lui (Salmo 22:16)? Ma questo delitto il più orribile di tutti peccati d'Israele, sarà esso pure perdonato quando il popolo pentito si volgerà con «grazia e supplicazione» non verso questa casa, ma «verso Colui ch'essi hanno trafitto» (Zaccaria 12:10).
Non basta per intercedere di conoscere la debolezza del cuore umano (vers. 46). Bisogna anche, come Salomone, aver fiducia nelle compassioni del cuore di Dio. Se Gesù, il nostro sommo Sacerdote e nostro Avvocato conosce molto bene il cuore dellâuomo, conosce anche quello del Padre suo. Ma il suo desiderio è che andiamo a Lui per farne l'esperienza personale (paragonate Giovanni 10:17 e 16:27).
«Ascolta e perdona»! Il nostro capitolo ci insegna che veramente si può andare a Dio in qualsiasi occasione. Câera posto ai piedi di Gesù per le più vili peccatrici, anche nella casa del fariseo (Luca 7:37). Oggi ancora, fedele alla sua promessa, non caccia fuori chi va a Lui (Giovanni 6:37).
Il peccato è la catena per mezzo della quale anche un credente può essere tenuto «prigioniero nel paese del nemico» (vers. 46), ma Dio è pronto a liberarlo. Tuttavia il sentiero del perdono passa necessariamente dalla confessione. «Io ti ho dichiarato il mio peccato,... e tu hai perdonato lâiniquità del mio peccato» (Salmo 32:5). Dio ascolta; Egli perdona; sì, Egli può perdonare tutto perché Gesù ha espiato tutto. «Se confessiamo i nostri peccati, Egli è fedele e giusto da rimetterci i peccati e purificarci da ogni iniquità » (1 Giovanni 1:9).
Il re ha terminato la lunga preghiera fatta in ginocchio (vers. 54). Speriamo che questa sia una posizione familiare a ciascuno dei nostri lettori e lettrici. Non câè nulla di più prezioso né di più efficace come di mettersi in ginocchio almeno un momento ogni giorno e indirizzarsi a Dio â a voce alta di preferenza, quant'è possibile, per evitare la distrazione. E se anche dimentichiamo in seguito ciò che abbiamo chiesto, le nostre parole resteranno «giorno e notte presenti all'Eterno, all'Iddio nostro» (vers. 59).
Infine è detto che Egli fa ragione «giorno per giorno secondo occorrerà ». Noi possiamo contare oggi sulla risposta di oggi, ma non su quella di domani. Poiché Dio sa che se ci desse fin dâora tutto ad un tempo, ci adagieremmo su queste «provviste» per i giorni futuri e cesseremmo di contare su di Lui. Perciò Egli regola la cosa di un giorno, nel suo giorno, «giorno per giorno», e Gesù lo insegna pure: «Basta a ciascun giorno il suo affanno» (Matteo 6:34).
La cerimonia della «dedicazione» (o dellâinaugurazione) del tempio ha luogo nel momento della gran festa annuale delle Capanne, al settimo mese. Termina con dei sacrifici e con una gioia conforme a Deuteronomio 16:15.
Lâopera intrapresa da Salomone è terminata. Il vers. 1 ci dice ch'egli ebbe piacere e volontà di farla. Non è forse una lezione che ci dà ? Facciamo con piacere tutto ciò che il Signore ci chiede di compiere per Lui! Ora l'Eterno risponde alla preghiera del re. Questa casa ove abita la Sua gloria, sarà il Suo gran motivo per benedire Israele, per ascoltare, per perdonare. Noi sappiamo che ora il centro dei pensieri e dell'amore di Dio non è più una casa, ma «il Figliuol del suo amore... In Lui si compiacque il Padre di fare abitare tutta la pienezza» (Colossesi 1:13,19). Non è in un tempio fatto di mani, ma in un Uomo, che Dio è venuto ad abitare in mezzo a noi (Giovanni 1:14; 1 Timoteo 3:16). Talché gli occhi e il cuore del Padre sono del continuo su quest'Uomo perfetto (paragonate vers. 3). E noi possiamo ad ogni momento indirizzarci a Lui nel nome di Gesù per essere esauditi. «O Dio... vedi e riguarda la faccia del tuo Unto» (Salmo 84:9).
LâEterno mette in seguito Salomone e il popolo sul piano della loro responsabilità . La Sua presenza in mezzo a loro esige da parte loro un'assoluta separazione dal male, altrimenti questo privilegio sarà loro tolto, e Israele, come nazione, sarà soppresso.
Da parte di Salomone era un grave fallo dare al re di Tiro delle città che facevano parte del paese dâIsraele. Può accadere anche a noi di abbandonare a profitto del mondo una parte della nostra eredità . Consideriamo, per esempio, come impieghiamo la domenica. Ci si priverà forse di assistere ad una riunione col pretesto di far piacere ad un amico. Siamo persuasi che tali concessioni siano una perdita per l'uno e per l'altro. Come potremmo condurre qualcuno a ricercare le verità divine ed i privilegi cristiani mostrando il poco caso che ne facciamo? Vedete Hiram! Non apprezza neppure il gesto di Salomone.
La fine del capitolo ci mostra il re, savio amministratore, che fortifica ed organizza il suo regno. Da una parte è in relazione con lâEterno (vers. 25) e dall'altra con i diversi popoli e paesi che lo circondano. E per la prima volta dai tempi di Giosuè, tutti i Cananei sono assoggettati. Vi ricordate che essi sono una figura dei nemici delle anime nostre. Sono forse in libertà i nemici dell'anima nostra, ovvero abbiamo trovato in Cristo la forza che può sottometterli?
Il Signore ricorderà questa scena ai farisei per rilevare la loro incredulità : «La regina del Mezzodì... venne dalle estremità della terra per udir la sapienza di Salomone, ed ecco qui vâè più che Salomone» (Matteo 12:42). Il Figlio di Dio, il Re di gloria, è qui in figura dinanzi ai nostri occhi. E ci fa vedere come riceve colui o colei che va a Lui. Non sono né la gloria né le ricchezze del gran re che attirano alla sua corte la nobile visitatrice. Le hanno parlato della sapienza di Salomone in relazione col nome dell'Eterno, e volendo rendersene conto di presenza venne a fargli tutte le domande «che aveva in cuore».
Cari lettori, non vi basti dâaver udito parlare del Signore Gesù. Andate a Lui! Mettete da parte i vostri propri pensieri e recateGli tutte le vostre difficoltà , tutto ciò che, forse, grava sul vostro cuore. Allora farete personalmente l'esperienza della sua grandezza e della sua potenza, delle sue ricchezze e della sua sapienza, ma anche del suo meraviglioso amore. Egli è pronto a darvi tutto quel che desiderate, tutto quel che Gli domanderete (vers. 13, Giovanni 15:7).
Ciò che impressiona la regina alla corte di Salomone (vers. 4-5) ci fa pensare alla testimonianza resa al Signore da lâAssemblea (la sua casa), all'insegnamento della Parola (i cibi della sua mensa), al comportamento dei Suoi che deve essere degno di Lui (i alloggi, l'ordine, i vestiti dei suoi servitori). In tutti questi dettagli dovremmo mostrare chi è il grande Re al quale abbiamo l'onore di appartenere.
Voi avreste certamente trovato piacere a contemplare Salomone, il più grande dei re della terra, vestito di abiti preziosi e magnifici, seduto sul suo trono dâavorio e d'oro. Che spettacolo doveva essere! E tuttavia il Signore, invitandoci a considerare i gigli dei campi, ci afferma che «Salomone con tutta la sua gloria, non era vestito come uno di loro» (Matteo 6:29). Così la più bella delle opere dell'uomo non raggiungerà mai la più modesta opera del Creatore.
Il Salmo 72, composto «a riguardo di Salomone», descrive questo regno di giustizia (vers. 1 a 4), di pace (vers. 7), di potenza (vers. 8 a 11), di grazia (vers. 12 a 14), di prosperità (vers. 16) e di benedizione (vers. 17). «I re di Sceba e di Seba gli offriranno doni... e gli sarà dato dellâoro di Sceba» (vers. 10,15). Nel nostro cap. 10, molti particolari illustrano la ricchezza, la sapienza e la potenza di questo figlio di Davide che regna in giustizia a Gerusalemme. Ma comprendiamo che qui vi è pure in figura, «più che Salomone». Centro di gloria, di prosperità e di benedizione per tutti i popoli, questo regno brillante non è che una debole figura del prossimo dominio universale del nostro Signore Gesù Cristo.
Fin qui a mala pena abbiam visto unâombra sullo splendore di questo regno eccezionale. Ed ecco che il cap. 11 comincia con un ma che svela ad un tratto, sotto le brillanti apparenze descritte precedentemente, uno stato dei più desolanti. Il re disobbedisce doppiamente alla legge, acquistandosi «molte mogli», e mogli straniere (Deuteronomio 17:17 e 7:3). Esse, nella sua vecchiaia, gli hanno distolto il cuore. Come mai poté accadere questo? Non aveva Salomone chiesto e ottenuto un cuore savio, un cuore che ascoltasse? Che cosa gli mancava ancora? Gli mancava una cosa: Egli non aveva custodito questo cuore, non aveva vegliato su quel che vi penetrava. L'Eterno gli aveva dato «un cuore vasto come la rena del mare», per permettergli di amare il suo gran popolo. Ed ecco che in quel cuore han preso posto mille donne straniere... con i loro idoli! Le proprie parole di Salomone si volgono contro lui stesso: «Custodisci il tuo cuore più d'ogni altra cosa, poiché da esso procedono i risultati della vita» (Proverbi 4:23, versione corretta). à quel che egli ha insegnato agli altri... e trascurato di fare per se stesso (vedere Romani 2:21 e 1 Corinzi 9:27). Non ha neppure tenuto conto dell'avvertimento del padre suo (cap. 2:3), poi del doppio avvertimento dell'Eterno (vers. 9-10).
Quando si tratta dellâuomo e della sua responsabilità constatiamo ancora e sempre il fallimento più totale. La storia di Salomone lo dimostra meglio di qualsiasi altra. à stato il più savio, il più ricco e il più potente di quelli che sono vissuti sotto il sole. Ha edificato per Dio un tempio grandioso, opera senza pari. Ma più l'uomo è elevato, più la sua caduta è fragorosa. Pensiamo all'esempio che questo re debole ha dato a tutto Israele. E ad un tempo pensiamo all'esempio che noi diamo agli altri! Quando la nostra condotta non è conforme alla nostra posizione, siamo per loro un'occasione di caduta.
Dio suscita a Salomone degli avversari, al tempo della sua vecchiaia. Dapprima fuori del regno: Adad e Rezon. In seguito, Geroboamo allâinterno del regno. Purtroppo, non vediamo il re rientrare in sé stesso, né tornare a Dio con tutto il cuore â secondo le proprie parole del cap. 8:47-48. Non si volge neppure verso l'Eterno per dirGli: «Ascolta e perdona». E tuttavia non era forse la via che, nella sua preghiera, aveva tracciata a quelli che avrebbero avuto da fare con dei nemici, come conseguenza dei loro peccati?
Come Dio aveva preparato Davide mentre Saul viveva ancora, così Egli suscita Geroboamo durante la vita di Salomone. Proprio come aveva fatto Saul, Salomone cerca di far morire colui che lâEterno gli ha designato per successore, (vers. 40). Non si china sotto la disciplina. Che differenza con Davide che riceveva tutto dalla mano di Dio compresi gli oltraggi di Shimei! Davide aveva incominciato bene la sua vita; l'aveva continuata male, ma l'aveva ben terminata; Salomone ha incominciato bene la sua carriera, l'ha continuata bene, e l'ha finita male. Citiamo ancora un esempio inverso: Giacobbe, i cui giorni furono «corti e malvagi» (Genesi 47:9), ebbe una bella fine (Ebrei 11:21).
Questo tentativo di omicidio è lâultimo atto di Salomone che ci sia riferito! Poi si addormenta coi suoi padri. Secondo la sua propria dichiarazione, egli aveva avuto «un tempo per vivere». Ora viene per lui il «tempo per morire» (Ecclesiaste 3:2). Caro lettore, voi non sapete quando questo tempo verrà per voi. Ma quel che dovete sapere è che il tempo per vivere è anche il tempo per credere, e il tempo per vivere per Cristo.
Roboamo succede al padre, il quale si era un tempo fatto questa domanda: Lâuomo che verrà dopo di me, sarà savio o stolto? (Ecclesiaste 2:18-19). Tre giorni bastano al povero Roboamo per darci la risposta. Il figlio dell'uomo più savio è sprovvisto d'intelligenza. E non lo vediamo come il padre chiedere all'Eterno un cuore savio. Nella sua gioventù, all'età in cui normalmente si deve imparare, non ha saputo approfittare degli insegnamenti della sapienza contenuti nel libro dei Proverbi, il cui autore è Salomone. Tuttavia questo libro incominciava così: «Ascolta, figliuol mio, l'istruzione di tuo padre...» (Proverbi 1:8). Talché all'età di quarant'anni, al tempo delle responsabilità , gli mancano totalmente l'esperienza, il buon senno, e soprattutto l'umiltà . Abbandona il consiglio dei vecchi, preferendo seguire l'imprudente consiglio dei giovani. Alcuni ragazzi ascoltano forse più volentieri i giovani della loro età che i genitori o le persone più anziane? Tendenza ben pericolosa! Vedete qui le sue conseguenze. Ma Dio si serve di questa mancanza di saggezza di Roboamo, come pure dei falli del popolo, per compiere quel che aveva deciso contro la casa di Davide.
In seguito allâintransigenza di Roboamo, dieci tribù si sono separate. Geroboamo diventa il loro re. I discendenti di Salomone non conserveranno che la tribù di Giuda e di Beniamino. Da questo momento seguiremo parallelamente la storia di questi due regni. Sino alla fine del 2° Libro dei Re sarà piuttosto quella del regno d'Israele (le dieci tribù) mentre il 2° Libro delle Cronache riprenderà la narrazione in rapporto col regno di Giuda.
Con una breve frase Dio ferma la guerra civile che stava preparandosi: «Questo è avvenuto per voler mio» (vers. 24). Breve frase, è vero, ma tanto importante anche per noi! Una difficoltà , un impedimento vengono forse a contrariare i nostri piani? Ascoltiamo, tendiamo lâorecchio! Udremo senza dubbio la stessa voce che ci dice: «Questo è avvenuto per voler mio».
Poi ci sono riferiti i primi atti di Geroboamo. Egli stabilisce due vitelli dâoro (paragonate il vers. 28 con Esodo 32:4), elementi principali d'un culto interamente inventato dall'uomo. Ora la propria volontà non è mai tanto colpevole quanto in materia di religione. E, da un regno all'altro, udremo parlare di questo peccato di Geroboamo.
In un giorno, «che aveva scelto di sua propria iniziativa», Geroboamo celebra una festa a Bethel in onore del suo vitello dâoro. Ma qualcuno viene a turbare la cerimonia. à un profeta! Giunge da Giuda con le parole più severe: «Altare, altare! così dice l'Eterno!...» L'altare si spacca; il re ribelle è colpito, poi guarito dalla potenza di Dio. La grazia brilla nella guarigione d'un uomo così empio. Dio ci benedice secondo quello che Egli è, e mai secondo quello che siamo. Questa grazia avrebbe dovuto parlare al re.
Il profeta aveva ricevuto lâordine di andarsene appena finita la sua missione. Riposarsi, mangiare e bere sul territorio di quelle tribù disobbedienti, sarebbe stato contraddire le parole di giudicio ch'egli aveva pronunciate. Non possiamo mostrare nessuna comunione con organizzazioni religiose non sottomesse alla Scrittura.
Il vecchio profeta, i cui figli sembra abbiano assistito alla festa del vitello dâoro, non era al suo posto, a Bethel. Per questo motivo, benché abitasse nella città ove bisognava compiere un servizio, non ne era stato incaricato dall'Eterno. Ma attirando in casa sua l'uomo di Dio, il vecchio giustificava la sua falsa posizione e aumentava la sua reputazione. Cosa ben seria! Se il profeta di Giuda fosse stato più sollecito a lasciare quei luoghi, probabilmente non sarebbe stato raggiunto dal vecchio profeta! (vers. 14).
Ora tocca allâuomo di Dio udire una parola di giudicio. Ha mancato di forza di carattere e notate a quali tragiche conseguenze va incontro.
Lasciarsi trascinare è un pericolo particolare alla gioventù, poiché è influenzabile. E notate pure che, per far uscire un cristiano dalla via dellâobbedienza, il diavolo non adopera soltanto delle seduzioni grossolane! Saprà servirsi per convincerci di mezzi che sembrano plausibilissimi. Tutte le apparenze erano in favore di quel vecchio profeta che pretendeva aver ricevuto da un angelo la parola dell'Eterno. Ma poteva Dio contraddirsi? In quel che ci concerne, fidiamoci semplicemente a quel che Egli dice nella Bibbia e non sbaglieremo strada (vedere Galati 1:8-9). Per quest'uomo di Dio la morte è la conseguenza del suo fallo. E per il vecchio profeta che castigo! Egli è stato una pietra d'intoppo per colui che egli chiama suo fratello (vers. 30)... ma verso il quale non aveva affatto agito da fratello! Trascinarne altri a disobbedire non è meno grave che disobbedire noi stessi. Ognuno di questi due profeti ci insegna in tal modo la propria lezione.
Nonostante lâavvertimento solenne che Dio gli ha dato a Bethel, Geroboamo ha perseverato nella sua via iniqua. Allora l'Eterno gli parla una seconda volta per mezzo della malattia del figlio Abija. Constatiamo che il re non pensa di cercar soccorso dal suo vitello d'oro, di cui riconosce in tal modo la totale impotenza. Si volge verso Ahija, il profeta che un tempo gli aveva annunziato la sovranità . à forse il re rientrato in se stesso? Purtroppo, no! La frode di cui si serve, d'intesa con la moglie, prova che nel suo cuore non c'è nessuna vera umiliazione. Ma che follia pensare che si possa ingannare Dio con un travestimento! La regina è smascherata appena entra in casa. E, invece delle parole piacevoli che Geroboamo aveva un tempo udito dalla bocca dell'uomo di Dio, è un terribile messaggio che la sventurata moglie gli recherà , nel momento stesso in cui il giovane Abija morrà . Perché, direte voi forse, non ha l'Eterno lasciato vivere quel fanciullo in cui Egli aveva trovato qualcosa di buono? Precisamente perché voleva ritirarlo da un ambiente così malvagio e prenderlo con Sé. Sorte incomparabilmente migliore! (Isaia 57:1-2).
Roboamo regna dunque nel medesimo tempo di Geroboamo. Benché il suo regno sia il più piccolo, possiede la parte migliore. La sua capitale rimane Gerusalemme ove si trova il Tempio, santa dimora dellâEterno e centro di radunamento per tutto Israele. Roboamo stesso è il «figlio» di Davide, il suo discendente legittimo. Purtroppo, con tutti questi privilegi, vedete fin dove cade il popolo pochi anni dopo i giorni gloriosi del capitolo 8 (vers. 65-66)! Ah! l'erba cattiva come può guastare il più bel giardino! L'idolatria introdotta da Salomone ha invaso tutto il paese. Ma non è tutto! Poiché Roboamo non veglia, il nemico ne approfitterà ancora. E il povero re si lascia prendere ad un tempo tutti i suoi tesori e tutto quel che lo proteggeva (gli scudi). Serio avvertimento per ciascuno di noi. Se non vegliamo sul nostro cuore, il Nemico, furtivamente vi seminerà il seme di diversi idoli. Poi, quando esso sarà germogliato, ci rapirà senza difficoltà i nostri tesori più preziosi, deposito che i nostri genitori o nonni forse ci avevano trasmessi: Cristo e la Sua Parola.
Abijam succede a Roboamo e tre anni di regno bastano a mostrare châegli cammina in tutti i peccati praticati dal padre suo.
Dopo Abijam, il figlio Asa prende posto sul trono di Giuda. Lungo regno, che contrasta coi due precedenti! Asa fa «ciò che è giusto agli occhi dellâEterno». E fare ciò che è giusto consiste anzitutto a togliere, a far sparire, ad abbattere, a bruciare. Attitudine tanto più coraggiosa e difficile in quanto l'obbliga ad agire contro la propria nonna, Maaca, una idolatra! Conosciamo le parole del Signore: «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me...» (Matteo 10:37). Dal tempo di Asa, quanti giovani convertiti hanno dovuto e devono ancora prender posizione contro la loro propria famiglia! Ben felici sono quelli che hanno invece dei genitori che li incoraggiano e gli sono di modello. Pensate a quel giovane re a cui il padre, il nonno e la nonna non avevano dato che cattivo esempio!
Purtroppo, la fine del regno dâAsa non è al livello del suo inizio. Invece di cercare presso l'Eterno il soccorso contro Baasa, si appoggia su Ben-Hadad. Il secondo libro delle Cronache (cap. 16) ci permetterà di ritornare più in particolare su questo regno e sulle lezioni che esso comporta per noi.
La nostra lettura ci riporta quarantâanni indietro per considerare il regno d'Israele al tempo in cui Asa dominava sul regno di Giuda. In contrasto con lui, Nadab, figlio di Geroboamo, seguì, durante il suo breve regno, «le tracce del padre e il peccato nel quale aveva indotto Israele» (vers. 26). Questo peccato è la falsa religione istituita da Geroboamo per distogliere il popolo dal luogo scelto dall'Eterno (Deuteronomio 12:5-6). Nella cristianità , come in Israele, vi è una moltitudine di persone che, pur facendo parte del popolo di Dio, sono state distolte dal solo centro che è Gesù. Hanno loro insegnato delle forme religiose che non sono secondo la Parola.
Nadab, con tutta la famiglia di Geroboamo, subisce la sorte annunziata da Ahija. Ma Baasa, che eseguisce questo giudicio, e succede nel regno a Nadab, gli succede anche nella sua via di peccato. Ora lo stesso sentiero terminerà nella stessa maniera! LâEterno lo annunzia a Baasa per mezzo del profeta Jehu, che, con coraggio si presenta davanti al malvagio re con parole solenni. Non siamo stati forse noi pure innalzati dalla polvere per prender posto con i nobili? (vers. 2 â 1 Samuele 2:8). Allora esaminiamo bene in quale sentiero camminiamo e quale ne è la fine (Proverbi 16:25).
Ela, figlio di Baasa, regna sopra Israele due anni. Il solo atto che ci sia riferito di lui è questo: «Ela era a Tirtsa bevendo ed ubriacandosi» (vers. 9). Questo re è dominato da una passione, povero schiavo dellâalcool, come lo sono oggi ancora milioni d'infelici. L'uomo crede di poter governare i suoi simili, quando non è neppur capace di dominare le passioni del proprio cuore. Troverete nel libro dei Proverbi le parole d'un giovane re chiamato Lemuel. Egli si ricorda di quel che la madre gli ha insegnato: «Non s'addice al re, o Lemuel, non s'addice al re bere del vino...» (Proverbi 31:4 â vedere anche Proverbi 23:20,31,32 ed Efesini 5:18). In un istante Ela, senza essersi svegliato, passa dall'ebbrezza alla morte. Così gli uomini di questo mondo si stordiscono nei piaceri del peccato, poi, senza esservi preparati, si trovano improvvisamente precipitati in un'eternità d'infelicità .
Sette giorni sono sufficienti a Zimri, uccisore di Ela, per provare che egli cammina nella via di Geroboamo! La sua fine non è meno terribile: si suicida! Poi Omri sâimpadronisce del potere, costruisce Samaria, fa peggio dei suoi predecessori. Che fitte tenebre gravano su questo regno d'Israele! (Michea 6:16).
Achab, figlio dâOmri, il cui regno ci occuperà sino alla fine del 1° libro dei Re supera ancora i peccati dei re precedenti. Poiché il culto di Baal è ufficialmente introdotto in Israele per mezzo di una moglie, l'abominevole Izebel. In quel tempo Gerico viene ricostruita. Provocazione all'Eterno; ed essa riceve il castigo annunziato da Giosuè! (Giosuè 6:26). Allora per parlare alla coscienza del re del suo popolo, Dio suscita un profeta: Elia! Ma costui sente che anzitutto è necessaria una prova onde mettere Israele in grado di ricevere la parola divina. Talché egli prega «ardentemente» che non piova (Giacomo 5:17). Poi, certo della risposta dell'Eterno, si presenta davanti ad Achab con autorità per annunziarglielo. Quando abbiamo domandato con fede qualcosa a Dio secondo la Sua volontà , dobbiamo agire con l'assoluta sicurezza del suo esaudimento. Notiamo l'espressione: «L'Eterno ... dinanzi al quale io sto» (versione corretta). Stare con rispetto davanti a Dio, nella sua luce, sempre pronto a ricevere le sue istruzioni, tale è l'attitudine del servitore. Era quella di Gesù al Salmo 16:8. Poi Dio nasconde Elia ed ha cura di lui in modo meraviglioso al torrente di Kerith.
Elia non dipendeva né dal torrente né dai corvi, ma dalla parola di Colui che aveva detto (vers.4): «Ho comandato ai corvi che ti diano quivi da mangiare.» Così, quando il torrente rimane asciutto, non è preso alla sprovvista e riceve un nuovo messaggio: «Ho ordinato colà ad una vedova che ti dia da mangiare» (vers. 9). Questa vedova è ridotta alla povertà più estrema, ma che importa ad Elia, poiché lâEterno ha detto: colà ! E questa donna di fede, che il Signore Gesù citerà agli abitanti di Nazareth per la loro onta (Luca 4:25-26), farà una meravigliosa esperienza. Quando Dio chiede un servizio (qui è quello di dar da mangiare al profeta), Egli provvede nel medesimo tempo tutto quel che occorre per compierlo. Soltanto, bisogna essere pronto a fare prima, senza discutere ciò che Egli ci ha chiesto. à l'insegnamento della piccola stiacciata, prova della fede di questa donna e «primizie» d'un'abbondanza divina per quella casa.
Poi la povera donna farà una seconda esperienza anche più straordinaria: quella della morte e della risurrezione del proprio figlio. I nostri pensieri si elevano di nuovo dal profeta al Signore Gesù, che risuscita i morti, come per esempio lâunico figlio della vedova di Nain (Luca 7, 11 a 15).
LâEterno che, tre anni prima, aveva detto ad Elia: «Partiti di qua;... nasconditi» (17:3) gli ordina adesso: «Va, presentati ad Achab». Ed il profeta è tanto pronto ad obbedire in questo caso come nell'altro. Esempio anche per noi che forse avremmo tendenza, secondo il nostro carattere, a presentarci o a nasconderci, quando Dio ci chiede proprio il contrario!
Qual è lâoccupazione di Achab durante la terribile siccità ? Lo vediamo preoccuparsi dei suoi cavalli e dei suoi muli piuttosto che della miseria del suo popolo. Abdia, suo maggiordomo, pur temendo l'Eterno, non ha il coraggio di separarsi dal suo empio padrone. Avrebbe dovuto rinunciare ai suoi vantaggi terreni, forse arrischiare la vita. Purtroppo, come Abdia, molti cristiani non sono pronti a separarsi dal mondo per piacere al Signore, perché questa scelta costerebbe loro troppo caro!
Notate il timore di Abdia quando si tratta di annunziare ad Achab che ha incontrato Elia. Si gloria volentieri di ciò che ha fatto per i cento profeti; ma quando si tratta di compiere il semplice servizio che Elia gli chiede, manca al povero Abdia ciò che brillava nellâumile vedova di Sarepta: l'umile fiducia nella parola dell'Eterno.
Mentre infierivano la siccità e la carestia, Achab aveva fatto lâimpossibile per rintracciare il profeta che egli considera come responsabile della sciagura d'Israele. «Sei tu â gli dice, incontrandolo finalmente â colui che mette sossopra Israele?» Che incoscienza! «Sei tu stesso, â risponde Elia â con la tua famiglia, che hai attirato questo castigo su Israele coi tuoi peccati». In tal modo ragionano gli uomini di questo mondo... e forse talvolta anche noi! Quando Dio ci manda una prova, invece di esaminarci personalmente, ci affrettiamo ad accusare gli altri e renderli responsabili di quel che ci accade.
Alla richiesta di Elia, il re raduna tutto Israele con i falsi profeti sul monte Carmel. à giunto il momento di parlare risolutamente al popolo e di metterlo dinanzi alla scelta. «Fino a quando zoppicherete dai due lati?» Più tardi Gesù parlerà nello stesso modo alle folle dâIsraele sopra un altro monte: «Niuno può servire a due padroni...» (Matteo 6:24).
Lettore o lettrice che ancora non avete fatto la scelta, noi ripetiamo affettuosamente per voi la domanda dâElia: «Fino a quando esiterete voi fra i due lati» ... fra i due padroni?
I profeti di Baal, raccolta la sfida, hanno invano moltiplicato i loro incantesimi e le loro danze frenetiche. Il loro dio è rimasto sordo. E con ragione! Allora Elia comincia i suoi preparativi con unâautorità che contrasta con tutto l'eccitamento precedente. Costruisce l'altare con dodici pietre, «secondo il numero delle tribù», affermando così l'unità del popolo. Nonostante la triste divisione in due regni, Israele è sempre agli occhi di Dio un solo popolo. à oggi la stessa cosa della Chiesa del Signore. Per quanto divisa essa sia di fatto in molteplici denominazioni, per Dio non c'è che una sola Chiesa, composta di tutti i credenti. à così che noi pure dobbiamo vederla.
Allorché tutto è pronto per lâolocausto, Elia s'indirizza a Dio: «O Eterno, rispondimi, affinché questo popolo riconosca che tu, o Eterno, sei Dio, e che tu sei quegli che converte il cuor loro» (vers. 37). Dio esaudisce il suo servitore, non solo mandando il fuoco dal cielo, ma riconducendo il cuore di tutto il popolo verso Lui.
Achab assiste a questa scena, seguita dalla morte dei suoi profeti, senza essere interessato ad altro che a mangiare ed a bere, mentre lâuomo di Dio prega di nuovo... «e il cielo diede la pioggia» (Giacomo 5:18).
Chi riconoscerebbe in questâuomo scoraggiato, che fugge alle minacce d'una donna il brillante testimonio del capitolo precedente? Dio non ci dà questa narrazione onde giudichiamo il suo caro servitore, ma per il nostro ammaestramento: l'uomo più straordinario fallisce totalmente quando è lasciato alle sue proprie risorse. Non rimane ad Elia che la disperazione. Tuttavia, vedete come Dio ha cura di lui. Prezioso pensiero: anche quando ci accade d'essere abbattuti o irritati, la sua bontà non cessa di esercitarsi verso noi.
Lo spirito legale di Elia lo conduce in Horeb (parte del massiccio di Sinai), quel luogo ove la legge era stata data. «Che fai tu qui, Elia?» gli chiede lâEterno. Domanda ben seria per colui che aveva abbandonato il popolo. Ahimè! la risposta del profeta non fa che tradire la sua falsa posizione. Egli è là per accusare! Mentre Mosè, in quello stesso luogo, aveva interceduto per il popolo (Esodo 32:11), Elia «ricorre a Dio contro Israele» come lo ricorda tristemente Romani 11:2.
Ricordiamoci bene di questo: Accusare (ciò può prendere la forma della maldicenza) è fare lâopera di Satana (Apocalisse 12:10). Intercedere, è invece agire come il Signore Gesù (Romani 8:34).
Contrariamente a quel che Elia pensava, il linguaggio che Dio voleva ora fare udire ad Israele non era quello del suo giudicio.
LâEterno non era né nel vento, né nel terremoto, né nel fuoco. La voce «potente», «piena di maestà »... e terribile del Salmo 29:3 a 9, tace per far posto a quella, dolce e sommessa, della grazia. Oggi ancora, non è il tempo del giudicio per il mondo; è quello della grazia che perdona il peccatore. Dio può risvegliare gli uomini per mezzo delle prove della sua potenza, ma, per toccare i loro cuori, occorre quella voce tenera della grazia. La conoscete? Per riceverla, è necessario sentire la propria indegnità .
Per non aver saputo comprendere questo linguaggio, Elia deve essere messo da parte, ed Eliseo è chiamato in vece sua. Egli saprà , da parte dellâEterno, far udire al popolo questa voce d'amore.
Infine, Dio insegna ancora ad Elia unâaltra lezione. Questi era salito sul monte pensando essere il solo fedele. Ne discende avendo imparato che egli era soltanto uno dei settemila uomini che Dio si era riserbato in Israele. Se egli non aveva saputo scoprirli, Dio, invece, conosceva ognuno di loro (vedere 2 Timoteo 2:19).
LâEterno aveva designato a Elia il successore di Ben-Hadad, re di Siria e quello di Achab, re d'Israele (cap. 19:15-16). Ma questi due personaggi sono ancora al potere e il cap. 20 ci narra il conflitto che li oppone l'uno all'altro. Ne è così del mondo attuale. Gli uomini agiscono nel loro accecamento come se l'avvenire appartenesse loro. Ma dimenticano che Dio ha i suoi pensieri a riguardo del mondo e dirige il corso della storia. E mentre si disputano la supremazia, nei pensieri di Dio sono già sostituiti dal re che Egli ha designato: Gesù Cristo. Come Elia, i credenti conoscono per mezzo della Parola questi pensieri di Dio a riguardo del mondo e non si lasciano impressionare dagli avvenimenti che agitano ed inquietano l'umanità (Isaia 8:12-13).
Di fronte alle provocazioni di Ben-Hadad, Achab è ridotto allâimpotenza. Ci fa pensare all'uomo nel suo stato di peccato, in balia del diavolo, il suo potente nemico. Costui non ha forse in pochi momenti spogliato Adamo di tutto ciò che possedeva in Eden? Ma per la grazia di Dio, Satana, l'uomo forte, ha trovato in Cristo qualcuno più forte di lui, che l'ha vinto e ne ha «spartito le spoglie» (Luca 11:22).
Ben-Hadad ha fatto i conti senza lâEterno. Mentre si ubriaca con i trentadue re che l'assistono, il piano divino si eseguisce.
Ci si può chiedere perché lâEterno venga in soccorso del malvagio Achab senza neppure che costui si sia rivolto a Lui. Non è forse qui precisamente la voce dolce e tenera della grazia di cui Dio vuole ancora provare le virtù? Liberando Achab ed il suo popolo, si propone di mostrar loro che Egli è sempre il Dio d'Israele, benché essi non lo ricerchino. Ai Siri, vuol provare che Egli non è un dio di montagna né un dio di pianura, bensì «il Signore del cielo e della terra» (Atti 17:24).
Notiamo ancora due particolari al vers. 27: Prima di andare al combattimento i figlii dâIsraele sono approvigionati. Non pensiamo di poter affrontare i nostri avversari senza aver fatto pure le nostre provviste giornaliere nelle pagine della Parola.
Poi il piccolo esercito dâIsraele deve fare l'esperienza che esso è senza forza, spregevole agli occhi dei suoi nemici, «come due minuscoli greggi di capre» di fronte alla moltitudine che inondava il paese. Dio farà sempre in modo che le sue liberazioni Gli siano attribuite, e Lo glorifichino. E la sua potenza si compirà nella nostra debolezza (2 Corinzi 12:9).
à triste non trovare in Achab nessun sentimento di riconoscenza per la doppia vittoria che lâEterno gli ha accordata. Purtroppo, la più parte degli uomini agisce così! La grazia di Dio li lascia insensibili. E noi, sappiamo che Cristo ha vinto per noi un nemico infinitamente più potente e più crudele di Ben-Hadad e dei suoi eserciti? L'abbiamo già ringraziato per questa gloriosa liberazione?
Non soltanto non vediamo che Achab si volga verso lâEterno, ma fa prova d'una colpevole indulgenza risparmiando il nemico di Dio e del suo popolo. Anzi, lo chiama persino suo fratello! Dio interviene e gli manda un altro profeta, ma questa volta la voce della grazia fa posto a quella del giudicio. Comprendiamo di che cosa ci parla questo. Come Achab, ci accade di dimenticare che il mondo è il nemico di Dio. Ora l'umanità si divide soltanto in due famiglie: quella di Dio e quella del diavolo (Giovanni 8:41 a 44). Esse non possono mescolarsi. Se abbiamo la felicità di far parte della grande famiglia di cui Dio è il Padre, i nostri fratelli e le nostre sorelle sono tutti figli di Dio, ma essi soltanto.
Mancò ben poco che Achab non fosse totalmente spogliato dal re di Siria. Ingrato verso lâEterno che gli aveva conservato tutto, eccolo che, spinto dalla concupiscenza, cerca a sua volta di spogliare il suo prossimo. Naboth, da fedele Israelita, non può cedere la sua eredità , secondo Levitico 25:23. Mostriamo noi la stessa fedeltà , la stessa fermezza quando si tratta di mantenere l'eredità spirituale che ci è stata lasciata, forse dai nostri genitori? Sì, guardiamoci bene di dar poco pregio alle preziose verità bibliche il cui deposito ci è stato affidato (1 Timoteo 6:20; 2 Timoteo 1:14).
Lo sciagurato re lascia vilmente agire la moglie, e, al coperto dellâautorità reale, è compiuta l'ingiustizia più abominevole.
Tuttavia, Naboth ha il privilegio di rappresentare uno più grande di lui. Nella parabola ove il Signore Gesù presenta Se stesso come lâerede della vigna, udiamo la terribile parola: «Venite, uccidiamolo, e facciam nostra la sua eredità » (Matteo 21:38). E la fine dello stesso evangelo ci informa che due falsi testimoni comparvero pure dinanzi al Sinedrio. Ivi Gesù fu accusato di bestemmia dai capi del popolo (Matteo 26:60, 65-66) prima di soffrire e morire «fuori della città » (vers. 13; Ebrei 13:12).
La menzogna e lâomicidio hanno messo Achab in possesso dell'oggetto della sua concupiscenza. Eccolo levarsi e scendere, col cuore contento, a visitare la sua nuova proprietà . Ma tutto il suo piacere svanisce ad un tratto! Qualcuno, che conosce bene, lo aspetta nella vigna di Naboth. à Elia! L'Eterno l'ha incaricato di annunziare al re il castigo che l'attende. Castigo che ci fa pensare alla fine orribile di colui che aveva tradito «il sangue innocente»: lo sciagurato Giuda! «Costui dunque â sta scritto â acquistò un campo col prezzo della sua iniquità , ed essendosi precipitato, gli si squarciò il ventre, e tutte le sue interiora si sparsero» (Atti 1:18).
Ma, per la prima volta nella storia di Achab, vediamo in lui un segno dâumiliazione. Il suo orgoglio è abbassato. Egli sa, dall'esempio dei suoi predecessori, che la parola dell'Eterno si compie sempre. Si tratta forse d'un «pentimento che mena alla salvezza? (2 Corinzi 7:10), d'una vera conversione? Purtroppo no, come lo mostrerà il seguito della sua storia. Una vera conversione si giudica sempre dai frutti. Tuttavia Dio, attento ad ogni segno di ravvedimento, tien conto di quest'attitudine di Achab per differire il suo castigo (Ezechiele 33:11).
Ben-Hadad non ha mantenuto la sua parola (cap. 20:34). Ha conservato Ramoth di Galaad. Achab si propone di riprenderla e partecipa il suo disegno ad un illustre visitatore in soggiorno a casa sua: Giosafat, re di Giuda. E anzitutto, che cosa pensare di questa visita? Non è forse rallegrante di vedere stabilirsi unâamicizia fra i sovrani di questi due regni israeliti da tanto tempo in conflitto fra loro? à un passo verso l'unione, cosa oggi all'ordine del giorno nel mondo cristianizzato. In realtà , dinanzi a Dio, è un'infedeltà da parte di Giosafat. Egli era re a Gerusalemme ove era il tempio dell'Eterno. Achab invece era un idolatra. Ora, chiede l'apostolo: «quale accordo fra il tempio di Dio e gli idoli?» (2 Corinzi 6:16).
Vedete in quale ingranaggio si è lasciato cogliere il povero Giosafat. A disagio, egli fa ad Achab alcune timide osservazioni, ma non ha abbastanza energia per opporsi al suo disegno. Gli occorreva più coraggio per questo che per fare la guerra ai Siri. Ed ognuno di noi lo sa certamente per esperienza: lâatto più difficile, quello che richiede più coraggio, sarà sovente un semplice rifiuto, un rifiuto di associarsi al male (Salmo 1:1).
Tutti dâaccordo, i quattrocenti profeti hanno annunziato ciò che il re desiderava. Che cosa possono arrischiare? Se Achab vince la guerra, la loro predizione sarà confermata. E, se non ritorna, non potrà rimproverarli. A lato di questi profeti di menzogna, un solo profeta dell'Eterno, il fedele Micaiah, fa coraggiosamente conoscere la verità e ne soffrira.
Gli uomini dâoggi, come Achab, si accumulano «dei dottori secondo le loro proprie voglie» (2 Timoteo 4:3). Essi non amano udir parlare d'un giudicio eterno e per rassicurarsi trovano dei predicatori che promettono loro che ad ogni modo tutto finirà bene. Ma tosto o tardi Dio confonderà tutti i mentitori. La sua Parola è la verità (Giovanni 17:17). Come il capitolo 18, questo ci mette in guardia contro un pericolo: quello di giudicare se una cosa è buona o cattiva secondo il numero di persone che la praticano.
Lâassenza di volontà di Giosafat mancò poco non gli costasse la vita. Ha seguito Achab, per timore di scontentarlo. E costui, vilmente, ha cercato di volgere su lui l'attenzione e gli sforzi del nemico. Ma la sua astuzia non poteva ingannare l'Eterno che aveva gli occhi su uno dei re per liberarlo, sull'altro per compiere il suo infallibile giudizio (vedere Salmo 7:12-13).
Il regno di Giosafat è presentato più dettagliatamente nel 2° libro delle Cronache. Tuttavia fermiamoci qui sopra un fatto molto istruttivo. Giosafat aveva costruito delle navi per andare a Ofir in cerca dâoro. Ma la mano di Dio lo arresta. Le sue navi naufragano. Si ostinerà egli nel suo disegno? No, si sottomette. Il re d'Israele ha un bel proporgli il soccorso dei suoi marinai, questa volta sa rispondergli no!
A tutti noi è accaduto di fare dei bei piani che una circostanza inattesa è venuta ad annientare dâun sol colpo. Ne fu così di Giobbe che dovette esclamare: «I miei disegni, i disegni cari al mio cuore, sono distrutti» (Giobbe 17:11). Per fare fallire questi piani, Dio si serve di vari mezzi: tempo cattivo, malattia, mancanza di denaro, scacco in un esame...! E ciò è sempre penoso. Ma invece di irritarci e voler fare, nonostante tutto, quel che ci eravamo proposti, chiediamoci se il nostro disegno aveva l'approvazione del Signore. Uno spirito contrito ha più valore ai suoi occhi che delle navi naufragate.
Lâultimo paragrafo ci riconduce alla corte d'Israele. E noi vi vediamo il nuovo re Achazia che serve Baal e gli si prostra dinanzi. Tale è la triste nota finale di questo 1° Libro dei Re.
Dal principio di questo libro, vediamo il perverso Achazia fare un passo di più nellâidolatria. Ammalato, egli manda a consultare Baal-Zebub (che significa Signore delle mosche, o della contaminazione). Atto tanto più tenebroso in quanto, dietro quest'idolo, è Satana che si fa adorare, lui che i Giudei chiameranno Beelzebub, capo dei demoni (Matteo 12:24)! Allora, la sorte di Achazia è decisa da parte dell'Eterno, ed Elia è incaricato di annunziarglielo, come dianzi al padre suo. Ma mentre in Achab era avvenuta una certa umiliazione, Achazia invece non pensa che ad impadronirsi della persona del profeta, anche con la violenza. Si pensa alle azioni criminali d'un altro re, il malvagio Erode, contro Giovanni Battista (che la Parola confronta sovente con Elia â paragonate il loro vestimento vers. 8 e Marco 1:6). Questa rivolta aperta contro l'Eterno riceve subito un solenne castigo.
Così Achazia supera il padre suo in malvagità . Non aveva avuto sotto gli occhi che il triste esempio dei suoi genitori, Achab e Izebel. Ma che dire allora dei giovani e delle giovani allevati da genitori pii e che, nonostante questo privilegio se ne sono andati dietro agli idoli del mondo?
Nella sua ostinazione, Achazia ha mandato un secondo capitano di cinquanta uomini per condurgli Elia. La sua intimazione è ancora più insolente: «Fa presto, scendi!» Essa riceve la stessa terribile risposta. â Al monte Carmel, il fuoco non era caduto sugli assistenti, ma su lâolocausto. Figura del giudicio divino che discende su Cristo per ricondurre a Dio il cuore del suo popolo. Ora però, su quest'altro monte, il fuoco deve scendere in giudicio sugli uomini ribelli.
Gesù, santa Vittima, è stato solo a conoscere lâardore dell'ira divina. Ma più tardi, quelli che non avranno creduto dovranno subire loro stessi eternamente quell'ira inflessibile (Romani 1:18).
Questo giorno di giudicio non è ancora venuto. Perciò, quando i discepoli Giacomo e Giovanni, riferendosi a questa scena, propongono al Signore di far scendere il fuoco dal cielo su un villaggio di Samaritani, Egli deve censurarli severamente (Luca 9:52 a 55).
Il capitano della terza cinquantina è forse uno dei 7000 di cui lâEterno aveva parlato al profeta. Egli parla con rispetto, umiltà , affezione per i suoi soldati. Con lui Elia andrà dal re. Ma quivi, non farà che ripetere parola per parola il suo primo messaggio, bentosto adempiuto con la morte di Achazia.
Mentre il rapimento di Enoc è riassunto in due versetti (Genesi 5:24; Ebrei 11:5), Dio ci permette (come ad Eliseo) di assistere in particolare a quello di Elia. Avvenimento glorioso che ce ne evoca due altri: uno passato, lâaltro futuro. La scena passata è l'ascensione del Signore al cielo. Come Elia, Gesù ha percorso il cammino del suo popolo Israele di cui abbiamo qui in figura le tappe. Ghilgal, Bethel, Gerico, infine il Giordano. Come Eliseo rifiutava di separarsi da Elia, così i discepoli si erano affezionati al Signore Gesù. «A chi ce ne andremmo?» â gli diceva Pietro (Giovanni 6:68 e 11:16). Ed anch'essi furono i testimoni della sua ascensione (Atti 1:9). Poi, secondo la promessa ch'era stata loro fatta, lo Spirito Santo discese su loro con potenza, e questo ci ricorda lo spirito di Elia che si posò su Eliseo dopo il rapimento del suo maestro.
Ma questo capitolo dirige i nostri pensieri sopra una scena futura: il rapimento di tutti i riscattati «nelle nuvole incontro al Signore nellâaria» (1 Tessalonicesi 4:17). Come Elia, siamo in cammino, sapendo quel che ci avverrà . à forse una speranza che rallegra il nostro cuore?
I «figli» dei profeti erano in realtà i loro discepoli, che vivevano con loro ammaestrati nella Parola e adoperati dallâEterno per il Suo servizio. Quelli di Gerico, come più tardi, Toma, non possono credere al meraviglioso avvenimento che si è prodotto.
Eliseo a Gerico rappresenta Cristo venuto in grazia in questo mondo che è segnato di morte e di sterilità . Egli vi ha portato la vita per la potenza purificante della grazia (il sale) contenuta e manifestata nellâuomo nuovo (il vaso nuovo). Così il credente è chiamato ad essere nello stesso modo «un vaso ad onore, santificato, atto al servizio del Maestro, preparato per ogni opera buona» (2 Timoteo 2:21).
La scena che segue ci colpisce di terrore. Certo, la derisione è sempre una cosa spiacevole (Proverbi 19:29). Ma quella dei ragazzi di Bethel oltraggiava lâEterno stesso. «Sali, calvo», era mettere Eliseo alla sfida d'essere rapito come Elia. Sopraggiunge l'orso! Esso è nella Bibbia una figura del mondo, sovente associato al leone: Satana. Oh! com'è serio questo! Dio potrà permettere che i figli i quali disprezzano la Parola, divengano la preda del mondo. Ed è cosa più terribile della morte, poiché ci va di mezzo la sorte eterna dell'anima!
Jehoram, fratello di Achazia, diventa re dâIsraele. Benché faccia anche lui ciò che è male agli occhi dell'Eterno, pure si nota un miglioramento in rapporto con la condotta del padre suo e della madre. Egli rinuncia ufficialmente al culto di Baal.
Il primo versetto del nostro libro aveva già menzionato la ribellione di Moab. à lâoccasione per Jehoram di entrare in guerra contro questo popolo appoggiandosi sui suoi alleati più vicini: il re di Giuda e quello di Edom. Purtroppo, Giosafat non ha imparato la seria lezione di Ramoth di Gaalad. Alla proposta di Jehoram, dà esattamente la stessa risposta di dianzi a quella di Achab (vers. 7; 1 Re 22:4).
La spedizione sta per fallire per mancanza dâacqua. Jehoram ne accusa l'Eterno, mentre egli stesso è il responsabile di tutta l'impresa. Molte persone sono come lui. Accusano Dio delle loro calamità , invece di pentirsi. Quanto a Giosafat, si preoccupa infine di consultare l'Eterno. Dinanzi ai tre re sventuratamente associati, Eliseo non è a suo agio. E le parole che rivolge a Jehoram ci fanno pensare alla solenne dichiarazione che il Signore farà un giorno agl'increduli: «In verità io vi dico: Non vi conosco» (Matteo 25:12).
Eliseo ha fatto conoscere da parte dellâEterno il mezzo della liberazione. E, come sempre, questo mezzo è la fede. Prima di ricevere, bisogna incominciare con lo scavar delle fosse. Più se ne scaveranno, e più acqua vi sarà . E notiamo che quest'acqua arriva «la mattina, nell'ora in cui si offre l'oblazione» (vers. 20). Non era forse a Gerusalemme, molto lontano da quel paese, che il sacrificio era offerto? Tuttavia, è in rapporto con questo sacrificio che le acque si mettono a sgorgare. Comprendiamone il significato: tutte le nostre benedizioni derivano dall'opera del Signore alla croce.
Ma le acque che significano la salvezza per gli eserciti di Israele, sono la distruzione dei Moabiti. Similmente, la morte di Gesù, salvezza per i credenti, è ad un tempo la condanna del mondo (Giovanni 16:8).
Ingannati dalle apparenze, i Moabiti sono battuti ed il loro paese devastato. Ma ciò che il loro re fa â lâorribile sacrificio del suo primogenito â produce la costernazione nel campo dei vincitori. E infine i tre eserciti si separano senza che risulti da quella dolorosa spedizione nessun beneficio reale per nessuno. Tale sarà sempre il risultato di ciò che non intraprendiamo con Dio.
Il nostro capitolo ci mostra Eliseo, tipo del Signor Gesù, come sorgente di benedizioni per due famiglie. La prima è povera: una vedova coi suoi due figli è alle prese con uno spietato creditore. Ma la sua fede sa a chi rivolgersi (Salmo 68:5) e riceve quellâolio miracoloso finché vi sono dei vasi vuoti per contenerlo.
Venduti a Satana, il terribile creditore, costui si è acquistato su noi dei diritti (Isaia 50:1). Ma vi è una risorsa: Volgersi verso il Signore. E noi riceveremo la potenza divina, secondo la misura della nostra fede (i vasi vuoti), non soltanto per la salvezza di quelli che amiamo, ma anche per la vita di ogni giorno (vers. 7).
La seconda famiglia è ben diversa. Sono persone ricche: Tuttavia lâuomo di Dio vi è ricevuto con semplicità . Vi si trova a suo agio ed i suoi ospiti pure sono felici di riceverlo. Bell'esempio per noi!
Il Signore Gesù è forse veramente in casa sua nella nostra dimora e nel nostro cuore? Possiamo noi mostrarGli tutto, confidarGli i nostri desideri segreti? Per prenderne conoscenza non ha bisogno dâun intermediario, come qui il profeta. Ed Egli vi risponderà se questi desideri sono secondo la Sua volontà (Salmo 37:4).
LâEterno ha dato un figlio alla pia Sunamita. Ma desidera fare per lei qualcosa di più: vuole che ella conosca la Sua potenza che risuscita i morti. Un bimbo che giunge in una famiglia è una sorgente di gioia per i genitori, i fratelli e le sorelle. Ma quel che avrà più valore ancora, sarà la nuova nascita di quel fanciullo; tutto il cielo se ne rallegrerà . Questo passaggio dalla morte alla vita, che si chiama la conversione, non è forse il più grande dei miracoli? Gesù lo opera ancor oggi nelle nostre case! Ne avete fatto l'esperienza?
Consideriamo il Salvatore nella dimora di Marta a Betania. Vi era ricevuto ogni tanto con rispetto ed affezione, come Eliseo dalla Sunamita. Ma bisogna che questa famiglia Lo conosca sotto un nuovo Nome: «La Risurrezione e la Vita» (Evangelo di Giovanni 11:25). Gesù non era presente al momento in cui il lutto aveva colpito, e il Suo ritardo sarebbe potuto sembrare dellâindifferenza. Ma bisognava che la fede fosse provata e ne è così della Sunamita. «Tutto va bene» (versione corretta), disse ella, nonostante l'angoscia del suo cuore. Noi che ci lagnamo per così poco, non dimentichiamo in tutte le nostre difficoltà questa parola di completa fiducia: «Tutto va bene»!
Come ne rende testimonianza Ebrei 11, capitolo della fede: «le donne ricuperarono per risurrezione i loro morti» (Ebrei 11:35). Ne fu così della vedova di Sarepta e ora della felice Sunamita. Ma che contrasto con la scena della tomba di Lazzaro, dove un semplice appello del Maestro della vita bastò a vivificare un uomo morto da quattro giorni. Bentosto, tutti i riscattati addormentati udiranno «il grido di comando», di Colui che ha vinto la morte, e risusciteranno con potenza (1 Tessalonicesi 4:16).
Lâincidente della minestra avvelenata ci ricorda come l'uomo, talvolta con buone intenzioni, guasta quel che Dio vuol dargli. Vegliamo dunque a non aggiungere nulla alla Parola, cibo delle anime nostre, e diffidiamo di tutte le «novità » (Galati 1:7-8). Quanti scritti religiosi in cui del veleno si trova mescolato alla verità divina!
Lâuomo di Baal-Shalisha, la cui bisaccia diventa per Eliseo il mezzo per cibare cento persone, ci riporta ancora una volta alle scene conosciute dell'Evangelo (Matteo 14:15 a 21; 15:32 a 38). Ma qui pure, quale differenza fra il profeta e Colui che fa sedere le moltitudini per saziarle in virtù della Sua propria potenza! (Salmo 132:15).
Ecco Naaman capo dellâesercito del re di Siria, eroe coperto di gloria e di considerazione. E tuttavia qualche cosa fa di questo gran personaggio il più infelice degli uomini: la sua bell'uniforme copre un corpo roso dalla lebbra. Così la malattia del peccato ha corrotto tutti gli uomini, compresi i più illustri.
Ora, nella casa di Naaman abita una giovane messaggera di buone novelle. Una piccola fanciulla prigioniera rende la sua semplice testimonianza alla potenza dellâuomo di Dio. Non si è mai troppo giovane per essere un testimonio del Signore Gesù.
Naaman parte e, dopo essere passato al palazzo di Jehoram, riceve il messaggio di Eliseo. Oggi ancora, Dio ha un messaggio per i peccatori: la sua Parola scritta. Molti non credono che Dio sâindirizzi a loro in questo modo e non ricevono la Bibbia come Parola di Dio. Molti anche trovano la salvezza troppo semplice. L'istruzione data a Naaman è la stessa di quella di Gesù al cieco-nato: «Va', lavati» (vers. 10; Giovanni 9:7). Dio non richiede dall'uomo grandi cose (vers. 13). Semplicemente questo: riconoscersi contaminato, morto nei propri falli (Efesini 2:1,5; Colossesi 2:13). Le grandi cose, Dio stesso le ha compiute per i poveri peccatori.
La prima cosa che Naaman fa dopo la sua guarigione è andare a ringraziare colui che ne è stato il mezzo. Ci ricorda uno di quei dieci lebbrosi, resi netti dal Signore, che, «vedendo di essere guarito, tornò indietro, glorificando Dio ad alta voce» (Luca 17:15). Ora anchâegli era uno straniero.
Naaman deve imparare in seguito che la salvezza è interamente gratuita. Molte persone non riescono ad accettare questo. E hanno tanta più difficoltà a comprenderlo in quanto certi membri del clero traggono dalle loro funzioni un profitto personale: questo è chiamato un «guadagno disonesto» (1 Timoteo 3:8; Tito 1:7; 1 Pietro 5:2). Ghehazi ci fa appunto pensare a loro. Simile a Giuda, ama il denaro e rincorre il guadagno disonesto. Ma ha fatto i conti senza lâocchio penetrante del profeta. Costui legge fin nel cuore del malvagio (come Pietro in quello d'Anania â Atti 5:1 a 4) non soltanto l'atto disonesto, ma persino quel che Ghehazi si era proposto d'acquistare (vers. 26).
«à forse questo il momento...?» gli chiede Eliseo, i cui beni consistevano nel suo mantello di profeta. Domanda seria per ognuno di noi! Discepoli dâun Maestro che è stato «il Povero», alla vigilia del suo ritorno non è veramente il momento di arricchirci e di stabilirci comodamente quaggiù! (vedere anche Giacomo 5, fine del vers. 3 e Aggeo 1:4).
Siamo di nuovo in presenza dei discepoli dei profeti. Essi dicono ad Eliseo: «Il luogo dove stiamo... è troppo stretto». à questa anche la vostra opinione? Agli occhi del mondo, la vita del cristiano appare certamente ben stretta: egli si priva di tante cose. Troppo stretto? à perché guardiamo troppo in basso. In verità «il cielo» in tutta la sua estensione è davanti a noi.
Il piccolo incidente che segue è commovente nella sua semplicità . Eliseo è tanto disposto a restituire un utensile a chi lâutilizza, quanto a restituire un fanciullo alla madre sua per mezzo della risurrezione. Così vediamo il Signor di gloria che lava i piedi dei suoi discepoli o prepara loro il cibo (Giovanni 13:5; 21:13). Nulla è troppo piccolo per Gesù. Noi non ne abbiamo già fatto l'esperienza?
Ora la guerra ricomincia fra Israele ed i Siri. Ma esiste un terzo esercito di cui solo il profeta conosce lâesistenza. Sono i combattenti celesti: degli angeli che Dio ha posto come un muro di fuoco attorno al suo servitore (Salmo 34:7). Per discernerli occorrono gli occhi della fede. Come qui Eliseo, Gesù a Getsemani ha diretto la mente del suo discepolo sulle dodici legioni d'angeli che il suo Padre gli avrebbe mandato se avesse voluto chiederGlieli (Matteo 26:53).
Tre volte in questo capitolo, gli occhi si aprono alla preghiera del profeta (vers. 17 e 20) o al contrario si oscurano (vers. 18). Chiediamo a Dio di aprire i nostri. Come il servo di Eliseo, non perdiamo di vista la potenza divina che è a nostra disposizione. «Io alzo gli occhi ai monti donde viene il mio soccorso», dice il Salmista (Salmo 121:1). Elia era stato soltanto un profeta di giudicio. Eliseo al contrario ha il privilegio di adoperare una seconda arma ancor più efficace: la grazia. Egli ha misericordia dei suoi nemici, e vince il male col bene. I nostri pensieri si rivolgono di nuovo verso Gesù. Egli si serviva in modo altrettanto perfetto della potenza e della grazia. Dopo aver con una parola fatto cadere a terra quelli che venivano per prenderLo, guarisce lâorecchio tagliato dal suo discepolo (Giovanni 18:6; Luca 22:51).
Quel gran banchetto ci fa pensare alla «gran cena» della grazia (Luca 14:17). Dio vi ha convitato quelli che erano suoi nemici.
Purtroppo la buona azione di Eliseo non è ricompensata! I Siri assediano Samaria ove regnano la carestia e le sue orribili conseguenze. Ma lâEterno se ne servirà appunto per mostrare ad un tempo la sua potenza e la sua grazia.
Il popolo di Samaria è immerso nella più squallida miseria. Ora Dio può agire. Da parte sua, Eliseo annunzia la liberazione. La salvezza è alla porta; anche attualmente Dio lo fa sapere. Ma quanti vi rispondono con lâincredulità e le beffe come il capitano!
Quattro poveri lebbrosi saranno adoperati per far conoscere questa salvezza: «Dio ha scelto le cose ignobili del mondo, e le cose sprezzate...» (1 Corinzi 1:28). Senza alcun intervento umano, lâesercito siriano è stato battuto. L'Eterno da solo ha riportato la vittoria. Così è della croce, ove Gesù ha trionfato da solo su tutti i nostri nemici. Eravamo come quei miseri lebbrosi, dei peccatori in una situazione disperata, votati ad una morte certa ed eterna. Ma questa è ormai annullata per il credente. Egli trova in sua vece: la vita, la pace, delle ricchezze spirituali abbondanti e gratuite per il presente, ed un avvenire assicurato. Tali sono i frutti della vittoria di Cristo alla croce. Il nemico vi è stato spogliato completamente. E notate, bastava muoversi e andare per prender possesso di quelle cose (vers. 5; parag. Luca 15:18). L'avete fatto? Ovvero siete ancora «giacenti nelle tenebre... e nell'ombra della morte?» (Matteo 4:16).
«Questo è giorno di buone novelle» (vers. 9). Ah! se conosciamo queste buone novelle del Vangelo, non le teniamo egoisticamente per noi. Affrettiamoci di pubblicare il felice messaggio a quelli che sono ancora nella distretta, e ignorano la divina liberazione. «Eccolo ora il giorno della salvezza» (2 Corinzi 6:2). Non saremmo noi colpevoli se tacessimo? (vedere Ezechiele 33:6). à quel che la loro coscienza dice ai quattro lebbrosi. E senza aspettare la mattina, si affrettano a gridare la notizia ai guardiani della porta della città . Ma udite con quali ragionamenti sono accolti! Il re ed i suoi servi discutono e passano in rivista tutte le spiegazioni possibili prima di accettare la più semplice e la più meravigliosa: questa liberazione è quella annunziata dal profeta; essa viene dallâEterno. «O insensati e tardi di cuore a credere a tutte le cose che i profeti hanno dette!» poteva ben dire, meravigliandosene, il Signore Gesù (Luca 24:25). La Salvezza era alla porta. Ma per il capitano incredulo, alla porta si trovava anche il giudizio. Egli solo non godrà dell'abbondante bottino. La parola dell'Eterno si adempie esattamente. Ne è sempre così!
Al principio del cap. 8 riappaiono delle persone conosciute: la donna di Shunem di cui lâEterno aveva preso cura durante una carestia. Poi Ghehazi che nonostante la lebbra sembra aver prosperato. Lo ritroviamo infatti alla corte del re ove Dio si serve di lui per far render giustizia alla Shunamita. Ci è poi raccontata la visita d'Eliseo a Damasco e il suo incontro con Hazael. Quest'ultimo per mezzo d'un omicidio prende il posto di Ben-Adad sul trono di Siria.
Infine, in quei versetti 16 a 29 vediamo continuarsi la storia parallela dei re dâIsraele e di Giuda. Jehoram, figlio di Giosafat, è lungi dal seguire il buon esempio del padre. Ce ne è dato il motivo: «Egli aveva per moglie una figlia di Achab» (vers. 18). Vedete una volta di più com'è grande l'influenza d'una sposa o d'un marito sul suo congiunto. Quindi quanto è importante per una tale scelta, d'essere certi dell'approvazione del Signore. Jehoram di Giuda è dunque il cognato di Joram, re d'Israele, che conosciamo bene. E a sua volta, suo figlio Achazia si è «imparentato con la casa di Achab» (vers. 27). Belle unioni secondo il mondo, ma, agli occhi dell'Eterno gravi infedeltà . Ne vedremo le tragiche conseguenze.
Da molto tempo, sul monte Horeb, lâEterno aveva designato Jehu ad Elia come il successore della casa di Achab (1 Re 19:16). Ma Dio non si affretta mai quando si tratta di giudicio. à soltanto dopo aver esaurito tutte le risorse della sua grazia che si decide ad agire. Eliseo non ungerà lui questo nuovo re giustiziere, precisamente perché è il profeta della grazia. Un giovane fra i figli dei profeti è scelto per questa missione. Vediamo che anche un servizio importante può talvolta essere affidato dal Signore ad un giovane. Si trattava di presentarsi in mezzo allo stato maggiore dell'esercito d'Israele, in guarnigione a Ramoth di Galaad, e versare l'olio dell'unzione regale sul capo di Jehu, che, probabilmente, era il comandante. Non c'era forse ben di che intimidire assai quel giovane profeta? Ma quando si obbedisce a Dio, si può contare sul suo soccorso nelle situazioni più impressionanti. Il vers. 7 ci mostra che Dio non dimentica le sofferenze dei suoi (Luca 18:7-8). A ben più forte ragione si ricorda del sangue del Suo Figlio, messo a morte dalla razza umana.
Scelto dallâEterno, acclamato dai suoi ufficiali, il nuovo re agirà ora senza perdere un istante.
Jehu è un uomo astuto ed energico. Il suo piano appena concepito è subito eseguito. Seguito da una truppa decisa, egli conduce furiosamente il suo carro in direzione di Izreel. Vedendolo si pensa a quel cavaliere seguito dagli eserciti del cielo che esce per compiere il giudicio «dellâardente ira dell'Onnipotente Dio». Il suo nome è «la Parola di Dio» o anche «Re dei re e Signor dei signori», vale a dire Cristo stesso. Allora il tempo della grazia sarà terminato (Apocalisse 19:11 a 16).
«Recate pace?», sâinforma inquieto Joram per mezzo delle sue staffette, poi va egli stesso incontro al suo giustiziere. Ora che cosa risponde la Parola?: «Non v'è pace per, gli empi» (Isaia 57:21). Infatti «quando diranno: "Pace e sicurezza", allora di subito un'improvvisa ruina verrà loro addosso» (1 Tessalonicesi 5:3). à giunto il momento per il re empio di dare il rendiconto. La grazia gli aveva così sovente parlato per mezzo d'Eliseo! Ma era rimasto sordo al suo linguaggio. «Siamo traditi!» esclama egli. Castigo! dovrebbe piuttosto gridare, poiché è la mano di Dio che lo trafigge in quel campo stesso di Naboth ove doveva, secondo l'infallibile profezia, esser regolata la sorte della casa sanguinaria di Achab.
Dopo la morte di Joram e di Achazia suo nipote, rimane ancora la persona più malvagia di tutta la famiglia reale: la regina madre Izebel. Appena viene a conoscenza della sorte del figlio (poiché tratta Jehu dâassassino del proprio signore), invece di affliggersene, la vecchia regina, in un ultimo sussulto di vanità , si acconcia e s'imbelletta gli occhi. Poi si pone alla finestra per insultare con disprezzo chi si presenta. All'appello di Jehu, i suoi propri servi precipitano dalla finestra l'infame donna; e in un momento i cani non lasciano di lei che dei resti insanguinati, irriconoscibili. Fine orribile di colei che rimarrà nella Parola l'immagine stessa della corruzione nella Chiesa! (Apocalisse 2:20).
Gli anziani di Samaria e i capi di Izreel, come un tempo nellâaffare di Naboth, sono pronti a commettere dei delitti per piacere al nuovo sovrano. Ma la mano dell'Eterno era dietro a questa vile azione, e possiamo essere sicuri che nessuno di quei settanta figli di Achab meritava d'essere risparmiato. Poiché, secondo Ezechiele 18:17, il figlio che ha messo in pratica i precetti dell'Eterno «non morrà per l'iniquità del padre; egli certamente vivrà ».
Proseguendo la sua missione di vendetta, Jehu incontra un gruppo di giovani allegri che se ne vanno per la loro strada in una totale noncuranza. Sono i quarantadue fratelli (o cugini) di Achazia. Senza il minimo dubbio di quel che era avvenuto, essi scendevano a far visita alla brillante gioventù dellâaltra famiglia reale... appunto quella le cui settanta teste sono in quello stesso momento ammassate in due mucchi alla porta di Izreel! Ebbene, è nella morte che li raggiungeranno! Pensiamo agl'innumerevoli ragazzi e ragazze il cui solo pensiero è di godere della vita, dimenticando che la morte può sorprenderli ad un tratto senza che essi siano pronti (Ecclesiaste 11:9) Sì, quanti di essi han già trovato quella morte subitanea, per esempio in un incidente stradale, mentre si recavano ai loro piaceri!
Un altro incontro più interessante è quello di Jehonadab, figlio di Recab. à un uomo fedele. Il capitolo 35 di Geremia ci narra la storia della sua famiglia. Jehu si vanta con lui del suo zelo, poi lo fa assistere al massacro dei sacerdoti di Baal. Ma lâastuzia sua non ha nulla di paragonabile con la scena del Carmel che aveva ricondotto all'Eterno il cuore del suo popolo Israele (1 Re 18).
Considerando Jehu esecutore della vendetta dellâEterno, pensiamo al Re, all'Uomo prode (Cristo) a cui s'indirizza il Salmo 45: «Tu ami la giustizia e odii l'empietà ; perciò Dio, il Dio tuo ti ha unto d'olio di letizia a preferenza dei tuoi compagni...» (vers. 7; cap. 9:6). «Nella tua magnificenza, avanza sul carro...» (vers. 4; cap. 9:16). «La tua destra ti farà vedere cose tremende. Le tue frecce sono aguzze... nel cuore dei nemici del re» (vers. 4 e 5; cap. 9:24). E come conseguenza, il trono gli è conferito, non per un tempo limitato (quattro generazioni sono accordate a Jehu â vers. 30) ma «per ogni eternità »(Salmo 45:6).
Purtroppo, il vers. 31 sottolinea il contrasto completo, e ci insegna una seria lezione: è possibile manifestare un grande zelo per Dio, fare delle opere spettacolari che han tutta lâapparenza della fede, e con ciò non ricercare che i propri interessi.
Il cap. 11 ci trasporta al regno di Giuda e vediamo lâabominevole Athalia, degna figlia di Achab e di Izebel, che si sbarazza, distruggendoli, di tutti i suoi discendenti maschi per impadronirsi della corona.
La famiglia reale dâIsraele è dunque del tutto annientata. Quella di Giuda ha subito la stessa sorte, ad eccezione d'un fanciulletto nascosto nel tempio dalla zia, moglie del sommo sacerdote (2 Cronache 22:14). E durante questo tempo, l'odiosa Athalia occupa ingiustamente il trono.
Il tempo attuale presenta una situazione similare: Gesù, essendo passato per la morte (mentre Joas vi è sfuggito), si trova oggi nella Casa del Padre, ove esercita il sacerdozio, nascosto agli occhi del mondo, ma presente presso Dio, per comparire nel giorno della sua gloria come il vero «Figlio di Davide». Quelli che sono della famiglia di Dio Lo conoscono e Lâonorano come il vero Re, in attesa della sua apparizione (Tito 2:13). Essi posseggono ad un tempo un prezioso segreto ed una «beata speranza». Pertanto il dominio provvisorio di Satana, «il Principe di questo mondo», non deve impressionarli. Esso sarà bentosto distrutto, come lo è qui la malvagia Athalia. Questo incoronamento di Joas è dunque l'immagine d'una scena futura che i nostri cuori salutano per la fede.
In seguito il culto di Baal è estirpato dal regno di Giuda, senza che siano necessarie le astuzie adoperate da Jehu.
La morte di Jehoiada segna la svolta del lungo regno di Joas. Il 2° Libro delle Cronache ci dà la triste narrazione della fine della sua vita. Ma qui, fino al versetto 16, si svolge la parte felice del suo regno. Una sola cosa sembra occupi il cuore del re: il restauro della casa dellâEterno. Dal tempo di Salomone il Tempio si era deteriorato. Or Joas, allevato con i sacerdoti nelle camere adiacenti al santuario, ha conservato dalla sua tenera infanzia un profondo interessamento per quella casa. Aveva avuto ad un tempo l'occasione di conoscerne ogni breccia! E voi, ragazzi e ragazze, allevati nelle verità concernenti l'Assemblea, ha essa un posto nel vostro cuore? Senza dubbio voi anche conoscete, purtroppo alcune delle sue «brecce»: dissensioni, freddezze, scoraggiamenti, mondanità ... Non è forse un servizio bello e desiderabile, il divenire come Joas un «riparatore delle brecce?» (Isaia 58:12). Un giovane può già farne il tirocinio. Quali sono i cementi che bisogna sapere abilmente adoperare? L'amore, la benignità , la pazienza e il prezioso «legame della pace» (Efesini 4:2-3).
Hazael, re di Siria, è salito contro Gerusalemme. Ma che cosa fa Joas invece di confidarsi nellâEterno? Agisce come una volta Asa alla fine del suo regno, quando Baasa era salito contro di lui (1 Re 15:17-18): abbandona tutte le cose sante consacrate dai suoi padri e da lui stesso all'inizio della sua carriera, e li rimette al re di Siria. Purtroppo, quanti hanno fatto come questo povero re! Al principio della loro vita cristiana avevano fatto per il Signore dei volenterosi sacrifici. Avevano consacrato, santificato questo o quello per il servizio del Signore. Allora è sopraggiunta l'opposizione del mondo. E, non essendo pronti ad affrontarla per fede, hanno preferito gettar tutto a mare. à quel che il nemico desiderava. Ormai, egli li ha lasciati in pace. Sì, ma a che prezzo!
Così la vita del povero Joas, bene incominciata, finisce in modo tragico. à assassinato dai suoi propri servi. Amatsia regna in luogo suo, mentre in Israele Joachaz sostituisce Jehu. Joachaz è un re malvagio. Ma una parentesi è aperta in cui brilla tutta la grazia di Dio (vers. 4 a 6). Egli dà un salvatore al suo popolo (Isaia 19:20). Di qual più grande Salvatore ci ha Dio fatto dono! (Luca 2:11)
Eliseo, il cui nome significa «salvezza di Dio», resta sino alla fine del suo lungo ministero il profeta della grazia. Egli annunzia qui la liberazione al nuovo re dâIsraele, Joas, che va a fargli visita. Ove trovare oggi la grazia e la salvezza, se non presso un Cristo che morì per noi?
Purtroppo, Joas non è in grado di approfittare di tutta la grazia offerta. Manca di fede. Non siamo noi forse sovente come lui? Dio tiene presso di sé ricche benedizioni. à pronto a darcele. Ma gliele chiediamo timidamente, come se Egli fosse povero, ovvero come se non fosse il suo desiderio di colmarcene. E questo ci dice come conosciamo male il nostro Padre. I limiti non provengono da Lui, bensì dalla nostra mancanza di fede. Noi non abbiamo perché non domandiamo (Giacomo 4:2).
Eliseo muore. Ma questa morte stessa diventa una sorgente di vita per altri. Fin nella tomba, questo straordinario profeta è così un tipo di Cristo (vedere Matteo 27:52).
La fine del capitolo ci mostra che lâEterno, obbligato di castigare il suo popolo, è ad un tempo commosso a suo riguardo d'una compassione divina (Ebrei 12:6; vedere anche Michea 7:18-19).
Amatsia, figlio di Joas, sale sul trono di Giuda quando lâaltro Joas occupa quello d'Israele. Constatiamo una volta di più la buona influenza d'una madre che appartiene al popolo di Dio. Jehoiada aveva scelto questa donna per essere moglie di Joas di Giuda (2 Cronache 24:3). Quest'ultimo aveva fatto bene, per edificare un focolare, di lasciarsi consigliare da colui che era incaricato della sua educazione.
Buone cose sono dette di questo nuovo re, particolarmente della sua sollecitudine ad obbedire alla Parola (vers. 6; vedere Deuteronomio 24:16). «Non però come Davide suo padre», è precisato, ricordando lâesempio del re ben amato.
La pietra di paragone è sempre Gesù, il perfetto Modello. Come ci invita la 1a epistola di Giovanni, bisogna sempre ritornare a «quel che era dal principio». Tali sono le prime parole di questa epistola! E quali sono le ultime? «Figliuoletti, guardatevi dagli idoli.» Il 2° Libro delle Cronache (cap. 25:14) lo rivelerà : Amatsia, dopo lâinizio buono del suo regno, si stabilisce come déi gl'idoli degli Edomiti. Che ingratitudine verso l'Eterno che gli aveva dato la vittoria su questi ultimi! Ora quegli idoli diventano la causa d'una terribile disfatta dinanzi a Joas re d'Israele.
Nulla ci è detto degli ultimi quindici anni di Amatsia. Anni perduti! Nulla merita di essere menzionato da Dio! Non ci sono forse tali anni nella nostra vita? Come il padre Joas, Amatsia perì di morte violenta. Triste fine dâun uomo che aveva «abbandonato l'Eterno»! (2 Cronache 25:27). Azaria suo figlio (chiamato altrove Uzzia) gli succede all'età di sedici anni, mentre in Israele prosegue il lungo regno del terzo discendente di Jehu: Geroboamo II. Costui resta attaccato come i suoi predecessori ai vitelli d'oro del primo Geroboamo! Tuttavia, nella Sua misericordia, Dio continua a liberare il suo popolo, anche per mezzo di questo malvagio re. Che pazienza! E com'è commovente questa parola: «L'Eterno non aveva parlato ancora di cancellare il nome d'Israele di disotto al cielo» (vers. 27). Dio, costretto a procedere con rigore, si affretta ad afferrare tutte le possibilità di grazia che il suo patto di giustizia gli lascia.
Egli manda ugualmente dei profeti al suo popolo sotto questo regno: Osea, Amos, infine Giona, menzionato qui (vers. 25), e di cui conosciamo la straordinaria storia. Dio moltiplica gli avvertimenti. Più tardi, sarà detto agli Ebrei che Egli ha «in molte volte e in molte maniere parlato anticamente ai padri per mezzo deâ profeti». Ma ora Egli ci ha parlato mediante il Suo Figlio (Ebrei 1:1-2).
Azaria o Uzzia, sul quale 2 Cronache 26 ci darà più particolari, finì tristemente, dopo cinquantadue anni di regno, una carriera bene incominciata. Così era già avvenuto del padre e del nonno. Ricordiamoci che non è un buon inizio nella vita cristiana, che ci garantisce una marcia felice in seguito e sino alla fine. Non appoggiamoci mai sulla nostra fedeltà passata o presente, ma sul Signore, solo capace di preservarci da ogni caduta (Giuda 24).
Durante questa lunga vita di Azaria, Zaccaria, quarto e ultimo re della dinastia di Jehu, poi Shallum, Menahem, Pekachia, occupano successivamente il trono dâIsraele. «Egli fece ciò che è male... non si ritrasse», è il triste ritornello che riassume quei regni successivi. Poco importa quel che la storia del mondo ne ha ricordato, ciò che conta come per ogni vita d'uomo, compresa la mia e la vostra, è l'apprezzamento divino.
«Si sono stabiliti dei re, senzâordine mio» (Osea 8:4). Questo periodo finale della storia del regno d'Israele è caratterizzato da un solenne abbandono da parte dell'Eterno stanco di tante infedeltà (vedere Osea 4:17).
Tutti gli avvertimenti di Dio, compreso il suo silenzio, sono stati vani per risvegliare la coscienza del popolo. Scocca finalmente lâora in cui l'ultima misura di disciplina deve essere presa verso lui. Si tratta della sua dispersione fra le nazioni. Estremo castigo, considerato sin dall'inizio della storia d'Israele (Levitico 26:33; Deuteronomio 28:64), ritardato durante secoli di divina pazienza. Si può pensare quanto è. costata al cuore di Dio questa decisione. Egli aveva fatto uscire questo popolo dall'Egitto; l'aveva radunato, messo a parte, introdotto in un bel paese. Ed ecco che deve ora abbattere il suo proprio lavoro e rimettere questo povero popolo sotto il giogo donde era stato tratto. Ma, ultima risorsa della grazia: la «deportazione» non ha che un principio di esecuzione. Vi è ancor posto per il pentimento.
Notate questo: fra le prime vittime figurano gli abitanti di Galaad. Il capitolo 32 del libro dei Numeri ci racconta la scelta disastrosa di quelle due tribù e mezzo che si eranostabilite al di qua del Giordano a causa dei loro beni materiali. I loro discendenti ne subiscono le tragiche conseguenze.
In Giuda regnano successivamente il fedele Jotham, poi il figlio Achaz che è invece uno dei re più esecrabili.
Sotto il regno dâAchaz in Giuda (e di Pekachia in Israele) l'Assiria fa la sua apparizione nella storia. Dio se ne servirà come «verga della sua ira» (Isaia 10:5) per disperdere Israele e per castigare Giuda. Dinanzi a questo temibile intervento, Achaz agisce senza dubbio da abile uomo politico, ma senza tenere il minimo conto del pensiero dell'Eterno. Tuttavia la rivelazione più meravigliosa gli era stata fatta, come ce l'informa Isaia che profetizzava sotto il suo regno (Isaia 7:10 a 14): «Ecco la vergine concepirà , partorirà un figlio, e gli porrà nome Emmanuele.» Quanti al giorno d'oggi hanno udito questa buona novella della nascita del Salvatore ma non hanno voluto saperne di quel Dio venuto per rimanere «con noi».
Achaz si permette di mutare ogni cosa nella casa dellâEterno. Fa edificare un altare più largo: l'uomo trova sempre troppo stretto ciò che Dio ha stabilito. Poi mette l'altare del sacrificio in disuso: il valore dell'espiazione, l'efficacia della croce sono negati. Toglie le basi del mare e delle conche. Infine fa modificare il portico e l'ingresso «a motivo del re d'Assiria» (vers. 18): figura d'una religione che piace al mondo e gli apre le sue porte largamente.
Hosea, uccisore e successore di Pekah, sarà lâultimo re di Israele. La proroga di alcuni anni concessa dall'Eterno non è stata messa a profitto. Il nona anno del regno di Hosea segna, con la presa di Samaria, la deportazione dell'insieme delle dieci tribù. Ma il Dio giusto non ha voluto scoccare questo dardo finale senza stabilire una volta di più e in modo indiscutibile la colpevolezza d'Israele. I vers. 7 a 18 costituiscono l'atto d'accusa irrefutabile dell'Eterno nei riguardi di quello sciagurato popolo. Sarà pure così più tardi dinanzi al terribile gran trono bianco. I morti non saranno giudicati senza che i libri che ne riferiscono le opere siano aperti alla loro completa confusione (Apocalisse 20:12-13).
Il re dâAssiria ha proceduto ad uno scambio di popolazioni. Che vergogna di vedere ormai il bel paese di Canaan occupato nuovamente dalle nazioni idolatre, se pure esteriormente queste imparino a temere l'Eterno e aggiungano il suo culto a quello delle loro divinità !
Siamo giunti al momento in cui, per bocca del profeta Osea, lâEterno pronuncia a riguardo d'Israele il solenne «Lo-ammi»: «Voi non siete mio popolo», con l'aggiunta: «e io non son vostro» (Osea 1:9).
Non si tratterà ormai che di Giuda sino al termine di questo libro. Dio ha ricapitolato tristemente tutti i peccati del suo popolo. Ma ora proverà della gioia nel parlarci dâun re fedele. Talché il regno di Ezechia occuperà nientemeno che undici capitoli della Bibbia (2 Re 18 a 20; 2 Cronache 29 a 32; Isaia 37 a 39); come se Dio, al tempo della rovina, e prima di trattare una pagina ancor più oscura, provasse piacere a indugiarsi sulla vita del suo pio servitore. Fino a lui, sotto i regni migliori, vi fu sempre questa riserva: «Soltanto gli alti luoghi non furono tolti.» Questi alti luoghi, ove il popolo offriva dei sacrifici (sia all'Eterno o agli idoli), erano sussistiti in disobbedienza a Deuteronomio 12. Essi corrispondono a tutte le tradizioni e superstizioni che hanno sostituito nella cristianità gl'insegnamenti della Bibbia a riguardo dell'adorazione. La venerazione, di cui si circondava il serpente di rame, ci ricorda che la croce stessa è diventata per molti un oggetto d'idolatria. Ezechia sopprime, frantuma, abbatte e fa a pezzi gli idoli.
Respinge in seguito il giogo dellâAssiro e sconfigge i Filistei secondo la profezia d'Isaia (Isaia 14:28...).
Ezechia ha preso posizione coraggiosamente per lâEterno. Ma la sua fede non è ancora stata messa alla prova. Bisogna che ciò avvenga. E così, ogni credente deve mostrare, tosto o tardi, se le sue opere sono quelle della fede ovvero se egli ha superato la propria misura. In Ezechia, dinanzi al terribile assalto del re d'Assiria, questa fede comincia a vacillare. Crede di trarsi d'imbarazzo rimettendo a Sennacherib un enorme tributo. à ciò che qualche tempo prima aveva fatto Joas. Ma Dio gl'insegnerà (e a noi pure per mezzo della stessa occasione) che la liberazione e la vera pace non si ottengono facendo delle concessioni. Il nemico inganna e delude sempre. Sennacherib invece di disarmarsi, manda un grande esercito contro Ezechia e gli abitanti di Gerusalemme. E delega nello stesso tempo tre pericolosi personaggi, ognuno con la propria specialità : il suo generale in capo per vincerli, il capo dei suoi servitori per sottometterli, e il suo gran coppiere per sedurli se possibile ed inebriarli con parole melliflue. Badate a certe persone che Satana ci manda talvolta con una missione di questo genere! Il loro linguaggio li tradirà .
Il Rabshakè comincia unâarringa in cui si beffa apertamente della loro fiducia nell'Eterno.
Il gran coppiere prosegue il suo discorso, usando a turno minacce, beffe e menzogne. Ha preteso falsamente dâaver ricevuto un ordine dell'Eterno per salire contro Giuda e distruggerlo (vers. 25). Ora tenterà la seduzione. Prendendo in prestito il linguaggio del popolo (come Satana sa parlare il nostro), fa luccicare le ricchezze dell'Assiria ove si propone di deportarlo: grano, pane, vigne ecc... Brevemente, egli afferma, è «un paese simile al vostro». Infatti, se paragoniamo le risorse dell'Assiria con quelle di Canaan (Deuteronomio 8:7-8), apparentemente vi è poca differenza. Però ce n'è una! Ed è essenziale: Si può forse paragonare «un paese di corsi d'acqua, di laghi e di sorgenti che nascono nelle valli e nei monti» con le misere cisterne dell'Assiria? (vers. 31). Un paese simile al vostro paese? No, senz'altro! Gesù non dà come il mondo dà (Giovanni 14:27).
Allora, non potendo far accettare al credente le sue risorse ingannevoli, il Nemico cercherà di allontanarlo dalla sua suprema risorsa: dal suo Dio forte (vedere vers. 33 a 35). Che risposta deve dare il credente? Tacere semplicemente (vers. 36). Non si discute col diavolo, ci si allontana da lui.
Dinanzi allâassalto degli eserciti assiri, Ezechia ha uno strano modo di condurre la guerra, non vi pare? Invece d'un'armatura, si riveste di un sacco. Il suo quartier generale non lo stabilisce sul bastione, ma nella casa dell'Eterno. Infine, invece di far appello al fior fiore dei suoi soldati, si rivolge al profeta Isaia! Non aveva fatto così Joram, re d'Israele, durante l'assedio di Samaria. Anzi, aveva fatto il contrario! Aveva tentato di mettere a morte il profeta Eliseo (cap. 6:31). Ma contro l'altezza e l'orgoglio del re d'Assiria, qual'è la buona strategia militare? Semplicemente quella insegnata dall'apostolo Paolo in 2 Corinzi 10:4: «le armi della nostra guerra non sono carnali, ma potenti nel cospetto di Dio a distruggere le fortezze; poiché distruggiamo i ragionamenti ed ogni altezza che si eleva contro alla conoscenza di Dio».
Ezechia, il cui nome vuol dire «potenza dellâEterno», sa presso chi trovare del soccorso (Salmo 121:2). La sua fiducia non è delusa. «Non ti spaventare...», gli fa rispondere il profeta. Preziosa parola che udiamo così sovente nella Bibbia e particolarmente dalla bocca del Signore: «Non temere, credi solamente...» (Marco 5:36). Egli ha la lingua dei sapienti per sostenere con la parola lo stanco (Isaia 50:4). Così l'anima timorosa ma fiduciosa del suo riscattato ancora nella prova riceve da questa parola la forza e il coraggio necessari per aspettare la liberazione.
Sopportare in silenzio, non rispondere nulla, tale è, come lâabbiam visto, l'attitudine del credente sia dinanzi alle provocazioni del mondo, sia dinanzi alle sue proposte più seducenti. Invece davanti al suo Dio può prender la parola. Così fa Ezechia. Cominciando con lo spiegare davanti all'Eterno la lettera ricevuta, Gli dichiara in certo qual modo: Questo ti concerne; lascio a te la cura di occupartene. Poiché l'Assiro ha oltraggiato Dio stesso, la cui gloria è così in gioco (vers. 19, vedere Salmo 83:12,18).
Ezechia completa le sue stupefacenti disposizioni militari con la più abile delle strategie: quella che consiste a ritirarsi, a cancellarsi per lasciare il nemico in faccia allâEterno che è il più forte!
«Lasciar Te solo agire
e, fermi in tua vittoria,
ci riposare in Te»
â dice un cantico. Nelle nostre difficoltà , piccole o grandi, cominciamo col sentirci troppo deboli per sormontare lâostacolo. Esponiamo allora il nostro caso al Signore per mezzo della preghiera. Infine, aspettiamo tranquillamente la liberazione da alto. Così non sarà più la prova che si frapporrà come un paravento fra il Signore e noi, ma piuttosto il Signore stesso si terrà come uno scudo protettore fra la prova e il suo riscattato (leggere Salmo 38:14-15).
Lâorgoglio del re d'Assiria era aumentato smisuratamente, poiché fino allora nessuno aveva potuto resistergli. Vedete quell'io, sei volte ripetuto nei vers. 23 e 24. Ma quest'orgoglio è tanto più terribile in quanto si misura con Dio stesso. La folle pretesa dell'uomo d'«essere uguale a Dio» (Filippesi 2:6) si discerne chiaramente nel mondo d'oggi. Il mondo, per mezzo della scienza, della tecnica, dei progressi di cui si attribuisce il merito, s'incammina rapidamente verso il momento in cui l'uomo adorerà se stesso in un «superuomo» che sarà l'Anticristo.
LâAssiro è ugualmente un personaggio della profezia: una formidabile potenza asiatica che, in un tempo futuro, invaderà la Palestina e assedierà Gerusalemme. Ma questa potenza sarà distrutta dall'apparizione del Signore Gesù, figurato qui dall'angelo dell'Eterno. Il campo assiro è devastato in una notte. Poi Sennacherib a sua volta è assassinato dai propri figli nel tempio del suo dio Nisroc. Egli, che aveva affermato che l'Eterno non avrebbe potuto liberare Ezechia, è colpito in presenza del suo idolo, incapace di proteggerlo.
Così Dio si è glorificato, come possiamo esser certi che lo farà sempre, liberando il suo fedele servitore.
Una seconda prova, ancor più terribile della prima, colpisce ora lâinfelice re. La morte batte alla sua porta. Nella sua distretta, anche questa volta ricorre all'Eterno. Non può, naturalmente, salire al santuario secondo la sua abitudine, ma non è forse sempre possibile trovare il proprio Dio anche sopra un letto di malattia? Quanti infermi a letto ne fanno ogni giorno la preziosa esperienza!
Achaz, padre di Ezechia, aveva rifiutato il segno che lâEterno voleva dargli (Isaia 7:10 a 12). E, sul quadrante solare che egli aveva costruito, l'ora del giudicio s'avvicinava con rapidità . Ma qui il re fedele e pio ottiene con la guarigione un segno straordinario. Per mezzo del retrocedere dell'ombra, Dio gli mostra che accetta di ritardare il castigo.
Alcuni particolari di questo bel fatto fan pensare per contrasto al Signore Gesù. Nel Salmo 102 abbiamo la sua preghiera: «Dio mio, non mi portar via nel mezzo dei miei giorni!» poi la risposta del Padre: «I tuoi anni durano per ogni età » (vers. 24). Isaia ha annunziato la guarigione del re per il terzo giorno. E Cristo, entrato veramente nella morte, ne è uscito quello stesso terzo giorno.
Uscito vincitore da due prove, il, povero Ezechia soccomberà alla terza. Appunto perché questâultima non sembrava essere una prova! Che cosa di più lusinghiero di quell'ambasciata del re di Babilonia? Si annunzia con una lettera ed un regalo per Ezechia. Ah! se avesse spiegato quella lettera dinanzi all'Eterno! Riguardo al regalo se ne troverà vincolato, obbligato di fronte a quegli stranieri. Quanto pericolose sono, per un credente, le amabilità del mondo! Esse trovano così sovente un'eco di compiacimento nella vanità del suo cuore! Non era forse piuttosto un'occasione perché Ezechia parlasse a quegli uomini della bontà e della potenza dell'Eterno che l'aveva liberato per ben due volte? Un'occasione pure per far loro conoscere la casa del suo Dio? Invece, mostra loro la sua casa, il suo arsenale, che non gli era stato di alcuna utilità contro Sennacherib, tutti i suoi tesori di cui ora l'Eterno gli annunzia che nulla resterà . «Che hanno veduto in casa tua?» Domanda seriosa! Che cosa vedono i visitatori nelle nostre case? Di che cosa parliamo loro? Di ciò che ci lusinghiamo di possedere? Ovvero di Colui a cui tutto appartiene?
Ezechia riconosce di aver meritato il giudizio. E qui ha termine la vita di questo re fedele.
Dopo Davide, Ezechia era stato il re più fedele. Suo figlio Manasse sarà il più detestabile. «Sâabbandona interamente a fare ciò ch'è male agli occhi dell'Eterno» (vers. 6). E a tutti i suoi delitti, s'aggiunge la responsabilità d'essere figlio del pio Ezechia, colui che aveva detto: «Il padre farà conoscere ai suoi figli la tua fedeltà » (Isaia 38:19). Se non avessimo che questo solo capitolo 21 a suo riguardo, diremmo per certo che un tal uomo è perduto per l'eternità . Ma il 2° libro delle Cronache (cap. 33:12-13), che ci dà la fine della sua storia, ci informa che la grazia di Dio ha detto l'ultima parola. Chi avrebbe creduto che un uomo simile sarebbe potuto pentirsi ed essere perdonato? Veramente i pensieri di Dio non sono i nostri pensieri. La nostra salvezza non dipende dal modo più o meno onesto della nostra condotta. Essa risulta dalla meravigliosa grazia del Dio d'amore. E ciò che abbiamo fatto prima della nostra conversione dovrebbe ad ogni modo apparirci abominevole davanti a Dio. Paolo chiamava se stesso il primo dei peccatori, perché aveva perseguitato l'assemblea. «Ma misericordia mi è stata fatta... â aggiunge egli â affinché Gesù Cristo dimostrasse in me, per il primo, tutta la sua longanimità ...» (1 Timoteo 1:16).
Amon succede a Manasse. Dopo due anni dâun regno empio, perisce di morte violenta. E il piccolo Giosia, suo figlio, sale sul trono all'età di otto anni. Ci ricordiamo che il suo nome era già stato pronunziato molti secoli prima da un profeta salito a Bethel per parlare contro l'altare in presenza di Geroboamo (1 Re 13:2). Questo figlio doveva nascere alla casa di Davide per compiere la giustizia e il giudicio. Così vediamo che in presenza del male che Egli sopportava, i pensieri di Dio si volgevano da molto tempo verso questo fanciullo. Ma dall'eternità essi riposavano sul fanciullino di Bethlehem che sarebbe diventato il Salvatore del mondo.
Il regno di Giosia, come quello dellâavolo Ezechia, corrisponde a ciò che si chiama un risveglio. Nello stato di sonno della cristianità , lo Spirito Santo ha prodotto, qua e là , simili risvegli. Quello di Giosia è caratterizzato da un nuovo interesse per la casa di Dio, da un ritorno al santo Libro, e infine dalla preoccupazione di separarsi dal male. L'esempio del piccolo re Giosia ricorda anche a tutti i nostri figli che non è mai troppo presto per fare «ciò ch'è giusto agli occhi dell'Eterno» (cap. 22:2).
I lavori intrapresi da Giosia nella casa dellâEterno hanno condotto alla scoperta del libro della legge. Era stato smarrito, dimenticato persino dai sacerdoti che tuttavia avevano l'incarico di custodirlo (Deuteronomio 31:9 e 26). Nel corso della storia della Chiesa, il grande risveglio della Riforma ha rimesso in onore le Sacre Scritture. Dopo secoli di oscurità del Medio-Evo, il libro di Dio è stato tratto dall'ombra, tradotto nelle lingue popolari, stampato e sparso in tutti gli ambienti. Non dimentichiamo questo soggetto di riconoscenza. La lettura della Bibbia ha allora aperto gli occhi a molti sullo stato di rovina della cristianità . Ma, ad un tempo, la luce divina dell'Evangelo è venuta ad illuminare le anime ignoranti. Poiché questa Parola di vita non ci mostra soltanto, come il libro della legge a Giosia, quel che Dio aspettava dall'uomo e come quest'ultimo vi ha interamente mancato (Antico Testamento). Essa ci insegna pure ora ciò che Egli si è proposto in Cristo, il nuovo Uomo, e che questi ha interamente compiuto (è tutto il Nuovo Testamento). La Bibbia non è oggi un libro che ci condanna, ma il meraviglioso messaggio della grazia divina a poveri peccatori perduti.
Dopo la parola di giudizio che lâEterno ha pronunziato, Giosia avrebbe potuto concludere: A che pro purificare questo luogo sul quale l'Eterno sta per accendere la sua ira? Ma non è mai il ragionamento d'un credente fedele. Neanche alla vigilia del giudizio finale, la Scrittura ingiunge: «Chi è santo si santifichi ancora» (Apocalisse 22:22).
In applicazione a quel che gli è stato letto in Deuteronomio 31:11, il re, che ora riconosce personalmente il valore della Parola di Dio, ha la preoccupazione di farla udire a tutti «piccoli e grandi». Abbiamo noi questo stesso desiderio di far conoscere attorno a noi la preziosa Parola di Dio?
«Lo zelo della casa di Dio» divora Giosia, come divorerà in seguito Uno più grande di lui. Leggendo i vers. 4 a 6, si pensa a Colui che fece un giorno una sferza di cordicelle per scacciare dal Tempio quelli che ne avevano fatto una «casa di mercato» (Giovanni 2:15 a 17), «una caverna di ladri».
Ma ci ricordiamo pure della domanda che lâapostolo fa ai Corinzi: «Non sapete voi che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?... il tempio di Dio è santo e questo tempio siete voi» (1 Corinzi 3:16-17; 6:19). Riceveremmo noi un visitatore nobile in una casa disordinata e sudicia? Si sentirebbe forse egli stesso a suo agio? A maggior ragione se si tratta dell'Ospite divino che vuol far la sua dimora nel nostro cuore. Onorarlo è anzitutto mettere in ordine questo cuore, sbarazzarlo da tutto ciò che lo ingombra e lo contamina.
Giosia prosegue la sua coraggiosa opera di purificazione. Ed ecco che fra i sepolcri dei sacerdoti dâidoli sorge un'altra tomba. Quella dell'uomo di Dio che aveva annunziato le cose che ora si adempivano. Degli ossami riposavano così gli uni vicino agli altri, la cui sorte eterna era differente. Il Signore alla sua venuta distinguerà e risusciterà d'infra i morti i corpi dei credenti «addormentati» (1 Tessalonicesi 4:13...). Gli altri saranno lasciati per la risurrezione di giudizio.
Giosia ha capito che prima di celebrare degnamente la Pasqua allâEterno, ogni sozzura doveva essere anzitutto tolta dal paese. Il culto del Dio Santo non può accordarsi con ciò che ricorda quello degli idoli (2 Corinzi 6:16-17). Prima ancora di poter pronunziare il nome del Signore, il credente è invitato a ritrarsi dall'iniquità , a purificarsi dai vasi a disonore. Essere separato, ritrarsi, purificarsi, da cose penose e che ci faranno senza dubbio accusare e mal giudicare. Ma è quel che Dio ci chiede prima d'ogni altra cosa. Vedete quale ne è stata la preziosa conseguenza per Giosia ed il popolo: «Pasqua simile non era stata fatta dal tempo dei giùdici.»
Nonostante la fedeltà del suo re, il popolo non era ritornato di tutto cuore allâEterno (Geremia 3:10). «Giuda, la perfida,» non ha ricavato nessuna lezione dal castigo subìto da «Israele, l'infedele». Così l'ora suonerà in cui questa tribù dovrà a sua volta essere scacciata dal paese.
Per compiere i suoi disegni, Dio si è servito dei grandi popoli dellâantichità , come pure delle nazioni moderne, agenti incoscienti delle Sue vie verso Israele. Gli avvenimenti mondiali sono da Lui controllati e li adopera per proteggere o disciplinare i suoi.
Le due grandi potenze del tempo di Giosia erano lâEgitto e, per poco tempo anche l'Assiria. Confinanti da due lati col paese di Canaan, questi due regni in perpetuo conflitto dovevano per combattersi, attraversare il territorio d'Israele. Giosia, parteggiando per il re d'Assiria, tenta di opporsi al passaggio del Faraone Neco, ma è ucciso da questo a Meghiddo. Oh; se si fosse separato dal mondo e dalle sue alleanze tanto accuratamente come si era separato dal male! Si è immischiato in una contesa che non lo concerneva e ne subisce le conseguenze (Proverbi 26:17).
Joachaz, figlio di Giosia, dopo un cattivo regno di tre mesi, cade sotto il potere di Neco. Costui lo deporta e lo sostituisce col fratello Joiakim, che non sarà migliore di lui.
Secondo la profezia di Isaia 10, la potenza assira è stata annientata. Sulle sue rovine è sorto lâimpero babilonese comprendente la quasi totalità del mondo antico, compreso l'Egitto, e chiamato perciò il primo grande impero delle nazioni. à una svolta della storia del mondo. Israele è messo da parte; cessa di essere il seggio del governo di Dio sulla terra. Questo governo è affidato alle «nazioni» (cioè ai popoli non giudei) e comincerà quel che si chiama il tempo delle nazioni che dura ancora oggi.
Joiakim, re di Giuda, divenuto lui pure vassallo di Nebucadnetsar, si ribella tre anni dopo, e suo figlio Joiakin (o Jeconia) che gli succede fa altrettanto. Allora avviene la prima deportazione di Giuda a Babilonia. Avvenimento solenne! E tuttavia unâultima occasione è lasciata ai più poveri del popolo che sfuggono alla deportazione. Nebucadnetsar mette sul trono di Giuda, come capo, un terzo figlio di Giosia: Sedekia. Ma costui non agisce diversamente dai suoi predecessori. L'accecamento di questi ultimi re è tanto più colpevole in quanto Geremia il profeta non ha cessato durante i loro regni di avvertirli da parte dell'Eterno.
Eccitato dallo spirito di ribellione dei re di Giuda, Nebucadnetsar sale per la terza volta contro Gerusalemme, lâinveste e vi penetra dopo più d'un anno di assedio. E questa volta non c'è misericordia per l'orgogliosa città . à interamente bruciata, a cominciare dal Tempio. Le sue mura sono demolite, i suoi abitanti condotti in cattività . Sedekia subisce crudeli conseguenze della sua ostinazione. Soltanto alcuni campagnoli sono lasciati nel paese.
Poi le guardie caldee sâaccaniscono contro il Tempio che per essi simboleggia lo spirito di resistenza. Non contenti di averlo dato alle fiamme, riescono a spezzare e trasportare le potenti colonne di rame, il mar di rame, le sue basi e il rimanente degli utensili. Perché i versetti 16 e 17 ripetono alcuni particolari dell'ornamento delle colonne, precisamente al momento in cui esse stanno per sparire? Senza dubbio per un motivo ben commovente: Non è forse come l'ultimo sguardo gettato sopra un oggetto amato e che ci si indugia a contemplare ancora? Com'erano belle quelle colonne, immagini della stabilità e della forza che l'Eterno ritirava ormai dal suo popolo disobbediente e ribelle! (1 Re 7:21).
Così han termine questi due libri dei Re (che nellâoriginale ebraico non ne formano che uno solo). Si erano aperti sulla gloria del re d'Israele, e si chiudono su quella del re di Babilonia. Incominciarono con l'edificazione del tempio; terminano col quadro della sua distruzione. Al principio, il primo successore di Davide era salito sul trono a Gerusalemme (1 Re 1). Alla fine, il suo ultimo discendente è stato rinchiuso in una prigione a Babilonia. Fra questo principio e questa fine, di capitolo in capitolo, abbiamo assistito al lamentevole declino. Così vediamo una volta ancora la fine di tutto ciò che è affidato all'uomo! Veramente il suo cuore è «ingannevole più d'ogni altra cosa e insanabilmente maligno (Geremia 17:9). Ed Ezechiele, la cui voce si farà udire durante questo tempo di cattività , lo conferma in questa dolorosa esclamazione: «Com'è vile il tuo cuore, dice il Signore, l'Eterno, a ridurti a fare tutte queste cose!...» (Ezechiele 16:30).
à consolante veder spuntare negli ultimi versetti un piccolissimo principio di ristoramento. Dio ci mostra che il suo lavoro non è terminato. Lâultima parola sarà sua, quando dopo il fallimento di tutti questi re apparirà il Cristo, il Figlio di Davide, il vero Re d'Israele.
Poiché lâuomo ha mancato totalmente sul principio della sua responsabilità , vedremo il Dio di grazia riprendere Egli stesso le cose dal principio in questi libri delle Cronache. La storia dell'umanità vi si trova, in certo qual modo tracciata di nuovo, non più mettendo l'accento sul male prodotto dall'uomo (Libri di Samuele e dei Re) ma sottolineando il bene pensato e compiuto da Dio in risposta a quel male. Ecco dunque questa storia dell'umanità ricapitolata risalendo ad Adamo! E si è notato che il significato dei dieci primi nomi permetteva di leggere una frase ben significativa:
Adamo: lâuomo
Seth: essendo diventato
Enosh: mortale
Kenan: piangente, misero
Mahalaleel: il Dio beato
Jared: discende
Enoc: consacrato, ammaestrato
Methushelah: la sua morte procura
Lamec: (al) trasgressore
Noè: consolazione (e) riposo
(G. V. Wigram - Concordanza ebraica).
Non abbiamo forse qui anzitutto una conclusione a tutto ciò che precede, cioè la constatazione della rovina irrimediabile della creatura? E, ad un tempo, una meravigliosa introduzione allo spiegamento dei consigli di Dio, che seguiremo come un filo dâoro, lungo questi due libri!
Non bisogna cercare in queste liste di nomi lâesattezza e la logica che si esige, per esempio, per un registro dello stato civile. Qui, come sempre, la Parola di Dio non risponde alla curiosità né alle ricerche dell'intelligenza umana. Delle omissioni, delle sostituzioni, delle inversioni, si trovano costantemente in questi capitoli per rispondere alle intenzioni dello Spirito di Dio. Ora, quali sono queste intenzioni? Perché quelle lunghe genealogie difficili da leggere? Si tratta anzitutto di provare i diritti delle famiglie d'Israele alle promesse fatte ad Abrahamo. Ogni Israelita poteva, riferendosi ad esse, prevalersi delle proprie origini e dei suoi diritti all'eredità . Purtroppo, sappiamo che i Giudei al tempo del Signore si vantavano di avere Abrahamo per padre, pur rifiutando di riconoscere in mezzo a loro Colui che è prima che Abrahamo fosse (Giovanni 8:58).
Per quanto riguarda il cristiano, avendo ricevuto la vita divina alla nuova nascita, fa parte della famiglia di Dio. La sua genealogia terrena non è più importante; Dio è diventato il suo Padre in Gesù, ed egli può gridare: «Vedete di quale amore ci è stato largo il Padre, dandoci dâesser chiamati figliuoli di Dio!» (1 Giovanni 3:1).
Queste genealogie hanno un altro motivo dâessere: la filiazione del Messia doveva essere stabilita in modo indiscutibile. Discendendo il corso delle età , vediamo che Dio mette a parte successivamente dal mezzo della razza umana: la famiglia d'Abrahamo, d'infra questa la tribù di Giuda, e dal mezzo di questa tribù, la dinastia regale di Davide. à questa che occupa il capitolo 3. E si può pensare con che attenzione Dio seguiva, di generazione in generazione, la discendenza che doveva far capo a «Gesù chiamato Cristo» (Matteo 1:16).
La breve storia di Jabets, «più onorato dei suoi fratelli», è inclusa nella lista dei figli di Giuda. Sentendo il peso del dolore, che è la conseguenza del peccato, questâuomo chiede al Dio d'Israele di allontanare il dolore dal suo sentiero. Egli è esaudito. Ascoltiamo le quattro richieste della sua preghiera. E imitiamolo per reclamare senza timore:
Fra i figli di Giuda, dopo i re, dopo le persone ricche e onorate come Jabets, ecco dei modesti artigiani (vers. 14, 21 a 23). Erano operai di bisso, tessitori, vasai, giardinieri. La loro condizione era umile, ma grande era il loro privilegio, poiché «stavano quivi presso al re per lavorare al suo servizio». Guardiamoci di ricercare una posizione elevata nel mondo, se il Signore non vi ci ha chiamati espressamente. Il popolo di Dio conta «non molti potenti, non molti nobili...» (1 Corinzi 1:26, leggere anche Geremia 45:5). Ogni situazione importante implica inevitabilmente delle responsabilità assorbenti, che lasciano generalmente poco tempo per occuparsi della Parola e dellâopera del Signore. Non scegliamo dunque un mestiere che ci impedisca di abitare presso al Re, né di compiere il Suo servizio.
La tribù di Simeone era stata lâoggetto d'un severo giudizio a causa della violenza del suo capostipite (Genesi 49:5 a 7) e dell'idolatria di BaalPeor (Numeri 25:5). Ma qui, secondo il proposito del libro, non si tratta che del bene che la grazia ha prodotto: questa tribù ha esteso i suoi confini e riportato brillanti vittorie.
Questo capitolo 5 tratta dei figli di Ruben, di Gad e della mezza tribù di Manasse. Più preoccupati del loro benessere che del possesso del paese della promessa, queste tribù si erano stabilite al di qua del Giordano. La loro mancanza di fede, di perseveranza, il loro materialismo, sono altrove messi in evidenza. Ma qui (a parte il vers. 25, necessario per comprendere la narrazione) comâè commovente vedere di nuovo che la Parola rileva soltanto tutto il bene possibile a dirsi! Il loro coraggio e la loro fiducia sono particolarmente sottolineati (Salmo 146:5). Essi gridarono a Dio nella battaglia (questa battaglia proveniva da Dio â vers. 22) e Dio li esaudì, perché avevano confidato in lui (vers. 20; conf. 2 Cronache 32:8).
Il cuore di Dio è sempre il medesimo. Dei suoi deboli discepoli che lâavrebbero abbandonato alcuni istanti dopo, il Signore Gesù poteva dire al Padre suo: «Essi hanno osservato la tua parola... hanno creduto che tu mi hai mandato» (Giovanni 17:6 a 8). Tale è l'amore del nostro caro Salvatore! Dove noi non sappiamo vedere che rovina e miseria, Egli scopre qualche cosa che gli è gradito. Che meraviglioso Modello per noi! Prima di formulare un giudicio, prima di fare una critica, ricordiamoci del modo in cui il Signore parla dei suoi nella loro assenza.
Consacrato ai figli di Levi e ai sacerdoti, figli di Aaronne, questo capitolo è il riscontro del capitolo 3 dove abbiamo trovato i re. Famiglie privilegiate in Israele! Ma, nel popolo attuale di Dio, queste funzioni sono la parte di ogni credente: «Voi siete una generazione eletta, un real sacerdozio... affinché proclamiate le virtù di Colui che vi ha chiamati...» (1 Pietro 2:9, vedere anche Apocalisse 1:6). Esprimere al Signore la nostra lode, annunziare le sue virtù ad altri, tale è il doppio servizio del cristiano. I Leviti ce lo ricordano. Alcuni erano preposti al canto (vers. 31 a 33). Altri servivano nella Casa di Dio sotto la direzione di Aaronne e dei suoi figli (vers. 48 e 49).
Troviamo in seguito ai capitoli 7 e 8 le genealogie di Issacar, di Beniamino, di Neftali, dellâaltra mezza tribù di Manasse, infine di Efraim e d'Aser. Notiamo la negligenza di Neftali, tribù così poco pensosa dei suoi privilegi, che la sua storia è ricordata in un solo versetto (cap. 7:13). E sottolineiamo in quest'occasione l'interessamento che dovremmo avere alla storia della Chiesa, al ricordo di quelli che furono dei fedeli conduttori. Poiché, noi siamo, spiritualmente, per la maggior parte i loro eredi ben responsabili.
Altri Leviti sono menzionati in questo capitolo 9. Sono i portinai. Le loro funzioni sono molto importanti. Si riassumono in un ordine breve e preciso; ricordato dal Signore in una piccola parabola: «Ed egli (il padrone) comandò al portinaio di vegliare» (Marco 13:34).
Vegliare sui vasi e sugli utensili, sui sacrifici, sul vitto, sullâingresso nella Casa! (vers. 28; leggere 2 Corinzi 8:20-21). A questo servizio corrisponde nel Nuovo Testamento quello dei sorveglianti, pastori o anziani. Sono essi in particolare che, nelle assemblee, dovevano (e tuttora ancora) aver cura delle anime e mantenere la sana dottrina. Posto di fiducia e d'onore, di cui dovranno rispondere al ritorno del loro Signore!
Questi portinai erano dei discendenti di Core il ribelle (Numeri 16). Ma essi preferivano stare sulla soglia nella casa del loro Dio, che abitare nelle «tende di malvagità », dove aveva abitato il loro padre. Conosciamo il bel salmo 84 composto da questi Coriti? «Oh! quanto sono amabili le tue dimore, o Eterno degli eserciti... Poiché un giorno nei tuoi cortili val meglio che mille altrove» (Salmo 84:1 e 10). A chi affida Dio le cure della Sua casa, della Sua Assemblea? A quelli che hanno dellâaffetto per essa (Giovanni 21:15-17).
Da questo capitolo, le Cronache riprenderanno la storia di Davide e dei suoi successori, dopo la morte di Saul. Ma la narrazione avrà numerose differenze con quella dei Libri di Samuele e dei Re. Alcuni fatti sono aggiunti, altri son passati sotto silenzio. Ognuno di questi mutamenti corrisponde allo scopo che Dio si è proposto scrivendo di nuovo questa storia sotto un altro aspetto: quello della sua sovrana grazia. Per lo stesso motivo, ci ha dato quattro volte, in quattro evangeli, la storia del suo Figlio, onde permetterci di considerarlo in diverse glorie.
Così, non stanchiamoci di rileggere delle cose conosciute, ma cerchiamo piuttosto di notare quel che lo Spirito aggiunge e ciò che omette volontariamente.
E neppure non scoraggiamoci di udire sempre nuovamente che Dio ha messo fine allâuomo nella carne. Saul ne è l'immagine con la sua razza. Egli cade sotto la mano dei Filistei, ed è spogliato sul monte Ghilboa. La sua rovina è completa, la sua morte constatata, prima che appaia sulla scena Davide, l'uomo che risponde ai consigli divini, immagine del Signore Gesù.
I lunghi anni di sofferenze e di rigettamento sono terminati per Davide. I suoi diritti al trono sono riconosciuti da tutto Israele. Egli sâimpadronisce della fortezza di Sion, celebrata in tanti Salmi (per esempio Salmo 87:1 a 3) e che ci parla di grazia regale. Ma non vi abiterà solo. Gli uomini di fede che, con lui, avevano errato nei deserti e sui monti, dimorando nelle spelonche e nelle grotte della terra (di loro il mondo non era degno) potranno ora dimorare con lui per sempre in quella città (Neemia 3, fine del vers. 16; Ebrei 11:16 a 38). Figli di Dio, la vediamo noi spuntare all'orizzonte, la meravigliosa Città d'oro verso cui Gesù conduce i nostri passi? Che questa prospettiva ci fortifichi per il cammino ed il combattimento cristiano!
Il valoroso Eleazaro si è battuto con i Filistei per preservare un campo dâorzo. Ci fa pensare a quei servitori del Signore che han dovuto lottare per assicurare il nutrimento al popolo di Dio. Parecchi hanno sostenuto dure controversie contro i nemici della verità . Dobbiamo esser loro riconoscenti e pronti a nostra volta a difendere la sana dottrina che ci hanno conservata (Giuda 3).
Nel giorno della sua assunzione al potere, Davide non ha dimenticato i suoi compagni di Adullam. Dimenticherà il Signore quelli che cercano quaggiù di seguirLo e di servirLo? Sappiamo bene che è impossibile. Nel momento stesso in cui Egli stava per dare la propria vita per i suoi discepoli, e mentre questi erano occupati di sapere chi di loro sarebbe stimato il maggiore, che cosa dichiara loro il Maestro adorabile? «Voi siete quelli che avete perseverato meco nelle mie prove; e io dispongo che vi sia dato un regno, come il Padre mio ha disposto che fosse dato a me...» (Luca 22:28-29).
Vi è fra questi uomini forti una gerarchia. Non è basata sulla forza, poiché tutti sono uomini forti; ma sulla devozione. à la stessa cosa fra i credenti. Certi, in tutti gli ambienti cristiani, superano gli altri nello zelo e nellâattaccamento al Signore. Un giorno, nel cielo, conosceremo i loro atti di valore. Non desiderereste trovarvi fra loro? «Poiché così vi sarà largamente provveduta l'entrata nel regno eterno del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo» (2 Pietro 1:11). Largamente, riccamente, e non scarsamente!
La disfatta di Saul era stata provocata dagli arcieri filistei che egli non era stato in grado di respingere. Siamo tuttavia informati qui che egli avrebbe potuto trovare abili guerrieri, maneggianti meravigliosamente lâarco e la fionda, fra i suoi propri fratelli della tribù di Beniamino. Sì, soltanto questi avevano lasciato il re condannato per unirsi a Davide a Tsiklag. Avevano messo la loro abilità a disposizione di colui che riconoscevano per la fede come loro vero signore. Che cosa facciamo dei talenti che Dio ci ha dati? Al servizio di qual padrone sono adoperati? Per Cristo o per il mondo?
Dâinfra i Gaditi si sono pure uniti a Davide undici uomini prodi. Davide affida loro delle responsabilità . â Giungono anche degli uomini di Giuda e di Beniamino. Il re investiga le loro disposizioni.
Non è forse magnifica, la risposta che per lo Spirito, Amasai, capo dei principali capitani, dà a Davide?: «Noi siamo tuoi, o Davide, e siam con te, o figlio dâIsai...!» Possa ognuno di noi dire pure per lo stesso Spirito: Io sono tuo, o Gesù...»
Tuo, ma anche con te! Purtroppo, molti riscattati appartengono al Signore, ma non sanno trovar piacere in Sua compagnia.
Davide, centro di radunamento, vede venire a sé, dâinfra tutte le tribù, i cuori fedeli che lo riconoscono. Di qui, di là , delle truppe giungono, le une più sollecite delle altre, finché un immenso campo si trova riunito. Tsadok, giovane forte e valoroso, vi si trova nominato particolarmente. Chi il Signore potrebbe designare così fra il suo popolo, oggi?
Ogni soldato che viene a Davide possiede il proprio carattere particolare: alcuni hanno più forza e coraggio, altri più discernimento e saviezza, altri ancora più ordine o più dirittura... E così è fra i figli di Dio. Diversi gli uni dagli altri, ognuno brillerà particolarmente per un dato o lâaltro del suo carattere: energia, saggezza, pazienza, fede, amore, perseveranza... E ognuna di queste virtù è conosciuta dal Signore che la sottolinea, Lui che solo le ha tutte manifestate.
La scena che termina questo capitolo ci fa pensare a Luca 12:37. Ma il Maestro incomparabile non lascerà a nessun altro la cura di occuparsi dei suoi servi fedeli, dei suoi combattenti stanchi. Egli stesso si cingerà , «li farà mettere a tavola e, avanzandosi, li servirà ».
Un buon desiderio è sorto nel cuore del nuovo re: ridare allâarca il suo posto d'onore in Israele ed associare l'intero popolo a questo avvenimento. Tutto sembra svolgersi nel miglior modo possibile. La gioia è generale. Sventuratamente un particolare (ma un particolare di somma importanza) era stato dimenticato, e bastò a provocare la morte di Uzza, e ad un tempo la più grande confusione. Ad un tratto, nel cuore del re, la gioia fa posto allo spavento, l'irritazione sostituisce la lode.
La Parola prescriveva ai Leviti di portare lâarca a spalla e non era stato fatto così. Probabilmente per pura ignoranza! Si era fatto per il meglio, perché non si sapeva di più. Ma tanto il re, che doveva copiare il libro della legge (Deuteronomio 17:18), quanto i Leviti che dovevano insegnarlo, avrebbero dovuto conoscere l'ordine a questo riguardo. Essi erano dunque inescusabili. Noi che abbiamo la Bibbia fra le mani, siamo responsabili di camminare e servire il Signore secondo gli insegnamenti che contiene.
Lâarca è deposta nella casa di Obed-Edom e vi rimarrà tre mesi «con la famiglia» di quest'uomo. Essa vi porta la benedizione, come lo fa sempre la presenza del Signore nelle nostre case e nei nostri cuori.
La gloria e la prosperità di Davide hanno la loro risonanza presso i suoi vicini. Gli uni, come Hiram ed il suo popolo ricercano il favore e lâamicizia del re d'Israele; gli altri, come i Filistei, non hanno disarmato.
Notiamo che, in accordo con il carattere delle «Cronache», non è parlato qui della collaborazione di Davide con Akis (1 Samuele 27 a 29), eccetto lâallusione discreta in 1 Cronache 12:19.
Il vincitore di Goliath sale dunque a due riprese contro i Filistei, non senzâaver anzitutto ogni volta interrogato Dio. Insistiamo di nuovo su quest'attitudine d'umiltà . Davide non ha fiducia nelle sue capacità di capo, non si fida della sua esperienza militare per decidere quale tattica gli convenga adottare.
à forse così che noi agiamo quando il Nemico «sale contro di noi»? Il nostro primo pensiero è forse quello di interrogare Dio sul modo in cui possiamo vincerlo? Non fidiamoci della nostra propria saggezza e, prima di affrontare lâAvversario, come anche prima di prendere qualsiasi decisione, chiediamo al Signore Gesù le sue direzioni e il suo soccorso. La maggior parte delle nostre sconfitte davanti al nostro forte Nemico non hanno altra spiegazione di questa: avevamo dimenticato di ricercare il pensiero del Signore.
Bisogna aver il coraggio di riconoscere i nostri falli dinanzi al Signore e dinanzi agli uomini. Noi non abbiamo ricercato Dio «conformemente alle regole stabilite» (vers. 13), dichiara Davide ai Leviti incaricati di portare lâarca. E tutte le disposizioni sono prese questa volta per farla salire «secondo la parola dell'Eterno». Scena di gioia e di lode! Notate il posto che vi occupa Obed-Edom. Avrebbe potuto lagnarsi egoisticamente di veder l'arca lasciar la sua casa. Non perdeva forse con essa una sorgente di benedizione? (cap. 13:14). Ma a questo egli non pensa. La benedizione sarà la parte di tutto Israele, ed egli stesso, Levita d'infra i figli di Core, unirà in sé le funzioni di cantore, di maestro di canto, e di portinaio dell'arca. Quindi non abbandona quest'ultima. Fedele in ciò che era piccolo, Dio gli affida ciò che è grande (Luca 16:10); avendo vegliato per il bene della propria casa, Dio gli affida un incarico nella Sua casa (1 Timoteo 3:5).
Kenania, capo dei Leviti, era preposto al canto, dirigeva la musica, perché era competente (o intendente) in questo (vers. 22). Ci ricorda la parola dellâapostolo: «Io salmeggerò con lo spirito, ma salmeggerò anche con l'intelligenza (1 Corinzi 14:15).
I vers. 24 e 25 del Salmo 68 fanno allusione alla festa che si svolge sotto i nostri occhi: «Essi hanno veduto la tua entrata, o Dio! (lâentrata, o la marcia del Figlio di Dio che l'arca rappresenta)... Precedevano i cantori, dietro venivano i sonatori...» Ma è soprattutto il Salmo 132 che ci permette di conoscere i pensieri di Davide in quella solenne occasione. L'entrata dell'arca nel luogo del suo riposo rispondeva al suo ardente desiderio (Salmo 132:3-5 e 8).
Possa anche il nostro cuore vibrare al pensiero del riposo celeste nel quale Gesù ci ha preceduti. Come le promesse divine di questo bel Salmo 132 vanno al di là della scena del nostro capitolo! «I suoi sacerdoti li vestirò di salvezza e i suoi fedeli giubileranno con gran gioia» (parag. cap. 15:27-28 con Salmo 132:16).
Io benedirò largamente i suoi viveri, sazierò di pane i suoi poveri (parag. cap. 16:3 con Salmo 132:15).
I riscattati del Signore sono chiamati ad esprimere la loro gioia e la loro lode senza aspettare il riposo celeste. Già sulla terra, essi possiedono un Centro di radunamento: Cristo. Essi sono preposti per fare il servizio, per ringraziare, lodare e celebrare (vers. 4) il Padre e il Figlio.
I cantori e i musici sono stati designati. Oggi il canto non è più soltanto la parte di alcuni. Tutti noi dovremmo amare cantare con riconoscenza e in particolare essere felici, durante il culto, di unire la nostra voce ai canti dâadorazione (Efesini 5:19; Colossesi 3:16). Ora Davide consegna ad Asaf «questo salmo, il primo, per celebrare l'Eterno». Quanti motivi aveva l'Israelita per benedirLo: il suo nome, le sue opere, la sua gloria, le sue relazioni coi santi! Per noi che conosciamo Gesù e la sua opera della croce, quanto più numerosi sono i nostri soggetti d'adorazione! Sì, cantiamo con intelligenza: riflettiamo sulle parole che pronunziamo. I nostri inni, composti secondo la Bibbia, sviluppano molteplici aspetti delle glorie del Padre e del Figlio. à importante e prezioso distinguerli gli uni dagli altri.
Che cosa sono i figli di Dio in rapporto al mondo che li circonda? «Poca gente, pochissimi e stranieri nel paese» (vers. 19). Sono essi miseri? Anzi, tuttâaltro! «Gloriatevi nel santo suo nome» (vers. 10). Il nome di Gesù, la nostra relazione col suo Padre per mezzo di Lui, ecco la nostra gloria, la nostra ricchezza, la nostra gioia e anche la nostra sicurtà (1 Corinzi 1:30-31)!
Come la prima «strofa» di questo cantico (vers. 7 a 22) corrisponde ad una parte del Salmo 105 (vers. 1 a 15), quella che segue riunisce una parte del Salmo 96 (vers. 2 a 12) con tre versetti del Salmo 106 (vers. 1, 47, 48). Ma una cosa è ben notevole. Tutto quel che non risponde in questi tre primi salmi al carattere della grazia, è stato lasciato da parte. Qui non è fatto menzione né di falli commessi, né di giudizio meritato.
Quando i riscattati circonderanno il trono dellâAgnello e risuonerà il cantica nuovo, potrebbe esso contenere un richiamo opprimente ai loro peccati (come nel Salmo 106:6, 7, 13-43 per Israele)? à impossibile, poiché Dio l'ha promesso: «Io non mi ricorderò più dei lor peccati né delle loro iniquità » (Ebrei 8:12). Si tratterà soltanto di dire: «A Colui che ci ama e ci ha lavati dei nostri peccati nel suo sangue... a Lui la gloria e la forza nei secoli dei secoli! Amen» (Apocalisse 1:5-6).
Questa scena termina con lo stabilimento definitivo del servizio davanti allâarca. Ognuno adempirà d'ora innanzi le sue sante funzioni, figura di quelle che appartengono fin d'ora ai veri adoratori.
Questo capitolo riproduce quasi testualmente 2 Samuele 7. Ma non valeva forse la pena di rileggere questa meravigliosa «conversazione» fra Dio ed un uomo, oggetto della sua grazia? Dio parla per mezzo di Nathan al re diletto; poi questâultimo Gli risponde. Conosciamo noi per esperienza queste conversazioni con Dio (e col Signore Gesù)? à essenzialmente per mezzo della Sua Parola che Egli comunica con noi. E noi abbiamo completa libertà di risponderGli per mezzo della preghiera.
Tuttavia in accordo col carattere del libro, alcune parole sono state cancellate a proposito del figlio di Davide. Lâespressione: «se fa del male, lo castigherò...» (2 Samuele 7:4) non si trova nel nostro capitolo, prova che si tratta di uno più grande di Salomone.
«Io sarò per lui un padre, â dice lâEterno, â ed egli mi sarà figlio» (vers. 14). La citazione di questo versetto in Ebrei 1:5 conferma anche che questo figlio è proprio Gesù in cui la grazia ci è stata rivelata. Così il prezioso soggetto delle conversazioni che abbiamo con Dio, è Gesù, il suo diletto Figlio. «La nostra comunione è col Padre...» vale a dire: noi possiamo avere uno stesso pensiero con Lui, uno stesso pensiero concernente il suo Figlio Gesù Cristo (1 Giovanni 1:3).
Davide sente di non aver meritato nulla. Confuso, egli rammenta la bontà di Dio verso lui, Gli rende omaggio, Lo ringrazia. â Dire grazie! Quando qualcuno commette una tale mancanza verso noi, chiamiamo ciò della scortesia o dellâingratitudine. Pensate voi che Dio vi sia insensibile quando i suoi figli dimenticano di farlo? Ebbene, riflettiamo a tutti i benefizi a lato dei quali passiamo ogni giorno senza pensare di ringraziarLo o anche senza averli neppure notati. Come il Salmista, incoraggiamo l'anima nostra a non dimenticare nessuno dei suoi benefici (Salmo 103:2). Quante cose vi sono che troviamo naturalissime, almeno finché le possediamo: la salute, il cibo...! Prima dei pasti, le famiglie cristiane hanno l'abitudine (e il dovere) di rendere grazie. Ma bisogna che ci associamo veramente di cuore alle parole pronunziate dal capo famiglia. Più ancora che per le sue cure materiali, benediciamo Dio per i nostri privilegi cristiani: la Parola, il radunamento, l'educazione secondo il Signore (Efesini 5:20). E soprattutto, non stanchiamoci di renderGli grazie per la sua grande salvezza, per il suo grande Salvatore. Ripetiamo con l'apostolo: «Ringraziato sia Dio per il suo dono inesprimibile» (2 Corinzi 9:15).
I capitoli 18, 19 e 20 riferiscono le guerre di Davide. Raggruppano dei fatti che nel 2° Libro di Samuele, sono sparsi in diverse circostanze della storia del re. Li abbiamo già considerati e non ci sono differenze notevoli fra i due testi. Ad eccezione di una sola: il silenzio totale fatto al principio del cap. 20 sul terribile peccato di Davide e sulle sue tragiche conseguenze. Né il tenebroso caso di Uria, né il peccato di Amnon seguito dal suo assassinio, né la cospirazione di Absalom, né il fatto criminale di Joab, trovano posto in questo Libro delle Cronache. «Beato colui la cui trasgressione è rimessa e il cui peccato è coperto», dirà Davide nel Salmo 32. â Ciascuno di nostri lettori è uno di quei beati?
Davide trionfa successivamente sui Filistei, sui Moabiti, sui Siriani, sugli Edomiti; poi anche sui figli di Ammon (cap. 19 e 20). Tutti i nemici tradizionali di Israele sono soggiogati, figura del momento in cui Dio sottometterà ogni cosa a Cristo e metterà i suoi nemici per sgabello dei suoi piedi (Ebrei 1:13 e 2:8).
Ci si potrebbe chiedere perché Dio, che ha coperto i falli precedenti di Davide, ricordi qui quello del censimento. Questo peccato ci mostra anzitutto la distanza che separa questo re da Colui di cui non è stato che una debole figura. Bisognava che Israele non potesse confondere il suo Messia, anche col più grande dei suoi re. Il Figlio di Davide era ad un tempo il suo Signore (Matteo 22:41 a 45). Dâaltronde, era necessario spiegare il castigo divino e la grazia che vi avrebbe messo fine. Altrimenti la narrazione non si capirebbe. Davide appare qui né più né meno che come un colpevole, tale come voi e me. Ma egli conosce il cuore di Dio. La sua risposta a Gad ne è la prova: «Che io cada nelle mani dell'Eterno, giacché le sue compassioni sono immense» (vers. 13). Conosciamo noi per esperienza personale la ricchezza e la varietà di queste compassioni del Signore? (leggere Lamentazioni di Geremia 3:22,23,32). Per ciò che riguarda l'espiazione dei nostri peccati, non poteva trattarsi di scegliere fra tre anni di carestia, tre mesi di guerra o tre giorni di malattia. Ma Cristo, in vece nostra, ha conosciuto durante le tre ore oscure della croce la totale misura dell'ira di Dio; Egli ha portato l'eternità del nostro castigo.
Su questa stessa montagna di Moriah, Abrahamo un tempo aveva offerto il suo figlio Isacco (Genesi 22:2; 2 Cronache 3:1). Ma Dio aveva fermato la sua mano, come ora ritiene quella dellâangelo. Il giudizio divino distolto così, cadrà sotto forma di fuoco sull'olocausto che Davide offre (vers. 26). Abrahamo, dopo aver presentato anche lui un sacrificio in sostituzione di Isacco, aveva chiamato quel luogo «Jehovah-ireh, cioè: Al monte dell'Eterno sarà provveduto» (Genesi 22:14).
Per quel che ci riguarda, sappiamo in che modo solenne «doveva esservi provveduto» e sappiamo anche chi doveva ricevere, in vece nostra, i colpi del giudizio di Dio. La voce che qui dice allâangelo: «Basta»; poi gli ordina di rimettere la spada nel fodero, questa voce è la stessa che dovrà dire un giorno: «Spada, risvegliati contro il mio pastore, e contro l'uomo che mi è compagno...; colpisci il pastore...» (Zaccaria 13:7). Mistero inscrutabile e meraviglioso! Il castigo che noi meritavamo è stato per sempre allontanato, perché è caduto su Colui che è stato colpito in vece nostra: Gesù, nostro buon Pastore, il «compagno dell'Eterno».
La casa che Davide intravvede, e che Salomone costruirà , è lâimmagine della futura abitazione di Dio in mezzo ad Israele. Tuttavia molti particolari relativi alla sua preparazione e alla sua costruzione ci aiuteranno a comprendere meglio le grandi verità del Nuovo Testamento a riguardo della Chiesa. Nello stesso modo per cui l'aia di Ornan, ove il sacrificio è stato offerto, diventerà la base della Casa, così l'opera di Cristo alla croce sarà il fondamento dell'Assemblea. La stessa verità appare sotto un'altra forma se consideriamo insieme Davide e Salomone come un solo tipo del Signore Gesù. Davide ci parla d'un Cristo sofferente e rigettato, che ha preparato â nella sua afflizione (vers. 14) â tutto ciò che era necessario per l'edificazione della Casa di Dio. Salomone rappresenta Cristo glorificato, che costruisce la sua Assemblea ed è pronto a comparire con lei per regnare sull'universo. I materiali, in particolare le «pietre vive» che sono i credenti, non potevano essere radunati senza le sofferenze e la morte del Signore Gesù. Ma occorreva la sua esaltazione onde la Chiesa potesse essere costruita. Quest'edificio non è oggi ancora terminato. Può darsi che manchi soltanto una sola pietra. Sareste voi questa pietra?
Davide fa sedere Salomone con sé sul suo trono. Nessuna menzione è fatta qui, né della cospirazione dâAdonija, né delle circostanze dell'incoronazione del nuovo re. Possiamo da questo fatto elevarci più in alto che nel 1° Libro dei Re e considerare in figura il Figlio seduto con il Padre sul suo trono (vedere Apocalisse 3:21). Ora una delle attività di Gesù nella gloria ci è data in Efesini 4:8 a 12: «Salito in alto, Egli... ha fatto dei doni agli uomini... gli uni come apostoli; gli altri come profeti; gli altri come evangelisti; gli altri come pastori e dottori, per il perfezionamento dei santi, per l'opera del ministerio, per l'edificazione del corpo di Cristo».
Qui, e nei capitoli che seguono, assistiamo alla designazione di ogni operaio: sorveglianti, intendenti, giudici, portinai, musici, ripartiti secondo le tre famiglie dei Leviti. Le loro funzioni sono precise e specialmente per ciò che concerne il servizio essenziale della lode. Celebrare e lodare Dio ogni mattina e ogni sera (vers. 30)! Servizio ben invidiabile... che è alla nostra portata!
Al capitolo seguente sono i sacerdoti, figli dâAaronne, che sono ripartiti in ventiquattro classi.
I doni, glâincarichi e i diversi servizi sono, come l'abbiam visto ieri, distribuiti dal Capo della Chiesa. Ma il credente è invitato a desiderare questi doni e a chiederli al Signore. «Ricercate i doni spirituali, e principalmente il dono di profezia... Chi profetizza parla agli uomini un linguaggio di edificazione, di esortazione e di consolazione (1 Corinzi 14:1 e 3). à forse il nostro desiderio di essere così adoperati dal Signore? Allora chiediamoGli di concederci uno di questi doni spirituali. Non per darci dell'importanza, ma per il bene dell'Assemblea e per la gloria del Signore Gesù. Dopo quelli che profetizzavano (cap. 25:1 vedere la nota: «cantavano gli inni sacri», in ebreo «profetizzavano») sono di nuovo nominati i portinai o sorveglianti o vescovi (cap. 26). Servizio ugualmente desiderabile! «Se uno aspira all'ufficio di vescovo (ossia sorvegliante) desidera un'opera buona»(1 Timoteo 3:1).
Ritroviamo qui Obed-Edom con i suoi otto figli e i suoi sessantadue discendenti. Egli aveva onorato lâarca. Ora è Dio che l'onora e lo benedice (cap. 26:4 a 8 e 15). Egli affida a questa famiglia la casa degli approvigionamenti o magazzini. Da essi dipenderà l'alimento dei sacerdoti, figura dell'insegnamento nell'Assemblea. Importante responsabilità ! (vedere Matteo 24:45 e 46).
Fra i Leviti, alcuni erano preposti ai tesori della Casa dellâEterno e ai tesori delle cose sante. L'uno d'essi, Scebuel, «sovrintendente dei tesori» era un discendente di Mosè. Sapiamo che a noi pure, sono stati affidati dei tesori? Il più grande è la divina Parola. Le sue ricchezze sono inesauribili. Che caso facciamo noi della nostra Bibbia? La consideriamo veramente come un tesoro?
«Custodisci il buon deposito», raccomanda Paolo ad un giovane, Timoteo (2 Timoteo 1:14). E nella sua 1a epistola, dopo aver messo in contrasto le vane ricchezze di questo mondo con il tesoro che è un buon fondamento per lâavvenire, l'apostolo supplica il suo giovane discepolo: «O Timoteo, custodisci il deposito...» (1 Timoteo 6:19-20). Che ognuno di noi rilegga questo vers. 20 mettendo il suo nome al posto di quello di Timoteo.
Altri Leviti sono nominati nei vers. 29 a 32. Essi erano intendenti, giudici, amministratori. Stabiliti «per tutti gli affari che concernevano lâEterno», (vers. 30 e 32; 2 Cronache 29:11), ci fanno pensare a Colui che, all'età di dodici anni, prima di qualsiasi altra cosa, metteva «gli affari del Padre suo» (Luca 2:49).
Il capitolo 27 ci insegna che a lato degli intendenti, anche i soldati sono necessari. Per conservare i nostri tesori bisognerà forse combattere spiritualmente e dobbiamo esserne capaci.
I versetti 25 a 31 informano che esistevano altri tesori, meno nobili di quelli del santuario, ma che dovevano essere pure accuratamente custoditi, perché erano dei beni del re (vers. 31). Pensiamo a tutto quel che il Signore ci ha affidato. Come quel Padrone che, andandosene, aveva dato dei talenti ai suoi servi, il Signore ha prestato ad ognuno di noi un certo numero di beni o di attitudini da far valere per Lui (Matteo 25:14...).
Qui si tratta specialmente dei lavori dei campi. Quelli di noi che abitano in campagna non disprezzino la parte che il Signore ha dato loro. Quel che è stato loro affidato sono anche dei tesori, dei «talenti». Non si tratta di paragonarli a quelli che altri hanno ricevuto, ma di amministrarli con fedeltà . Facciamo in modo che, dove siamo stati posti, il Maestro possa dirci un giorno questa parola di grazia: «Bene, buono e fedel servitore; sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo signore.»
Al capitolo 22:17, Davide aveva già adunato i capi del popolo. Ora raduna con loro tutti quelli che hanno un incarico o una responsabilità in Israele. Senza dubbio, tutti gli uomini i cui nomi riempiono i capitoli 23 a 27 si trovano là per ascoltare il loro signore. Nessuno avrebbe voluto mancare a quellâincontro.
Anche il Signore ci invita alle riunioni ove Egli vuole ammaestrarci. Non saremmo colpevoli se ce ne astenessimo per una causa futile? (Ebrei 10:25).
A tutti quegli uomini radunati attorno a sé, il re comunica i suoi pensieri più intimi è più preziosi. Li esorta a ricercare e osservare tutti i comandamenti dellâEterno. Egli conversa con loro della Casa gloriosa che deve essere costruita. E soprattutto parla loro del suo Figlio nel quale e per mezzo del quale tutto il suo disegno s'adempirà . Soggetti che corrispondono a quelli di cui lo Spirito ci occupa nelle riunioni d'edificazione!
Poi Davide sâindirizza a Salomone. Ascoltiamo attentamente queste parole d'un padre al suo figlio. Esse potrebbero essere rivolte a noi: «Figlio mio, riconosci il Dio di tuo padre, e servilo con cuore integro e con animo volenteroso... Se tu lo cerchi, egli si lascerà trovare da te» (vers. 9).
Ora Davide consegna solennemente al figlio Salomone tutto quel che ha preparato per la casa di Dio. Pensiamo a quella meravigliosa dichiarazione del Vangelo: «Il Padre ama il Figlio e gli ha dato ogni cosa in mano» (Giovanni 3:35).
Dal portico sino alla minima coppa, tutto è oggetto di istruzioni precise e particolareggiate. Lâintelligenza in queste cose era stata data a Davide per iscritto, dalla mano dell'Eterno che era stata sopra lui (vers. 19). Per comunicare i suoi pensieri, Dio si è servito di scrittori ispirati. I sessantasei libri della Bibbia sono stati redatti da autori molto differenti, durante un periodo di circa 1600 anni. Ma un solo e medesimo Spirito ha dettato tutte le pagine del Santo Libro. Così non dimentichiamo mai, quando leggiamo che Dio ci parla in esso.
Il capitolo termina con una nuova raccomandazione del padre al figlio. Salomone ha ricevuto tutto quel che occorreva. Ora sta a lui di agire contando sul soccorso dellâEterno. â Anche noi abbiamo molto ricevuto; verrà un momento in cui bisognerà agire secondo quel che il Signore aspetta da ognuno di noi! Ci sarà domandato conto di ciò che, per timidezza o pigrizia, avremo trascurato di compiere.
Davide ha consacrato tutta la sua forza (vers. 2) a preparare un palazzo per lâEterno. Chiediamoci se veramente il palazzo del nostro cuore «non è destinato ad un uomo» (che sovente è l'io), ma al Signore (vers. 1).
«Lâaffezione» del re per questa casa l'ha condotto a dare per essa grandi ricchezze che gli appartenevano in proprio. Quanto è più grande l'amore di Gesù! L'Evangelo ci parla di quel mercante che ha venduto tutto ciò che aveva, onde comperare una perla di gran prezzo (Matteo 13:45-46). Parabola di cui Efesi 5:25 dà il significato meraviglioso: «Cristo ha amato l'assemblea e ha dato se stesso per lei» (vedere anche 2 Corinzi 8:9). Ed è stato solo a far questo. Ma riguardo al servizio d'amore, Egli ci dice come ai suoi discepoli: «Io vi ho dato un esempio, affinché anche voi facciate come v'ho fatto io» (Giovanni 13:15). Vedete che frutto ha prodotto l'esempio di Davide. Tutti gli uomini che l'hanno udito offrono a loro volta volontariamente dell'oro, dell'argento e delle pietre preziose per edificare la Casa di Dio (vedere 1 Corinzi 3:12). Grande gioia per Davide... e anche per il Signore quando il nostro cuore è così all'unisono col suo!
Dopo essersi indirizzato al popolo, Davide si volge verso lâEterno. Metterà forse in valore tutto ciò che lui ed i capi hanno dato? Tutt'altro! Egli rende gloria a Dio a cui tutto appartiene, e si umilia dinanzi a Lui. Questi due sentimenti son sempre uniti.
«Noi tâabbiam dato quello che dalla tua mano abbiam ricevuto» â dichiara il re. Il Signore ci affida dei beni per darci la gioia di offrirgliene qualcosa. Egli non ha bisogno di nulla (Salmo 50:10 a 12). Ma quel che è recato volontariamente, con gioia ha del pregio per il suo cuore. Dare per forza o con spirito legale non esercita né l'amore né la fede. à in tal modo che i farisei pagavano le decime (Matteo 23:23). Invece, i Macedoni di cui parla l'apostolo avevano agito «spontaneamente, abbondando nelle ricchezze della loro liberalità » (2 Corinzi 8:1 a 3).
Non è forse magnifica la lode di Davide? (vers. 10 a 13). Val la pena di leggerla ad alta voce pensando a chi ci indirizziamo. «A te, o Eterno, la grandezza, la potenza, la gloria, lo splendore, la maestà ; poiché tutto quello che sta in cielo e sulla terra è tuo. A te, o Eterno, il regno; a te che tâinalzi come sovrano al disopra di tutte le cose...» Su tutte le cose? Sul nostro cuore, compreso!
à un gran giorno di festa e una data memorabile nella storia dâIsraele! Dei sacrifici sono offerti; il popolo mangia, beve e si rallegra alla presenza di Dio. Allora, per la seconda volta, Salomone è stabilito re, e unto per l'Eterno. Egli si siede sul «trono dell'Eterno». La maestà e il dominio ricevuti dal figlio di Davide prefigurano quel periodo di mille anni in cui Cristo regnerà per Dio sul mondo.
La morte di Davide «in prospera vecchiaia, sazio di giorni, di ricchezze e di gloria» (vers. 28) chiude questo 1° Libro delle Cronache a cui daremmo volentieri per titolo unâespressione di Isaia 55:3: «Le grazie stabili promesse a Davide». La citazione che ne fa Paolo (Atti 13:34) mostra che si tratta in particolare della risurrezione che quest'uomo di fede aspetta ormai con la moltitudine dei santi addormentati. Ma non è forse stato, lungo tutta la sua vita, un oggetto di grazie stabili promesse da Dio stesso? Cari amici credenti, anche noi, per il presente e per l'avvenire, godiamo di grazie stabili in Cristo. «Infatti, è della sua pienezza che noi tutti (non solo Davide) abbiamo ricevuto e grazia sopra grazia» (Giovanni 1:16).
Di repente siamo introdotti nel regno del grande Salomone. Il suo nome, che significa «il Pacifico» dirige i nostri sguardi su Cristo, il «Principe di pace» (Isaia 9:6), il cui regno futuro è riccamente illustrato dalle narrazioni e dalle descrizioni che leggeremo. Precisiamo che anzitutto si tratta, in questi capitoli, del regno e del culto terrestre del Messia dâIsraele. Ma più d'una volta, i nostri pensieri si trasporteranno, sia per analogia, sia per contrasto, sulla Chiesa e sul suo Capo.
La domanda che lâEterno legge nel cuore del giovane re corrisponde ad una richiesta di Paolo in favore degli Efesini. L'apostolo faceva menzione di loro nelle sue preghiere, affinché il Dio del Signor nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, dia loro «uno spirito di sapienza e di rivelazione per la piena conoscenza di Lui», ed illumini gli occhi del loro cuore (Efesini 1:16 a 18).
«Poiché lâEterno dà la sapienza; dalla sua bocca procedono la scienza e l'intelligenza», scriverà Salomone nel libro dei Proverbi (cap. 2:6). Desideriamo possedere questa divina sapienza e domandiamola a Colui «che dà a tutti liberalmente, senza rinfacciare» (Giacomo 1:5).
I rapporti di Hiram (o Huram o Churam), re di Tiro, con Salomone prefigurano le relazioni che tutte le nazioni della terra avranno con Israele durante il regno di mille anni. Allora «la terra sarà piena della conoscenza dellâEterno, come le acque coprono il fondo del mare. E in quel giorno vi sarà una radice d'Isai, che si troverà là come una bandiera dei popoli: le nazioni la ricercheranno, e il suo riposo sarà gloria» (Isaia 11:9-10). Come Hiram che benedice l'Eterno che ha fatto i cieli e la terra (vers. 12), le nazioni adoreranno il vero Dio.
Oltre a tutto ciò che Davide aveva accumulato nel suo affetto per la Casa di Dio, egli aveva anche preparato degli operai per compiere il lavoro (fine del vers. 7; vedere anche 1 Cronache 22:15-16). Così è pure dellâopera del Signore, oggi.
Ogni lavoro per Lui richiede da parte sua unâaccurata preparazione dei servitori. Impegnarsi troppo presto in un servizio espone per conseguenza a fare del cattivo lavoro. Dio che ha preparato le opere, ha pure creato, poi formato, gli operai per eseguirle. Efesini 2:10 ci ricorda che «noi siamo fattura di Lui (oppure: opera sua), essendo stati creati in Cristo Gesù per le buone opere, le quali Dio ha innanzi preparate affinché le pratichiamo».
Abbiamo appreso, meditando il Libro dei Re, che Huram-Abi (o Hiram) lâoperaio abile fra tutti, era una figura dello Spirito Santo. Sotto la direzione illuminata di quest'uomo, gli artigiani preparati da Davide adempiranno il loro compito. Nello stesso modo il credente sarà capace di servire lasciandosi condurre dallo Spirito di Dio. Vedete negli Atti come lo Spirito comunica agli apostoli gli ordini del Signore: Atti 1:2; 8:29; 13:2 e 4; prestiamo orecchio alla sua voce. Essa ci dirà sovente come a Paolo e ai suoi compagni: Non fare questo; non andare là ! (Atti 16:6-7).
153â600 uomini sono stati censiti per fare il lavoro. Alcuni erano adibiti a portare pesi; altri a tagliar pietre nella montagna; altri a sorvegliare. Tre forme dell'attività cristiana:
Cosa notevole: le squadre degli operai si componevano di quei Cananei, stranieri, un tempo nemici dâIsraele e un laccio per loro. Sotto il regno del re di pace, sono diventati dei servitori utili.
Le Cronache presentano la costruzione del Tempio sotto un altro aspetto del libro dei Re. Questâultimo lo considerava soprattutto come l'abitazione dell'Eterno in mezzo al suo popolo. Il nostro libro ce lo mostrerà piuttosto come il luogo di avvicinamento in cui l'adoratore è ammesso a incontrarsi col suo Dio. Il fondamento della Casa è stabilito su questo monte di Morija su cui la grazia di Dio aveva sospeso il giudizio e compiuto l'olocausto.
Per ciò che concerne la Chiesa, sappiamo dalla dichiarazione di Pietro e dalla risposta del Signore Gesù, su quale roccia è costruita: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Matteo 16:16 e 18).
Salomone costruisce successivamente il portico, la casa propriamente detta e il luogo santissimo. Confeziona in seguito i due grandi cherubini, il velo, poi le due colonne Jakin e Boaz. La straordinaria altezza del portico è menzionata soltanto qui: centoventi cubiti, cioè quattro volte lâaltezza della casa. Non si trova forse qui un'illustrazione del Salmo 24:7-9 che ripete: «O porte, alzate i vostri capi; alzatevi, o porte eterne, e il re di gloria entrerà »? Per una Persona così grande, che porta potrebbe convenire?
La casa, tutta rivestita dâoro, parla di giustizia perfetta e pura. Così l'adoratore non potrebbe avvicinarsi ad essa senza essere passato prima dall'altare di rame dei sacrifici. Quest'altare è quadrato, e le sue dimensioni: venti cubiti di larghezza e venti di lunghezza, sono identiche a quelle dell'«oracolo». Sarebbe come dire che le glorie di questo luogo santissimo corrispondono alla grandezza e alla perfezione del sacrificio rappresentato dall'altare.
Vengono in seguito: il mare di rame di cui i dodici buoi ricordano il lavoro paziente e perseverante di Cristo secondo Efesini 5:26, come pure la fermezza da manifestare in tutte le direzioni per resistere alle influenze esterne e preservare la purezza. Poi i bacini, i candelieri, le tavole, lâaltare d'oro, e i diversi utensili, gli accessori dei sacerdoti; questa ci ricorda che possiamo godere delle verità rappresentate dai questi oggetti solo dopo la nostra purificazione morale al «mare di rame» (Salmo 26:6; 2 Corinzi 7:1).
Ad eccezione del calice e del pane della Cena, lâadoratore del Nuovo Testamento non ha più dinanzi a sé né oggetti visibili, né «sacramenti», né cerimonie. Egli è invitato in semplicità a partecipare alla cena del Signore. Il suo culto, secondo l'insegnamento del Signore Gesù, deve essere d'ora innanzi in spirito e in verità , essendo le forme ingannevoli per tradurre lo stato del cuore (Giovanni 4:24). E nella città celeste, dimora eterna dei credenti, non vi sarà neppure il tempio, «poiché il Signore Dio, l'Onnipotente, e l'Agnello sono il suo tempio» (Apocalisse 21:22).
La casa meravigliosa è terminata. Ma vi manca ancora lâoggetto principale: l'arca santa. La sua introduzione «al luogo destinatole, nel santuario della casa, nel luogo santissimo, sotto le ali dei cherubini» (vers. 7), dirige i nostri sguardi su Gesù nei luoghi eccelsi, esaltato da Dio stesso, centro della lode universale, che riempie il cielo e la terra della sua gloria. Egli è l'oggetto dell'ammirazione degli angeli (i cherubini; 1 Timoteo 3:16) e dell'adorazione del suo popolo beato. «Un'unica voce», ma diversi strumenti (vers. 13; Salmo 150). Un solo cantico: il cantico nuovo, cantato dalla moltitudine dei riscattati recanti ciascuno la propria nota particolare, ma in perfetto accordo.
Dei tre oggetti che lâarca aveva contenuto: la manna nella sua brocca d'oro, la verga d'Aaronne il sacerdote, e le tavole della legge, sussistono solo queste ultime (vers. 10). Al tempo del viaggio, ormai terminato, Dio aveva dato la manna e condotto il popolo a Sé per mezzo del sacerdozio. Ora l'arca è in Sion, nel riposo di Dio, il quale ha realizzato la sua promessa. Ed Egli stesso, sulla base d'un nuovo patto garantito dalle tavole, si riposa nel suo amore in mezzo al suo popolo riscattato (Sofonia 3:17).
Salomone, davanti a tutto il popolo radunato, celebra il Dio dâIsraele, ricorda le sue grazie, ed i motivi per cui il Tempio è stato costruito.
Volgere verso lâEterno il cuore del popolo, è il desiderio del re. E noi pensiamo a Colui che poteva dichiarare, aldilà della morte: «Io annunzierò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all'assemblea» (Salmo 22:22). Talvolta temiamo di indirizzarci a Dio nelle nostre preghiere. Crediamo di trovare nel Signore Gesù più comprensione e tenerezza. Non è questa una mancanza di fiducia verso Dio? «Poiché il Padre stesso vi ama» (Giovanni 16:27), afferma il Signore ai suoi discepoli. Cristo desidera che conosciamo il Padre suo come Lui lo conosce. Ma la croce era necessaria per stabilire questa relazione. Così la sua prima parola per i suoi dopo la sua risurrezione è stata: «Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro» (Giovanni 20:17). Ora che l'opera della redenzione è compiuta, non abbiamo più da fare con un Dio temibile, con un Giudice che occorre flettere. Dio è per noi un Padre a cui possiamo avvicinarci senza spavento, nel nome del Signore Gesù.
Si è notato che la tribuna di rame da cui il re sâindirizza all'Eterno ha esattamente le dimensioni dell'altare di rame del deserto (vers. 13; Esodo 27:1). Particolare che ha un significato bello e importante: à sulla base del suo sacrificio compiuto e accettato da Dio, che Cristo esercita in favore dei suoi gli uffici di sacerdote e d'avvocato presso il Padre. Talché «se noi confessiamo i nostri peccati», Dio è«fedele e giusto» per perdonarceli. Fedele e giusto, poiché Gesù li ha espiasti sulla croce (di cui l'altare ci parla), Dio non può chiedercene conto una seconda volta.
Notate che non è detto: se noi domandiamo perdono; poiché il perdono è già acquistato al riscattato; ma: «se noi confessiamo». E lo stesso passo continua assicurandoci: «Se alcuno ha peccato, noi abbiamo un avvocato presso il Padre, cioè Gesù Cristo, il giusto; ed Egli è la propiziazione per i nostri peccati» (1 Giovanni 1:9 e 2:1-2).
Dopo i vers. 22 a 39, poco differenti da 1 Re 8:31 a 53, Salomone termina la sua preghiera servendosi delle parole del Salmo 132 vers. 8 a 10.
Salomone chiedeva allâEterno: «Tu esaudisci dal cielo!». I cristiani, istruiti dalla volontà d'amore del Signore, possono dire per esperienza: «Sappiamo ch'Egli ci esaudisce» (1 Giovanni 5:15).
In risposta alla preghiera del re, il fuoco scende sullâolocausto. E per la seconda volta (vedere cap. 5:14), la gloria dell'Eterno riempie la Casa. Da quel momento, fino al tempo d'Ezechiele (cap. 10:18; 11:23) vi farà dimora.
Il timore che questa gloria ispira impedisce ai sacerdoti di penetrare nella casa (cap. 5:14; 7:2). Pensiamo per contrasto alla nostra parte eterna. Il Signore vuole avere i suoi vicino a Sé nella gloria. Già , sulla santa montagna, Egli è presentato ai discepoli, essendo Mosè ed Elia con Lui nellâabbagliante nuvola, chiamata «la gloria magnifica» (Matteo 17:5; 2 Pietro 1:17).
Tutto il popolo si prostra ed intona il cantico che sarà quello del regno di mille anni: «Celebrate lâEterno, perché Egli è buono, perché la sua benignità dura in eterno»(vers. 3; Salmo 136). Dopo di che i sacrifici sono offerti in immensa quantità : 22'000 buoi e 120'000 montoni. Anche qui, quale contrasto con la «unica offerta» per cui siamo stati santificati e resi perfetti: quella del «corpo di Gesù Cristo fatta una volta per sempre» (Ebrei 10:10 e 14).
Poi, per il popolo del gran re, è la gioia senza ombre della Festa dei Tabernacoli.
La Casa è stata terminata e inaugurata. Nella sua risposta a Salomone, lâEterno dichiara che l'ha santificata affinché il Suo nome sia in essa per sempre (vers. 16 e 20). Preziosa sicurezza! Ciò che caratterizza oggi il radunamento dei credenti a cui Gesù ha promesso la sua presenza, è il fatto che esso si riunisce nel nome del Signore (Matteo 18:20). Donde la seria responsabilità di non tollerarvi nulla che disonori questo Nome e questa presenza. à in questo senso che l'Eterno avverte Salomone dal vers. 19.
Ma la presenza del Signore in mezzo ai suoi assicura loro, nello stesso tempo, tutto ciò di cui la loro anima ha bisogno. Come mai dunque certe riunioni sono languenti e fatte di abitudini? Manca allora qualche cosa, ed è evidente che non è lâadempimento della promessa del Signore. Ciò che manca, purtroppo, è la fede, la mia fede nella sua presenza, sufficiente per benedirmi abbondantemente e benedirmi là !
Vediamo come la risposta divina corrisponde fin nei particolari alla preghiera del re al capitolo precedente. Paragonaiamo per esempio il vers. 15 col vers. 40 del cap. 6. Sì, aspettiamoci da Dio delle benedizioni precise. Egli troverà piacere ad accordarcele.
Salomone consolida il suo regno. Edifica dei magazzini di deposito e delle opere militari. Fra questi Beth-Horon superiore e Beth-Horon inferiore (vers. 5) ci ricordano la straordinaria vittoria di Giosuè (o piuttosto dellâEterno) nella discesa che separa le due città (Giosuè 10:11). Ora tutti i Cananei che, per l'infedeltà del popolo erano sopravvissuti dopo il tempo della conquista, sono assoggettati ai lavori servili. Invece, in obbedienza alla Parola (Levitico 25:42) i figli d'Israele non sono sottoposti a quei lavori riserbati agli schavi. Il re fa in tal modo una netta distinzione fra quelli che appartengono al popolo di Dio e quelli che non gli appartengono, anche quando si tratta della propria moglie (vers. 11). Questa distinzione esiste ancor oggi, non dimentichiamolo mai.
à vero che eravamo un tempo schiavi del peccato (Rom. 6:20). Ma ora il Figlio ci ha affrancati; noi siamo liberi (Giovanni 8:36). Liberi «per lodare e per fare il servizio... secondo lâopera di ogni giorno» (vers. 14, versione corretta). Ma non liberi per fare quello che vogliamo. «E non si deviò in nulla dagli ordini che il re avea dato» (vers. 15). Il vers. 13 menziona l'ordine di Mosè e il vers. 14 quello di Davide. La vera libertà per il cristiano consiste nel far per amore la volontà del Signore.
A parte il suo carattere profetico, la visita della regina di Sheba illustra il cammino del peccatore che va al Salvatore. à lâoccasione d'una parola per quello fra i nostri lettori, che non ha ancora fatto questo passo della fede verso il Signore Gesù: Sappiate che nulla di quel che vi è riferito a suo riguardo può paragonarsi alla conoscenza personale che farete di Lui. Di modo che la sola cosa che vi diremo, è, come Filippo a Natanaele: «Vieni e vedi» (Giovanni 1:47; parag. Vers. 6).
E noi che conosciamo Gesù da più o meno tempo, sappiamo qual è la testimonianza più potente che possiamo renderGli? Mostriamo che siamo felici! Attorno a noi, molti senza confessarlo anelano alla vera felicità . Possono essi constatare che la possediamo? E che il segreto di questa felicità è la nostra relazione personale col Signore? La nostra sorte è forse invidiata da loro, come era il caso per la regina in rapporto coi servitori di Salomone? Se abbiamo lâaspetto triste e infelice, faremo loro pensare che Gesù non è in grado di soddisfare il nostro cuore. Ed impediremo gli altri di venire, di vedere... e di credere.
Notiamo ancora la differenza di misura tra quello che la regina aveva portato e quello che riceve: «tutto quello châessa bramò e chiese» (vers. 12).
Gloria, ricchezze, sapienza, potenza... il regno del figlio di Davide si chiude sopra una visione magnifica! Non solo la regina di Sheba, ma tutti i re della terra vengono ad udire la sapienza del grande Salomone, a recargli dei doni, e anzitutto a vederlo (vers. 23).
A ben più forte ragione sarà così del Signore! «Dei re lo vedranno e si leveranno; dei principi pure e si prostreranno, a motivo dellâEterno che è fedele, del Santo d'Israele che t'ha scelto» (Isaia 49:7). à anche scritto: «I tuoi occhi mireranno il re nella sua bellezza» (Isaia 33:17). L'adempimento di questa promessa sarà per Israele e per le nazioni la suprema benedizione. Ma i suoi felici riscattati saranno i primi a contemplarLo. â Sì, vedere il Signore! Questo pensiero riempie forse il vostro cuore di gioia... o di timore?... Ovvero vi lascia esso indifferente?
La storia di Salomone è terminata. Ma... dove sono dunque i gravi peccati messi in evidenza dal 1° Libro dei Re? à possibile che il nostro libro non ne faccia la minima allusione? Veramente la meravigliosa grazia li ha tutti cancellati, onde mostrarci attraverso questo re uno più grande di Salomone: Gesù Cristo (Luca 11:31).
Israele si è radunato a Sichem attorno al nuovo re e gli chiede: «Rendi più lieve la dura servitù...». Che cosa consigliano i vecchi a Roboamo?: «Se ti mostri benevolo verso questo popolo, e gli compiaci...» (vers. 7). E in 1 Re 12:7: «Se oggi tu ti fai il servitore di questo popolo,... se gli parli con bontà ...» Tale è, anche per un re, il solo modo di conquistare o di conservarsi lâaffetto altrui. I nostri pensieri vanno sul Signore Gesù. Egli è venuto non «per essere servito, ma per servire» (Matteo 20, leggere vers. 26 a 28). I suoi titoli di gloria non gli sono stati di ostacolo nel suo sentiero d'umiltà , d'amore e di devozione. Talché Egli si è acquistato ora tutti i diritti all'obbedienza degli uomini (Filippesi 2:6 a 11). Ad esempio di questo grande Modello, quelli che hanno una posizione d'autorità devono essere i primi nel servizio. Poiché come esigere l'obbedienza e la devozione quando noi stessi non ne diamo l'esempio? Roboamo ha rifiutato di servire il suo popolo. à forse da stupirsi che le dieci tribù rifiutino anche di servirlo? Il suo proprio orgoglio li ha distolti dal sentiero dell'umile sottomissione. E questo conduce alla divisione! Mai più, fino all'avvento in gloria del Signore, il popolo ritroverà la sua vera unità .
La divisione dâIsraele in due regni è stata un giudicio di Dio. à dunque fatica sprecata mettere in campo 180'000 uomini scelti, per capovolgere la situazione. Roboamo, avvertito dall'uomo di Dio, rinuncia alla sua impresa. Consacra il suo tempo a costruire delle città per assicurare la protezione e il vettovagliamento al suo piccolo regno.
Da parte sua Geroboamo non è inattivo; purtroppo in tuttâaltro senso! Nel timore di perdere la sua influenza lasciando che i suoi sudditi salgano alle feste di Gerusalemme, stabilisce un culto nazionale idolatra, abbominevole agli occhi di Dio. Allora i sacerdoti ed i Leviti delle dieci tribù mostrano la loro consacrazione all'Eterno e alla sua Parola. Lasciando il terreno contaminato, si stabiliscono in Giuda, preferendo abbandonare tutto quel che posseggono, piuttosto di rimanere associati all'iniquità . Quanti cristiani hanno dovuto, e devono ancora, fare altrettanto per fedeltà al Signore! (vedere 2 Timoteo 2:19). Incoraggiati dall'esempio di quei Leviti, altri fedeli appartenenti a quelle dieci tribù, senza cessare probabilmente di abitare nelle loro città , salgono d'ora innanzi a Gerusalemme per i loro sacrifici in obbedienza alla Parola.
Tre brevi anni dura la fedeltà di Roboamo e del popolo. Allora, come al tempo dei giudici, Dio parlerà loro suscitando contro loro degli avversari. Lâoffensiva del Faraone Scishak permetterà al re e al popolo di paragonare il servizio dell'Eterno con quello del re d'Egitto (vers. 8). Prima constatazione: Mentre l'Eterno arricchisce i suoi servitori, il Nemico spoglia quelli che riduce in schiavitù.
La parola di Scemaia, il profeta, ha prodotto lâumiliazione nel cuore dei capi d'Israele e del re. Essa li condusse a dire: «L'Eterno è giusto». Riconoscere questa giustizia... anche quando essa ha dovuto agire contro noi, è sempre un buon segno (vedere Luca 23:41). Ciò permette a Dio di rivelarsi in seguito, non solo come un Dio giusto, ma anche come un Dio misericordioso, un Dio Salvatore. Vedete come mette in rilievo le «buone cose» che può ancora discernere nel regno di Giuda. Nonostante tutto, nell'insieme, Roboamo «fece il male» (vers. 14). Un male dalle radici lontane, poiché la madre sua, una Ammonita, era stata sposata da Salomone prima della morte di Davide (parag. cap. 9:30 con 12:13).
Contrariamente alle istruzioni della Parola (Deuteronomio 21:15 a 17), Roboamo ha nominato come suo erede e successore Abija, figlio della moglie preferita, Maaca (o Micaia â vedere cap. 11:20-21). Da una tale infedeltà non poteva risultare che un cattivo regno. E tuttavia la breve storia di questo re contiene una bella pagina. Essa è omessa nel Libro dei «Re», ma il nostro libro della grazia non poteva passarla sotto silenzio. Si tratta della guerra che scoppia fra Abija e Geroboamo. Secondo Luca 14:31, era insensato da parte del re di Giuda intraprendere una guerra con la metà di soldati del suo avversario. Ma Abija ha per sé dei vantaggi che compensano ai suoi occhi la sua inferiorità numerica. Li fa valere nel discorso che rivolge allâesercito d'Israele. Dalla parte di Giuda erano la dinastia di Davide, il vero culto con il sacerdozio, ed anche con la presenza dell'Eterno. Abija pretende di non averLo abbandonato (vers. 10), prova che non conosce se stesso. Infine vi era un'arma segreta, efficace fra tutte, di cui vedremo domani il ruolo decisivo: la tromba squillante (vers. 12).
Il discorso di Abija alle truppe dâIsraele è stato pronunziato con un tono di superiorità poco convenevole. Occorre la manovra di accerchiamento di Geroboamo per mettere alla prova il re di Giuda e il suo esercito. Ad un certo momento questo si trova preso per di dietro, ed è sul punto d'essere schiacciato. Ma una direzione resta libera: il cielo. Grida di distretta salgono verso l'Eterno; ora ogni pretesa è caduta. E la fede si mostra. Essa si serve d'uno strano strumento di guerra... ma ben conosciuto nella storia d'Israele: le trombe, figura della preghiera (vedere Giosuè 6:4; Giudici 7:18). Arma irresistibile, perché la fede che se ne serve s'appoggia sulla Parola divina e sulle sue promesse sempre valevoli (leggere Numeri 10:9). Ebbene, l'appello della fede non poteva non essere udito! Il suono squillante ha parlato al cuore di Dio del pericolo che i suoi correvano. E senza dubbio ha parlato pure solennemente al cuore degli uomini di Geroboamo che stavano per far guerra ai loro fratelli... e all'Eterno.
Lâesercito d'Israele è sbaragliato e umiliato (vers. 18) avendo dato prova che né la forza (vers. 3) né l'astuzia (vers. 13) non potevano competere con la fiducia in Dio.
Asa, figlio e successore di Abija, da re fedele purifica Giuda dalla sua idolatria. La Parola insiste sul riposo e la tranquillità di cui il paese gode durante la prima parte di questo regno (vers. 1, 5, 6, 7). Asa mette a profitto questo riposo per edificare delle cittadelle e rinforzare la difesa del suo territorio. E ci dà pure unâimportante lezione. Certi periodi della nostra vita corrispondono a tempi di riposo: Vacanze, vari momenti di libertà . «L'armatura completa di Dio» deve essere rivestita in anticipo, «onde possiate resistere nel giorno malvagio... (Efesini 6:13...).
Il giorno malvagio, quello dellâoffensiva di Zerah, trova dunque un Asa preparato. Soprattutto, egli dispone dello «scudo della fede», vale a dire della semplice fiducia nel suo Dio, che brilla nella sua bella preghiera del versetto 11. Nessuna forza da parte sua, nonostante i suoi 580'000 soldati. Di fronte a sé un milione di avversari. A vista umana, conflitto ben ineguale! Ma è sempre vero che «quando sono debole, allora sono forte» (2 Corinzi 12:10). Dio risponde alla fede d'Asa dandogli una strepitosa vittoria e un bottino considerevole.
Asa è stato fedele. Per mezzo di Azaria, Dio lo incoraggerà . La sua Parola non è meno necessaria dopo il combattimento che prima di questo. Poiché allora la tendenza naturale è di rilassarsi. «Non vi lasciate illanguidire le braccia» raccomanda il profeta; aggiungendo questa promessa: «Lâopera vostra avrà una mercede». Queste parole producono il loro effetto. Asa, pieno d'energia, fa sparire dal paese le cose abominevoli e ristabilisce il servizio dell'altare. Zelo particolarmente notevole, che trascina dietro a sé non soltanto quelli di Giuda e di Beniamino, ma anche «gran numero di Israeliti» delle altre tribù (vers. 9)! Così sarà della devozione che mostreremo per il Signore. Egli incoraggerà altri credenti, più timidi forse, a manifestare la loro fede. à un'esperienza che molti hanno fatta, particolarmente al servizio militare. Qualcuno ha detto: Un cuore sinceramente attaccato al Signore, è ciò che parla alla coscienza degli altri (W. Kelly).
Asa comprende che non può chiedere al popolo una completa purificazione se egli stesso non ne dà lâesempio nella propria famiglia. Non esita ad agire contro Maaca, la madre, destituendola dalla dignità di regina e riducendo il suo idolo in polvere e cenere.
Il versetto 11 distingue le prime azioni dâAsa, piacevoli a Dio, dalle ultime, ahimè, molto diverse.
Baasa, re dâIsraele, geloso di vedere molti dei suoi sudditi passare al paese di Giuda (cap. 15:9), edifica una città per impedirli. Allora Asa, invece di rivolgersi all'Eterno per fermare il re nella sua impresa, conclude un'alleanza profana con la Siria. Abile politica, in apparenza, poiché essa comincia a produrre l'effetto desiderato! Ma Dio non giudica così, e biasima il re per mezzo d'un profeta. La sua mancanza di fiducia â e di memoria (vers. 8) â lo priverà d'una vittoria sui Siri. Irritato per aver lasciato sfuggire una così buona occasione e ferito nel suo amor proprio, Asa imprigiona colui che è diventato il suo nemico dicendogli la verità (Galati 4:16). Dio lo disciplina con una dolorosa malattia. Invano! Continua a confidarsi negli uomini piuttosto che in Dio e muore senza aver imparato quest'ultima lezione. Asa aveva camminato con Dio durante trentacinque anni su quaranta. Ha mancato per pochi anni. Chiediamo al Signore di guardarci fino al nostro ultimo giorno (2 Timoteo 1:12; 4:18).
Ritroviamo ora Giosafat, re pio, di cui il Libro dei Re ci ha già parlato molto. Ricordiamo che dalla morte di Salomone, le Cronache tracciano di nuovo la storia dei re di Giuda, mentre nel libro dei Re si trattava di quelli dâIsraele. Perché allora la vita di Giosafat vi occupava tanto posto? Purtroppo, perché era strettamente frammischiata a quella di Achab e di Joram, re d'Israele! Ma il nostro capitolo 17 non ha da dire di questo re che delle cose buone. Egli si fortifica (vers. 1); cammina «nelle vie che Davide suo padre aveva seguite da principio»... egli cerca il Dio di suo padre, si conduce secondo i suoi comandamenti, il suo coraggio cresce... fa sparire gli idoli (vers. 1 a 6). E non soltanto si separa dal male come l'ha fatto Asa suo padre, ma stabilisce il bene (vers. 7 a 11). Due lati inseparabili dell'attività cristiana! (Romani 12:9; 1 Pietro 3:11).
Fra gli ufficiali superiori, Amasia si era volontariamente consacrato allâEterno, come un vero Nazireo (Numeri 6:1; vedere anche 2 Corinzi 8:5). à possibile â e questo è un appello rivolto ad ogni credente â essere consacrato al Signore, pur compiendo fedelmente il proprio mestiere o il proprio compito quotidiano. «Qualunque cosa facciate, operate di buon animo, come per il Signore» (Colossesi 3:23).
La storia di Giosafat prosegue. Ciò che ha fatto cadere questâuomo fedele, sono le sue cattive compagnie. Le relazioni mondane, gli scambi d'amabilità fra gente dello stesso ambiente sociale; esse sono state un laccio per molti credenti. Vedete per Giosafat quali ne sono state le conseguenze!
1° Ha fatto concludere al figlio una unione regale con una figlia della casa reale dâIsraele. Una figlia che non è altro che Athalia! Brillante matrimonio senza dubbio agli occhi degli uomini! In realtà punto di partenza d'una rovina immancabile di tutta la sua famiglia.
2° Egli rinnega la sua testimonianza mettendosi allo stesso livello del malvagio re dâIsraele: «Fa' conto di me come di te stesso...» (vers. 3).
3° Infine, per il timore di spiacere al suo regale amico, si lascia trascinare nel pericoloso ricupero di Ramoth di Galaad. Oh! meditiamo e riteniamo Galati 1:10! Lâalleanza che Giosafat conclude con Israele, contro i Siri, non era migliore di quella che il padre suo Asa aveva concluso con i Siri, contro Israele. Essa finisce col porre il disgraziato re in una drammatica situazione, la stessa di Saul sul monte Ghilboa. Situazione donde Dio solo, in risposta al suo grido, potè, per miracolo farlo sfuggire! (vedere Salmo 120:1).
La sua funesta alleanza con Israele valse a Giosafat un severo biasimo dallâEterno. Jehu fa al re una domanda che lo scruta, e ad un tempo gli insegna ciò che Dio pensa di Achab: «Dovevi tu dare aiuto ad un empio, e amar quelli che odiano l'Eterno?» (vers. 2).
Cristiani, non dimentichiamo che terribile nome dà la Parola a quelli che amano il mondo: «Chi... vuol essere amico del mondo si rende nemico di Dio» (Giacomo 4:4).
Jehu non ha mancato di coraggio, poiché sotto il regno dâAsa, una simile missione era costata la prigione al padre suo Hanani (cap. 16:7 a 10). Ma Giosafat ascolta la riprensione. à il mezzo per diventare «accorto», per acquistare «senno» (Proverbi 13:18; 15:5 e 32). Accettiamo noi pure le riprensioni e le osservazioni che possono esserci fatte, poiché esse hanno un così prezioso risultato.
Mentre suo padre Asa non era stato ristorato, Giosafat può riprendere dopo quellâeclissi la sua bella attività del cap. 17. Non contento questa volta di mandare degli emissari, fa un giro fra il popolo. Da vero pastore d'Israele, si occupa di ricondurlo all'Eterno (vers. 4). Dopo di che, stabilisce dei giudici, ai quali fa insistenti raccomandazioni.
Tre avversari ad un tempo si avanzano contro il piccolo regno di Giuda. Sono i suoi soliti nemici: Moab, Ammon e i Maoniti che facevano parte di Edom. Di fronte alla minaccia di questâinvasione, Giosafat ricerca l'Eterno e proclama un digiuno. Il popolo si raduna. Riferendosi alla preghiera di Salomone (cap. 6:34-35) il re sta in piè dinanzi alla santa Casa ed invoca Colui che ha promesso d'ascoltare e di fare giustizia (vers. 8-9).
Addizionando lâeffettivo militare di cui Giosafat disponeva (cap. 17:14 a 18) si giunge alla cifra impressionante di un milione centosessantamila soldati. Ebbene, in questo lungo capitolo non sarà praticamente parlato di loro! Giosafat ha capito quella parola del Salmo 33: «Il re non è salvato per grandezza d'esercito, il prode non scampa per la sua gran forza... L'anima nostra aspetta l'Eterno; Egli è il nostro aiuto e il nostro scudo» (Salmo 33:16 e 20). Così il re riconosce di essere senza forza e senza saggezza (vers. 12). Ma, aggiunge egli, «gli occhi nostri sono su te». E, inversamente, «L'Eterno infatti con i suoi occhi scorre avanti e indietro per tutta la terra per mostrare la sua forza verso quelli che hanno il cuore integro verso di lui» (cap. 16:9, versione Nuova Diodati).
La fiduciosa preghiera di Giosafat riceve una risposta immediata e pubblica. Nel nome dellâEterno, Jahaziel rassicura il popolo e il suo re. Divini incoraggiamenti, la cui lettura è stata profittevole da allora a tanti credenti nel pericolo! Paragonate il vers. 17 con la parola che Mosè rivolge ad Israele al momento del passaggio del mar Rosso: «Non temete; state fermi, e mirate la liberazione dell'Eterno...» (Esodo 14:13).
Senza aspettare che Dio abbia agito, Giosafat, con tutto il popolo, rende grazie e adora. Come onora Dio, la fede che in anticipo può, non solo sbarazzarsi da ogni inquietudine, ma anche ringraziarLo per la risposta di cui ci ha dato lâassoluta certezza! à fare come il divino Modello. Gesù, pronto a risuscitare Lazzaro in virtù della potenza di Dio suo Padre, comincia col rivolgersi a Lui: «Padre, â dice Egli â ti ringrazio che m'hai esaudito» (Giovanni 11:41).
Comâè bello questo culto celebrato alla presenza stessa dei nemici! (vedere Salmo 23:5). Quelli che lodano passano davanti alle truppe in assetto di battaglia. E il canto di trionfo, intonato ad un tratto, dà il segnale d'una straordinaria vittoria... riportata senza combattere.
Agli accenti stessi del cantico della liberazione i nemici di Giuda si sono distrutti a vicenda! Il popolo ha ora soltanto da constatare il loro annientamento e impadronirsi dellâabbondante bottino. Quante volte Dio ha, nello stesso modo fatto sparire dal nostro sentiero delle difficoltà che ci sembravano insormontabili!
Poi il popolo si raduna nuovamente per celebrare lâEterno nella valle di Beraca â o della benedizione (leggere Salmo 107:21-22).
Pensiamo al trionfo della croce riportato da Gesù senza la minima partecipazione dei credenti. Che cosa resta loro da fare, se non godere i frutti di questa vittoria? E, col cuore pieno di riconoscenza, celebrarla in mezzo alla valle terrestre, prima di farlo eternamente nella santa Città (paragonate vers. 28).
Lâultimo paragrafo ritorna indietro sul regno di Giosafat. Ricorda che, dopo la disastrosa alleanza militare con Achab, il re di Giuda ne ha concluso un'altra non meno incresciosa, col suo figlio Achazia, con uno scopo commerciale. Dio non ne permette la riuscita e ci insegna per bocca di Eliezer, ciò che Egli pensa di questo genere d'associazione con un mondano con lo scopo di arricchirsi.
Ecco che il libro delle Cronache sembra abbandoni dâun tratto il suo carattere di libro della grazia! Salvo qualche eccezione, esso aveva sistematicamente coperto i falli del popolo e del suo re, per sottolineare invece tutto il bene che poteva esservi. Ecco una cosa che dovremmo sempre fare! (leggere 1 Pietro 4:8).
Ora le pagine che scorreremo contrastano ben tristemente con le «buone cose» che Dio si era compiaciuto di rilevare fin qui (cap. 12:12 e 19:3). Ma veramente non è più possibile ora coprire la malvagità di Jehoram e dei suoi successori. Questo re, genero di Achab e di Izebel, micidiale e idolatra, spinge Giuda ad adorare i falsi dèi. Terribile stato,... che fa tuttavia risaltare la meravigliosa pazienza di Dio verso il suo povero popolo! Talché la grazia continuerà a brillare in questo libro, tanto più magnifica in quanto le tenebre sâinfittiscono sul regno di Giuda. Essa soprabbonderà di mano in mano che il peccato abbonderà (Romani 5:20).
Uno scritto di Elia perviene a Jehoram per ricapitolare i suoi delitti e avvertirlo del castigo divino, che non manca di compiersi.
Triste capitolo! Achazia, consigliato dalla madre e dai suoi parenti dal lato di Achab, si allea con Jehoram re dâIsraele, e intraprende con lui una nuova spedizione contro i Siri. Questa fatale associazione lo conduce alla sua «rovina» (vers. 7). Egli perisce di morte violenta.
Ritorniamo ora indietro: I sette fratelli di Jehoram sono stati da lui assassinati (cap. 21:4). Poi tutti i suoi figli sono stati messi a morte dagli Arabi, ad eccezione del più giovane, Achazia (vers. 1). Infine, alla terza generazione, un nuovo massacro della stirpe reale non risparmia anche questa volta che un solo discendente: Joas, un piccolo bambino. Come spiegare questi stermini successivi? Con lâaccanimento di Satana, che si sforzava d'interrompere la stirpe di Davide che doveva giungere fino a Cristo.
E come spiegare che sussista, nonostante tutto, ogni volta un membro â unico, e il più debole â ma nondimeno un discendente della famiglia reale? Con la fedele grazia di Dio! Egli mantiene la promessa fatta a Davide di conservargli una lampada (2 Re 8:19). Una lampada che non era più allora che un ben debole lucignolo! (Vedere Matteo 12:20).
In mezzo alla notte morale che regna in Giuda, un faro sembra venga a concentrare il suo fascio di luce su Joas, il prezioso principino. Tutti i consigli di Dio riposano ormai su questo debole fanciullo, lâultimo «figlio di Davide» (Salmo 89:29, 36).
Quante analogie con un altro tempo, ancor più fosco, quello in cui Erode occuperà ingiustamente il trono di Gerusalemme! Il vero re dei Giudei, nato a Betlemme, sarà preservato, come qui Joas, dal massacro ordinato dallâusurpatore. Durante tutta la sua vita Egli resterà nascosto sotto l'umile «forma di servo» che Egli ha voluto rivestire. E, anche al presente, Egli è nascosto agli occhi del mondo, nel cielo, ove soltanto la fede Lo discerne e Lo conosce. In questo capitolo abbiamo in figura il giorno della sua gloriosa manifestazione. Quelli che oggi Lo servono e L'aspettano, gli saranno associati in quel giorno, come quei Leviti e quei capi del popolo. Essi appariranno con Lui in gloria (vedere Colossesi 3:4; 1 Tessalonicesi 3:13). Che privilegio! Far parte di quella gloriosa falange! Essere «col re quando entrerà e quando uscirà » (vers. 7). Teniamoci dunque fin d'ora vicino a Lui per la fede, mentre Egli è ancora, per poco tempo, invisibile nei cieli.
Lâincoronamento di Joas e la sua apparizione pubblica hanno sventato tutti i calcoli della malvagia Athalia. Nello stesso modo la risurrezione del Signore Gesù ha annullato i complotti del Nemico.
La falsa regina è passata a fil di spada. Il suo castigo prefigura quello dellâAnticristo all'apparizione del Signore. Questo «uomo del peccato» sarà precipitato vivo nello stagno di fuoco nello stesso tempo del capo del impero romano.
E come sua madre Izebel, Athalia, questa donna esecrabile, lâassassina dei suoi propri nipoti, ci fa anche pensare alla falsa Chiesa, la grande cristianità professante. Essa ha voluto regnare, sacrificando per questo le anime di cui era responsabile. Qual è il giudicio del Signore? «Poiché ella dice in cuor suo: Io seggo regina e non son vedova e non vedrò mai cordoglio, â perciò in uno stesso giorno verranno le sue piaghe, mortalità e cordoglio e fame e sarà consumata col fuoco; poiché potente è il Signore Dio che l'ha giudicata!» (Apocalisse 18:7-8). La morte d'Athalia è seguita da quella di Mattan, sacerdote di Baal, poi dall'introduzione solenne del regno di Joas.
Finché Jehoiada fu presente per dirigerlo, tutto lasciava sperare che Joas sarebbe stato contato fra i migliori re. Purtroppo, la morte del sommo sacerdote Jehoiada segna nella sua vita una svolta fatale. Come spiegarla? Invece di appoggiarsi direttamente su Dio â ciò che è la particolarità della fede â Joas si confidava sul suo padre adottivo. E quando questi venne a mancare, di repente la sua fedeltà venne meno. Non aveva una fede personale.
Non vi ingannate, cari giovani lettori che avete dei genitori cristiani: lâeducazione, le buone abitudini, le più felici disposizioni, tutte queste cose non sono la fede. E la fede dei vostri genitori non è neppure la vostra fede. Quando vi avranno lasciati, vi resterà il Signore?
I capi del popolo vengono e lusingano Joas. «Allora il re dié loro ascolto...» (vers. 17). Che cosa farà sotto la loro influenza? Delle cose che ci fanno fremere: egli ordina lâuccisione del figlio del suo benefattore. Il Signore ricorderà ai Farisei ipocriti la morte di Zaccaria (il cui nome significa: colui di cui l'Eterno si ricorda) al momento in cui staranno per commettere un delitto ben più terribile (Matteo 23:34-35; vedere anche Matteo 21:33 a 39).
Amatsia succede al padre Joas. Egli comincia col fare ciò che è giusto agli occhi dellâEterno, «ma non di cuore perfetto», è aggiunto! Un cuore perfetto non significa che il peccato ne sia assente, ma che contiene una ferma volontà di non fare che una cosa: piacere a Dio obbedendoGli (paragonate questo vocabolo in Filippesi 3:15 col versetto che lo precede).
Primo sbaglio: Amatsia sorge in guerra contro Edom e assolda centomila uomini dâIsraele per rinforzare il suo esercito. Rimproverato da un uomo di Dio, si sottomette e trionfa sui suoi nemici. Ma in seguito quale decadimento! Nel cuore diviso d'Amatsia, gli idoli degli Edomiti trovano posto (vedere vers. 14). E poiché non è possibile servire ad un tempo Dio e Mammona (Matteo 6:24; Luca 16:13) da quel momento l'Eterno sparisce dal suo pensiero. Amatsia lo abbandona (vers. 27). Se Gesù non riempie tutto il nostro cuore, il Nemico saprà che cosa mettere nel posto vuoto.
Avendo subìto una terribile sconfitta da parte del re dâIsraele, il povero Amatsia vive ancora quindici anni, dopo di che è messo a morte senza aver manifestato alcun segno di pentimento.
Il re Uzzia chi è presentato come un uomo con apertura di spirito eccezionale. Il suo regno eccezionalmente lungo (cinquantadue anni) è pieno dâuna straordinaria attività . Il re veglia affinché il popolo non manchi di nulla: cisterne per abbeverare il bestiame, torri; aveva lavoranti, vignaioli... il tutto accompagnato da una forte protezione militare. In breve, egli assicura al suo regno prosperità e sicurezza. Non è forse verso questi due scopi che tendono tutti gli sforzi degli uomini? E in generale a che cosa li conduce tutto ciò? Forse alla riconoscenza verso Dio? Ad adoperare i loro beni per il servizio del Signore? Ahimè! piuttosto ad attribuirsene tutto il merito, a confidarsi nelle cose acquistate, ed a goderne egoisticamente! Questi pericoli esistono pure per il credente agiato. Egli corre il rischio di appoggiarsi sulle proprie risorse, di sentirsi forte. Ma allora non può più contare sull'aiuto meraviglioso di Dio (vers. 15). E la caduta non tarderà .
Uzzia aveva preparato ogni cosa per resistere ad un assalto esterno. Ma aveva trascurato di vegliare sul fronte interno, vale a dire sul proprio cuore. E insensibilmente lâorgoglio si era stabilito in questo cuore.
Cinque re: Asa, Giosafat, Joas, Amatsia, Uzzia! Cinque storie che hanno fra loro una tragica somiglianza! Per cinque volte tutto era incominciato bene. E per cinque volte, un laccio diverso, teso dal mondo, ha prodotto una fatale caduta.
Non dimentichiamo il nome di ognuno di questi lacci. Poiché il Nemico astuto non ha cessato di adoperarli per far inciampare i figli di Dio. Per Asa, si trattava, come lâabbiam visto, dell'appoggio del mondo. Per Giosafat, della sua alleanza e della sua amicizia. Joas è caduto a causa delle lusinghe di esso, mentre Amatsia si è sviato verso i suoi idoli. E qui vediamo infine l'orgoglio spirituale (1 Giovanni 2:16) che fa incespicare Uzzia.
Il nome di questo re significa «forza di Dio»; però è arrivato il momento in cui egli ha tratto la sua forza in se stesso; è stato la sua perdita (vers. 16). In presenza dei sacerdoti, che ha egli lâaudacia di voler sostituire nelle loro sante funzioni, il re è solennemente colpito, davanti a tutti, dalla mano dell'Eterno. L'orgoglio è in fondo al cuore di ciascuno di noi molto tempo prima di fare la sua apparizione esterna come una lebbra sulla nostra fronte. E se noi lo giudichiamo prima che si mostri agli occhi degli altri, eviteremo che Dio sia costretto di giudicarlo... infliggendoci forse un'umiliazione pubblica.
Di Jotham, figlio e successore di Uzzia, questo corto capitolo non ha da dire che delle buone cose. Benché anchâegli sia divenuto potente (vers. 6), ha saputo ricavare ammaestramento dalla terribile lezione ricevuta dal padre, come lo sottolinea il vers. 2. à un segno di saggezza! Se sapessimo lasciarci insegnare dall'esperienza degli altri, eviteremmo di dover passare personalmente dalla stessa scuola dolorosa. Jotham vince gli Ammoniti; diventa potente. Qual è il suo segreto? Riteniamolo, se desideriamo noi pure acquistare questa forza divina: «Egli camminò con costanza nel cospetto dell'Eterno, il suo Dio» (versione francese: regolò le sue vie...» (vers. 6). Regolare le proprie vie, vuol dire metter d'accordo il proprio cammino con gl'insegnamenti della Parola. «Che tutte le tue vie siano ben regolate. Non piegare né a destra, né a sinistra; ritira il tuo piede dal male» (Proverbi 4:26-27).
Sventuratamente non vediamo che il popolo segua lâesempio di quel re fedele! Esso continua a corrompersi (vers. 2). Il tempo di Jotham non corrisponde dunque ad un risveglio come quello che lo Spirito di Dio produrrà sotto i regni di Ezechia e di Giosia.
In constrasto con Jotham, di cui non è stato riferito che del bene, non una parola può essere detta in favore del figlio suo, il perverso Achaz. Orribile regno, ove nulla manca di ciò che può oltraggiare lâEterno! In che stato è caduto il popolo di Giuda! Dio adopera per castigarlo successivamente il re di Siria e quello d'Israele. Quest'ultimo uccide in un giorno centoventimila uomini e s'impadronisce di duecentomila prigionieri. Ma la lezione, come lo dichiara il profeta Oded, è tanto per il vincitore quanto per il vinto. Ed è anche per noi. Prima di occuparci degli altri per giudicarli, domandiamoci, in ciò che concerne noi soli, se non abbiamo dei peccati contro il nostro Dio (vers. 10; Matteo 7:2-4). Oded ha parlato in questo senso agli uomini d'Israele. Quattro di loro, citati per nome, sono profondamente colpiti e intercedono in favore dei poveri prigionieri. Poi, non contenti di aver ottenuto la loro liberazione, moltiplicano le cure verso loro e li riconducono in Giuda. Essi mettono in pratica Romani 12:20-21. Bell'esempio d'amore e di devozione! Non ci fanno forse pensare al modo in cui agisce il Samaritano della parabola? (Luca 10:33-34).
Insensibile alla grazia, che gli aveva reso i prigionieri del suo popolo, Achaz sâimmerge sempre più nel male. Ora egli cerca soccorso presso il re d'Assiria. Sta scritto: «Maledetto l'uomo che confida nell'uomo e fa della carne il suo braccio» (Geremia 17:5). Nonostante le ricchezze che dà a TilgathPilneser, re d'Assiria, spogliando il Tempio, questi non gli è di nessun aiuto (vers. 21). Allora l'empio Achaz aggiunge ancora un altro peccato. Cerca l'aiuto, che gli uomini non gli danno, presso gli idoli, che è come dire i demoni (1 Corinzi 10:20)! Ora, non soltanto non l'ottiene, ma quel che fa è il segnale della sua rovina.
Nello stesso tempo, per colmar la misura, Achaz chiude le porte del Tempio, come si fa quando una casa è in vendita o abbandonata. Vieta lâaccesso al santo santuario dopo averlo riempito di contaminazione e di impurità (cap. 29:5, 16). La dichiarazione della Parola è formale: «Se uno guasta il tempio di Dio, Dio guasterà lui» (1 Corinzi 3:17). Sì, la misura è colma! Achaz muore, e non è neppure giudicato degno di condividere la tomba dei suoi antenati.
Benché le Cronache non ne facciano menzione, siamo giunti al momento in cui lâEterno trasporta le dieci tribù d'Israele per mezzo del re d'Assiria. Achaz ha dato a Dio tutti i motivi per fare altrettanto col regno di Giuda. Ma la grazia ha ancora una risorsa che nulla lasciava prevedere. Questa risorsa è un re fedele: Ezechia. La provvidenza di Dio lo ha risparmiato dai sacrifici che hanno consumato i suoi fratelli (cap. 28:3; 2 Re 23:10). ëun tizzone strappato dal fuoco» (Zaccaria 3:2).
Si sente come questo giovane dovette soffrire sotto il regno infame del padre. Infatti, appena sul trono, senza perdere tempo, intraprende con lâaiuto dei sacerdoti e dei Leviti, l'opera della purificazione. Il primo giorno del primo mese del primo anno! (vers. 3 e 17)! Cari amici, se non l'avete ancora fatto, cominciate senza indugio a riordinare il vostro cuore. Aprite largamente le sue porte a Colui che vuol penetrarvi. Gettate fuori la lordura tollerata sotto il regno precedente del principe delle tenebre. Santificate questo cuore per Gesù Cristo. Egli vuole farvi la sua dimora fin da oggi e per sempre.
Occorsero non meno di sedici giorni ai dodici Leviti per procedere alla completa ripulitura della casa dellâEterno e per metterla in ordine. Ma non basta che sia «vuota, spazzata e adorna» (Matteo 12:44). Il culto dell'Eterno deve ora essere ristabilito. Appena realizzata la santificazione del santuario, Ezechia non indugia un istante. Si alza di buon'ora per offrire i sacrifici con i capi della città ed i sacerdoti (senza prendere tuttavia come Uzzia il posto di costoro).
Notate che lâolocausto ed il sacrificio per il peccato sono offerti per tutto Israele. Non dimentichiamolo mai: i credenti che si ricordano del Signore attorno alla Sua tavola non sono che una debole «espressione» di tutto il popolo di Dio. Il pane e il calice ricordano il sacrificio offerto, non soltanto per il piccolo numero di quelli che sono presenti, ma per la moltitudine dei riscattati che compongono la Chiesa universale.
Infine il cantico accompagna lâolocausto. Non poteva precederlo. Nessuna lode, nessuna gioia son possibili prima dell'opera di Golgota. Ma ora che essa è compiuta una volta per sempre, il servizio dei veri adoratori può incominciare... e non finirà mai (Salmo 84:4).
Il cuore intelligente di Ezechia comprende che bisogna ora ripristinare la Pasqua. Avrà luogo al secondo mese come lâautorizza Numeri 9:11. Il cuore largo di Ezechia abbraccia tutto Israele, e manda loro dei messaggeri... nello stesso modo che il Signore oggi fa pubblicare ovunque gli appelli della sua grazia. Trova in voi e in me dei servitori che può incaricare del prezioso messaggio? Che cosa contiene esso?
Un tale messaggio di grazia incontra, ieri come oggi, molte beffe come pure lâincredulità e l'indifferenza. Ma ne ha anche condotti molti ad umiliarsi ed a ritornare. Una grande congregazione s'aduna a Gerusalemme.
Essa vi prosegue la purificazione cominciata dai Leviti. Gli altari che Achaz si era fatti «a tutte le cantonate di Gerusalemme» (cap. 28:24) saranno gettati con tutte le impurità del tempio in fondo al torrente Kidron (cap. 29:16).
Come il re della parabola, Ezechia ha fatto proclamare per tutto il paese lâinvito della grazia: «Ecco, io ho preparato il mio pranzo;... tutto è pronto: venite...» (Matteo 22:4). Molti non ne han tenuto conto. E fra quelli che son venuti, una gran parte non si è santificata (vers. 17). Che fare? Si devono rimandare a casa? No! Come i convitati al gran banchetto ricevono dal re un abito da nozze, la grazia divina si occupa di purificare quegli Israeliti, onde renderli atti alla Sua santa presenza. E questa purificazione è compiuta precisamente per mezzo della Pasqua che essi son venuti a celebrare. Il sangue delle vittime immolate provvede alla loro santificazione.
Noi pensiamo al sangue di Gesù, il santo Agnello di Dio. Egli purifica da ogni peccato (1 Giovanni 1:7).
Riguardo ai deboli e agli ignoranti, Ezechia, tipo di Cristo, intercede in loro favore presso al Dio che perdona.
In seguito viene la festa dei pani azzimi. Essa parla di santificazione pratica. Una gran gioia lâaccompagna (prova che la separazione per Dio non è affatto sinonimo di tristezza) e trabocca in certo qual modo in tutta la fine di questo capitolo. La gioia trabocca forse anche dal nostro cuore, noi che siamo gli oggetti d'una così grande salvezza? (Filippesi 4:4).
GlâIsraeliti che hanno risposto all'appello d'Ezechia han fatto l'esperienza della presenza dell'Eterno e della gioia che essa procura. Se ne vanno ora, pieni di zelo, attraverso il paese, distruggendo ogni traccia della religione degli idoli. Avendo personalmente provato il valore del vero culto d'Israele, misurano ora quanto se n'erano allontanati precedentemente.
Verità di grande importanza! Per essere atti a giudicare il male, bisogna anzitutto aver incontrato il Signore. à tempo perso esortare semplicemente qualcuno a rigettare il mondo ed i suoi idoli. Cominciamo col condurlo a Gesù; ne risulteranno dei frutti. Tale è la lezione che Ezechia ci dà qui.
La beneficenza non è separata dagli altri sacrifici (vedere Ebrei 13:15-16). Le primizie e le decime sono ammucchiate in occasione delle due grandi feste annuali che venivano dopo la Pasqua: la Pentecoste al 3° mese, e i Tabernacoli al 7° (vers. 7). Il re preleva dai suoi beni ciò che occorre per gli olocausti. E il popolo lo imita, come già lâaveva imitato per distruggere i falsi dei. La forza dell'esempio è più grande di quella delle parole. Non lo dimentichiamo per quanto ci concerne! (vedere 2 Tessalonicesi 3:7 a 9).
Il re interroga i sacerdoti e i Leviti a riguardo dei «mucchi». Nello stesso modo il Signore prende conoscenza di tutto quel che diamo (o non diamo) per Lui. Sarà sempre poca cosa: cinque pani dâorzo e due pesci, ma Egli saprà farne risultare una grande abbondanza. E ve ne sarà di resto dopo che ognuno sarà stato saziato (vers. 10; vedere Giovanni 6:12 e anche Malachia 3:10). Nulla di ciò che Dio ci dà dev'essere perduto o sprecato.
Vengono nominati dei sovrintendenti e degli amministratori. Le loro funzioni consistono per gli uni a vigilare sulle provviste, per gli altri a «fare le distribuzioni ai loro fratelli con fedeltà » (vers. 15 versione francese). «Del resto, â dice lâapostolo â quel che si richiede dagli amministratori, è che ciascuno sia trovato fedele» (1 Corinzi 4:2). Paolo stesso ne era un esempio quando andava personalmente a Gerusalemme per consegnare il prodotto d'una colletta (Romani 15:25-26; 1 Corinzi 16:3-4). Ma questa fedeltà non è meno necessaria quando si tratta del cibo spirituale del popolo di Dio.
Ezechia ha fatto ciò che è buono, retto e vero. Egli mise tutto il cuore nellâopera sua. Bel riassunto della sua attività . Possa il Signore dirne altrettanto di voi e di me alla fine della nostra carriera!
Ci si poteva aspettare che «queste cose e questi atti di fedeltà », graditi a Dio, fossero al contrario insopportabili al grande Nemico. Non han mancato di eccitarlo contro Israele e contro il suo re. La gioia che possiamo godere nel Signore non deve farci dimenticare la presenza di questâavversario che «va attorno a guisa di leon ruggente, cercando chi possa divorare» (1 Pietro 5:8). Satana passerà dunque all'attacco. Spinge contro Gerusalemme il potente re d'Assiria, il quale comincia col rivolgere al popolo un discorso minacciante e perfido: Ezechia â dice loro â vi riduce a morir di fame e di sete (vers. 11). Vera menzogna! Le stanze del santuario non erano forse provviste abbondantemente di viveri, messi in riserva nel giorno dell'abbondanza? (cap. 31:10-11). E, grazie all'acquedotto che il re aveva fatto costruire l'acqua fresca scaturiva nell'interno stesso della città (parag. vers. 4 e 2 Re 18:17; 20:20).
Così parla oggi ancora il Mentitore. Secondo lui, rimanere presso Gesù equivale ad esporsi alla penuria e alle privazioni. Ma noi sappiamo che è proprio il contrario! Cristo è il pane di vita (Giovanni 6:48,51) e la sorgente delle acque vive (Giovanni 7:37), quando al di fuori regna la sete (vers. 4).
Nel 2° libro dei Re (cap. 18 e 19) abbiamo letto i discorsi orgogliosi ed oltraggiosi di Rab Shaké, seguiti dalla lettera del re dâAssiria. Come risponderà Ezechia? Isaia e lui, entrambi insieme, gridano a Dio a questo riguardo. à la riunione di preghiera più ridotta. Ma il Signore la prevede ed essa ha un potere irresistibile in conformità alla Sua promessa: «Se due di voi sulla terra s'accordano a domandare una cosa qualsiasi, quella sarà loro concessa dal Padre mio che è nei cieli» (Matteo 18:19). Da un lato: due uomini in preghiera; dall'altro: un esercito formidabile. Ebbene, quest'ultimo è stato schiacciato senza neppure saper come! Il suo capo supremo se ne ritorna «svergognato» al suo paese, per perire a sua volta, assassinato dai suoi due figli.
Dopo il re dâAssiria, ecco il re degli spaventi: la Morte (Giobbe 18:14), nemico ancora più terrorizzante, che si presenta per inghiottire Ezechia. Ma contro essa pure, la sua preghiera è potente, e Dio lo libera di nuovo.
Purtroppo, questo regno così felice non terminerà senza unâeclissi: una grave mancanza dovuta all'orgoglio, seguita felicemente dall'umiliazione e dal ristoramento.
Il regno di Manasse ha due particolarità : quella della durata (55 anni) e quella della malvagità . Che cosa spiega una durata così eccezionale, proprio quando lâiniquità era particolarmente insopportabile agli occhi dell'Eterno? à la pazienza della grazia, cosa meravigliosa. Non dimentichiamo che essa caratterizza da un capo all'altro questi due libri delle Cronache.
Dopo aver parlato a Manasse e al suo popolo â ma non prestarono attenzione (v. 10), lâEterno usa il linguaggio delle catene e della cattività , e questo è finalmente ascoltato. L'esempio di Manasse ci insegna che non c'è un peccatore tanto iniquo di cui Dio non possa cambiare il cuore. E questa narrazione è, nella Scrittura, una delle più atte ad incoraggiarci. Non pensiamo mai che una persona sia troppo immersa nel male per essere salvata.
Nel regno empio di Manasse troviamo anche la storia profetica dâIsraele in succinto. Il nome di questo re significa: «oblio», e ci ricorda la dichiarazione dell'Eterno: «Il mio popolo ha dimenticato me da giorni innumerevoli» (Geremia 2:32). L'esilio attuale d'Israele sotto il giogo delle nazioni è stata la conseguenza di quest'abbandono; ma essa sarà ugualmente, come per Manasse, il mezzo di risvegliare infine la sua coscienza e il suo cuore.
Non soltanto la grazia di Dio sâè lasciata arrendere alla supplicazione di Manasse, ma gli ha pure fornito l'occasione di riparare in una certa misura il male che aveva precedentemente commesso. Infatti, vi sono delle conversioni che avvengono soltanto al letto di morte. E se allora è ancora tempo per l'anima di essere salvata, è invece troppo tardi per servire il Signore quaggiù. Perdita irreparabile per l'eternità ! (2 Corinzi 5:10; 1 Corinzi 3:15)
Una conversione si manifesta con dei frutti. Tutto Giuda è testimonio di quella di Manasse. I falsi déi che aveva tanto servito, sono rigettati; il culto dellâEterno sostituisce quello degli idoli. à proprio questo il segno di una vera conversione (1 Tessalonicesi 1:9). Questa parola significa un dietrofront, un cambiamento completo di direzione. Gesù diventa lo scopo della vita, e tutta l'energia impiegata fino allora a servire il mondo e il peccato, è sostituita dalla devozione al Signore.
Amon non ha ricavato nessun profitto dallâesempio del padre (Geremia 16:12). Nel suo cuore non è prodotta nessuna umiliazione. Così egli passa «come il fiore dell'erba»; secondo l'espressione del profeta: «Il soffio dell'Eterno vi è passato sopra» (Isaia 40:6-7).
Giosia significa: «Colui di cui Dio ha cura». Noi tutti avremmo il diritto di portare questo bel nome. Oggetto fin dalla nascita di quelle cure dellâEterno, all'età di sedici anni Giosia comincia a cercare Dio. Allora intraprende la grande opera di risveglio già considerata in 2 Re 22 e 23.
Sedici anni! Forse lâetà di alcuni di nostri lettori. Non sono più fanciulli; dinanzi a loro la vita s'apre con tutte le sue possibilità . La giovinezza è un prezioso capitale che Dio dà loro. In che modo l'adoperano? Alcuni la sprecano follemente ... e più tardi ne raccolgono i frutti amari. Altri, più prudenti a vista umana, la consacrano a prepararsi nella vita un posto vantaggioso. Altri infine, i più savi di tutti, fanno come Giosia. Cercano anzitutto il Signore, poi mettono ogni cosa d'accordo con la sua volontà (vedere Matteo 6:33).
La legge è stata trovata nel tempio durante dei lavori; Giosia ne fa approfittare tutto il popolo, però li deve obbligare a servire lâEterno (vers. 33). à cattivo segno! L'obbedienza al Signore non dovrebbe sempre derivare dal nostro amore per Lui? «Questi comandamenti, che oggi ti do, ti staranno nel cuore», diceva Mosè quando dava loro questo libro (Deuteronomio 6:6).
La celebrazione della Pasqua da parte di Giosia e del popolo occupa qui quasi un capitolo, mentre il 2° Libro dei Re non le dedicava che tre versetti (cap. 23:21 a 23). Essa è il risultato del ritorno alla Parola a cui abbiamo assistito al capitolo precedente. La Pasqua era per Israele la prima istituzione divina. LâEterno gliel'aveva data prima dell'uscita dall'Egitto. Corrispondeva al ricordo della sua grande liberazione. Per i figli di Dio esiste pure un tale «memoriale» (1 Corinzi 11:24-25). Attorno alla Tavola del Signore, ogni primo giorno della settimana, i riscattati si ricordano della loro grande salvezza e di Colui che l'ha compiuta. Che cosa caratterizza questa Pasqua, come anche il culto cristiano? Anzitutto la presenza dell'arca: Cristo (vers. 3). Poi necessariamente la santità : poiché l'arca era santa, bisognava che i Leviti si santificassero onde essere propri per questa presenza. Infine il motivo stesso della festa era l'offerta dei sacrifici. Ci ricordano quello che ogni credente è invitato ad offrire, non soltanto alla domenica, ma incessantemente a Dio: «Un sacrificio di lodi, cioè il frutto delle labbra che confessano il suo nome» (Ebrei 13:15).
La situazione sta per essere mutata. I regni terribili di Manasse e Amon hanno condotto lâEterno a prendere, a riguardo di Giuda, una decisione irrevocabile. Ma com'è bello vedere la grazia produrre ancora in questo periodo finale un risveglio come quello di Giosia!
Anche il giudicio del mondo attuale è alla porta. Tutto ce lo fa prevedere. Tuttavia, anche in simili tempi, lo Spirito di Dio si compiace di suscitare qua e là dei risvegli. E il suo desiderio è di produrne uno anzitutto nel cuore di ciascuno di noi.
Vedete questa Pasqua che rievoca i tempi di una volta; non soltanto quelli di Salomone e di Davide, ma gli antichi tempi di Samuele! Tutto vi è ben ordinato; ognuno è al proprio posto; lâamore fraterno è esercitato. Scena che brilla tanto più in quanto si trova intercalata fra i regni empi dei re precedenti e la decadenza finale che seguirà !
La fine di Giosia non è allâaltezza del rimanente della sua carriera. Come Ezechia, egli fa dei passi falsi nelle sue relazioni con le potenze politiche del suo tempo. Nonostante gli avvertimenti che Dio gli dà direttamente, prende posizione contro Faraone e trova la morte in una battaglia che avrebbe dovuto evitare.
Nel suo insieme il popolo di Giuda non aveva seguito lâesempio di Giosia. Molti segni lo indicavano. L'obbedienza alla legge gli era stata imposta. Al momento della Pasqua, esso non aveva certamente mostrato la stessa gioia e la stessa spontaneità che al tempo della Pasqua di Ezechia. Il re ed i capi avevano dovuto provvedere per i sacrifici (cap. 35:7 a 9). Ora che il fedele Giosia è stato ritirato, che il giusto è stato «tolto via per sottrarlo al male» (Isaia 57:1), nulla più impedisce all'Eterno di eseguire il suo giudizio contro Giuda. E gli avvenimenti precipitano: quattro sovrani si susseguono: Joachaz, Joiakim, Joiakin e Sedekia; l'uno più malvagio dell'altro. Il loro spirito di rivolta è stato l'occasione, perché l'Egitto dapprima, e Babilonia in seguito, intervenissero negli affari del piccolo regno. L'avversario e il nemico entrano nelle porte di Gerusalemme (Lamentazioni 4:12) e a tre riprese avranno luogo delle deportazioni parziali a Babilonia, e gli oggetti del Tempio subiranno la stessa sorte delle persone. I versetti 14 e seguenti sottolineano che i capi dei sacerdoti ed il popolo partecipano alla responsabilità dei loro re nel giudicio che li colpisce.
Benché le «Cronache» siano i libri della grazia, esse sono tuttavia obbligate di concludere: «Non ci fu più rimedio». La parola del vers. 15: «LâEterno... voleva risparmiare il suo popolo», diventa al vers. 17: «Egli non risparmiò...»
Nello stesso modo Colui che era «mosso a compassione» per le moltitudini... dovrà pronunziare poco dopo una terribile sentenza contro le città donde provenivano quelle moltitudini: «Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsaida!... E tu, o Capernaum...» (Matteo 9:36; 11:21, 23). Nonostante ciò troviamo anche qui la divina misericordia. Le «Cronache», contrariamente ai «Re», passano molto rapidamente su questo triste periodo finale. E questi libri non terminano sulla deportazione stessa, ma sullâeditto di Ciro che vi ha messo fine settant'anni dopo! L'inscrutabile grazia di Dio ha così, malgrado tutto, l'ultima parola.
Noi vediamo, queste cose non ci sono narrate come i nostri libri di storia lo farebbero. Dio non ci riferisce dei fatti semplicemente per interessare la nostra mente e ammobiliare la nostra memoria. La sua intenzione è di parlare alla nostra coscienza e di colpire il nostro cuore. Ha Egli raggiunto questo scopo rivolgendosi a voi?
Per mezzo del profeta Geremia, lâEterno aveva, in anticipo, fissato a 70 anni la durata della cattività a Babilonia. Quelli che, come Daniele, investigavano le Scritture, avevano dunque avuto la possibilità di conoscerne la prossima fine (Daniele 9:2). I 70 anni sono contati dal 1o anno di Nebucadnetsar, responsabile della deportazione al 1o anno di Ciro, colui che vi ha posto fine (Geremia 25:1,11). Circa due secoli prima lâEterno aveva già designato questâultimo re col suo nome (Isaia 44:28 e 45:1). Senza dubbio, Ciro ha avuto conoscenza di questa profezia poiché è cosciente dâessere lo strumento scelto da Dio per il ripristinamento del Suo culto.
Nello stesso tempo, lâEterno «destò lo spirito» dâun certo numero di Giudei esiliati, dâinfra quelli che si ricordavano piangendo di Gerusalemme e che lâavevano posta «al disopra dâogni loro allegrezza» (vedere Salmo 137:1,6,7). Amici cristiani, sentiamo forse, che anche noi siamo «sopra una terra straniera»? Aspiriamo noi alle gioie della santa Città ? à stato il nostro spirito «destato» per aspettare il Signore Gesù? Egli è il grande Re, Centro della profezia, a cui Dio darà bentosto tutti i regni della terra (vers. 2) affinché ristabilisca la Sua lode e la Sua gloria.
La strada verso Gerusalemme è aperta. Chi sono quelli che ne approfitteranno? Soltanto 49.697 persone, dâinfra le diverse classi del popolo. Inoltre, fra questo debole residuo, un certo numero non è in grado di provare che fa parte dâIsraele. Persino dei sacerdoti sono stati negligenti, e questo li impedirà di esercitare le loro sante funzioni. Purtroppo, molti credenti sono come questi Israeliti! Non possono affermare con certezza di essere dei figli di Dio. à forse questo il vostro caso? Ebbene, affrettatevi a procurarvi la vostra «iscrizione genealogica» (vers. 62). Si trova nella vostra Bibbia. Appoggiatevi fermamente su passi come Giovanni 1:12; 1 Giovanni 5:1. 13). Tante anime incerte come voi, han trovato in questi versetti ed in altri ancora la prova indiscutibile che appartenevano alla famiglia di Dio.
Dio ha lo sguardo rivolto a questo residuo senza forza. Lo ha enumerato con cura e veglierà teneramente su di esso. Non soltanto a causa della sua misericordia, ma anche perché ha appo Sé un grande disegno: à ai discendenti di quei Giudei, ritornati nel loro paese, che il Cristo, il Messia dâIsraele, devâessere presentato, dopo 14 generazioni (Matteo 1:17).
Il Salmo 137 ci presentava, presso i fiumi di Babilonia, gli esiliati di Giuda, incapaci di cantare a causa della loro tristezza. Ma ora essi realizzano il Salmo 126: «Quando lâEterno fece tornare i reduci di Sion, ci pareva di sognare. Allora la nostra bocca fu piena di sorrisi, e la nostra lingua di canti dâallegrezza... LâEterno ha fatto cose grandi per noi, e noi siamo nella gioia» (Salmo 126:1-3). Non è forse dâaltronde un ordine divino? (Isaia 48:20). Essi celebrano la festa delle «capanne», festa della gioia (al vers. 11 li vediamo anche cantare). E il loro primo pensiero è di edificare lâaltare dellâEterno «sulle sue basi». Il loro motivo è notevole: «Poiché avevano paura dei popoli delle terre vicine» (vers. 3). Il timore li spinge, non ad organizzare la loro protezione, ma a stringersi attorno allâEterno.
Le fondamenta della nuova casa sono poi gettate. E ciò dà luogo ad una commovente cerimonia ove si mescolano i pianti alla gioia (vedere Geremia 13:11). Che contrasto col primo tempio! Esiste lo stesso contrasto fra lâinizio meraviglioso della Chiesa secondo il libro degli Atti, e la debole testimonianza collettiva che i credenti possono rendere in mezzo alla rovina attuale.
La presa di posizione degli uomini di Giuda non è avvenuta senza attirare lâattenzione dei popoli circonvicini. Eccoli che arrivano con unâofferta seducente. «Noi edificheremo con voi, giacché, come voi, noi cerchiamo il vostro Dio...» (vers. 2). Non era forse da parte loro una vera amabilità ? Il lavoro sarebbe proceduto molto più rapidamente. E un rifiuto arrischiava di offendere quelle persone. Ma i capi dei Giudei non si lasciano ingannare. Rifiutano con fermezza la proposta, mentre Giosuè ed i principi si erano una volta lasciati prendere ad un laccio simile (Giosuè 9). Per lavorare allâopera di Dio, bisogna appartenere necessariamente al popolo di Dio. Non temiamo â sotto pretesto dâun falso amore â di mantenere una netta separazione con gli ambienti religiosi, i cui principi sono mescolati.
In seguito vedremo chi sono questi benevoli aiuti: Dei nemici! Poiché la loro astuzia non era riuscita, scoprono il loro gioco e ricorrono alle minacce. Poi, mutando ancora tattica, indirizzano una lettera accusatrice ad Artaserse, il nuovo capo dellâImpero. Costui è, (si ha motivo di pensarlo), un usurpatore che la storia conosce sotto il nome di Gaumata il Mago.
Per fare cessare il lavoro dei figli di Giuda, i loro nemici hanno successivamente adoperato lâastuzia (vers. 2), lâintimorimento (vers. 4 e 5), e le accuse (vers. 6 a 16). Ora che dal re hanno ottenuto la risposta desiderata, ricorrono ad una quarta arma: la violenza. Si recano sollecitamente dai Giudei per costringerli, «a mano armata», a sospendere i lavori. Ma la vera causa della sospensione del lavoro è differente. Il profeta Aggeo ce la fa conoscere nel suo primo capitolo: è la mancanza di fede e la negligenza dello stesso popolo. Quindici anni circa sono trascorsi dalla posa delle fondamenta, e durante questo tempo, lâinteresse per la Casa di Dio a poco a poco si è affievolito, e ognuno si è occupato della propria casa. Ahimè! anche noi, cristiani, conosciamo tali periodi di declino spirituale. Il Signore e la sua Casa (lâAssemblea) perdono valore per il nostro cuore. Nella stessa proporzione aumenta la preoccupazione nostra per i nostri propri affari. Ma Dio non vuole lasciarci in questo stato. Ci parla, come qui parla a Giuda. Alla voce dei profeti Aggeo e Zaccaria, il popolo si risveglia dallâindifferenza e si rimette allâopera.
Mentre sotto «lâocchio del loro Dio» (vers. 5), i Giudei si sono rimessi al lavoro, i nemici, da parte loro, riprendono le loro mene malevole.
Noi non diamo fastidio allâAvversario fin tanto che la nostra vita cristiana è languente, e cerchiamo i nostri interessi e non quelli di Gesù Cristo (Filippesi 2:21). E il Nemico si prenderà guardia di disturbarci nella nostra sonnolenza. Essa gli conviene perfettamente. Ma appena il Signore, per mezzo della sua Parola, risveglia il nostro cuore e il nostro zelo per Lui, subito ritroviamo Satana sul nostro sentiero (vedere 1 Corinzi 16:9).
I nemici di Giuda rinnovano la tattica che è loro riuscita al capitolo precedente: Essi scrivono al nuovo re Dario per cercare dâottenere il suo intervento. Con ipocrisia, lo interrogano sulla proclamazione di Ciro, che tuttavia conoscono molto bene. Involontariamente la loro lettera, che riferisce le dichiarazioni degli anziani dei Giudei, costituisce una bella testimonianza in favore di questi (vers. 11 e seguenti). Questi anziani non hanno avuto vergogna di dichiararsi servitori di Dio, né di esporre quello che lâEterno ha fatto per loro, anche se ciò li obbliga a confessare i falli dei loro padri.
Una seconda lettera degli accusatori è dunque partita per la capitale. Ma volgerà alla loro totale confusione. Non soltanto le ricerche che Dario fa intraprendere permettono di ritrovare lâeditto di Ciro. Ma il re nella sua risposta prende lui stesso in mano la causa del residuo di Giuda e della costruzione del Tempio. E anzi, ordina precisamente ai nemici dei Giudei di dare a questi tutto lâaiuto di cui hanno bisogno. Inoltre il rescritto di Dario è accompagnato dalle peggiori minacce contro quelli che vi cambiassero checchessia. Tale è stato dunque il risultato dellâattitudine franca e coraggiosa presa dagli anziani dei Giudei (cap. 5:11-12; vedere Matteo 10:32). Essa ha permesso allâEterno di mostrar loro pubblicamente la sua approvazione.
à bello di vedere il re riconoscere al vers. 10 lâefficacia delle preghiere al Dio dei cieli, chiedendole per sé e per i suoi figli. Questo Dio dei cieli è ora il nostro Padre; non trascuriamo di indirizzarci a Lui. Siamo dâaltronde esortati a pregare «per tutti gli uomini» â e precisamente «per i re (le autorità ) e per tutti quelli che sono in dignità , affinché possiamo menare una vita tranquilla e quieta, in ogni pietà ed onestà » (1 Timoteo 2:1-2).
I nemici dei Giudei hanno capito che era meglio per loro non opporsi agli ordini ricevuti. Li eseguiscono prontamente, tuttavia col dispetto e la rabbia interna che si possono immaginare.
Così protetti, e disponendo di nuovi mezzi, gli anziani di Giuda terminano la costruzione del tempio. Ma, cosa ben notevole, se essi prosperano, non lo debbono al rescritto di Dario. ëper le parole ispirate del profeta Aggeo e di Zaccaria, figliuolo dâIddo» (vers. 14). à esattamente così del cristiano. La vera sorgente della sua prosperità non sta nelle circostanze favorevoli che Dio può permettere per lui sulla terra. Essa risiede nella sottomissione alla Parola del suo Dio.
La casa è inaugurata fra la gioia generale. Tuttavia che contrasto con la dedicazione del primo tempio ove 22.000 buoi e 120.000 montoni erano stati sacrificati (2 Cronache 7:5). E non si tratta qui né del fuoco che discende dal cielo, né della gloria che riempie la Casa, poiché lâarca di Dio è perduta; non è ritrovata.
Dopo ciò la Pasqua ed i pani azzimi sono celebrati al primo mese. Nonostante tutta la loro debolezza, lâEterno li ha rallegrati.
Quarantâanni circa sono trascorsi fra gli avvenimenti del cap. 6 e quelli che cominciano al cap. 7 con il viaggio di Esdra sotto il regno di Artaserse. In contrasto con i sacerdoti negligenti del cap. 2:61-62, Esdra può produrre una genealogia senza lacuna, che risale fino ad Aaronne. Inoltre è uno «scriba versato nella legge di Mosè». à ben prezioso essere istruiti nella Parola divina. Ma non basta conoscerla con lâintelligenza e la memoria, come le materie insegnate a scuola. Questa sorta di conoscenza non servirebbe che a gonfiarvi dâorgoglio (1 Corinzi 8:1; 13:2). No, vi occorre anche amare la Parola e la Persona che essa vi presenta. Vedete Esdra! Egli aveva «applicato il cuore allo studio e alla pratica della legge dellâEterno» (vers. 10). Non solo a studiarla, ma anche «alla pratica». Poiché, non basta conoscere anche col cuore, se non si mette in pratica ciò che la Bibbia ci ha insegnato (Giacomo 1:22). à soltanto in queste condizioni che possiamo permetterci dâinsegnare agli altri.
Artaserse ha rimesso ad Esdra una lettera di raccomandazione per facilitare la sua missione.
Esdra ha osservato la Parola di Dio e non ha rinnegato il suo nome. Tanto lui come gli uomini che si radunano al suo appello faranno lâesperienza che hanno poca forza (sono appena 1500) ma, mentre Dio ha messo davanti a loro «una porta aperta che nessuno può chiudere» (Apocalisse 3:8). Artaserse 1o detto Lunga Mano, è, come i suoi predecessori Ciro e Dario, uno strumento preparato dallâEterno per tener aperta davanti al residuo esiliato di Giuda la porta del ritorno a Gerusalemme. Con benevolenza e generosità , questo re ha dato tutte le disposizioni necessarie per permettere ad Esdra dâintraprendere il suo viaggio e anche di occuparsi, allâarrivo, del servizio della casa dellâEterno. «Il cuore dâun re, nella mano dellâEterno, è come un corso dâacqua; Egli lo volge dovunque gli piace» (Proverbi 21:1; vedere anche Proverbi 8:15-16).
Non è detto che Esdra abbia ringraziato Artaserse, benché certamente non avrà mancato di farlo. Invece egli benedice lâEterno come Colui «che ha così disposto il cuore del re». Esercitiamoci come lui a vedere sempre «la mano», sì, «la benefica mano di Dio» (vers. 6,9,28; cap. 8:18,31) in tutto quel che ci accade.
Il radunamento ha luogo presso al fiume Ahava. Esdra, per completare la sua schiera, è obbligato di far chiamare dei Leviti. «Pochi son gli operai» e «la messe è grande», dichiarava Gesù ai suoi discepoli (Matteo 9:37). Anche oggi, Egli considera tutti i suoi riscattati sulla terra e conta fra loro quelli che sono veramente disposti a servirLo.
Ed ora è forse tutto pronto per la partenza? No; manca ancora una cosa essenziale! Nello stesso modo che un viaggiatore non si pone in cammino senza aver prima consultato la carta geografica, così Esdra si preoccupa della strada da seguire. E consulta lâEterno. «La vera via (versione corretta) per noi e per i nostri bambini» non è forse quella dellâassoluta obbedienza a Dio? Cristo lâha aperta per primo in questo mondo (Giovanni 14:6). Talché la Bibbia, che ce ne mostra le tracce perfette, fa le veci, in certo qual modo, della «carta stradale». Purtroppo, noi perdiamo sovente il vero, il prezioso sentiero, perché ci smarriamo sulle false piste della nostra propria volontà !
Umiliazione, dipendenza, fiducia in Dio piuttosto che nellâuomo, ecco altrettante lezioni benedette che impariamo in compagnia dâEsdra... o piuttosto del Signore Gesù.
Al primo ritorno a Gerusalemme, Ciro aveva fatto rimettere ai Giudei rimpatriati alcuni degli utensili della casa di Dio. Esdra e i suoi compagni non son neppure loro partiti a mani vuote. Il re ed i suoi familiari, come gli Israeliti dimoranti in esilio, han dato dei doni per il santuario.
Con queste ricchezze che avrebbero potuto tentare dei predoni, la debole schiera, senza scorta (ma protetta dalla buona mano di Dio) è giunta a Gerusalemme. La sua prima cura è di rimettere il prezioso deposito fra le mani dei sacerdoti responsabili. Poi, prontamente, comâerano stati incaricati di farlo (cap. 7:17) offrono dei sacrifizi.
Pensiamo ai «talenti» che ci sono stati affidati per il cammino (Matteo 25:15): Che caso facciamo di tutti quei doni che il Signore ci ha fatto: salute, intelligenza, memoria, e soprattutto la Sua Parola, con lâeducazione cristiana? Allâarrivo nella città celeste, tutto sarà pesato e contato alla bilancia del santuario (vedere vers. 33 e Luca 12, fine del vers. 48).
Purtroppo, il ritorno di Esdra è ad un tratto oscurato da ciò châegli ode a riguardo del popolo. Assistiamo così ora ad una scena di dolore e di lagrime. «Rivi di lacrime mi scendon giù dagli occhi, perché la tua legge non è osservata» â diceva il salmista (Salmo 119:136).
Lâattitudine dâEsdra in questo capitolo è veramente molto notevole. Un altro avrebbe fatto al popolo i rimproveri più severi. Esdra invece si pone davanti a Dio e accusa ad un tempo se stesso ed Israele. Offrendo dodici tori e dodici montoni (cap. 8:35) egli riafferma lâunità del popolo di Dio. Ora una conseguenza di questâunità è appunto la comune responsabilità , la sofferenza condivisa (vedere 1 Corinzi 12:26). Che lezione ci dà qui questo servitore di Dio! Ci insegna non solo a non segnare a dito i falli degli altri cristiani, ma ad esserne noi stessi vergognosi, afflitti dinanzi al Signore. «O mio Dio, io son confuso; e mi vergogno, o mio Dio, dâalzare a te la mia faccia...» â dice lâuomo di Dio (vers. 6).
Le parole di Esdra sono ben commoventi. Esse contrappongono la misericordia del Dio dâIsraele allâingratitudine del suo popolo. Ma, pur sentendo profondamente il peso del peccato di cui non era personalmente colpevole, Esdra non poteva far nulla per toglierlo davanti allo sguardo dâun Dio Santo. Uno solo era in grado di compiere lâespiazione. Il Figlio di Dio, prendendo su di sé i nostri peccati come fossero suoi, ha potuto dichiarare nel suo indicibile dolore: «Le mie iniquità mâhanno raggiunto...» (Salmo 40:12).
Lâesempio di Esdra aveva già condotto ad umiliarsi con lui «tutti quelli che tremavano alle parole dellâIddio dâIsraele» (cap. 9:4). Ora, come una risposta alla sua preghiera, questo stesso sentimento è prodotto nel cuore dâuna «grandissima moltitudine di gente dâIsraele, uomini, donne e fanciulli.» Lâessere giovane non impedisce di attristarsi di ciò che disonora Dio.
Questi connubi con persone straniere parlano a noi cristiani della mondanità . Non abbiamo, purtroppo, lasciato talvolta questa intrusa penetrare nelle nostre case e nella nostra vita? Ed i giovani sono stati sovente i primi ad introdurla nella casa paterna. Ebbene! Non basta constatare questo male alla luce della Parola, e neanche umiliarci. Dobbiamo agire e separarcene. Questo ci condurrà per esempio a fare la rassegna severa delle nostre abitudini... quella della nostra libreria, dei nostri vestiti... onde eliminare senza pietà tutte le cose «estranee». Compito doloroso, che durerà forse un certo tempo (vedere vers. 13)! Ma per una ripresa di felici relazioni col Signore occorre questo.
Storicamente il libro di Neemia è lâultimo colpo d'occhio che l'Antico Testamento ci permette di gettare sul popolo d'Israele. Gli avvenimenti che riferisce cominciano circa trent'anni dopo quelli che il libro d'Ester riferisce e tredici anni dopo il ritorno di Esdra. I suoi insegnamenti sono dunque particolarmente appropriati a noi cristiani «che ci troviamo agli ultimi termini dei tempi» (1 Corinzi 10:11).
Povero popolo! Si trova in «gran miseria e nellâobbrobrio», secondo quel che raccontano alcuni viaggiatori (vers. 3). Ma Dio ha preparato qualcuno che si prenderà a cuore questo stato. à Neemia! Quest'uomo è sensibile alle sofferenze e all'umiliazione degli scampati, superstiti della cattività e confessa dinanzi all'Eterno i peccati che ne sono la causa. Così aveva fatto Esdra (cap. 9). Dio sceglie sempre gli strumenti delle sue liberazioni fra quelli che amano il suo popolo.
Ma dirigiamo i nostri sguardi su uno più grande di Neemia. Chi ha preso in cuore la condizione disperata dâIsraele e dell'uomo in generale, se non il Figlio di Dio stesso? Egli investigava a fondo il nostro misero stato, quell'abisso di male ove eravamo immersi. Ed Egli venne per strapparci di là .
Mentre i figli di Giuda erano nella miseria e nellâobbrobrio, Neemia occupava alla corte un posto dei più onorevoli: quello di coppiere del re. Avrebbe potuto, egoisticamente, conservare quel posto vantaggioso. Ovvero giustificarlo pensando: Poiché ho la fiducia del re, restando presso di lui sarò più utile al mio popolo. Dio mi ha posto qui a questo scopo.
Ma Neemia non ragiona così. Il suo cuore, come un tempo quello di Mosè, lo conduce a visitare i suoi fratelli, i figli dâIsraele (Atti 7:23). E, piuttosto di godere per breve tempo i piaceri del palazzo reale, sceglie «d'essere maltrattato col popolo di Dio» (Ebrei 11:25).
Notate che il suo abboccamento con Artaserse è non soltanto preceduto (cap. 1:4), ma anche accompagnato dalla preghiera (vers. 5). Fra la domanda del re e la propria risposta, Neemia trova il tempo di rivolgersi a Dio nel cuore. Si è chiamato questa una «preghiera-freccia». Imitiamo più sovente questâesempio! E vedremo, come questo servitore (servitore dell'Eterno prima d'esserlo del re), la buona mano di Dio riposare su noi e su quel che faremo.
Neemia è arrivato a Gerusalemme munito delle lettere del re. Comincia col fare lâispezione delle mura, o piuttosto di quel che ne rimane. Il fratello suo gliene aveva parlato (cap. 1:3), ma desidera rendersi conto da sé dell'estensione dei guasti. Grande è la sua costernazione dinanzi a quello spettacolo, a cui gli abitanti di Gerusalemme, da parte loro, si erano abituati! Anche noi, cristiani, siamo certamente in pericolo di non più soffrire dello stato di rovina in cui si trova oggi la Chiesa responsabile. Nessun muro la protegge più contro l'invasione del mondo. E un tale stato è perfettamente ciò che i suoi nemici desiderano.
Al tempo di Zorobabel e dâEsdra, questi nemici si chiamavano per Israele: Bishlam, Tabeel... poi Tattenai, Scethar-Boznai e i loro colleghi. Sotto Neemia si tratta di Samballat, di Tobia e di Ghescem. Il diavolo si serve di strumenti diversi. Egli rinnova di tanto in tanto il suo «personale». Ma il suo scopo è sempre il medesimo: Mantenere il popolo di Dio nell'abbassamento e nella servitù.
Neemia sa come fare per esortare gli uomini di Gerusalemme. Il suo nome significa: lâEterno ha consolato. Egli ottiene questa risposta gioiosa e incoraggiante: «Leviamoci e mettiamoci a costruire» (vers. 18).
Al contrario dellâordine normale, la ricostruzione di Gerusalemme ha cominciato dall'altare, poi dal tempio (Esdra 3) ed è soltanto dopo questo che le mura della città sono riedificate. L'altare e il santuario ci parlano del culto che, evidentemente è la prima responsabilità del popolo di Dio. Ma noi non siamo soltanto dei cristiani della domenica. Anche il resto della città , che si riferisce alla vita quotidiana nelle nostre case e nelle nostre circostanze di ogni giorno, deve ugualmente essere protetto contro i nemici e separato arditamente dal mondo circostante. Ad ognuno spetta di vegliarvi e in particolare di costruire dirimpetto alla propria casa (vers. 10, 28, 30).
Sotto lâimpulso di Neemia, tutto Giuda s'è messo all'opera. E questo capitolo ci fa fare il giro della città per presentarci in atto i vari gruppi di lavoratori. Ognuno ha intrapreso, chi la propria porta, chi la propria torre, chi la propria parte di muro, in proporzione delle forze che ha e soprattutto della propria devozione. Ma mentre alcuni hanno abbastanza zelo per restaurare una parte doppia (vers. 11, 19, 24, 27, 30), altri â fra cui i principali â rifiutano di piegare il loro collo al servizio del loro Signore (parag. Matteo 20:27-28). Triste testimonianza, non è vero?
Dal vers. 16 si tratta della parte di muro che proteggeva la città di Davide e il cortile del tempio.
Siamo stupiti di venire a conoscenza che Eliascib, il sommo sacerdote non ha restaurato dirimpetto alla propria casa (parag. 1 Timoteo 3:5). Altri han dovuto farlo in vece sua (vers. 20-21). Seconda negligenza colpevole: costruendo la porta delle Pecore, lui ed i suoi fratelli, come cattivi pastori, avevano omesso di munirla di serrature e di sbarre (vers. 1). Era lasciare ai ladri e ai marioli il mezzo di introdursi per impadronirsi delle «pecore» di Israele (vedere Giovanni 10:8,10).
Degli orefici, dei profumieri, dei commercianti (vers. 8 e 32) si sono improvvisati muratori. Uno dei capi, Shallum (vers. 12), lavorò alle riparazioni con le sue figlie. Con questi esempi Dio ci insegna che possiamo lavorare allâopera Sua a qualsiasi età , qualunque sia il nostro sesso o la nostra professione. Notiamo pure che parecchi di questi uomini, o i padri loro, si erano compromessi al tempo di Esdra nella triste unione con le donne straniere. Tale era il caso di Baruc figlio di Zabbai, di Malkia, di Benaia, figli di Parosh (Esdra 10:25,28). à bello vedere ora la loro premura per proteggere Gerusalemme precisamente contro le influenze straniere.
Durante la riparazione delle mura, lâira dei nemici si scaglia contro Giuda. Samballat, il loro portavoce, esprime beffeggiando il suo disprezzo più profondo. Le beffe! noi vi siamo particolarmente sensibili. Il mondo non manca di beffarsi della separazione dei cristiani, della debolezza del loro radunamento... Non lasciamoci turbare dalle sue riflessioni. «Noi dunque riedificammo...», conclude Neemia! (vers. 6).
Allora il nemico passa alla guerra aperta. E lo scoraggiamento minaccia gli uomini di Giuda. Guardano alla loro debolezza (vers. 10). Equivale ad esser dâaccordo col nemico che aveva sprezzato «quegli spossati Giudei» (vers. 2). Essi considerano i pesi dei carichi, il volume delle macerie... Ma vi sono quelli che, insieme a Neemia, conoscono la doppia risorsa (vers. 9). Essa è ad un tempo un ordine del Signore: «Vegliate e pregate...» (Matteo 26:41; 1 Pietro 4:7). La preghiera deve essere la nostra prima risposta agli sforzi dell'Avversario. Però non dispensa dalla vigilanza. Perciò Neemia prende varie disposizioni per assicurare la sorveglianza e la custodia del popolo durante la fine del lavoro.
Alle difficoltà e alla fatica della costruzione si aggiungono, alla fine del cap. 4, quelle del combattimento. Infatti il credente non è soltanto operaio, è anche soldato. Assomiglia al milite di Neemia, che tiene con una mano il suo arnese e con lâaltra la sua arma (che è la Parola di Dio: Efesini 6:17). Non ha il diritto di deporre né l'uno né l'altra.
Dopo il bello zelo a cui abbiamo assistito, il capitolo 5 ci reca una penosa sorpresa. Quei «superstiti della cattività », che, prima della venuta di Neemia, erano in gran miseria (cap. 1:3), si trovano ora in una situazione anche peggiore. Hanno dovuto impegnare ciò che possedevano, e talvolta sottoporre i loro figli alla schiavitù, per pagare le imposte e non morir di fame. Per di più, quelli che li hanno ridotti in quello stato non sono dei nemici. Sono i loro propri fratelli, che hanno in tal modo trasgredito la legge (Esodo 22:25); Levitico 25:39 a 43; Deuteronomio 15:11; 23:19-20).
A che punto siamo, miei cari amici, per ciò che riguarda lâamor fraterno? Senza di esso il più bel servizio cristiano non ha valore (1 Corinzi 13:1 a 3). Realizziamo quel che dice l'apostolo Giacomo (cap. 2:15-16). Sì, esaminiamo bene il nostro cuore a questo riguardo, e anche il nostro comportamento!
«Indignato forte», Neemia raduna i notabili ed i magistrati davanti al resto del popolo per rivolger loro i rimproveri che meritano! I colpevoli si sottomettono. Non semplicemente perché Neemia è il governatore, ma perché egli stesso dà lâesempio del disinteressato! Egli ha rinunziato ai diritti personali che gli dava la sua posizione, e questo gli permette di chiedere ai capi di agire nello stesso modo. L'esempio è la regola d'oro per ottenere qualunque cosa dagli altri. L'apostolo Paolo s'è sempre proposto di poter servire di modello ai credenti che egli ammaestrava (Atti 20:35; 1 Corinzi 4:11,16; 10:32-33...). Ma soprattutto consideriamo il divino Maestro. Egli diceva ai suoi discepoli: «Io v'ho dato un esempio, affinché anche voi facciate come v'ho fatto io» (Giovanni 13:15). Ma nello stesso tempo li metteva in guardia contro gli scribi e i farisei: «Fate dunque ed osservate tutte le cose che vi diranno, ma non fate secondo le opere loro; perché dicono e non fanno..» (Matteo 23:3). Le moltitudini notavano la differenza: Gesù «le ammaestrava come avendo autorità , e non come i loro scribi» (Matteo 7:29).
I loro cattivi esiti precedenti non hanno scoraggiato Samballat, Tobia e Ghescem. Essi fanno a Neemia una proposta ipocrita: «Vieni e troviamoci assieme...» La valle di Ono (ossia degli artigiani: cap. 11:35), fissata come luogo di incontro, suggerisce una collaborazione con i nemici del popolo di Dio. Ma lâofferta è respinta, nonostante le minacce che l'accompagnano per la quinta volta. Allora un altro laccio è teso per l'intermediario d'un giudeo, Scemaia. Con una falsa profezia, questo agente del nemico cerca di indurre Neemia (che non era sacerdote) a disobbedire all'Eterno cercando asilo nel Tempio (vedere 2 Corinzi 11:13 e 1 Giovanni 4:1). Nello stesso modo hanno agito i Farisei col Signore Gesù. «Parti e vattene di qui â Gli dicono â perché Erode ti vuol far morire» (Luca 13:31). Essi, avendo Satana dietro a loro, cercavano di spaventare, e far deviare dal sentiero della fede, Colui che «si era messo risolutamente in via per andare a Gerusalemme» (Luca 9:51). La doppia offensiva, sventata dal fedele Neemia, mette il cristiano in guardia contro due pericoli opposti:
Son bastati cinquantadue giorni agli uomini di Giuda per colmare le brecce e ricostruire le mura. La maggior parte di loro erano inesperti nel maneggio della cazzuola e della zappa. Ma avevano zelo, e gran cuore per il lavoro (cap. 3:20; 4:6). Agli occhi del Signore, la devozione dei suoi operai ha più valore delle loro capacità . Dâaltronde, Egli dà precisamente queste capacità a quelli che hanno della devozione e si confidano in Lui.
Gli sforzi di Tobia per intimidire Neemia, e lâappoggio che questo nefasto personaggio trova in alcuni notabili di Giuda, sono le ultime manifestazioni d'ostilità dei nemici. Gerusalemme con le sue mura ricostruite appare ormai alle nazioni circonvicine, «edificata come una città ben compatta» (Salmo 122:3). Però bisogna assicurarne la sorveglianza. Neemia s'occupa delle porte, e anche di stabilire dei guardiani (vedere Isaia 62:6 e 7). Si attribuiscono altre funzioni, comprese quelle dei due governatori della città (vers. 1. 2). L'uno e l'altro hanno meritato quest'incarico: Hanani, per il suo interessamento per il popolo (cap. 1:2), Hanania, per fedeltà e timor di Dio (vers. 2).
Dio ha messo in cuore a Neemia di fare il censimento del popolo. E si è servito per questo del registro genealogico stabilito al tempo del primo ritorno a Gerusalemme. I vers. 6 a 73 riproducono pressâa poco il cap. 2 del libro di Esdra. Vi ritroviamo per esempio la discendenza di quest'uomo «che aveva sposato una delle figliuole di Barzillai, il Galaadita, e fu chiamato col nome loro» (vers. 63). Barzillai era quel vecchio ricco e considerato che aveva fornito i viveri al re Davide a Mahanaim (2 Samuele 19:32). Qui siamo informati che suo genero, benché sacerdote, aveva dianzi rinunziato al proprio nome. Si era fatto chiamare con quello del suocero che lo metteva in maggior evidenza. Quali ne sono state le disastrose conseguenze? I suoi discendenti sono esclusi come profani dalle cariche del sacerdozio! Guardiamoci, per tema di perdere considerazione, di abbandonare i nostri privilegi cristiani! Vi è forse maggior dignità e nobiltà che appartenere alla famiglia di Dio, al «sacerdozio regale»?
Questo censimento del popolo sottolinea il contrasto con i giorni di Davide! La sola tribù di Giuda contava allora 470â000 uomini di guerra; dieci volte più numerosa. Ma quel che vale, non è la potenza; è la fedeltà .
Per la bella scena di questo capitolo, Neemia ha ceduto il posto principale a Esdra, il sacerdote. Sappiamo che questi era uno «scriba versato nella legge di Mosè» e che aveva da molto tempo «applicato il cuore... ad insegnare in Israele le leggi e le prescrizioni divine» (Esdra 7:6 e 10). Felice desiderio che, alla richiesta del popolo, trova occasione per realizzarsi! Si tratta della lettura distinta e della spiegazione della Parola di Dio.
Aprendola, Esdra benedice lâEterno che ha dato questa Parola, proprio come oggi si rende grazie quando la Bibbia è letta e meditata in un'assemblea. Riguardo agli assistenti, non basta aver intelligenza (vers. 3); occorre anche che essi tendano le orecchie (fine vers. 3). Lo facciamo noi sempre durante le riunioni o la lettura in famiglia? Capire la Parola è il mezzo per essere nutriti e rallegrati dalla comunione col Signore (vers. 12). Ma dobbiamo pensare anche a «mandar porzioni ai poveri», cioè fare approfittare gli assenti di quel che ha fatto bene a noi.
Infine quel magnifico versetto: «Il gaudio dellâEterno è la vostra forza» (fine del vers. 10). E soprattutto facciamone l'esperienza!
«Così è della mia parola, uscita dalla mia bocca; essa non torna a me a vuoto...» â dice lâEterno (Isaia 55:11). E questa promessa si realizza qui. Secondo l'insegnamento divino, il popolo, sotto la condotta dei suoi capi, celebra i Tabernacoli con più magnificenza che ai giorni più belli di Salomone. Per noi cristiani, la rovina attuale deve anche farci realizzare più che mai il nostro carattere di forestieri (l'abitazione sotto tende) e dirigere i nostri pensieri sulle gioie del regno futuro (i Tabernacoli).
Al principio del. cap. 9 la scena cambia. I figli dâIsraele si radunano di nuovo in un giorno fissato. Questa volta lo scopo del radunamento è la confessione dei loro peccati. Vi sono forse anche nella nostra vita di credenti dei momenti particolari in cui dobbiamo fare il bilancio dei nostri falli e umiliarcene? Alcuni pensano che si debba regolare questo ogni sabato sera; altri, alla fine di ogni giornata. Non hanno ragione né gli uni, né gli altri. Il giudicio di sé è un'azione continua. Dobbiamo praticarlo ogni volta che lo Spirito Santo ci ha resi coscienti d'un peccato.
Alcuni Leviti, di cui abbiamo i nomi, invitano il popolo ad alzarsi per benedire lâEterno. E Gli rivolgono, a nome di tutta l'assemblea, la lunga preghiera che occupa il resto del capitolo. Risalendo alla creazione, celebrano l'adempimento dei consigli di Dio: la chiamata d'Abrahamo (il cui cuore fu trovato fedele) la liberazione dall'Egitto, il mar Rosso, le cure pazienti lungo tutto il tragitto nel deserto con il dono della legge, poi l'entrata nel paese.
Se apparteniamo al Signore, potremo stendere una lista altrettanto lunga e che non sarà meno meravigliosa! Poiché comincerà nel modo seguente: «Tu hai dato per amor mio il tuo Figlio». Ripassiamo sovente nei nostri cuori ciò che la grazia ha fatto per noi. Ed esercitiamoci a scoprire dei motivi sempre più numerosi di riconoscenza, che saranno altrettanti nuovi legami dâamore col nostro Padre celeste e col Signore Gesù. Come Davide esortiamo l'anima nostra a benedire l'Eterno e a non dimenticare «nessuno dei Suoi benefizî» (Salmo 103:2). Ma veramente questi benefizi sono innumerevoli! (vedere Salmo 139:17- 18).
Dopo aver, come questi Leviti, tracciato a lungo la storia della grazia di Dio verso Israele, Stefano, nel cap. 7 degli Atti, continua il suo discorso nello stesso modo: «Gente di collo duro,... voi contrastate sempre allo Spirito Santo...» (vers. 51). Il collo duro, la nuca che non vuol piegarsi per sottomettersi al giogo del Signore, non caratterizza unicamente il popolo dâIsraele, e neppure soltanto gl'inconvertiti! Abbiamo tutti in noi questa natura volontaria, indomita. Ogni cristiano, senza eccezione, la conosce purtroppo. E gli è impossibile venirne a capo con i propri sforzi. Ma conosce ognuno ad un tempo la liberazione che Dio gli concede? Poiché alla croce, ha messo a morte questa volontà ribelle ed irriducibile, Egli ci ha dato in sua vece la natura obbediente di Gesù. La vecchia natura è sempre in noi, con i suoi desideri, ma non ha più il diritto di dirigerci.
Come risaltano di più tutti quei peccati dâIsraele quando sono messi, come qui, in contrasto con la grazia divina! Raddoppiano, per così dire, d'ingratitudine (vedere Deuteronomio 32:5-6). E non è forse anche il caso di tanti giovani e giovanette allevati da genitori credenti?
Al vers. 33 abbiamo il riassunto di tutto questo capitolo: «Tu sei stato giusto in tutto quello che ci è avvenuto, poiché tu hai agito fedelmente, mentre noi ci siamo condotti empiamente». Accostiamo questo a quella parola dellâEvangelo di Giovanni: «Chi ha ricevuto la Sua (di Gesù) testimonianza ha suggellato che Dio è verace» (Giovanni 3:33; vedere anche Romani 3:4). Suggellare, vuol dire approvare formalmente una dichiarazione, garantirla e impegnarsi a rispettarla. I principi, i Leviti ed i sacerdoti appongono così i loro sigilli (cioè le loro firme), per confermare il loro accordo.
Al termine di questa lunga confessione, riteniamo anche due insegnamenti molto importanti: In primo luogo, è necessario risalire quantâè possibile alle origini d'un male, con un completo dietro front. La violazione della legge è incominciata con l'affare del vitello d'oro; ebbene, questa non può passare sotto silenzio (vers. 18)! Poi, una confessione deve essere precisa: Dire a Dio in modo generale: Io sono un peccatore; ho commesso dei peccati â costa ben poco, e non ha valore ai suoi occhi. Egli aspetta che Gli diciamo: Signore, io sono questo colpevole. Ho fatto quest'atto e quello ancora (vedere Levitico 5:5).
Gli uomini nominati al principio del capitolo sono quelli che hanno apposto il loro sigillo al patto dellâEterno. Sapete voi che Dio ha ugualmente il suo sigillo? Lo Spirito Santo è, sopra ogni riscattato, il segno di proprietà per mezzo del quale Dio lo riconosce e dichiara: Ecco qualcuno che mi appartiene (Efesini 1:13 e 4:30). Può Egli riconoscervi in questo modo? Ma, mentre i loro sigilli non potevano dare ai compagni di Neemia la forza di compiere ciò a cui s'impegnavano, lo Spirito Santo invece è ad un tempo il sigillo, la potenza per cui il cristiano agisce secondo la volontà divina (Efesini 3:16).
Tutto il popolo si è associato dâun medesimo cuore ai suoi conduttori. La conoscenza della legge, acquistata a nuovo, non resta teoria per loro. Li conduce successivamente alla purificazione, al rispetto del sabato e dell'anno di riposo della terra; poi al servizio della casa e all'osservanza delle istruzioni concernenti le primizie e le decime. «Se sapete queste cose, siete beati se le fate», diceva il Signore Gesù (Giovanni 13:17).
Erano ben poco numerosi i rimpatriati da Babilonia in paragone a quelli che abitavano nel paese prima della deportazione. Gerusalemme, con le sue mura ricostruite sulle loro antiche basi, non contava che un infimo numero di cittadini: fra altri quelli che avevano riparato le mura dirimpetto alla loro casa! Si decide di fare appello a dei volontari di Giuda e di Beniamino per venire a ripopolare la città . Sono riferiti i loro nomi. Dio infatti onora quelli che, rinunziando ai loro campi e alle loro case, vengono per amore a dimorare presso il Suo santuario.
Son fatte delle promesse a riguardo della Gerusalemme del regno di mille anni (Zaccaria 2:4; Isaia 33:20; 60:4 e 15). â Ma delle promesse più belle ancora concernono la santa Città , la Gerusalemme celeste. Dio, che lâha «preparata» per Cristo (Apocalisse 21:2), l'ha pure «preparata» per quelli che Gli appartengono ed hanno rinunziato a possedere quaggiù una città permanente (Ebrei 11:16). Questa meravigliosa Città non è fatta per rimanere vuota. Dio stesso vi abiterà in mezzo ai suoi. Tuttavia vi si penetra ad una condizione: Bisogna aver «lavato le proprie vesti» per fede nel sangue dell'Agnello (Apocalisse 22:14). L'avete fatto?
La cerimonia della dedicazione delle mura, che comincia al vers. 27, si svolge fra una grande allegrezza. Due cortei formati di cantori e accompagnati da trombe partono insieme sul sentiero di ronda, ognuno dal proprio lato. Uno è condotto da Esdra, mentre Neemia chiude la marcia del secondo. Le due processioni si incontrano in prossimità del Tempio dopo aver compiuto ognuno la metà del giro della città . Hanno realizzato la parola del bel salmo 48: «Circuite Sion, giratele attorno; contatene le torri... osservatene i bastioni...» (Salmo 48:12-13).
Giunti alla casa dellâEterno, i due cori riuniti «fecero risonar forte le loro voci» e «numerosi sacrifizi» sono offerti fra la gioia generale. Il vers. 43 ci insegna tre cose a proposito di questa gioia:
1. Anzitutto che essa ha la sua sorgente in Dio: «Iddio aveva loro concesso una grande gioia.»
2. Poi, che tutti vi partecipano, compresi i fanciulli. Ciò che forma la gioia dei genitori, forma anche quella dei figli?
3. Infine, che questa gioia «si sentiva di lontano». Il mondo che ci attornia può forse vedere e udire che siamo delle persone il cui cuore è ripieno dâuna gioia divina?
Neemia era stato obbligato di ritornare dal re. Approfittando della sua assenza, Tobia, il nemico ben conosciuto, era pervenuto a farsi attribuire una delle camere contigue alla casa dellâEterno, grazie alla complicità d'un sacerdote, quel tale Eliascib che si era già dimostrato tanto negligente al tempo della costruzione delle mura. Ahimè! i portinai, gli uomini che al capitolo precedente erano stati «preposti... alle stanze che servivano da magazzini delle offerte», non avevano dal canto loro osservato ciò che si riferiva al servizio del loro Dio (cap. 12:45).
Indignato, Neemia fa gettare fuori dalla camera tutte le masserizie appartenenti a Tobia. Poi fa purificare le camere e rimettere a posto gli utensili e le offerte. Lâaffezione di questo uomo di Dio per la casa dell'Eterno e lo zelo che pone a sbarazzarla da ogni contaminazione, ci fa pensare a Gesù, quando caccia dal tempio quelli che avevano fatto, d'una casa di preghiera, una spelonca di ladroni (Matteo 21:12- 13).
Questa prima negligenza ne aveva trascinate altre, e Neemia deve anche occuparsi delle porzioni dovute ai Leviti come pure della sorveglianza e della ripartizione delle decime recate dal popolo.
Nonostante lâimpegno preso dal popolo (cap. 10:31), neppure il riposo del sabato era stato rispettato. Neemia energicamente prende le misure necessarie per rimediare a questa situazione.
Non dovremmo noi, cari figli di Dio, attribuire almeno altrettanta importanza al giorno del Signore quanto Israele al suo sabato? Certamente noi non siamo più sotto la legge. Ma è triste che la domenica sia considerata, da certi cristiani, come un semplice giorno di riposo o di agio; ovvero che sia impiegata ad un compito scolastico che avrebbe potuto essere terminato alla vigilia!
A che cosa ci fan pensare quelle porte che bisognava chiudere durante la notte, per la protezione contro i pericoli del mondo? Non è forse una volta ancora alla santa Città di cui è detto: «E le sue porte non saranno mai chiuse di giorno (la notte quivi non sarà più)... E niente dâimmondo e nessuno che commetta abominazione o falsità v'entreranno» (Apocalisse 21:25,27).
Il sipario della storia cade ora su Israele. Esso non si alzerà che quattro secoli dopo (esattamente quattrocento quarantâanni) sul suo Liberatore e Messia, alla prima pagina del Nuovo Testamento.
La storia di Ester costituisce una narrazione a parte che, cronologicamente si inserisce fra i capitoli 6 e 7 del libro di Esdra. Mette in scena, da un lato i Giudei rimasti nellâImpero di Persia dopo il primo ritorno a Gerusalemme, â dall'altro il sovrano di quell'Impero: il potente Assuero con i suoi cortigiani. Questo re è conosciuto nella storia sotto il nome di Serse, figlio di Dario. à celebre per la sua campagna contro i Greci contrassegnata dalla clamorosa sconfitta della sua flotta a Salamina. â Daniele 11:2 fa allusione a questo monarca e alle sue ricchezze.
Il convito favoloso che fece qui ai suoi principi ha luogo prima di questa guerra, probabilmente con lo scopo di prepararla. Tutto in questo capitolo è alla gloria dellâuomo, il cui orgoglio non ha limiti. Pur non raggiungendo quel lusso e quella grandiosità , non mancano, all'epoca nostra, delle feste e delle manifestazioni grandiose in cui una persona (o una nazione) cerca di abbagliare ed eclissare i suoi vicini. Un credente fedele non si associa a queste cose. Perché? Appunto perché la potenza, l'intelligenza e l'amabilità (vers. 8) dell'uomo vi si trovano esaltate.
Il rifiuto di Vashti, che era stata invitata a mostrare la sua bellezza, eccita il furore del re suo sposo. Assuero è un uomo violento. Ora, bisogna ricordarsi che la collera non è affatto un segno di forza e dâautorità . Denota invece debolezza di carattere, incapacità di dominarsi. Sappiamo quanto sia difficile controllare le nostre reazioni quando le contrarietà si presentano, e talvolta s'accumulano. Chiediamo al Signore la forza di dominarci.
La regina Vashti è qui la figura della cristianità responsabile, tratta di mezzo alle nazioni. Cristo sâaspettava che la sua Chiesa mostrasse la sua bellezza al mondo, facendo risaltare la Sua propria gloria. Come ha risposto, purtroppo, a questo desiderio? Con un disprezzo totale della volontà del suo Signore! Così verrà il giorno in cui essa udrà quella terribile parola: «Io ti vomiterò dalla mia bocca» (Apocalisse 3:16). Cristiani, se nel suo insieme la Chiesa ha perduto di vista la testimonianza che doveva rendere, in quel che ci concerne, non dimentichiamo mai questa testimonianza! Dio aspetta che ciascuno dei suoi figli presenti al mondo qualche cosa della bellezza morale di Gesù.
Il capitolo 2 ci fa uscire dal palazzo di Assuero, per farci conoscere lâesistenza, a Susa e nell'Impero, d'un popolo umiliato, sofferente, il cui abbassamento contrasta con i fasti della corte, un po' come quello del povero Lazzaro era messo in rilievo dalla tavola del ricco (Luca 16:19 a 21). Sono i Giudei della deportazione. Si trovano lungi dalla loro patria, non hanno più né tempio, ne sacrifici, né re, né unità nazionale. Non avevano preso la risoluzione di risalire al paese dei loro padri (Esdra 1:3). Talché sembra che l'Eterno li abbia totalmente abbandonati! Cosa notevole, il Suo nome non è menzionato in tutto il libro neppure una volta.
Vi possono essere, nella nostra vita, dei periodi in cui, per colpa nostra, abbiam perso il godimento di Cristo. Non sentiamo più il valore infinito del suo sacrificio. Non Lui, ma il mondo, domina sul nostro cuore. Triste stato! Ci ha perciò il Signore dimenticati? Per analogia, il libro di Ester, ci mostrerà che non è così.
Alla porta del palazzo sta Mardocheo, un Israelita della tribù di Beniamino. Egli ha preso con sé la sua giovane cugina Ester che è orfana e veglia su lei con dedizione, anche dopo essere stata scelta fra le candidate alla successione di Vashti (vers. 11).
La mano invisibile di Dio ha diretto gli avvenimenti e disposto i cuori. Senza che né Mardocheo né Ester stessa abbiano fatto checchessia per questo, la giovanetta giudea, diventa la regina del potente Impero medo-persiano. Ella ci è apparsa come una giovane riservata, modesta, rispettosa dellâautorità (in contrasto con Vashti), pronta così alla parte straordinaria che sarà chiamata a rappresentare. Le sue qualità poco comuni hanno contribuito a farla notare fra le altre candidate al trono. Non pensate, giovanette di famiglie cristiane, di preparare il vostro avvenire e la vostra felicità sulla terra imitando i modi, gli abbigliamenti e il comportamento libero delle giovani del mondo. Al contrario! Tutto sta nel sapere a chi desiderate piacere.
Sotto lâaspetto profetico, questo racconto ci informa che Cristo, dopo aver rinnegato ogni relazione con la cristianità di nome (Vashti, la sposa d'infra i «gentili»), innalzerà in vece sua Israele (Ester) a capo delle nazioni. Ma questo avverrà soltanto dopo che il popolo giudeo avrà attraversato delle profonde afflizioni, di cui i prossimi capitoli ci daranno una terrificante figura.
Un nuovo personaggio appare sulla scena: Haman lâAgaghita. L'influenza seducente di quest'uomo autoritario sul debole Assuero l'hanno ben presto condotto alla sommità del potere. Dietro alla maschera di Haman, troviamo un membro della famiglia regale di Amalek. Dinanzi ad un tal uomo, Mardocheo non potrebbe inchinarsi. Non aveva forse Dio dichiarato solennemente fin dal principio della traversata del deserto: «L'Eterno farà guerra ad Amalek d'età in età » (Esodo 17:16). E più tardi: «Ricordati di ciò che ti fece Amalek... non te ne scordare» (Deuteronomio 25:17 a 19). Ciò è sufficiente per impedire che l'Israelita fedele dia ad un nemico dell'Eterno il minimo segno di deferenza. I secoli che erano trascorsi dalle dichiarazioni divine non ne avevano affatto diminuita l'importanza. Così noi, non dobbiamo essere più tolleranti a riguardo del mondo e di Satana, suo principe, di quel che non lo siano stati i primi cristiani.
A vista umana lâattitudine di Mardocheo appare follia. E le conseguenze, non solo per lui, ma per tutto il suo popolo, sono veramente terribili, sproporzionate al fallo commesso. Ma Mardocheo ha obbedito alla Parola senza preoccuparsi delle conseguenze.
Mentre il re e Haman stavano a sedere bevendo, glâinfelici Giudei conoscevano la peggiore delle angosce.
Profeticamente, ci troviamo nel periodo futuro chiamato «la grande tribolazione» che seguirà da vicino il rapimento della Chiesa. Due attori principali domineranno allora la scena: il Re chiamato «la Bestia», capo dellâImpero Romano, e l'Anticristo, personaggio malefico, il cui accanimento contro Israele s'appoggerà sul potere civile del primo. à il tempo in cui il residuo d'Israele potrà rivolgersi all'Eterno secondo il Salmo 83: «Ecco, i tuoi nemici si agitano... tramano astuti disegni contro il tuo popolo e si concertano contro quelli che tu nascondi presso di te. Dicono: Venite, distruggiamoli... e il nome d'Israele non sia più ricordato» (vers. 2-4). Come spiegare l'odio secolare di cui questo popolo è stato, è, e sarà più che mai l'oggetto al tempo di cui parliamo? à la conseguenza degli sforzi inauditi spiegati da Satana per sbarazzarsi di Cristo, il Messia, la cui esaltazione sarà la sua perdita. E comprendiamo che, se dietro Haman vediamo alla fine profilarsi il grande Avversario, in Mardocheo abbiamo invece una figura preziosa del Signore Gesù Cristo.
à unâora di tenebre e di terrore per il popolo di Mardocheo! Sussiste una sola piccola speranza: l'intercessione di Ester presso il suo regale sposo. Tuttavia il rischio è grande! L'accesso alla corte è interdetto e, d'altra parte, come sperare di far tornar indietro l'orgoglioso monarca su una decisione presa? Tuttavia il miracolo avviene: Dio inclina il suo cuore alla grazia.
Ma che contrasto fra Assuero e Colui di cui lâepistola agli Ebrei ci assicura ch'Egli può pienamente simpatizzare con noi nelle nostre infermità , aggiungendo: «Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, affinché otteniamo misericordia e troviamo grazia per essere soccorsi al momento opportuno» (Ebrei 4:15-16).
Come Mardocheo lâaveva presentito (cap. 4:14), era per questo servizio speciale che la provvidenza divina aveva posto Ester sul trono. E voi, giovani cristiane, non avete ugualmente un servizio ben preciso da compiere ove il Signore vi ha poste?
La fine del capitolo ci insegna che nessuno degli onori di cui Haman è lâoggetto, ha potuto spegnere l'odio implacabile che covava nel suo cuore.
Il Signore Gesù, in una parabola, presenta il regno di Dio nel modo seguente: «Il regno di Dio è come un uomo che getti il seme in terra, e dorma...» Così appare questo libro dâEster. L'Eterno, che non vi è nominato neppure una volta, sembra dorma. Ma leggiamo in seguito: «e si levi la notte e il giorno...» Alcuni versetti più lungi, il Padrone dei venti e del mare dorme in fondo alla barca... senza cessare, siamone sicuri, di vegliare sui suoi cari discepoli (Marco 4:26,27,38).
Ebbene! vedete nel nostro capitolo in qual modo meraviglioso ogni cosa si trova condotta da un Dio che si cela: lâinsonnia del re, la lettura che gli vien fatta, la domanda ch'egli formula, il momento preciso in cui Haman penetra nel cortile, tutto è diretto, regolato, come un meccanismo minuzioso, dalla mano della Sua Provvidenza. Gl'increduli giudicano inverosimile un tale concorso di circostanze. Ma noi cristiani non ne siamo affatto stupiti. Conosciamo benissimo, per averne fatto più e più volte l'esperienza, quest'intervento onnipotente che fa concorrere tutte le cose al bene di coloro che amano Dio (Romani 8:28).
Questo racconto è una conferma magistrale dei Salmi 7:13-16 e 37:32-33!
Lâazione si è svolta ad un ritmo ben rapido. Eccone ora la conclusione. Designato dal dito della regina, Haman è rovinato. Egli è l'Avversario, il Nemico, il Malvagio, tre nomi che il diavolo stesso ha nella Parola! E, seduta stante, sull'ordine del re, Haman è appeso alla forca stessa ch'egli aveva preparata per Mardocheo (paragonate Salmo 7:14-15). Questa scena ci illustra una verità infinitamente grande:
Come Mardocheo dinanzi al favorito del re, Cristo è stato il solo, dâinfra i figli degli uomini, a non curvarsi dinanzi a Satana. Conosciamo la sua risposta alla tentazione: «Adora il Signore Iddio tuo e servi a Lui solo» (Matteo 4:9-10).
Talché, non potendo far piegare quellâuomo perfetto, il Nemico non ebbe riposo finché non se ne fosse sbarazzato. Con questo scopo, ha rivolto gli uomini contro di Lui, spingendoli a preparargli una croce, come Haman preparava la forca per Mardocheo (benché quest'ultimo non vi sia salito). Questa croce, ove Satana pensava trionfare e finirla con Gesù, fu precisamente la sua perdita, la sua sconfitta definitiva (leggere Colossesi 2:15; Ebrei 2:14). Ogni sforzo del suo odio non ha fatto che volgere alla sua distruzione... e, ad un tempo, cosa meravigliosa, alla nostra salvezza.
Il corso delle cose è ora capovolto. Non appartiene che a Dio di sconvolgere in tal modo una situazione. Ma la morte di Haman è lungi dâaver regolato tutto. Il re impegnato dal suo proprio sigillo, non ha il potere d'annullare semplicemente gli ordini che ha dato. Egli allora â ed è ancora Dio che inclina il re a questo atto di saviezza â rimette a Ester e a Mardocheo la cura di districare il complotto di Haman. I nemici non saranno disarmati. Ma i Giudei saranno autorizzati e persino incoraggiati a difendersi e a distruggerli.
A che cosa ci fa pensare questo? Il cristiano ha dei nemici che cercano di opprimerlo. Benché Satana, il loro capo, sia stato vinto dallâopera di Cristo alla croce (come Haman è stato appeso alla forca che aveva preparato) il potere di agire contro i figli di Dio non è ancora stato loro tolto. Ma questi ultimi ricevono ora la possibilità di combatterli efficacemente.
Ognuno di noi conosce benissimo per proprio conto questi nemici. Se li risparmiamo, essi non ci risparmieranno. Serviamoci dunque dei mezzi della fede per annullare i loro sforzi, primo fra tutti radunandoci per la preghiera in comune (vedere vers. 11). Fortifichiamoci nel Signore e nella forza della sua possanza (Efesini 6:10).
à passato per Mardocheo il tempo di star seduto alla porta del re. Assuero, signore del potere supremo, gli ha conferito gloria, maestà , onore e potenza. Figura dellâelevazione del Signore Gesù Cristo quando, come l'ha detto il poeta, «la vedremo sorgere risplendente di gloria, Figlio dell'uomo, avvolto d'un'aureola d'oro» (parag. vers. 15). Ripassiamo brevemente la carriera di Mardocheo e le sue somiglianze col cammino di Gesù: Egli ha avuto cura della giovane d'Israele, come ha costantemente vegliato sul suo popolo. Servitore fedele del re, Mardocheo ha tuttavia rifiutato d'inchinarsi davanti all'Amalekita, come Gesù non ha riconosciuto il minimo diritto al Tentatore. Ma Cristo, a causa delle sue perfezioni e del suo amore per il suo popolo, ha dovuto conoscere realmente il legno infamante, di cui soltanto l'ombra era passata su Mardocheo.
Dopo le sofferenze vengono le glorie. Sì, al di là dei versetti 15 del cap. 8 e 3-4 del cap. 9, noi contempliamo con adorazione il trionfo di Gesù, che accompagnerà la distruzione o la sottomissione di tutti i suoi nemici (vedere Salmo 66:3).
I dieci figli di Haman di cui il padre era così orgoglioso (cap. 5:11) periscono a loro volta. «Della razza di malfattori non si ragionerà mai più» (Isaia 14:20).
Il giorno 13 del mese dâAdar, che doveva segnare per sempre il massacro e la sparizione d'Israele, è diventato invece quello del suo trionfo e dell'annientamento dei suoi nemici. Questi ne han fatto la tragica esperienza: Non è impunemente che ci si schiera contro il popolo di Dio. Chi lo tocca «tocca la pupilla del suo occhio» (Zaccaria 2:8; vedere Salmo 105:12 a 15).
Saremmo noi gli oggetti di minor tenerezza, noi che facciamo parte del popolo celeste, della Sposa di Cristo? Israele in cattività porta bene i caratteri dâuna nazione «sparsa lontano e rovinata... un popolo meraviglioso... una nazione che aspetta, aspetta, e che è calpestata» (Isaia 18:2, versione corretta). Dio, per il quale questo popolo è meraviglioso perché da esso è nato il Salvatore del mondo, metterà in opera i suoi mezzi più potenti per liberare questa nazione che il mondo calpesta.
Comâè ricco questo libro d'Ester, di cui avremmo potuto pensare a prima vista che contenesse poca edificazione! Che posto dà a Gesù abbassato ed esaltato! Che orizzonti scopre sull'avvenire d'Israele, sul suo riposo e sulla sua gioia (vers. 17), quella gioia del regno che l'aspetta al termine di tutte le sue sofferenze!
Così, dâanno in anno, la grande liberazione di cui il popolo è stato l'oggetto dovrà essere commemorata dalla festa dei Purim.
La cristianità , con sentimenti diversi, celebra ogni anno la nascita e la morte del Salvatore. Certo, dobbiamo rallegrarci di ciò che molti son condotti in tal modo a pensare almeno una volta allâanno a quei meravigliosi avvenimenti. Ed ogni fine d'anno è, per noi pure, una occasione per benedire Dio per tutte le grazie concesse. Possiamo noi, non solo ogni anno, ma ogni primo giorno della settimana, e in verità ogni giorno della nostra vita, ricordarci della nostra gloriosa redenzione, del nostro glorioso Redentore.
Egli ci appare una volta di più al cap. 10 sotto i caratteri di Mardocheo: «Grande... amato dalla moltitudine dei suoi fratelli, cercò il bene... parlò per la pace...» (vers. 3). In tutto questo noi contempliamo Gesù, che, essendo servitore, ha agito saviamente e in conseguenza deve essere esaltato ed elevato, reso sommamente eccelso (Isaia 53:12; vedere anche Filippesi 2:9 a 11). Ma Egli è ugualmente degno di occupare il primo posto nei nostri pensieri e nel nostro cuore (Colossesi 1, fine del vers. 18). DiamoGli questo posto fin dâora.
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With the prayerful desire that the Lord Jesus Christ will use this God-given ministry in this form for His glory and the blessing of many in these last days before His coming. © Les Hodgett
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Grande è la differenza fra il libro di Giosuè e quello dei Giudici. Il primo mostra Israele mentre prende vittoriosamente possesso del paese di Canaan. Il secondo ci narra la storia del popolo abitante nella sua eredità . In apparenza, il soggetto continua. Ma certi segni indicano già che non siamo più al tempo di Giosuè: Giuda agisce con zelo contro il Cananeo. Tuttavia sembra che conti meno sull'Eterno che sul suo fratello Simeone. Poi il re nemico, lasciato in vita, viene trattato in modo barbaro.
Veramente la pagina gloriosa è voltata; stiamo per assistere al declino.
Ed è quel che è accaduto alla Chiesa responsabile. La forza e, in una grande misura, le benedizioni collettive sono oggi sparite. Ma Iddio non è cambiato. La sua potenza è sempre a disposizione della fede individuale.
Othniel che s'impadronisce di Debir ne è un esempio. La benedizione è pure alla nostra disposizione. Basta chiederla come fece Acsa (vers. 15). Essa proviene per noi dallo Spirito di Dio il quale, come quelle «sorgenti» che fertilizzano, in Deuteronomio 8:7, ristora le anime nostre per mezzo della Parola. In questo inizio d'anno, chiediamo al nostro Padre questa benedizione.