Fin qui l'Eterno aveva circondato il suo servitore Giobbe d'una siepe di protezione (vers. 10). Guardiamoci intorno! Non c'è forse una simile barriera, posta da Colui che ci guarda? Quali sono i pali e le traverse?: La vigilanza dei nostri genitori, il loro affetto, quello dei nostri amici cristiani, l'ammaestramento ricevuto nelle radunanze... Siamo riconoscenti per tutto ciò che ci preserva così dal inondo e dal male. E guardiamoci bene dall'oltrepassare questa siepe o dal demolirla! (Ecclesiaste 10:8).
Satana ha ottenuto il permesso di agire (parag. Luca 22:31). Egli sceglie il giorno propizio e, con una fretta che sottolinea il suo odio, colpisce lo sventurato Giobbe con quattro colpi progressivi. In un momento il nostro patriarca, senza aver avuto tempo di riaversi, si trova spogliato di tutta la sua prosperità e privato dei suoi dieci figli. Ritto in mezzo a quelle rovine, non ne è scosso. Mostra così che la sua fiducia non era riposta nei beni ricevuti, ma in Colui che li aveva dati. «à per nulla che Giobbe teme Iddio?» aveva domandato Satana (vers. 9). Giobbe risponde mostrando per grazia che, anche quando non ha più nulla, continua a temere Dio.
Col permesso dell'Eterno, Satana ha lanciato un nuovo assalto contro Giobbe. Dopo aver distrutto i suoi beni e la sua famiglia, eccolo appigliarsi alla sua persona. La moglie di Giobbe non può sopportare oltre. «Maledici Dio e muori» (versione francese) gli dice ella. Nuova prova per il nostro patriarca! Ma egli sta saldo, accettando il male (cioè la sofferenza), come il bene «dalla mano di Dio» (vedere Lamentazioni di Geremia 3:38). Noi, che sovente ci irritiamo per così poco, quale esempio abbiamo in Giobbe I Tuttavia egli c'insegna una lezione ancor più importante: La nostra tendenza è sempre quella di fermarci alle cause esteriori delle nostre difficoltà . Ma per Giobbe non sono i Sabei, né i Caldei, neppur Satana, i responsabili delle sue sventure. Egli riconosce, dietro questi agenti, la mano di Dio (soltanto non sa ancora che è una mano d'amore). E noi abbiamo un Modello incomparabilmente maggiore: Colui che riceveva ogni cosa dalla mano del suo Padre, compreso il calice dell'ira di Dio contro il peccato (Giov. 18:11).
Il capitolo termina su una scena di grandezza: quattro savî, quattro vecchi rimangono seduti per terra, presso di lui, sette giorni in silenzio, dinanzi ad un dolore senza simile, dinanzi ad un profondo mistero.
Come ondate successive, sette prove si sono sferrate su Giobbe. Il Nemico (il cui odio è sempre eccitato dall'amore di Dio per i suoi) ha colpito il patriarca a cinque riprese: nei suoi beni tre volte, nei suoi figli, nella sua salute. Il sesto colpo è stato inferto dalla propria moglie, ma l'uomo di Dio è rimasto irremovibile. Giunge allora la settima prova da dove non si aspettava. Tre amici venerabili si sono messi d'accordo per fare a Giobbe una visita di condoglianze. E quel che gli assalti furiosi di Satana non son riusciti a produrre, il modo di procedere di questi amici lo compirà . Essi gli sono vicini, muti, che considerano nella sua desolazione colui che avevano conosciuto e onorato nella sua prosperità . Giobbe non può sopportare di dar loro in ispettacolo la sua miseria. Allora maledice il giorno della sua nascita. Possiamo noi piuttosto, per quel che ci concerne, «benedire il giorno che nascemmo», cioè ringraziare Dio per il dono della vita, con tutti i privilegi che vi si riferiscono (vedere Salmo 139:14). E più ancora, per il dono della vita nuova... se la possediamo! Giobbe si augura la morte. Ma nella sua sapienza e nel suo amore Iddio non aveva permesso a Satana di andare fino a quel punto (cap. 2:6).
Gli amici di Giobbe ad uno ad uno prendon la parola. Che cosa diranno di consolante questi consolatori? Con quale sapienza questi savî istruiranno il loro infelice amico e calmeranno la sua disperazione? Avranno essi, come il divino Dottore più tardi, quella lingua dei sapienti che sa «sostenere con la parola lo stanco»? (Isaia 50:4). Al contrario, vedremo che i loro discorsi non faranno che esasperare a poco a poco il povero Giobbe! Non è che i loro argomenti manchino di sapienza! Vi troviamo delle grandi verità che fan parte della Parola ispirata. Certi versetti sono persino citati nel Nuovo Testamento (per es. cap. 5:13 in 1 Corinzi 3:19). Ma Elifaz, Bildad e Tsofar fanno di queste verità una falsa applicazione al caso di Giobbe. Anche noi possiamo conoscere molte verità , come quei tre uomini... e citarle non a proposito. «Com'è buona una parola detta a tempo!» (Proverbi 15:23).
Elifaz nei versetti 3 e 4 rende buona testimonianza a Giobbe, il quale, prima d'essere lui stesso sotto disciplina, aveva rinfrancate le mani cadenti e le ginocchia vacillanti (Ebrei 12:12). Ebbene, dice abbastanza rudemente al suo amico, è ora di mettere tu stesso in pratica ciò che hai insegnato agli altri! (vedere Romani 2:21).
Il tema che i tre amici svolgeranno nei loro discorsi è il seguente: Iddio è giusto, talché non avrebbe colpito Giobbe in quel modo se questi non l'avesse meritato. Tutte le sue prove sono una punizione, un giudicio. Confessi egli i suoi peccati e sarà ristabilito! Ora, sappiamo fin dal principio di questa narrazione che Giobbe non si era reso colpevole di nessun fallo particolare. Era dunque uno sbaglio considerare la sua prova come un castigo. Ma, ad eccezione di questa parola, i vers. 17 e 18 sono un meraviglioso riassunto di tutta la sua storia. Accostiamoli a Proverbi 3:11 e 12, citato in Ebrei 12:6: «Figliuol mio, non far poca stima della disciplina del Signore, e non ti perder d'animo quando sei da Lui ripreso; perché il Signore corregge colui ch'Egli ama, e flagella ogni figliuolo ch'Egli gradisce».
L'Eterno aveva certo qualcosa da riprendere, da raddrizzare nel suo servitore: ed era, come avremo modo di vederlo, uno spirito di propria giustizia. Egli aveva fatto la piaga, ma l'avrebbe anche guarita e ciò per la felicità di Giobbe.
Colui che il Signore ama! Che straordinaria consolazione! La tempesta che Satana scatena è per il credente una prova dell'amore divino.
Ogni discorso di ciascuno dei suoi amici dà luogo ad una risposta di Giobbe. Egli sente benissimo che il suo eccessivo dolore gli fa pronunciare delle «parole temerarie» (vers. 3). Diffidiamo delle parole che siamo capaci di pronunciare in uno stato d'eccitamento... o di ira. «Che fine m'aspetta perch'io sia paziente?», chiede Giobbe al vers. 11. «La pazienza di Giobbe», a cui l'epistola di Giacomo rende testimonianza, aveva resistito fino alla sesta prova. E prima ch'egli potesse conoscere «la sua fine», o piuttosto la meravigliosa «fine del Signore» verso lui, era necessario precisamente che questa pazienza avesse avuto «la sua opera compiuta» in lui. La produrrà la prova della fede (Giacomo 1:3-4; 5:11). Come Giobbe, abbiamo sempre premura di conoscere la fine di quel che ci accade. Ma Iddio, nella sua saviezza, generalmente non ce la rivela in anticipo, onde insegnarci la vera pazienza, quella che non ha bisogno di comprendere per sottomettersi e contare su di Lui.
Giobbe ha imparato una prima lezione, cioè che in lui non v'è soccorso, che è senza energia (vers. 13).à una buona cosa aver capito questo. E non è necessario attraversare tante prove come Giobbe per esserne convinto.
Giobbe rivolge la fine del suo discorso non più a Elifaz, ma all'Eterno. Egli fa in riassunto un quadro della condizione dell'uomo sulla terra: Una vita di travaglio è la sua parte. Al cap. 14:1 egli aggiungerà che è sazio d'affanni. Non avrebbe potuto dir questo quando godeva della prosperità . Quando noi stessi siamo nel dolore e nel bisogno siamo in grado di comprendere in seguito i dolori e i bisogni degli altri. à detto del Signore Gesù che «in quanto egli stesso ha sofferto essendo tentato, può soccorrere quelli che sono tentati» e»simpatizzare con noi nelle nostre infermità » (Ebrei 2:18; 4:15). I momenti difficili che possiamo attraversare ci prepareranno ad un servizio: quello di «consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione, mediante la consolazione onde noi stessi siam da Dio consolati» (2 Corinzi 1:4).
Paragoniamo i versetti 17 e 18 con il versetto 4 del Salmo 8, quasi simile. Questo Salmo 8, che ci presenta Cristo, il Figliuol dell'uomo, il secondo Adamo, costituisce una meravigliosa risposta alla domanda disperata dei versetti 17 e 18 (vedere Romani 5:12...; 1 Corinzi 15:22 e 45).
Ascoltiamo ora quel che Bildad ha da dire: Per lui la questione è semplice: la morte dei figli di Giobbe è la conseguenza della loro trasgressione (vers. 4). Hanno peccato e Iddio li ha colpiti. Crudele parola per il povero Giobbe che dianzi si levava di buon mattino e offriva degli olocausti per i suoi figli (capitolo 1:5). à come se il suo amico gli avesse detto: Le tue preghiere erano inutili; Iddio non ti ha ascoltato e non ha voluto salvare i tuoi figli.
Bildad non osa ancora dire francamente che le sventure di Giobbe stesso erano il risultato dei suoi peccati, perciò comincia col parlare dei suoi figli.
I tre amici non conoscono Dio che come un giusto Giudice. Certamente, la giustizia dell'Onnipotente (vers. 3) è un lato della verità . à persino tanto perfetta che quando il suo proprio Figliuolo si è caricato dei nostri peccati, Iddio è stato obbligato di colpirlo con la sua ira. Ma la croce, ove questa prova suprema della sua giustizia è stata data, ci reca ad un tempo la più meravigliosa prova del suo amore. Se si parla alle anime di giustizia senza amore, si spingono allo scoraggiamento o alla propria giustificazione. à il doppio effetto che i ragionamenti dei suoi amici produrrano su Giobbe.
Bildad ha sottolineato la giustizia inflessibile di Dio. Giobbe non può che essere d'accordo con lui. Ma allora sorge la grande domanda: «Come sarebbe il mortale giusto davanti a Dio?» (vers. 2). Questa questione ha tormentato molti savî e pensatori fin dalle origini del mondo! La risposta non si trova nei ragionamenti e nella filosofia degli uomini. E neppure è nelle opere potenti del Creatore, di cui Giobbe dà qui alcuni esempi. La troviamo nella Parola! Dopo aver stabilito che «non c'è nessun giusto, neppure uno», essa annunzia la meravigliosa notizia: noi siamo «giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù...» E ad un tempo: «l'uomo è giustificato mediante la fede...» (Romani 3:10, 24, 28 â vedere anche Tito 3:7; 1 Corinzi 6:11; Galati 3:24).
A partire dal vers. 15, Giobbe esprime la sua totale impotenza. Fra Dio e lui la lotta è ineguale. Egli si stima schiacciato da un Giudice spietato, che senza motivo moltiplica le sue piaghe (vers. 15:17). Tristi pensieri per un credente! â Noi possediamo un Padre tenero in Gesù. Nessuna circostanza ce lo faccia dimenticare!
Al capitolo 7, vers. 6, Giobbe aveva paragonato la fuga dei suoi giorni alla spola del tessitore, che passa e ripassa attraverso i fili conduttori della sua esistenza. Adopera qui la figura d'un corriere, poi quella della navicella di giunchi trasportata dalla rapida corrente (vedete anche Giacomo 4:14). Benché all'età giovanile non ci se ne renda conto, la testimonianza di tutti i vecchi è unanime: La vita è in realtà presto trascorsa.
No, non è possibile trattenerli questi giorni che fuggono senza ritorno. Invece, il modo in cui li adoperiamo può dar loro un valore eterno. Adoperati per il mondo, il tempo li dissipa in vanità menzognere. Ma se sono utilizzati per il Signore, i brevi momenti durante i quali siamo sulla terra possono portare un frutto che dimora (Giovanni 15:16).
Prima di terminare desideriamo dire una parola a quelli dei nostri lettori che non appartengono ancora al Signore: Questa rapida fuga del tempo incita molte persone a godere della vita. Un poeta ha scritto: «Dell'ora fuggitiva, affrettiamoci, godiamo; l'uomo non ha porto, il tempo non ha riva...». Menzogna! Vi è una riva (Marco 4:35), esiste un porto (Salmo 107:30). E non tardate a rifugiarvici!
«Ti par egli ben fatto d'opprimere?» Tale è la domanda che, nella sua amarezza, Giobbe vorrebbe porre a Dio (vers. 3). La Parola gli risponde con un versetto che non dobbiamo mai dimenticare nelle nostre prove: «Non è volentieri ch'Egli umilia ed affligge i figliuoli degli uomini» (Lamentazioni di Geremia 3:33). A più forte ragione quando si tratta dei suoi figliuoli.
Come Giobbe nei versetti 8-12, Davide al Salmo 139 (vers. 14-16) si meraviglia del modo in cui è stato creato. E la conclusione ne è la stessa: Colui che mi ha cosi «formato... intessuto d'ossa e di nervi», mi conosce fino in fondo all'anima. Come sarebbe possibile nasconderGli checchessia? La luce di Dio, i suoi occhi che investigano l'iniquità (vers. 6), ecco quel che mette Giobbe a disagio e gli fa desiderare «le tenebre dell'ombra della morte» (vers. 22). Egli si sente dinanzi all'Eterno come una preda cacciata da un leone (vers. 16). Nello stesso modo l'autore del Salmo 139 cerca anzitutto, ma invano, di sottrarsi agli sguardi di Dio. Ma, alla fine, è giunto invece a desiderare d'essere investigato e conosciuto da Lui. Che progresso quando siamo giunti là ! Non abbiamo forse talvolta timore della luce divina?
A sua volta Tsofar prende la parola. Strana consolazione, veramente! Più severo ancora dei suoi due compagni, comincia con l'accusare Giobbe di essere un loquace (vers. 2), un bugiardo e un beffardo (vers. 3). In seguito parla della sua iniquità (vers. 6). E, dal vers. 13, fa un quadro di quel che, secondo lui, bisogna fare per essere benedetto da Dio: Se tu fai questo, se tu fai quello...! Questa disposizione di spirito si chiama legalismo. Già Elifaz aveva invitato Giobbe a mettere la sua fiducia, non in Dio, ma nel suo proprio timor di Dio, nell'integrità delle sue vie (cap. 4:6). E Giobbe era precisamente troppo disposto ad appoggiarsi sulla sua pietà e sulle sue buone opere â vale a dire su se stesso â piuttosto che sull'Eterno. à quel che fanno molti inconvertiti. Sono chiamati proprî giusti. Ma i credenti (or Giobbe era uno di questi) possono ugualmente essere imbevuti di questo spirito legale e condotti a pensare bene di sè paragonandosi ad altri. Cari amici, non dimentichiamolo mai: non possiamo avere nessuna fiducia «nella carne» (Filippesi 3:3) cioè in noi stessi. Ma possiamo e dobbiamo avere un'assoluta fiducia nel Signore e nella sua grazia.
Non soltanto il povero Giobbe non è stato oggetto della misericordia che era in diritto d'aspettarsi da parte dei suoi amici (cap. 6:14), ma dichiara di essere diventato il loro ludibrio! â Egli aggiunge «il ludibrio io, l'uomo giusto, integro!» (vers. 4). L'Uomo giusto, perfetto! Non pensiamo più a Giobbe, ma a Cristo e alle ingiurie di quelli che passavano davanti alla sua croce beffandosi: «S'è confidato in Dio; lo liberi ora, s'Ei lo gradisce» (Matteo 27:43). Vale a dire: Se Dio non lo libera, è la prova che non Lo gradisce, anzi che ha meritato l'ira sua (Insomma, è così che ragionano gli amici di Giobbe a suo riguardo). «Noi lo reputavamo colpito, battuto da Dio, ed umiliato», â dirà il popolo giudeo quando ritornerà a Gesù, suo Salvatore (Isaia 53:4). Si, precisamente perché Cristo era il Giusto perfetto, ha conosciuto e sentito più di chiunque l'amarezza delle accuse ingiuste (Salmo 56:5-6). Ma la sua fiducia in Dio, la sua completa sottomissione al suo Dio non sono state scosse.
Che contrasto con Giobbe che non ha potuto sopportare né le beffe né le accuse bugiarde e che lungo tre capitoli (12-14) si farà l'avvocato della «sua causa giusta» (cap. 13:18).
Molte persone si fanno di Dio la stessa immagine di Giobbe: Un Essere onnipotente che agisce «arbitrariamente» (vale a dire: come Gli piace) senza render conto a nessuno e le cui vie sono incomprensibili. L'uomo è interamente in suo potere, come una foglia portata via dal vento (cap. 13:25), e tutto quel che può fare, è cercare di ripararsi dai suoi colpi come meglio può. Questo «fatalismo» si riscontra nella maggior parte delle religioni orientali. à ben vero che Iddio è onnipotente ed agisce in modo sovrano. à ugualmente vero che l'uomo è debole e dipendente; che «spunta come un fiore, e poi è reciso» (vers. 2); che è «come erba e che tutta la sua gloria è come il fiore dell'erba» (1 Pietro 1:24). Ma non è affatto vero che Iddio si faccia gioco dell'uomo e lo domini per il suo piacere (vers. 20). Al contrario, Egli si cura della sua creatura e non spezza «la canna rotta» (Isaia 42:3; Matteo 12:20). Egli solo può e vuole anche trarre «una cosa pura da una impura» (vers. 4). Soltanto per questo, è necessario che la fede (quella di Giobbe e la nostra) passi per il crogiuolo (vedere Pietro 1:6-7).
Un nuovo dibattito si è aperto. Ogni interlocutore riprenderà la parola nello stesso ordine della prima volta. I tre compagni, un colpo dopo l'altro, conficcheranno la loro accusa nella coscienza di Giobbe, come si conficca un chiodo: Tu sei un ipocrita, un uomo astuto. Se tu non fossi colpevole non ti difenderesti con tante parole (vers. 5 e 6).
Elifaz s'appoggia sull'esperienza umana: ciò che sa (vers. 9), ciò che ha visto (vers. 17). Bildad invece si riferisce volentieri alle antiche tradizioni (per es. cap. 8:8). Quanto a Tsofar, come abbiamo notato, i suoi argomenti sono ispirati dal più puro legalismo. Ma nessuno dei tre si fonda su quel che Dio ha detto. Non avendo che queste basi incerte, non ci meravigliamo che essi errino, «non conoscendo le Scritture...» (Matteo 22:29). La Parola di Dio è l'unica sorgente di cui possiamo fidarci per noi stessi e per aiutare quelli che sono posti sul nostro sentiero. Un giovane, persino un fanciullo, che la conosce, ha più intelligenza d'un vecchio canuto (vers. 10) la cui sapienza non s'appoggia che sulla propria esperienza.
«Siete tutti dei consolatori molesti», risponde Giobbe (vers. 2).
Ecco come agirei se foste al mio posto e io al vostro (vers. 5). Per simpatizzare realmente con qualcuno, è necessario entrare nella sua prova come se la subissimo noi stessi. Gesù non guariva un malato senza aver sentito anzitutto il peso della sua sofferenza. «Egli stesso ha preso le nostre infermità e ha portato le nostre malattie» (Matteo 8:17). Talché merita quel nome di amico (Matteo 11:19) che si adatta così male ai tre visitatori di Giobbe. Al vers. 9, Giobbe si vede nella mano di Dio, colpito dalla sua ira. Al vers. 10, esprime quel che sopporta da parte degli uomini. La prova di Giobbe è stata multipla. Ma che cos'è in confronto con ciò che Cristo ha sofferto, Lui che «non aveva commesso violenze»? (Isaia 53:9; parag. vers. 17), Egli ha sofferto, da parte degli uomini, animati da Satana, poi da parte di Dio durante le tre ore tenebrose della croce, delle sofferenze inesprimibili. Ora il suo sangue sparso salva i credenti ed accusa il mondo (vers. 18). Egli stesso è nei cieli per noi, il Testimonio della nostra giustificazione (vers. 19). Egli è pure presso Dio, l'Arbitro o il Mediatore di cui Giobbe sentiva la necessità (vers. 21).
Giobbe, nel suo dolore, non vede altra uscita che la morte e la chiama in suo soccorso. Questo avrebbe dovuto provare ai suoi amici ch'egli non aveva cattiva coscienza. Se fosse stato il colpevole che essi accusavano, non avrebbe forse temuto di comparire davanti a Dio? â Le sue parole si fanno sempre più strazianti: «Son divenuto un essere a cui si sputa in faccia» (vers. 6). Quest'espressione del disprezzo più infamante fa parte degli oltraggi che sono stati inflitti al nostro Salvatore (Isaia 50:6; Marco 14:65; 15:19). L'uomo ha mostrato tutta la viltà di cui era capace, insultando così vilmente Colui che era senza difesa e già nel più profondo abbassamento volontario! â «Gli uomini retti ne son colpiti di stupore», continua Giobbe al vers. 8. Che cosa incomprensibile infatti, vedere «il giusto abbandonato»! (Salmo 37:25). Un tale spettacolo arrischiava di abbattere la fede di parecchi nella giustizia di Dio. Perciò Cristo poteva rivolgere questa domanda al suo Dio: «O Signore... non siano svergognati per cagion mia quelli che ti cercano...» (Salmo 69:6). In mezzo alla sua sofferenza, Egli pensava ancora ai suoi cari discepoli.
Opprimendo il loro amico, Elifaz, Bildad e Tsofar lavorano senza rendersene conto a scuotere la sua fede.
Accusare qualcuno è far l'opera abituale di Satana. Non soltanto costui attacca il credente davanti all'Eterno, come l'abbiam visto fare ai capitoli 1 e 2, ma lo accusa anche dentro a lui stesso ispirandogli dei dubbi: «Tu non hai la vera fede! Non sei salvato! Vedi bene che Dio t'abbandona! Se tu fossi un figlio di Dio non agiresti così.» E seminati i primi dubbi, questi ne producono altri, poiché il Nemico ne approfitta per sussurrare in seguito: «Poiché hai dei dubbi, è la prova che non hai la fede; un credente non può dubitare.» â Respingiamo con energia questi «dardi infocati del maligno». Con quale mezzo? Servendoci della «scudo della fede», vale a dire della semplice fiducia in Dio e nelle promesse della sua Parola (Efesini 6:16).
Bildad evoca il re degli spaventi (vers. 14). à la morte. Nelle mani di Satana essa è un'arma per cui tiene gli uomini in suo potere e li costringe a servirlo (Ebrei 2:15). Ma per il credente essa non è più un motivo di spavento. Gesù, per mezzo della stessa morte ha reso impotente Satana che ne aveva il potere.
«Fino a quando?» aveva chiesto Bildad (cap. 18:2). «Fino a quando?» replica Giobbe il cui tono si accalora. Infatti non c'è motivo che prenda fine questo «dialogo di sordi» ove ognuno insegue il suo pensiero.
Poi il lamento dell'afflitto si fa straziante (parag. Lamentazioni di Geremia 3:1).
Noi che siamo quasi tutti circondati dall'affetto e dalla comprensione dei nostri cari â e che dire dell'amore dell'Amico supremo! â pensiamo come Giobbe dovette sentirsi solo in un tale dolore senza poter aprire il suo cuore a nessuno (Salmo 69:20)! I versetti 13-19 ci danno un'eco dolorosissima di quel sentimento di totale solitudine. Inoltre Giobbe pensa aver Dio contro di sè: «Ha acceso l'ira sua contro di me...», dichiara (vers. 11). No, Giobbe! L'ira di Dio che tu e io avevamo meritata ha colpito Un altro in vece nostra. Quelli che appartengono a Gesù non la conosceranno mai. Poiché Cristo aveva dinanzi a Sè l'abbandono di Dio, non ha potuto confidare il suo dolore a nessuno. Egli è stato incompreso da tutti e abbandonato dai suoi (Marco 14:37, 50)). In una sofferenza che non ebbe mai l'uguale, nessuno fu solo come Lui.
La veemenza del povero Giobbe contrasta con le fredde sentenze dei suoi tre compagni. Questi non potevano offrirgli nessun aiuto nel suo dolore, ma scopriamo che Giobbe possedeva un punto d'appoggio irremovibile: la sua fede in un Redentore vivente. I notevoli vers. 25-27 ce lo fan sapere: Giobbe, come i patriarchi, aveva ricevuto una rivelazione divina a riguardo della risurrezione. «Con la mia carne vedrò Iddio».
Quanto più di loro ne sappiamo noi, secondo la piena luce del Nuovo Testamento (in particolare in 1 Corinzi 15). Nonostante ciò, molti figli di Dio non vanno più in là della croce ove contemplano un Salvatore morto per i loro peccati. Verità certamente inestimabile! Ma sapete, miei cari amici, che il vostro Redentore è ora vivente? (Apocalisse 1:18). Cristo Gesù è quel che è morto, e, più che questo è anche risuscitato; ed è anche alla destra di Dio, ed anche intercede per noi (Romani 8:34).
A queste straordinarie parole di fede che lo Spirito di Dio ha dettate a Giobbe, Tsofar risponde con la propria intelligenza (vers. 2). Riprendendo il tema d'Elifaz e di Bildad (cap. 15:20-35; 18:5-21) si dilunga sulla sorte che aspetta i malvagi, attaccando così indirettamente e senza pietà il suo povero amico (vedere Proverbi 12:18).
Giobbe si trova dinanzi ad un impenetrabile mistero: Perché Iddio, che è giusto, colpisce precisamente colui che cerca di piacerGli? (E non è forse questa l'inscrutabile domanda: quella che Gesù pose sulla croce: Salmo 22:1)? Perché d'altra parte, contrariamente a quel che hanno affermato Elifaz, Bildad e Tsofar, i malvagi prosperano a loro piacimento sulla terra e restano così sovente impuniti? (vers. 7-15). Lo stesso problema tormenta il pio Asaf nel Salmo 73. A che serve purificare il mio cuore âmedita con amarezza â se ciononostante il mio castigo si rinnova ogni mattina? I malvagi hanno una sorte più bella della mia.
Oggi ancora, molti increduli godono senza freno della vita presente, mentre i figli di Dio sono talvolta ben provati. Ma leggiamo il vers. 17 di questo salmo: «... e ho considerato la fine di costoro»! Ah! non portiamo invidia a quelli del mondo! Non è da questo lato della tomba che Iddio dice la sua ultima parola. Il contrasto è totale fra la fine terribile che aspetta gl'inconvertiti e l'avvenire glorioso che il Signore riserba ai suoi cari riscattati (Giovanni 14:3; 17:24; 2 Corinzi 4:17-18).
Incomincia ora una terza serie di discorsi. Fin qui gli amici avevano parlato del malvagio in generale: Egli fa questo, merita quello (cap. 15:20...). Ora Elifaz scopre il fondo del suo pensiero con accuse dirette: la tua malvagità , le tue iniquità ... (vers. 5). Come quest'uomo e i suoi due compagni sono lungi dagli insegnamenti del Signore che ordina di giudicar se stesso prima di togliere dall'occhio del fratello il fuscello (Matteo 7:1-5). E anche quanto son lontani dal suo esempio: Lui che s'abbassava per lavare i piedi dei suoi discepoli (Giovanni 13:14-15).
Tuttavia, con queste parole di Elifaz, lo Spirito di Dio s'indirizza a noi. E se uno dei nostri giovani lettori non fosse ancora in pace con Dio, gli diciamo col vers. 21: «Riconciliati con Lui, e avrai pace...». Con l'apostolo, «noi supplichiamo nel nome di Cristo: «Siate riconciliati con Dio!» (2 Corinzi 5:20). Iddio ha sostenuto tutte le spese di questa riconciliazione con i «nemici» come eravamo per Lui. Egli stesso l'ha compiuta «per mezzo della morte del suo Figliuolo» (Romani 5:10), suggellata «col sangue della sua croce» (Colossesi 1:20-22). Accetta semplicemente la pace che ti è offerta per la fede in Gesù: «E ti sarà data la felicità ».
Giobbe è giunto al suo ottavo discorso, e il fosso si scava sempre più profondo fra lui e i suoi compagni. Questi ultimi, come molte persone oggi, vedono in Dio un Creatore sovrano, troppo grande per accondiscendere ad occuparsi dei particolari delle nostre circostanze e per tener conto dei nostri sentimenti (vedere cap. 22:2-3, 12). Giobbe, come lo constatiamo, ha maggior conoscenza. Per lui, l'Eterno non è un Dio «da lontano», ma un Dio «da vicino» di cui cerca ardentemente la presenza. «Oh! sapessi dove trovarlo», esclama! â Caro giovane amico, sapete ove trovarlo, quel Dio che è un Dio da vicino? Da vicino, perché si è avvicinato a voi nella persona di Gesù. Di modo che potete a vostra volta accostarvi liberamente a Lui per mezzo della preghiera e «arrivare fino al trono ove Cristo è seduto» (vers. 3), alla destra di Dio.
Come mai un tale Dio sembra essere sordo agli appelli commoventi di Giobbe (e talvolta anche alle nostre preghiere)? Perché costui vorrebbe presentarsi a Lui con la sua giusta causa (vers. 4). Sappiamo dunque ove trovare il Signore, ma sappiamo pure che Egli non potrà mai riceverci con la nostra propria giustizia né con alcuno dei nostri pensieri personali (1 Giov. 5:14-15).
Bildad significa «figlio di contesa». à veramente un nome ben meritato! Ora che cosa raccomanda la Parola?: «Or il servitore del Signore non deve contendere, ma dev'essere mite inverso tutti, atto ad insegnare, paziente, correggendo con dolcezza quelli che contradicono...» (2 Timoteo 2:24-25).
Nessuno dei tre amici ha manifestato questi caratteri. Dopo un breve discorso di Bildad, tacciono definitivamente. Tsofar non ha neppur partecipato a questo terzo dibattito. Le parole più severe non son riuscite a produrre in Giobbe una vera convinzione di peccato. Più è stato accusato, e più ha provato il bisogno di giustificarsi. Soltanto lo Spirito di Dio può operare questa convinzione di peccato in una coscienza. Lo ha fatto nella vostra? E il cuore di Giobbe non è stato maggiormente toccato da una vera parola di consolazione. Pensiamo all'esclamazione del più grande degli afflitti: «Ho aspettato chi si condolesse meco, non v'è stato alcuno» (Salmo 69:20). Lungi dal calmare il povero Giobbe, dall'aiutarlo con un savio consiglio (cap. 26:2-3), i propositi dei suoi amici l'hanno eccitato all'estremo. E si lancia ora in un lungo e desolante monologo.
A Giobbe occorrono non meno di sei capitoli per stabilire la propria giustizia. P troppo e non è abbastanza! Se anche ce ne fossero cento non basterebbero, poiché nulla di ciò che procede dall'uomo può far il peso nella bilancia della giustizia divina. Ma d'altronde, questa giustificazione è cosa fatta, interamente al difuori dei suoi proprî sforzi.
Notiamo che il fatto di giustificar se stesso è implicitamente per Giobbe come accusare d'ingiustizia quel Dio che lo colpisce a torto. Inoltre si permette di fare apertamente dei rimproveri all'Onnipotente che gli nega giustizia e gli amareggia l'anima (vers. 2).
Vi è dell'orgoglio in quest'attitudine.
«Ho preso a difendere la mia giustizia...
dice Giobbe â, e non cederò; il cuore non mi rimprovera uno solo dei miei giorni» (vers. 6). Ma che cosa risponde la Parola?: «Se diciamo d'esser senza peccato, inganniamo noi stessi, e la verità non è in noi» (1 Giovanni 1:8). Del resto, se il nostro proprio cuore non ci rimprovera nulla, ciò non prova che siamo senza peccato. Iddio è infinitamente più sensibile al male della nostra coscienza (ved. 1 Cor. 4:4). Nella penombra, i nostri vestiti possono sembrarci puliti, mentre in pieno sole (quello della luce di Dio) la minima macchia apparirà .
Tuttavia Giobbe ha già capito qualcosa d'importante: Da questa prova che Iddio gli fa attraversare, la sua fede uscirà come l'oro risplendente dal crogiuolo dell'affinatore (vedere capitolo 23:10). Ma ciò che egli ignora sono le scorie numerose di cui deve anzitutto essere sbarazzato: «Sì... l'oro ha un luogo ove lo si affina» (vers. 1; vedere anche Malachia 3:3). E questo luogo è il crogiuolo della prova! Il Signore, come saggio orefice, conosce l'intensità e la durata di quel fuoco, necessario per purificare II suo argento e il suo oro, cioè i suoi riscattati. Il «Gioielliere» divino sa quanti colpi dolorosi di scalpello Egli dovrà dare prima che brillino con tutto il loro splendore i suoi onici e i suoi zaffiri, i suoi rubini e i suoi topazî.
L'uomo è capace di compiere delle opere considerevoli: sbarramenti, gallerie, autostrade ecc... Egli estrae dal suolo ogni sorta di materie preziose (vers. 9-11). Ma vi è una cosa che non si preoccupa affatto di cercare: è la sapienza. Tuttavia essa ha più valore delle perle (vers. 18) o dei rubini, dichiara il libro dei Proverbi, che tanto ci parla di questa Sapienza divina (cap. 3:15; 8:11). Paragonate anche l'importante definizione del vers. 28 con Prov. 9:10 e Salmo 111:10.
All'inizio del libro, Iddio ci aveva brevemente parlato del primo stato di Giobbe. Questi versetti ne completano il quadro. Ma questa volta è Giobbe stesso che si sforza di ritoccarlo. Tutto quel che dice delle sue opere è certamente esatto. Talché le accuse di Tsofar (cap. 20:19) e di Elifaz (cap. 22:6-7, 9) erano pure calunnie (parag. vers. 12:13).
Chi potrebbe oggi ancora, allineare altrettanti titoli all'approvazione di Dio e alla considerazione degli uomini? Tuttavia la compiacenza con cui Giobbe descrive la propria condizione mostra che egli vi poneva il cuore. Non aveva ancora imparato come l'apostolo Paolo ad «essere contento» nelle circostanze in cui si trovava; sopportava meno bene d'essere «abbassato» o «nelle privazioni» che d'essere «nell'abbondanza» (Filip. 4:11-12). Inoltre, avete potuto notare quanti «io», «mi», «me» si avvicendano in questi versetti. Son piccoli vocaboli, ma che tradiscono l'alta opinione che Giobbe conserva della propria persona. Fino allora aveva nascosto nel cuore, sotto un'apparente modestia, questo sentimento che ora si palesa apertamente. Esso permetterà a Dio di liberarlo... quando Giobbe l'avrà confessato.
Quale contrasto fra questo capitolo e il precedente! Colmato d'onori, godente d'una lusinghiera popolarità , Giobbe si è trovato, da un giorno all'altro, disprezzato e calpestato. Il mondo è ipocrita e traditore. I credenti, che hanno creduto poter accordargli per un momento la loro fiducia, hanno fatto tosto o tardi questa penosa scoperta. Il cuore umano trova piacere nelle disgrazie altrui. Non si è forse rallegrato con malizia dell'abbassamento di Gesù? (parag. vers. 9 con Salmo 69:12).
Le benedizioni terrestri di Giobbe avevano così potuto avvizzirsi. Quelle del cristiano invece sono delle «benedizioni spirituali nei luoghi celesti in Cristo» (Efesini 1:3). Né Satana, né il mondo, né la morte stessa, potranno mai togliergliele.
Giobbe giunge fino al punto di lagnarsi di Dio. Siamo noi sicuri che questo non ci sia mai accaduto? E inoltre con meno motivo apparente! â«Io grido di giorno, e tu non mi rispondi (vers. 20). Sono le stesse parole del Salmo 22:2 e 3). Ma che differenza fra l'amarezza di Giobbe, che incolpa Dio di sentimenti d'animosità e di crudeltà (vers. 21), e la meravigliosa sottomissione dei Signore Gesù che non abbandona mai la sua fiducia nel suo Dio.
Se qualcuno aveva il diritto di appoggiarsi su «la carne» e sulle sue opere, era proprio il patriarca Giobbe, come ce lo mostrano questi capitoli. Paolo scrive la stessa cosa a suo riguardo nell'epistola ai Filippesi 3:4. Ma â aggiunge egli â «io reputo anche ogni cosa essere un danno di fronte all'eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù...» La fiducia di Paolo non era più «nella carne», come qui lo è ancora in Giobbe. I suoi vantaggi naturali di buon Israelita, la sua giustizia passata di fariseo coscienzioso, tutto ciò è considerato da lui... come delle spazzature. Talché Iddio non ha bisogno di togliergli nulla, come a Giobbe; Paolo, per grazia, ha già messo da parte tutto quel che non era Cristo.
Ognuno di noi esamini bene il proprio cuore e chieda a Dio di toglierne tutti i punti d'appoggio nascosti che potrebbe conservare, all'infuori della fede in Gesù! â Notate i puntini di sospensione nel testo; in particolare vers. 30:32, 34:37 (versione corretta). Essi sottintendono tutte le buone cose che Giobbe pensa di sè e delle sue opere passate.
Infine, terminando la sua «apologia», cioè l'esposizione di tutti i suoi meriti, Giobbe vi appone solennemente la propria firma e sfida Dio di rispondergli (vers. 35).
Elifaz, Bildad e Tsofar hanno esaurito i loro argomenti. A sua volta Giobbe tace! Allora entra in scena un nuovo personaggio: Elihu, il cui nome significa «Dio stesso». Esempio dell'azione dello Spirito di Dio, egli è anche come una rivelazione misteriosa del Signore Gesù, come lo vedremo.
L'insufficienza dell'uomo è stata ampiamente dimostrata. In Giobbe si è manifestata l'incapacità di sopportare la prova; e nei suoi amici, la vanità delle consolazioni umane. Ora che «la sapienza terrestre» è stata messa in fallo, «la sapienza da alto» parlerà per bocca di Elihu (Giacomo 3:14-17). E, dinanzi a quest'uomo più giovane di loro, i quattro venerabili anziani si troveranno confusi.
Elihu ha il senso delle convenienze. Ha atteso con pazienza la fine dei precedenti discorsi. I giovani devono sapere ascoltare. à anzitutto un segno di saviezza. La conoscenza e l'esperienza degli adulti è generalmente maggiore della loro. Inoltre è un segno di semplice educazione! â Tuttavia questi riguardi non impediscono ad Elihu d'essere acceso di una santa ira. La gloria di Dio è stata messa in dubbio da Giobbe e dai suoi compagni, e l'uomo di Dio fedele non può risparmiarli. Non ha il diritto né di lusingarli, né di avere riguardi personali (vers. 21).
Giobbe, a due riprese, aveva già reclamato l'intervento d'un arbitro (o d'un mediatore: cap. 9:33; 16:21). Desiderio che è esaudito! Elihu sarà per lui l'interprete dei pensieri di Dio. Giobbe aveva capito che questa parte non poteva essere compiuta che da un uomo come lui (cap. 9:32). «Ecco, io sono uguale a te davanti a Dio; anch'io fui tratto dall'argilla», risponde Elihu (vers. 6). La Parola ci insegna che il «mediatore fra Dio e gli uomini è uno, l'uomo Cristo Gesù...» (1 Tim. 2:5). Profondo mistero dell'umanità del Signore, senza la quale Egli non avrebbe potuto farsi l'interprete dell'uomo davanti a Dio! â «Iddio parla, bensì, una volta e anche due...» (vers. 14). Dopo aver parlato per mezzo dei profeti, Iddio ha parlato nel Figliuolo. Quale attenzione avrebbe dovuto prestare il mondo ad un tale linguaggio! (Ebrei 1:1-2; 2:1). Tuttavia il vers. 14 così continua: ... «ma l'uomo non ci bada». Tanto sono grandi l'indifferenza e la durezza del cuore dell'uomo! Ma quanti appelli sono stati necessarî per spezzare il mio cuore e il vostro? Amici, badiamo noi pure! Non aspettiamo che Iddio parli ancora una volta... che forse non verrà mai. D'altronde non ha nulla da dirci di più eccellente. In Cristo, la grazia divina ha detto la sua parola definitiva.
I versetti 23 e 24 dirigono ancora i nostri sguardi su Gesù, l'Interprete per eccellenza, il Messaggero dell'amore divino. Egli è venuto a mostrare all'uomo peccatore la via della dirittura, vale a dire a condurlo a riconoscere il proprio stato, a giudicarsi alla luce divina. Ma persino questo non basta. Era necessaria una propiziazione perché Dio gli facesse grazia. Ed è stata trovata! à la morte di Cristo. Per suo mezzo noi siamo liberati dalla fossa della distruzione. Ma è forse tutto? No; i versetti 25 e 26 suggeriscono la nuova vita, la comunione, la gioia, la giustizia che sono la nostra parte. Altrettante conseguenze della risurrezione di Cristo, nostro Mediatore, e della sua attuale presenza nella gloria. Infine, non dimentichiamo i vers. 27 e 28. Vi troviamo la testimonianza che dobbiamo rendere «davanti agli uomini» per quel che Dio ha fatto per noi. Ci accade forse qualche volta di farlo? â Al cap. 34, Elihu è obbligato di parlare severamente. Giustificandosi, Giobbe aveva accusato Dio d'ingiustizia. Cosa più grave di quanto egli supponesse! In ciò si era associato agl'increduli e ai malvagi, e doveva essere ripreso seriamente.
à impossibile ad un uomo formarsi con i proprî ragionamenti un giudicio su Dio. Perché? Perché non ha, come termini di paragone, che altri uomini. à il motivo per cui i pagani si son fatti alla loro immagine degli dèi ai quali hanno attribuito le loro proprie passioni. Bisognò che Dio rivelasse Se stesso, affinché la sua creatura potesse conoscerLo. Inoltre, non è con la nostra propria intelligenza che si può afferrare questa divina rivelazione. Soltanto la fede ne è capace. Iddio si manifesta allora per mezzo del suo Spirito. «Nessuno conosce le cose di Dio, se non lo Spirito di Dio» (1 Corinzi 2:11). Questi conduce il credente in tutta la verità (Giovanni 16:13). Elihu, che istruisce Giobbe ne è una figura. Gli fa vedere che, deducendo la propria conoscenza di Dio dalle sue esperienze e dai suoi pensieri (vers. 33), ha sbagliato completamente strada. Non ne è forse giunto a condannare Colui che tuttavia è il Giusto per eccellenza? (vers. 17). Ma questo versetto 17 ci ricorda pure quello che gli uomini, nel loro accecamento, hanno fatto a Cristo, il solo Giusto che fosse quaggiù. «Voi avete condannato, avete ucciso il giusto: egli non vi resiste» (Giacomo 5:6).
Giobbe aveva tratto dalle sue sventure questa triste conseguenza: Non valeva proprio la pena d'esser giusto; non ne aveva alla fine più vantaggio che se avesse peccato! (cap. 34:9; 35:3). Ahimè, egli scopre in ciò il fondo del suo cuore! Pareva dar ragione a Satana che aveva insinuato: «à egli forse per nulla che Giobbe teme Iddio?» (cap. 1:9). In definitiva non è altro che il ragionamento di quegli «uomini corrotti di mente...
di cui parla l'apostolo â i quali stimano la pietà esser fonte di guadagno» (1 Tim. 6:5).
Il nostro patriarca non sapeva fino allora che vi fossero tali sentimenti nel suo cuore. Conosceva le sue buone azioni, ma non i loro moventi segreti. E questi erano lungi d'esser sempre buoni. Lasciamo che lo Spirito ci scruti per mezzo della Parola, discerna e metta a nudo le intenzioni dei nostri cuori (Ebrei 4:12).
à il servizio che Elihu rende a Giobbe dicendogli la verità . Certe cose non sono gradevoli ai nostri orecchi; ma «le ferite di chi ama sono fedeli» (Proverbi 27:6; vedere anche Colossesi 4:6). E quando le divine lezioni saranno state imparate, le lacrime, i gridi di distretta, gli appelli al soccorso (cap. 19:21) faranno posto a «dei Canti di gioia nella notte» (vers. 9:10).
Elihu prosegue il suo discorso: Egli giustifica Dio (vers. 3) raddrizzando due falsi pensieri emessi a Suo riguardo: Nonostante la Sua potenza, il Creatore si occupa della sua creatura e non la disprezza affatto (vers. 5). Il giusto, vale a dire il credente, è l'oggetto delle sue cure particolari. Sia che lo esalti (vers. 7) o al contrario gli mandi delle prove (vers. 8), i Suoi occhi sono sempre su di lui. E, in secondo luogo, Iddio non agisce capricciosamente, come Giobbe l'aveva lasciato capire. Permettendo la prova, Egli procaccia uno scopo preciso: Mostrare ai suoi quel che hanno fatto, aprire i loro orecchi alla disciplina, farli ritornare se si tratta della loro iniquità . La disciplina forma i discepoli. Ebrei 12:7 ci ricorda che essa è riservata ai figliuoli (e alle figliuole) di Dio, nello stesso modo che i genitori correggono i propri figli e non quelli degli altri. Essa è dunque una prova della nostra relazione col nostro Padre. Ma, secondo lo stesso passo (Ebrei 12:5-6), l'anima che vi è sottoposta può o sprezzarla cioè non ascoltarla, non attribuirvi importanza (vers. 12; parag. cap. 5:17); ovvero perdersi d'animo: cioè dimenticare che ce l'ha preparata il fedele amore del Signore (leggere Salmo 119:75).
«Chi può insegnare come Lui?» chiede Elihu (vers. 22). Molti di voi fanno probabilmente degli studî. Non dimenticate che anche Dio ha la sua scuola. Se accettate di seguirne le lezioni, essa vi renderà più savi e più istruiti di quanto non potrebbero farlo tutte le università del mondo.
«Chi può insegnare come Lui?» Dopo aver udito il sermone sul monte, le folle dovevano riconoscere che Gesù le ammaestrava «come avendo autorità e non come i loro scribi» (Matteo 7:29). Autorità e anche sapienza, instancabile pazienza, dolcezza anche nella riprensione, tali sono i caratteri del divino Dottore venuto da Dio per ammaestrare gli uomini (Giovanni 3:2). Egli non è più sulla terra, ma ci ha lasciato la sua Parola, sorgente di ogni insegnamento per le nostre anime.
Elihu glorifica la potenza di Dio (vers. 22), la sua opera (vers. 24), la sua grandezza (vers. 26), la sua giustizia e la sua bontà (vers. 31).
Far conoscere Il Padre e glorificare il suo nome, ecco quale fu il grande pensiero del Signore quaggiù, la sua missione, che Egli ha pienamente compiuta (Giovanni 17:4, 6, 26; 20:17). In ciò era riassunto tutto il suo meraviglioso insegnamento.
Per illustrare lo stato d'animo del patriarca e le vie di Dio verso lui, Elihu prende i suoi esempi nel cielo in un giorno di temporale (vedere già cap. 36:27-29, 32-33; cap. 37:2...). Le nuvole oscure illustrano i lutti e le prove che, per un momento, avevano nascosto a Giobbe la luce della faccia di Dio. à difficile al cuore naturale comprenderne il misterioso equilibrio (vers. 16). Ma Giobbe deve sapere una cosa: queste nuvole sono caricate da Dio d'un'acqua di benedizione per lui (vers. 11 e cap. 26:8). Poiché la pioggia può cadere in molti modi: in bontà per la terra, ovvero come castigo, come verga (vers. 13). Essa discende in gocce abbondanti e benefiche (cap. 36:27-28) sotto forma di acquazzoni fertilizzanti (vers. 6), o al contrario in piogge torrenziali â le piogge della sua forza â che devastano il suolo senza penetrarvi. In questo ultimo caso, si tratta d'un giudicio, senza effetto sull'anima. Ma tale non è il pensiero di Dio verso il suo servitore Giobbe. Egli vuole benedirlo e fargli dire col cantico: «Se talvolta une nube â viene a nascondere la tua beltà ; Amico divino, dopo l'uragano, â come prima, brilla la tua purezza (parafi. vers. 21).
«L'Onnipotente mi risponda», aveva esclamato Giobbe (cap. 31:35; parag. ciò che egli aveva detto ad Elifaz: cap. 5:1). Cosa meravigliosa, ecco che l'Eterno accondiscende al suo desiderio, ma non come Giobbe l'avrebbe pensato! Poiché invece di rispondere alle sue domande, Iddio gliene presenta a sua volta una lunga serie.
Vediamo sovente che il Signore Gesù agisce nello stesso modo coi suoi interlocutori (per es.: Luca 10:25-26; 20:2-4 e 21-24).
Per mezzo di queste domande Iddio fa misurare a Giobbe la sua piccolezza e la sua profonda ignoranza. Gli uomini si gloriano delle loro cognizioni. E, cosa paradossale, meno ne sanno, più pretese hanno. I giovani, particolarmente, credono facilmente di conoscere tutto, mentre i più grandi scienziati sono sovente i più modesti.
Paragonate i vers. 4-11 con Isaia 40:12, o con Proverbi 30:4, scritto precisamente da un uomo che riconosceva la propria ignoranza e persino la propria stupidità (vers. 3).
Così in questa storia di Giobbe, incontriamo Dio al principio e alla fine. L'uomo può dare per un momento la sua misura, agire secondo la sua volontà e affermare i suoi pensieri personali. Ma Colui che è «l'alfa e l'omega, il primo e l'ultimo, il principio e la fine...», avrà sempre l'ultima parola.
Quel Dio che Giobbe credeva impenetrabile, ecco che si rivela a lui. Aprendo il gran libro della natura, gli ricorda quanti misteri esso contiene, e ognuno di questi misteri conferma «la sua eterna potenza e divinità » (Romani 1:20). Questi versetti vi ricordano senza dubbio delle belle descrizioni che avete ammirato. Per esempio quella d'un temporale, d'un paesaggio nevoso, o del firmamento in una notte limpida. Ma, di tutte le cose magnifiche della creazione, chi può parlare con maggior competenza dello stesso suo Autore? Ebbene! Colui che ha creato la luce, che ha stretto «i legami delle Pleiadi» e stabilito «le leggi dei cieli», è pure Colui che condiscende ad occuparsi d'una sola anima: Qui, quella di Giobbe; ma ugualmente della mia e della vostra! Come lo dice il cantico: Il misero peccatore ha più pregio ai suoi occhi, che il corteo innumerevole delle stelle nei cieli.
In tutti i tempi gli uomini si sono dedicati a scrutare e investigare i cieli. Alcuni vi consacrano tutta la loro esistenza. Non è forse più importante consacrare la vostra ad investigare le Scritture? (Giovanni 5:39). Poiché se «i cieli raccontano la gloria di Dio» (Salmo 19:1), la Parola rende testimonianza alla Sua grazia.
Giobbe, allievo ignorante, rimasto muto a riguardo dei grandi fenomeni della natura, poi su quello delle leggi che mantengono l'equilibrio dei mondi, è ora interrogato in zoologia, dal Maestro di ogni conoscenza. La sua votazione in tale materia non sarà migliore.
Quante meraviglie nella creazione di Dio! Osservate ed ammirate nei suoi particolari un animale, una pianta e fino ad un semplice sasso. La minuzia, la delicatezza, la bellezza dei meccanismi naturali concepiti dal divino Ingegnere sono ineguagliabili.
Iddio parla di molte cose in questi quattro capitoli. Di piccole quanto di grandi. Ma son tutte cose che Egli ha fatte. Invece, non vi troveremo una sola parola delle opere del povero Giobbe, Di tutti i suoi meriti, di cui il patriarca aveva tuttavia fatto la lunga enumerazione, l'Eterno non può tener conto neppure di uno. Senza la croce su cui in anticipio Iddio portava lo sguardo (Romani 3:25), sì, senza la croce, un tal uomo era perduto. Amico, che avete forse ancora fiducia nei vostri proprî sforzi e nelle vostre capacità , guardate al Signore. Egli stesso ha compiuto delle grandi cose che esaltano la sua sapienza,... ma, soprattutto, l'opera della vostra salvezza che magnifica il suo amore.
La scienza comprende tre diversi campi: l'osservazione, la teoria e infine l'applicazione. I due ultimi di questi aspetti della scienza nutrono l'orgoglio degli uomini.
Nello stesso ordine d'idee, l'impiego del cavallo da guerra descritto qui non ha forse caratterizzato in ogni tempo questa vanità umana? (ved. Salmo 147:10).
Invece l'osservazione della natura deve condurre una mente retta alla conoscenza del Creatore, conoscenza che umilia sempre, e Giobbe aveva bisogno d'essere umiliato. L'Eterno gli ha parlato della sua creazione. Giobbe ne conclude giustamente: «Ecco, io sono una creatura da nulla» (versione corretta). Ma non può ancora dir di più. Prima, si era proposto di discutere con Dio, per così dire da pari a pari. Egli aveva persino dichiarato: «Avrei caro di ragionar con Dio» (cap. 13:3; vedere 10:2; 23:3-4). Ora che l'occasione si presenta comprende, dinanzi a tutta la grandezza del suo Creatore, che non è possibile. à una prima lezione, ma deve impararne ancora un'altra. Elihu aveva detto: «Iddio parla bensì una volta, e anche due... L'Eterno parlerà per la seconda volta, e tratterà il vero problema: quello del peccato per aprire la porta della sua grazia.
Il quadro della creazione non sarebbe completo senza la descrizione di due animali misteriosi e terribili Il primo è il behemoth, forse l'ippopotamo, ad ogni modo una bestia formidabile, la cui potenza ricorda quella della morte. Fatto solenne, questa dovette essere la prima delle vie di Dio verso l'uomo colpevole. Come conseguenza della caduta, una spada invincibile, arma la morte, per la sanzione del peccato (vers. 19, vedere Genesi 3:24). Non solo fa di ogni uomo la sua preda, ma tutte le bestie della terra le sono date in pastura (vers. 20).
Anche il Giordano, fiume della morte (vers. 23).
Ma vi è un. mostro ancor più terribile. La morte non ha potere che sulla vita presente, mentre Satana, di cui il leviatan è la figura, trascina con sè le sue vittime nella seconda morte. Di fronte ad un tale nemico, siamo per natura disarmati come un fanciullo che pretendesse prendere il coccodrillo all'amo! Certo, non si scherza impunemente con la potenza del male. Siamo noi dunque in sua balia? No, per la grazia di Dio! Cristo ha trionfato alla croce sul terribile Avversario. Ricordiamoci di quella battaglia definitiva e rimaniamo attaccati a Colui che l'ha vinta (vers. 32).
Sotto la terrificante figura del leviatan, Iddio scopre a Giobbe il suo accusatore del cap. 1, il suo nemico del cap. 2. Un combattente deve conoscere il suo avversario per non sottovalutarlo. Bisogna che il credente sappia qual è la forza di Satana (vers. 3) reso impotente per mezzo della croce, ma di cui non ignoriamo i disegni (2 Corinzi 2:11). Vedete quel che lo caratterizza: la doppia fila dei suoi denti (vers. 4; parag. 1 Pietro 5:8); il suo cuore duro come il sasso (vers. 16), poiché è assolutamente estraneo all'amore divino. Egli è invulnerabile a tutta la forza umana (vers. 17-20), e semina il terrore con la sua arma: la morte che la vince sugli uomini più forti (vers. 17).
Ma Satana è anche «il mentitore» e il seduttore; guardiamoci bene dalle sue illusioni (vers. 10; Giovanni 8:44; 2 Corinzi 11:14). Egli attira le persone nel mondo, questo mare tumultuoso delle passioni umane, presentando le sue risorse come un nutrimento valevole (la caldaia) o come un rimedio ai mali (il vaso di profumo). Sotto un'apparenza di sapienza (la bianca chioma) egli conduce all'abisso, per inghiottire gli stolti che seguono la sua brillante scia (vers. 22:23).
Infine, ricordiamo il titolo spaventevole che gli è dato: «Egli è re su tutte le belve più superbe (vers. 26); nota: «su tutti i figli dell'orgoglio» (vedere 1 Timoteo 3:6).
Giungiamo al termine di questo magnifico libro, alla grande lezione che, finalmente, Giobbe ha capito. La si chiama l'affrancamento, la liberazione dallo sprezzabile «io». Mentre l'Eterno gli parlava, tutta la buona opinione che Giobbe aveva di sè svaniva progressivamente. A poco a poco, egli scopriva con spavento la malvagità del proprio cuore naturale.
«Ho orrore di me â (versione corretta) dichiara egli ora â e mi pento...». Ecco ciò che deve dire un uomo «integro e retto, che teme Iddio e fugge il male» (cap. 1:1), quando sta nella presenza di Dio! â Giobbe è stato vagliato come il grano. Lavoro penoso, ma che l'ha sbarazzato dalla «pula» della sua propria giustizia. Egli può ora fortificare i suoi fratelli e pregare per i suoi amici (vers. 8, parag. Luca 22:31-32).
L'Eterno ha biasimato i tre consolatori molesti. Egli ne manda altri a Giobbe, i quali recano una vera simpatia. E, non soltanto Egli ristabilisce il patriarca nella condizione di prima, ma gli dà il doppio di tutto quello che possedeva precedentemente. Tuttavia Giobbe ha ora acquistato qualcosa di molto prezioso: ha imparato a conoscere Dio, e ad un tempo a conoscere se stesso.
I Salmi, divisi in cinque libri, costituiscono, in certo qual modo, la raccolta dei cantici ispirati del popolo d'Israele. Sono stati chiamati talvolta «il cuore delle Scritture», perché sotto la loro forma poetica esprimono anzitutto dei sentimenti. Sentimenti dei fedeli Israeliti durante e dopo il regno dell'Anticristo: sofferenza, angoscia, timore... ma anche fiducia, gioia, riconoscenza. E ad un tempo sentimenti e affetti del signore Gesù che entra in anticipo in simpatia nelle afflizioni di quel «residuo» giudeo (ma Lo vedremo ugualmente nei suoi proprî dolori). Infine, sentimenti che i credenti di tutti i tempi possono provare nelle loro circostanze.
I primi versetti del Salmo 1 definiscono i caratteri dei beati che possono cantarli. E, cosa notevole, prima d'ogni altro carattere, Iddio mette quello della separazione dal male. Quante applicazioni ha questo primo versetto nella nostra vita di ogni giorno! à la condizione indispensabile per godere della Parola (vers. 2) e per «portare del frutto» (vers. 3; parag. Geremia 17:7-8; vedere anche Giovanni 15:5). Cristo, come Uomo, ha realizzato perfettamente quella «messa da parte», quel piacere nella legge dell'Eterno e infine quella pienezza di frutto portato alla gloria di Dio.
(Lo studio dei Salmi sarà continuato, se Dio lo permette, all'inizio del prossimo volume.)
Servando dâintroduzione all'insieme del libro, i primi due Salmi sono complementari. Constatano i due grandi peccati d'Israele che ha rigettato la doppia testimonianza di Dio al popolo:
Troviamo in questo secondo Salmo i pensieri di Dio verso Colui che è «il suo Unto» [cioè Messia o Cristo] (vers. 2), il suo Re (vers. 6), il suo Figlio (vers. 7, 12, citato in Atti 13:33). Altrettanti titoli nei quali si discerne tutto lâamore del Padre per questo Figlio. Dio veglierà affinché Gesù sia onorato su questa terra, ove Egli è stato disprezzato. Un tempo Erode e Ponzio Pilato, con le nazioni e i popoli d'Israele, si sono radunati contro Lui (vedere Atti 4:25 a 28). La sua croce ha portato questa iscrizione oltraggiante: «Gesù il Nazareno, il Re dei Giudei», come per dire a Dio: Ecco quel che facciamo del tuo Re. Ma in un tempo futuro, quando la rivolta delle nazioni si sarà scatenata, allora apparirà il giusto Re che Dio riserba alla terra (Salmo 89:27-28). Così fin dall'inizio dei Salmi, per incoraggiare il fedele nelle sue distrette, Dio si presenta (vers. 6) come dominante la situazione e conducendo tutte le cose a quel glorioso scopo finale.
Riteniamo ancora per noi lâesortazione del vers. 11: «Servite l'Eterno con timore» (vers. 11). «Con gioia», dice anche il Salmo 100:2. «Con tutto il vostro cuore», completa 1 Samuele 12:20.
Molti salmi sono stati composti in circostanze speciali che ne hanno ispirato il contenuto. Davide fuggente dinanzi ad Absalom è stato lâoccasione di cui Dio si è servito per darci questo (2 Samuele cap. 15 a 18). Mentre il figlio indegno complotta contro il padre, «il dolce salmista d'Israele» (2 Samuele 23:1), invece di preparar la sua difesa, esprime in un cantico la sua fiducia nel suo Dio. Che importa il numero dei nemici, poiché Dio si è posto come uno «scudo» protettore fra quelle «miriadi di popoli» e il suo diletto? (paragonare Genesi 15:1; Deuteronomio 33:29). Talché quest'ultimo può godere d'un sonno placido tra i più grandi pericoli, sapendo che l'Eterno veglia tu di lui (vers. 5). Un'occasione della vita del Signore illustra questa perfetta tranquillità : durante la tempesta, allorché le onde infuriate già riempiono la barca, «Egli stava a poppa, dormendo sul guanciale» (Marco 4:37-38). Vedete anche l'apostolo Pietro in prigione: Erode stava per farlo comparire l'indomani, senza dubbio per farlo morire, Ma egli, lungi dal preoccuparsene, dormiva tranquillamente in mezzo a due soldati, legato con catene (Atti 12:6). Preziosa fiducia! Ci conceda Dio di realizzarla!
Il versetto 8 ci mostra che, per Davide, la benedizione del popolo ha più valore della propria sicurezza. Israele è sempre il popolo di Dio, benché in rivolta contro il Suo Unto.
Al Salmo 3, lâEterno era la protezione del fedele; al Salmo 4 Egli è la sua parte. L'uomo pio possiede la certezza che Dio lo ha scelto (vers. 3). Ma si trova ancora in un mondo ove regnano la vanità e la menzogna (vers. 2) e non può che soffrire. «Chi mi farà veder del bene?» (versione corretta), ecco la domanda che si pone in un tale mondo. Questo bene non lo troveremo attorno a noi, né ancor meno in noi! Il solo vero bene è quello che Dio produce. Egli ce ne mostra la perfetta espressione nella vita del suo Figlio, «l'uomo pio», che lo ama, per eccellenza, il solo di cui si potesse dire: «Egli fa ogni cosa bene» (Marco 7:37).
Dio è la sorgente di ogni bene, ma anche di ogni vera gioia, «Tu mâhai messo più gioia nel cuore», dichiara il salmista (vers. 7). Questa gioia non dipende dall'abbondanza dei beni materiali (fine del vers. 7; parag. Abacuc 3:17-18). Lo stesso capitolo dei Filippesi che ci esorta a rallegrarci sempre nel Signore, ci ricorda che un credente può essere felice nelle privazioni come nell'abbondanza (Filippesi 4:4 e 12). La gioia divina può riempir l'anima, anche nella distretta. Le circostanze non lo influenzano, perché essa ha la sua sorgente in Colui che non cambia (Ebrei 13:8). Caro lettore, è questa gioia nel tuo cuore?
Alla fine del Salmo 4 abbiamo visto il credente coricarsi e addormentarsi. Qui lo consideriamo al suo risveglio. La pietà dovrebbe manifestarsi in tutti i momenti della nostra vita. Che cosa vede Dio nella nostra camera, sera e mattino? Pensiamo al suo santo sguardo a cui nulla può sfuggire. E che cosa può udire? à Egli abituato al suono della nostra Voce? Fin dallâalba, all'inizio del giorno (Salmo 63:1), la prima occupazione della giornata, la preghiera del salmista saliva verso il suo Re, verso il suo Dio. Imitiamolo, cari amici credenti, con tanta più prontezza e libertà in quanto il Dio al quale ci rivolgiamo è, in Gesù, il nostro Padre. Nel Salmo 4, la preghiera era un semplice grido (vers. 1 e 3). à sufficiente perché Dio l'ascolti. Ma qui, la richiesta è esposta, formulata in modo preciso. Oramai il fedele può aspettare tranquillamente una risposta, senza scoraggiarsi se essa indugia a venire. E soprattutto senza cercare di ottenerla altrimenti.
Il soggetto della fiducia di fronte alle mire dei malvagi è procacciato: à notevole che il vers. 9 che si applica ai nemici, sia citato in Romani 3:13 per qualificare tutti gli uomini, voi ed io compresi. Questo si spiega per mezzo del cap. 5:10 della stessa epistola: eravamo tutti dei nemici di Dio, nella nostra mente e nelle nostre opere malvagie (Colossesi 1:21).
Le prove del credente sono talvolta le conseguenze dirette dei suoi falli. Egli si trova allora sotto il governo di Dio, che lo riprende e lo castiga (vers. 1; parag. Geremia 31:18). Fu il caso di Davide dopo il terribile fatto di Uria lâHitteo, come pure dopo il censimento. Ahimè! non si tratta più di gioia e di pace come al Salmo 4:7-8. Invece di meditare nel suo cuore sul suo letto (Salmo 4:4), il colpevole allaga di pianto amaro il suo letto (vers. 6). Sapendo di aver meritato ciò che gli accade, è inseguito dal rimorso e dal sentimento d'aver offeso Dio. Il timore della morte può anche impadronirsi dell'anima sua (vers. 5). Non ha più la felice libertà che una buona coscienza dà . Tuttavia, anche in questa caso, Dio può essere trovato, poiché ama troppo il suo riscattato per lasciarlo nella disperazione; Egli ode la sua supplicazione e riceve la sua preghiera (vers. 9). E, come ad Ezechia, tormentato sul suo letto alla prospettiva della morte, gl'indirizza questa parola consolante: «Io ho udito la tua preghiera, ho veduto le tue lagrime... io ti libererò...» (Isaia 38:5; parag. vers. 5 con Isaia 38:18). Sì, ad un tratto Davide riceve la sicurezza che la sua preghiera è esaudita. Le circostanze non son cambiate, ma già la sua fede trionfa in speranza.
Per comprendere i Salmi e specialmente per non meravigliarci di certe parole severe a riguardo dei malvagi, bisogna tener presente questa cosa: I credenti che così si esprimono non fanno parte della Chiesa. I Salmi si applicano propriamente al periodo che seguirà il rapimento della Chiesa. Certamente, possiamo appropriarci molti preziosi versetti: per esempio, tutti quelli che esprimono la fiducia (vers. 1), la sofferenza dinanzi allâingiustizia (vers. 9), la lode (vers. 17) e ben altri sentimenti. Ma non è il tempo di invocare il giudicio di Dio come accade nei Salmi (vers. 6 per esempio). La nostra preghiera di credenti non è: «Condannali, o Dio!» (Salmo 5:10); ma alla scuola del nostro divin Modello, impariamo a dire: «Padre, perdona loro...» (Luca 23:34) o come Stefano, suo discepolo: «Signore, non imputar loro questo peccato» (Atti 7:60). Invece, quando il tempo della grazia sarà terminato (e sta per esserlo), pregare per la distruzione dei malvagi sarà secondo il pensiero di Dio. Poi è soltanto così, e dopo il giudicio degli empi, che deve stabilirsi il regno terrestre del Figlio dell'Uomo, di cui ci parlerà il Salmo 8.
Il Salmo 8 comincia con lo stabilire la piccolezza dellâuomo in rapporto con la creazione, cosa che ognuno di noi ha potuto sentire contemplando per esempio la prodigiosa immensità d'un cielo stellato! «Che cos'è l'uomo?» Poi, dopo esser stati, in qualche modo, condotti alla nostra umile proporzione, impariamo che, tuttavia, Dio aveva in vista delle cose magnifiche e gloriose per l'uomo e per mezzo dell'uomo. Ma come realizzarle con un essere peccatore e mortale? Come coronare di gloria e d'onore una creatura immersa nella miseria e nella corruzione? Allora quel che Dio non ha potuto fare per mezzo del primo Adamo, lo ha compiuto in Cristo, il secondo Uomo. Sì, il Creatore stesso ha rivestito il corpo ch'Egli aveva creato. «Egli è stato fatto di poco minor degli angeli.» L'epistola agli Ebrei 2:6 a 9, che cita completandoli i nostri versetti 4 a 6, ne dà il motivo inscrutabile: a causa della morte che Egli ha dovuto conoscere. E questa natura umana che il Figlio ha presa è stata condotta da Lui al suo destino finale che è la dominazione universale (vers. 5 a 8; 1 Corinzi 15:27...). Cristo, Uomo risuscitato, coronato di gloria e d'onore, introdurrà altri uomini con Lui nel cielo e li farà partecipare alla sua gloria.
Dio stesso ha dato il suo unigenito Figlio (Giovanni 3:16). Questi ha lasciato la sua vita (Giovanni 10:18). Ma nulla toglie alla responsabilità di quelli che lâhanno condannato. Così nel Salmo 9 assistiamo al giudicio delle nazioni. E non è certamente senza motivo che le parole ebraiche «Muth Labben», cioè la morte del Figlio (senso probabile) figurano nel suo titolo. Esse ci ricordano la causa di quel giudicio: l'oltraggio fatto a Dio dal mondo crocifiggendo il suo Diletto. Un terribile castigo sta sospeso sul popolo dei suoi uccisori. Paziente da quasi duemila anni, Dio perdona ad ogni peccatore che si pente e si volge verso Lui. Ma è impossibile che Egli non ricordi le sofferenze e la morte dell'Uomo perfetto. La sentenza della sua ira, tanto a lungo contenuta, si eseguirà infallibilmente. «Egli ha preparato il suo trono per il giudicio» (vers. 7). Il mondo che è responsabile della morte del Figlio di Dio dovrà rispondere anche del sangue e delle lacrime versate dai fedeli di tutte le dispensazioni. Dio vendicherà allora l'oppresso (vers. 9), gli afflitti di cui non ha dimenticato il grido (vers. 12). E a tutti quelli che non avranno voluto conoscerLo in grazia, Egli si farà conoscere per mezzo del giudicio (vers. 16).
Sotto il loro aspetto profetico, i salmi 9 e 10 sono strettamente legati:
Però le macchinazioni dei malvagi non sono che per un tempo limitato. Il loro nome sarà cancellato per sempre; le loro devastazioni giungeranno alla fine per sempre. Dio lâha rivelato al credente nel Salmo 9 (vers. 5 e 6) come per fortificare la sua fede prima di lasciargli fare l'esperienza di tutta la loro malvagità nel Salmo 10: concupiscenza, orgoglio, incredulità , perfidia, violenza..., questi caratteri esistono nel mondo attuale. Ma essi raggiungeranno la loro completa misura quando colui che ritiene (lo Spirito Santo) sarà partito, nei giorni dell'Anticristo di cui questi versetti ci fanno il sinistro ritratto (vedere 2 Tessalonicesi 2:7- 8). Che cosa può fare il credente dinanzi a questa invasione di male? Appoggiarsi su Colui che è seduto per sempre (Salmo 9:7) e realizzare l'esortazione del Signore: «Possedete le anime vostre con la vostra pazienza» (Evangelo di Luca 21:19, versione corretta).
Il vers. 2 pone davanti al fedele provato unâaltra verità rassicurante: Il malvagio rimarrà sempre preso nella propria rete (parag. Salmo 7:15; Salmo 9:16).
Il Salmo 9 terminava col pensiero che le nazioni «non son altro che mortali»; il Salmo 10 termina chiamando il persecutore: «lâuomo che è della terra». Credenti, non dimentichiamo mai che siamo del cielo.
Dio mantiene oggi nel mondo delle autorità : governi, magistrati, poliziotti... che son da Dio (Romani 13:1). In modo generale esse assicurano lâordine, la giustiziae la pace. Ma dopo il rapimento della Chiesa, verrà un tempo chiamato «la grande tribolazione», in cui tutto ciò che contribuisce alla sicurezza degli uomini («i fondamenti») sarà abbattuto e distrutto. La domanda del vers. 3 mette alla prova i giusti di quel tempo. Cederanno forse alla tentazione di fuggire, come l'uccello spaventato vola via per sfuggireal pericolo? No; la loro fiducia non è in un rifugio terrestre (il monte) per quanto potente e stabile possa apparire (vers. 1). Essa riposa su Colui che èimmutabile perché il suo trono è nei cieli (vers. 4). Amici, che ne è della nostra fede? Se il Signore dovesse toglierci i nostri principali punti d'appoggioquaggiù: famiglia, amici, salute, beni materiali, si potrebbe vedere in chi ci siamo confidati? E se pensiamo alle fondamenta della verità , constatiamo che sono scosse dappertutto nella cristianità . Che deve fare il giusto? Separarsi di tutto quello che attacca e distrugge i pilastri della verità divina.
Lo sguardo di Dio scruta i figli degli uomini (vers. 5; Salmo 7:9). à così che il Signore leggeva in tutti i cuori (vedere per esempio Luca 7:39-40; 11:17; 22:61). Pensiero molesto e insopportabile per «il malvagio»! Prezioso sentimento per il giusto! à per il suo bene che è così investigato (Salmo 139:23-24).
Questo Salmo traduce la sofferenza dâun'anima abbattuta dal sentimento dell'ingiustizia che la circonda. Davide, che l'ha composto, aveva avuto molte occasioni di provarlo personalmente. La doppiezza e l'odio geloso di Saul (1 Samuele 18:17...), le vili intenzioni degli abitanti di Keila (cap. 23:12), il doppio tradimento degli Zifei (cap. 23:19; 26:1), e quello più perfido di Doeg l'Edomita (cap. 22:9-10), l'ingratitudine sprezzante di Nabal (cap. 25:10-11), tutto ciò non poteva lasciare Davide indifferente. Certo, ogni volta ha anche potuto fare l'esperienza della preziosa risposta divina: «Io metterò in sicurtà colui contro il quale si sparla» (vers. 5). Ma la sua propria misura della verità non era perfetta (vedere 1 Samuele 20:6; 21:2...). Invece la santità del Signore Gesù lo rendeva interamente sensibile alla falsità e all'astuzia dei suoi avversari (di cui Luca 20:20 ci dà un esempio). Più un cristiano si terrà nella luce, e più soffrirà dell'atmosfera corrotta di questo mondo. E allora la sua penosa esperienza della lingua bugiarda, ipocrita e orgogliosa degli uomini (vers. 2 e 3), quanto più lo farà godere per contrasto della purezza e del valore pratico delle parole del suo Dio (vers. 6). «La tua parola è verità » (Giovanni 17:17; Salmo 119:140).
Il Signore Gesù dichiara, a proposito della tribolazione che il residuo di Giuda attraverserà durante i tempi apocalittici, che non vâè stato l'uguale dal principio della creazione, né mai più vi sarà . Aggiunge che a cagion degli eletti, Dio ha abbreviato quei giorni (Marco 13:20; vedere anche Romani 9:28). Si può dunque comprendere quel grido d'angoscia: «Fino a quando?» ripetuto quattro volte nel nostro Salmo, come pure in parecchi altri. à per rispondere a questo grido che «ha abbreviato quei giorni». Benché il credente non possa mai conoscere una tale distretta (vedere anche la promessa d'Apocalisse 3:10), pure può trovarsi più o meno a lungo nello scoraggiamento e pensare che Dio lo dimentichi o gli nasconda volontariamente la sua faccia (vers. 1). Questo ci è forse accaduto? Come uscire allora da questa buia galleria? Anzitutto cessiamo di tormentarci e di consultare con dolore il nostro cuore (vers. 2). E ricordiamo quell'esclamazione trionfante: «Chi ci separerà dall'amore di Cristo ? Sarà forse la tribolazione, o la distretta, o la persecuzione...» (Romani 8:35...). Il segreto che rianimerà la nostra fiducia e la nostra gioia, sarà il ricordo della sua bontà e della sua salvezza (vers. 5).
Stolto veramente, colui che, dinanzi a tutte le testimonianze che Dio ha dato della sua potenza e del suo amore, chiude gli occhi, indura il cuore e dichiara: Non câè Dio! (vers. 1; Salmo 10:4; Geremia 5:12). Ma se anche tutti gli uomini non sono atei, tutti, senza eccezione, sono sprovvisti della vera intelligenza. Poiché nessuno ricerca quel Dio di cui riconosce l'esistenza â a meno che Egli stesso non operi nel suo cuore.
Non è brillante questo quadro dellâumanità come Dio può contemplarla dai cieli. Ma, non dimentichiamolo, questa razza ribelle e corrotta per natura, è la mia ed è la vostra.
Dopo la triste constatazione del Salmo 14: ... «Non vâè alcuno che faccia il bene...», il Salmo 15 può a giusto titolo presentare la domanda: «Chi dimorerà nella tua tenda...?» Il cap. 3 dei Romani, che cita i versetti 1 a 3 del Salmo 14, rivela in seguito la meravigliosa verità che ci concerne: Di mezzo a questi uomini, che si son tutti dimostrati peccatori, Dio giustifica gratuitamente tutti quelli che credono (vers. 10 a 12 e 22 a 26).
I caratteri dellâIsraelita fedele sono pure quelli che la grazia può produrre in un cristiano: Giustizia e verità nel cammino, negli atti e nelle parole; bontà verso il prossimo; apprezzamento del bene e del male secondo la misura divina (leggere Isaia 33:15-16).
Come lo mostrano le citazioni nel libro degli Atti (cap. 2:25 e cap. 13:35), questo salmo si applica direttamente allâUomo Cristo Gesù. D'altronde, chi altro fuor di Lui oserebbe dichiarare: «Io ho sempre posto l'Eterno davanti agli occhi miei»? (vers. 8). Lo contempliamo qui, non come un Salvatore (sarà al Salmo 22), ma come un Modello. Non come Figlio di Dio, ma come l'Uomo di fede per eccellenza. Come Figlio di Dio, non ha bisogno d'essere preservato (vers. 1) e la sua bontà si confonde con quella di Dio stesso (vers. 2; vedere Marco 10:18). Ma la fiducia, la dipendenza, la pazienza, la fede, in breve tutti i sentimenti che vediamo brillare in questo salmo a riguardo d'un Dio conosciuto e onorato sono dei sentimenti umani. Per manifestarli in perfezione, Cristo è venuto a vivere sulla terra (e in quali condizioni!) la vita d'un uomo... ma d'un uomo senza peccato! Egli ci appare sottomesso a Dio, il Signore (vers. 2); che trova la sua gioia nei credenti (vers. 3); nella parte che il Padre Gli ha riserbata (vers. 5 ed Ebrei 12:2); infine nell'Eterno stesso (vers. 8:9 e 11). Egli è fiducioso fin nella morte stessa (vers. 10), cammino ch'Egli ci ha aperto affinché vi camminiamo sulle sue tracce!
Al Salmo 16 abbiamo ammirato la fiducia dellâUomo perfetto. Al Salmo 17 la sua giustizia è davanti a noi. Ma essa è pure e anzitutto davanti a Dio che vi trova un'intera soddisfazione. Gli uomini vedono soltanto il cammino di qualcuno; ma Dio va più lungi e guarda ai motivi che regolano questo cammino. Il Salmo 11:5 ci ha appreso che «l'Eterno scruta il giusto...». Ora ecco il risultato dell'esame attento del cuore di Gesù: «Tu non hai rinvenuto nulla; la mia bocca non trapassa il mio pensiero» (vers. 3; parag. Giovanni 8:25). Meraviglioso Modello! Vegliamo onde i nostri pensieri siano sempre in perfetto accordo con le nostre parole e reciprocamente.
Dâaltra parte impariamo a conoscere e adoperare la Parola di Dio come l'ha fatto Lui. Se ne è servito per guardarsi dalle vie dei violenti, da Satana stesso (vers. 4; Matteo 4:4,7,10).
I versetti 14 e 15 sottolineano il contrasto fra «gli uomini del mondo la cui parte è in questa vita» e il giusto (Cristo, ma anche il credente) la cui parte è celeste (Salmo 16:5). Pur soffrendo al presente per la giustizia, egli pensa alla risurrezione e allâOggetto dei suoi affetti: «Mi sazierò, al mio risveglio, della tua sembianza» (vers. 15; parag. Salmo 16:11).
Con alcune varianti, questo Salmo è riprodotto con la sua soprascritta nel cap. 22 del 2° libro di Samuele. Costituisce una grande profezia sulla morte, la risurrezione, lâesaltazione, la vittoria finale e il regno del Messia. I tre primi versetti ci danno il tema, che sarà in seguito svolto a lungo; vale a dire in che modo «il Servitore dell'Eterno» è stato liberato (vedere titolo). Il Signore Gesù ci insegna, con la propria esperienza, ciò che Dio è per chi si confida in lui. «L'immensità della sua potenza» verso di noi che crediamo è stata mostrata nella risurrezione di Cristo, nella sua ascensione, nel posto che gli è stato dato al di sopra di tutti i suoi nemici (leggere Efesini 1:19-21). Ciò che Dio era per Gesù, all'ora della distretta (vers. 6) e della calamità (vers. 18), Dio lo è anche per noi. Così, ricordiamoci: le difficoltà che attraversiamo sono altrettante occasioni per conoscerLo in modo nuovo. Sono forse stanco, languente? Egli è la mia forza. La fede mia è sul punto di vacillare? Egli è la mia Roccia. Un pericolo appare? Egli è la mia fortezza, il mio alto ricetto, ove trovo un rifugio assicurato. Sono io alle prese col Nemico? Egli è lo scudo che mi protegge dai suoi colpi. Ma non dimentichiamo che, per Cristo, la sua liberazione era la conseguenza della sua giustizia (vers. 19...) mentre, per quel che ci concerne, se riceviamo il soccorso divino, non è per i nostri meriti, ma perché siamo suoi.
Il Signore Gesù si compiace di farvi conoscere il suo Dio, la cui via è perfetta e la cui Parola è purgata (vers. 30; Proverbi 30:5). Nella prima parte del salmo, Egli ci insegna ad invocarLo nelle nostre afflizioni. Qui ci insegna ad appoggiarci su Lui per il cammino (vers. 33 a 36) e per il combattimento (vers. 34,35,39).
Sappiamo noi per esperienza ciò che vuol dire camminare sui nostri alti luoghi? (parag. Habacuc 3:19). Possiamo noi mettere più ardore ad impadronirci dei nostri beni celesti di quel che un alpinista ne adoperi per conquistare una nuova cima.
Da un punto culminante, si gode dâuna vista più spaziosa e più lontana (vedere Isaia 33:17). Consideriamo quella che si offre a noi alla fine di questo salmo. Gli sguardi si dirigono verso l'avvenire, al momento in cui Dio distruggerà tutti i nemici del suo Figlio. All'orizzonte vediamo spuntare l'aurora del suo regno. Egli sarà stabilito Principe sul suo popolo Israele, ma anche Capo delle nazioni. Con gli occhi dell'anima nostra, contempliamo questo gran Re dei re, che regna in potenza su tutto l'universo, e con la sua presenza, spezza ogni ferro. Era necessario per la gloria di Dio che le nazioni lo lodassero e tutte lo faranno durante il Regno. Però è il nostro privilegio fin d'ora, noi che siamo tratti dalle nazioni, di cantare dei cantici alla gloria del suo nome (vers. 49 citato in Romani 15:9).
Dio si è rivelato successivamente con una doppia testimonianza: la prima è quella della sua creazione (vers. 1 a 6), il cui linguaggio è silenzioso, ma quanto eloquente! Fa conoscere fino agli estremi termini del mondo la sua potenza e la sua sapienza (Atti 14:17). Pensiamo allâalternarsi necessario dei giorni e delle notti. La corsa regolare e benefica del sole, che versa su tutta la creazione luce e calore, è una prova costante della bontà di Dio verso tutte le sue creature (Salmo 136:8; Matteo 5:45).
La seconda testimonianza è quella della Parola (vers. 7 a 11). Santa, giusta e buona, anche se si trattasse soltanto della legge data ad Israele (Romani 7:12), quanto essa è più preziosa ancora adesso che è completa.
Tuttavia questa Parola eccellente non è soltanto un oggetto dâinteresse e d'ammirazione. Essa ammaestra il servitore (vers. 11). Soprattutto: colpisce la sua coscienza che costituisce all'interno di ogni uomo una terza testimonianza! Mette in luce sia i suoi falli nascosti (commessi per errore: vers. 12), sia i peccati volontari: la volontà propria, frutto della fierezza, dell'orgoglio (notate questa distinzione in Numeri 15:27 a 30). à soltanto in seguito a quest'opera che la Parola potrà veramente rallegrare anche il suo cuore (vers. 8).
Allâinizio dell'epistola ai Romani, la stessa tripla testimonianza della creazione (cap. 1:20), della coscienza (cap. 2:15) e della legge (cap. 2:17...) è posta davanti all'uomo per evidenziare il suo stato e condurlo alla salvezza.
Dio ha dato al mondo più che le testimonianze della creazione e della legge menzionate nel Salmo 19: un Testimonio vivente: Gesù Cristo! Noi sappiamo come Egli è stato, o piuttosto come non è stato ricevuto. «Ma a tutti quelli che lâhanno ricevuto Egli ha dato il diritto di diventar figli di Dio» (Giovanni 1:10 a 12; 5:43).
Il Salmo 16 vers. 3 ci ha mostrato lâUomo perfetto che trova tutte le sue delizie nei credenti, quei «santi» e quella «gente onorata» della terra. Inversamente in questo Salmo 20 vediamo Cristo, centro dell'interesse e delle affezioni dei suoi riscattati. Ciò che concerne il vostro Salvatore: le sue passate sofferenze, la sua vittoria, la sua gloria presente e futura, tutto ciò v'interessa forse? Egli pensa a voi, vi ama. E voi, L'amate?
«Gli uni confidano in carri, e gli altri in cavalli; ma noi ricorderemo il nome dellâEterno, del Dio nostro» (vers. 7). Vi è forse oggi qualcosa di cambiato? No, l'uomo moderno pone più che mai la sua vanità nei suoi mezzi di locomozione potenti e veloci, e purtroppo, in molte altre cose. Ma la gloria del cristiano è di appartenere al Signore, di portare il suo nome, quel bel nome di Cristo che è stato invocato su di noi (Giacomo 2:7).
Al Salmo 20 i fedeli si erano rivolti al loro Re. Ora parlano allâEterno di questo Re (vers. 1 a 7). Soggetto che piace al cuore di Dio! Non dimentichiamo che l'oggetto principale del culto cristiano è la presentazione al Padre di Colui che Gli è infinitamente gradito: il suo Figlio Gesù Cristo.
Le «benedizioni eccellenti» che sono ora sue sono messe in rilievo di fronte alle sofferenze e agli oltraggi che furono la sua parte. Così, alla corona di spine risponde una corona dâoro finissimo; alla spartizione dei suoi vestimenti, la maestà e la magnificenza di cui Dio l'ha rivestito (Salmo 45:6 a 8); alla onta della croce succede la gloria della sua risurrezione (vers. 4). Sì, Colui che fu fatto maledizione per noi, è posto per benedizioni in perpetuo. E Colui, da cui Dio distolse per un momento lo sguardo, è ormai ripieno di gioia nella Sua presenza (vers. 6). Possiamo allora chiederci perché lo Spirito non ha invertito l'ordine dei Salmi 21 e 22. Non è forse precisamente perché Dio ha «prevenuto» il suo Figlio con queste benedizioni già preparate per Lui; gliene ha fatto dono in anticipo (parag. Giovanni 17:4-5). Ed anche perché Egli non vuole trattare il soggetto solenne dell'abbandono del suo Diletto (Salmo 22) senza averci dapprima fatto conoscere le sue glorie.
Questa parte delle Scritture devâessere trattata, più di qualsiasi altra, con «piedi scalzi».. Poiché contiene i soggetti più inscrutabili: i sentimenti e le preghiere di Cristo durante le ore della croce. Esposto dapprima alla malvagità degli uomini, soffrendo per la giustizia, Egli conosce in seguito, durante tre ore di tenebre impenetrabili, l'abbandono del suo Dio forte. Completamente solo, l'Uomo perfetto attraversa questa prova senza pari con l'unico sostegno interiore del suo meraviglioso amore. Ed Egli non cessa un istante di confidarsi in Colui che per un momento non può darGli nessuna risposta. Proclama pubblicamente il suo obbrobrio e la sua debolezza (vers. 1, 2, 6), ma nulla che assomigli a impazienza, a disperazione né a reazione di difesa.
Alla croce lâuomo ha dato la sua completa misura; ha mostrato fin dove era capace di giungere nel suo odio, nella sua violenza, nel suo cinismo, nella sua bassezza morale (vers. 6 a 8, 12 e 13, 16 a 18). Ma nello stesso tempo, Dio ha dato pure Lui tutta la misura di ciò ch'Egli è: in giustizia perfetta contro il peccato; in amore perfetto verso il peccatore. La croce ha tutto magnificato. Ah! possa questa contemplazione di Gesù morente per noi produrre nell'anima nostra umiliazione e riconoscenza, amore e santo raccoglimento.
La risposta perviene a Colui che è «fra le corna dei bufali» (parag. versetti 2 e 21). à la risurrezione e ad un tempo la gioia della comunione ristabilita. Ma, nel suo amore, Cristo ha fretta che questa gioia sia condivisa. Così il suo primo pensiero è di far conoscere ai «suoi fratelli» la nuova relazione in cui la sua opera li ha posti, parlando loro del suo Padre che diventa il loro Padre, del suo Dio che diventa il loro Dio (vers. 22; Giovanni 20:17). Contrariamente non si tratta in questo di giudicio. Gesù vi porta i peccati, e per conseguenza tutto non è che grazia e benedizione. Benedizioni per lâAssemblea (composta al suo inizio di discepoli giudei: vers. 22, citato in Ebrei 2:12); per Israele ristorato, chiamato al vers. 25 «la grande assemblea»; per «tutte le famiglie delle nazioni» sotto il regno di mille anni (vers. 27 e 28); infine per tutto il popolo che nascerà durante questo regno glorioso. Come le onde si allargano attorno al centro ove sono state provocate, così le meravigliose conseguenze dell'opera della croce si estendono a tutta la creazione. Talché comprendiamo un poco perché Gesù fu abbandonato (parag vers. 1).
Il buon Pastore ha messo la sua vita per le sue pecore (Salmo 22; Giovanni 10:11). Ora va dinanzi ad esse. Le pascola con tenerezza, non le lascia mancare di nulla. Le pecore ne fanno ogni giorno lâesperienza (vedere Isaia 40:11; 49:10). La riconoscenza constata: non mi è mancato nulla (Luca 22:35), ma la fede afferma: nulla mi mancherà â nulla di necessario all'anima mia.
Tuttavia non sono i verdeggianti paschi né le acque chete che le trattengono in quel gregge. à il fatto che lâEterno stesso, il Signore Gesù ne è il Pastore. Così, dal vers. 4, l'anima si rivolge a Lui direttamente in un'intima comunione: «Tu sei con me...» In tua compagnia, mio Salvatore, non temo neppure la valle dell'ombra della morte. Poiché, tu l'hai vinta, questa morte... e per me, non è più ormai che un'ombra (1 Corinzi 15:55). Rassicurato in tal modo, posso, nonostante la presenza dei nemici potenti, sedermi alla tavola divina ove è stato messo il mio posto. Non per un invito occasionale, bensì tutti i giorni della mia vita (parag. 2 Samuele 9:13). E questo nella casa stessa del Dio di bontà e di grazia #151; del mio Padre â presso il quale dimoro per la fede, aspettando di abitarvi in realtà per sempre.
Al Salmo 22 troviamo un Salvatore. Ã il passato, la croce ove tutto ha inizio. Il Salmo 23 corrisponde al presente: ivi facciamo lâesperienza d'un Pastore. Il Salmo 24 ci apre l'avvenire: vi contempliamo il Re di gloria.
Tutti questi salmi sono di Davide, uomo che conobbe il rigettamento e la sofferenza, ma che fu pure il pastore dâIsraele (2 Samuele 5:2) e re glorioso in Sion. Il Salmo 24 comincia con 1'affermazione dei diritti dell'Eterno sulla terra. La croce vi è stata rizzata (Salmo 22). Essa è al presente una valle oscura (Salmo 23). Ma bentosto l'Eterno vi stabilirà il suo trono. Il mondo e quelli che l'abitano dovranno allora riconoscere Colui a cui essi appartengono e sottomettersi al suo dominio; Gli obbediremo noi fin da oggi?
Per partecipare al Regno, i cittadini debbono possederne i caratteri (vers. 3 a 6). Gesù li ha fatti conoscere fin dal principio del suo ministero (parag. vers. 4 con Matteo 5:8). Egli era il Re, il Messia dâIsraele. Ma il suo popolo lo ha rigettato, così Egli è uscito, portando la sua croce (Giovanni 19:5 e 17). Vedetelo ora, entrare come l'Eterno stesso, il Re di gloria, nel suo regno di giustizia e di benedizioni.
I Salmi 16 a 24 ci hanno occupati specialmente di Cristo, il Messia. Il Salmo 25 comincia una nuova serie (Salmo 25 a 39), in cui si tratta del «residuo» e del fedele in generale. In certe edizioni della Bibbia, ci sono degli asterischi * che segnalano il principio dâuna nuova serie di salmi e che anche, nel testo, separano i pensieri principali. Ci aiutano in questo Salmo 25 a notare due preghiere: vers. 4 a 7 e 16 a 22. Prendiamo specialmente per noi le richieste dei vers. 4 e 5: «...Fammi camminare nella tua verità » (Salmo 43:3). Era un gran soggetto di gioia per l'apostolo Giovanni l'aver trovato nella famiglia della «signora eletta» dei figli che camminavano nella verità (2 Giovanni 4).
Ma come camminare senza conoscere la via e i sentieri? Dio li insegna; e notate come lâanima vi progredisce (vers. 8 a 10 e 12). Tuttavia è richiesta una condizione: «Il segreto dell'Eterno (cioè le sue intime comunicazioni) è per quelli che lo temono» (vers. 12 e 14). Vale a dire che Dio non rivela i suoi pensieri e non fa conoscere la sua Parola se non a quelli che sono disposti a sottomettervisi. Ecco soprattutto perché vi è molta ignoranza nella cristianità ... e anche sovente nella nostra propria mente.
Al Salmo 25 il fedele aveva dei peccati da confessare (vers. 7, 11, 18). E la sua preghiera era: «Fammi camminare nella tua verità ». Qui il tono cambia. Il credente sta davanti a Dio con una buona coscienza (vers. 1, 2) e può dichiarare: «Cammino nella tua verità » (vers. 3). Egli è uno di quei beati che, secondo il Salmo 1:1, non si sono associati a quelli che fanno il male (vers. 4, 5). Ha dinanzi a sé unâoccupazione ben preziosa, che assorbe tutti i suoi pensieri: quella dei versetti 6 e 7. â Fare il giro dell'altare di Dio! (vers. 6). A che cosa corrisponde questo per noi? Non è forse considerare sotto tutti i suoi aspetti l'opera della croce e le varie glorie di Colui che fu il perfetto Sacrificio? Possiamo allora «far risonare voci di lode» e raccontare tutte le meraviglie operate dalla grazia (vers. 7).
La vita cristiana non consiste soltanto a ritirarsi dallâiniquità . Dopo essersi purificato dai vasi a disonore, il riscattato trova quelli che, con lui, invocano il Signore di cuor puro (2 Timoteo 2:21 e 22). Qui il fedele, che «odia l'assemblea dei malvagi» (vers. 5), gode della dimora della gloria del suo Dio e benedice l'Eterno «nelle assemblee» (vers. 12). La presenza del Signore nel radunamento dei due o tre radunati nel suo Nome, è forse una gioia per il vostro cuore? (Matteo 18:20)
In questo salmo brilla tutta la fiducia del credente in Colui che è la sua luce, la sua salvezza, il baluardo della sua vita (vers. 1; parag. Salmo 18:27, 28, 29). Lâepistola agli Efesini lo conferma: il Signore è ad un tempo la luce e la forza del cristiano (Efesini 5:14; 6:10). Chi ha realizzato questa fiducia verso Dio come il Signore Gesù? Come il Salmo 22 è quello della croce, questo si è potuto chiamare «il Salmo del Giardino degli Ulivi». Il vers. 2 evoca in modo sorprendente quella folla, armata di spade e bastoni, che si avanza, condotta da Giuda, per impadronirsi del Signore. Alla sua sola parola «Sono io», essi retrocedono e cadono a terra (Giovanni 18:6).
à nella casa dellâEterno che il salmista cerca il suo rifugio (vers. 3 a 5; parag. 2 Re 19:1 e 14), preziosa figura della comunione, «una cosa» per eccellenza che dobbiamo chiedere e ricercare. Ora questa comunione non è soltanto per il tempo della prova, ma per «tutti i giorni della mia vita». Essa è «il clima» necessario per discernere la bellezza del Signore e fare progressi nella sua conoscenza.
Lâultimo versetto, come una risposta divina, viene a calmare tutti gli allarmi del credente: «Sì, spera nell'Eterno».
Le supplicazioni che udiamo in questo salmo non hanno nulla di paragonabile con le preghiere fiduciose che un cristiano può oggi rivolgere al suo Dio Padre. Timore di non ricevere risposta, spavento dinanzi alla morte, paura dâessere trascinato con i malvagi, infine appello del giudicio su questi; tali son qui i sentimenti del fedele Israelita dei tempi della fine. Ma questa grande distretta fa risaltare maggiormente la risposta che ottiene e la gioia che ne prova (vers. 6 a 9). «L'Eterno è la mia forza», dichiara egli al vers. 7.
Ci ricordiamo un episodio della storia di Davide, autore del nostro salmo. Di ritorno a Tsiklag, dopo aver corso il rischio di combattere contro Israele a lato dei Filistei, trova la città incendiata e tutti i suoi abitanti condotti in cattività . Egli è in grande distretta. Ma che cosa ci è detto di lui?: «Ma Davide si fortificò nellâEterno, nel suo Dio» (1 Samuele 30:6). Per realizzare che tutta la nostra forza è nel Signore (2 Corinzi 12:10) è talvolta necessario fare, come lui, l'esperienza della nostra completa debolezza.
Notiamo pure che la risposta divina produce la lode nel cuore del credente. E non dimentichiamo mai di esprimergliela (Isaia 25:1)!
Questo salmo ha anzitutto un valore profetico. Verrà il momento in cui le potenze della terra dovranno sottomettersi allâEterno. La dominazione delle nazioni (questi «figli dei potenti») su Israele avrà fine, poiché è al suo popolo che il Signore darà la forza, quando si sederà re in perpetuo (vers. 10 e 11).
Non è forse potente e magnifica questa voce del Creatore che tutti gli uomini hanno occasione di udire? Dio parla loro attraverso i fenomeni naturali: vento, tuono, valanghe o terremoti... che colpiscono lâanima con un sentimento di grandezza e terrore... purtroppo, in generale, ben passeggero! Ma anzitutto è per mezzo di Gesù Cristo, la Parola fatta carne, che Dio s'è rivolto al mondo (Giovanni 1:14; 18:37). Fu la voce della potenza divina «sulle grandi acque» (vers. 3), quando con una parola Egli faceva cessare la tempesta (Marco 4:39). Ma anche il suono dolce e sommesso (1 Re 19:12) della voce dell'amore che dice al povero peccatore: «La tua fede t'ha salvato, vattene in pace» (Luca 7:50; 8:48...).
Date allâEterno gloria e forza! (vers. 1). Riscattati del Signore, è proprio quel che abbiamo il privilegio di fare fin d'ora, dinanzi a «Colui che ci ama» (Apocalisse 1:5 e 6).
I tre primi versetti di questo Salmo 30 possono, come la seconda metà del Salmo 22, essere messi in bocca a Cristo dopo la sua risurrezione. Questa è sempre considerata nei salmi come una liberazione operata da Dio (parag. Giovanni 10:18).
«Un momento nella sua ira... una vita nel suo favore...». Veri per il residuo dâIsraele, questi vers. 1 a 5 sono atti ad incoraggiare tutti i riscattati, ricordando loro che, se devono passare per una «leggiera tribolazione d'un momento», questa produce per loro «un peso eterno di gloria» (2 Corinzi 4:17). Alle lacrime che sono la parte di molti nella buia notte di questo mondo, subentreranno bentosto i canti di gioia, al mattino del giorno eterno. Però, anche nella notte, nelle prove, colui che conosce il Signore possiede una gioa interiora che gli permette di cantare (Salmo 42:8; Giobbe 35:10).
Scoraggiarsi nella prova è un pericolo! Inversamente, un credente nella prosperità rischia di appoggiarsi su questa (il mio monte, dice il Salmista) e obbliga talvolta Dio a nascondere la sua faccia per condurre il fedele a ricercarLo (vers. 6 a 8). Qual è il mezzo per sfuggire a questi pericoli? Guardare al di là della notte presente e più in alto del «nostro monte»; considerare tutte le cose nella prospettiva della beata eternità .
«O Eterno, io mi son confidato in Te», tale è ora la ferma dichiarazione del fedele (vers. 1). Poi al versetto 6: «Quanto a me confido nellâEterno». E anche alla fine della nostra lettura: «Ma io mi confido in Te, o Eterno». In mezzo alla tempesta scatenata dagli uomini, egli si aggrappa sempre a questa certezza. Ha trovato il suo rifugio, non più sul suo proprio monte (Salmo 30:7), ma sull'Eterno, sulla sua forte Rocca (vers. 3). «Siimi una forte rocca...», dice al vers. 2. Ma al vers. 3: «Tu sei la mia rocca». Nulla potrà mai abbattere ciò che la fede ha stabilito sopra un tale fondamento (Matteo 7:25). Caro amico, è forse su questa rocca che avete edificato?
Ora, vi è un momento dellâesistenza in cui questa fiducia è più necessaria che in qualsiasi altro. à l'ultimo, quello in cui bisogna lasciar tutto per passare per la morte. In questo oscuro passaggio, nessun appoggio sussiste per l'anima, se non il Dio in cui, ora e per sempre, avremo messo la nostra fede (Proverbi 14:32). Consideriamo il nostro incomparabile Modello. Al momento della sua morte, Cristo esprime questa meravigliosa fiducia nelle sue ultime parole sulla croce (vers. 5). «Padre! io rimetto il mio spirito nelle tue mani» (Luca 23:46; parag. Atti 7:59 â vedere anche l'espressione «nelle tue mani» al vers. 15).
«Per tutto vi è il suo tempo â ci dice lâEcclesiaste â ...un tempo per nascere e un tempo per morire...; un tempo per far cordoglio e un tempo per saltar di gioia...» (Ecclesiaste 3:1 a 8). Ma tutti i nostri tempi sono nella mano del nostro Dio. Ne ha stabilito in anticipo la successione e la durata, e particolarmente ciò che concerne il tempo della prova. E non dimentichiamo quel vers. 15 ogni volta che facciamo dei piani (parag. Giacomo 4:13 a 15).
Con la protezione e la liberazione, lâanima trova presso l'Eterno qualcosa di ancora più prezioso: una bontà grande (vers. 19), ammirevole (vers. 21); una bontà «messa in serbo» per quelli che temono Dio e si confidano in Lui. Non temete di esaurire quella riserva divina. Ma anche come rispondere ad una tale bontà ? Il vers. 23 ce l'insegna: «Amate l'Eterno, voi tutti i suoi santi». Questo comandamento è «il grande e primo» della legge (Matteo 22:37 e 38). Ma non è penoso (vedere 1 Giovanni 5:2 e 3). Poiché, comprendere la bontà del Signore, vuol già dire amarLo! Sì, affinché l'amore verso Lui sia prodotto e mantenuto nel nostro cuore, siamo molto occupati dell'amore Suo per noi (1 Giovanni 4:19).
Quanto più lâanima gemette un tempo sotto il peso dei suoi peccati, tanto più gode la felicità di cui ci parlano i versetti 1 e 2. Siete voi uno di questi beati? Altrimenti il vers. 5 ci traccia la via per diventarlo: quella del pentimento e della confessione (Luca 15:18). «Io non ho coperta la mia iniquità » vale a dire: confessare tutto è sempre il mezzo per cui Dio copre il mio peccato (vers. 1). Invece, se cerco di nasconderlo, bisognerà presto o tardi che Dio lo metta in luce (Matteo 10:26). Il lavoro di Dio comincia con il risveglio della coscienza. Egli fa pesare la sua mano finché il peccatore non sia condotto al ravvedimento, seguito subito dopo dal perdono. Questo perdono ci è presentato qua sotto tre aspetti: il ritiro d'un fardello (vers. 4), il fatto di coprire la sozzura (vers. 1), l'annullamento del debito (vers. 2).
Poi viene il cammino nei vers. 8 e 9. Non câè animale più focoso del cavallo. Noi gli assomigliamo sovente con la nostra prontezza ad avanzare senza riflessione e senza, anzitutto, pregare. Ebbene! Tutta l'energia spiegata così si rivelerà alla fine cosa vana (Salmo 33:17). Al contrario, rischiamo anche di assomigliare al mulo: il più ostinato degli animali. Ora la caparbietà quanto la precipitazione svelano la nostra volontà naturale. La briglia e il morso illustrano la pressione delle circostanze che Dio utilizza allora per guidarci, quando non vogliamo avvicinarci a lui (v. 9; vedere Proverbi 26:3). Quanto è più prezioso di lasciarci ammaestrare, insegnare, consigliare direttamente dalla Parola e dalla comunione col Signore.
Il primo versetto del Salmo 33 riprende il pensiero finale del Salmo 32. Colui che è diventato un giusto a causa del perdono dei suoi peccati è invitato a rallegrarsi e a lodare lâEterno. Sì, cari amici credenti, cantiamo la nostra riconoscenza a Colui che ci ha lavati dai nostri peccati nel suo sangue. Bentosto, attorno al suo trono, uniremo le nostri voci alla lode eterna. Tuttavia, non dimentichiamolo, questo salmo si applica direttamente e collettivamente all'Israele futuro, quando il rigettamento del suo Messia gli sarà stato perdonato. La sua lode avrà tre temi:
Il cantico nuovo è qui in rapporto con una terra nuova da cui Dio avrà spazzato via lâingiustizia e che avrà riempita della sua bontà . Il consiglio delle nazioni, i disegni dei popoli, saranno stati annientati onde si compiano i consigli eterni di Dio e i disegni del suo cuore (vers. 10 e 11). La sua Parola ha creato i cieli (parag. vers. 6 ed Ebrei 11:3). Essa ora ci rigenera ed opera in noi, in attesa di adempiersi anche in un mondo restaurato. Dio guarda dai cieli e considera tutti gli abitanti della terra (vers. 13-14). Ma, secondo la sua promessa al Salmo 32:8, Egli segue in modo particolare col suo occhio vigilante quelli che Gli obbediscono e s'aspettano al suo amore (vers. 18; vedere anche Salmo 34:15).
Per mostrarci che tutte le nostre circostanze, anche le più umilianti, possono condurci in definitiva a benedire Dio, lo Spirito di Dio si è servito dâun episodio della storia di Davide per dettargli le parole di questo salmo (vedere 1 Samuele 21:10 a 15). Imitiamo «quest'afflitto»: sappiamo come lui magnificare in ogni tempo e dappertutto il nome del nostro Dio!
Al vers. 11, è come se, con amore, il Signore ci radunasse attorno a Sé per rivolgersi a noi: «Venite, figli, ascoltatemi... (vers. 11). Egli ha per ciascuno una parola dâincoraggiamento. Rassicura chi è in pericolo con i vers. 7, 15 e 17 (vedere Isaia 63:9). C'è qualcuno che abbia dei bisogni materiali? Egli risponde alla sua preoccupazione coi vers. 9 e 10. Traversa forse qualcuno il lutto o la sofferenza? Gli indica dove trovare la consolazione (vers. 18). Soprattutto, il suo desiderio è di infonderci fiducia nel Padre suo onde Lo lodiamo con Lui (vers. 3). Gustate â ci dice â quanto l'Eterno è buono (parag. 1 Pietro 2:3). Ma il Signore sa pure che noi abbiam bisogno della sua esortazione: «Guarda la tua lingua dal male... dipartiti dal male e fa il bene; cerca la pace e procacciala» (vers. 13-14; vedere 1 Pietro 3:10 a 12).
LâAngelo dell'Eterno che «s'accampa intorno a quelli che Lo temono e li libera» (Salmo 34:7) è chiamato qui a scacciare e inseguire i nemici del giusto (vers. 5 e 6). Dopo un tempo di pazienza e di grazia infaticabile, d'una grazia rimasta senza risultati, invece di vendicarsi, il residuo si rimetterà a Dio per ottenere la liberazione. Questa liberazione del credente giudeo sarà accompagnata infallibilmente dal giudicio dei malvagi.
Invece, per i cristiani, la loro liberazione non si compirà per mezzo della distruzione deglâingiusti, bensì per il loro rapimento incontro al Signore! I credenti e gl'inconvertiti non rimarranno sempre insieme. Quando il Signore verrà sulla nuvola, i primi saranno ritirati dalla terra, e gli altri vi saranno lasciati per la terribile «ora della prova» (Apocalisse 3:10). Al contrario, alla Sua apparizione in gloria, i credenti di quel tempo saranno lasciati per il regno, mentre i malvagi saranno tolti (Luca 17:34 a 36).
Che ingratitudine quella dellâuomo naturale! Davide ne parla per esperienza, lui che l'ha provata così sovente (vers. 12 a 15). Ma quanto più profondamente l'ha conosciuta e risentita Cristo questa ingratitudine! «Mi hanno reso male per bene, e l'odio per il mio amore» (vers. 12; Salmo 109:5). Tuttavia, in contrasto con gli appelli al giudizio che udiamo qui, la sua preghiera sulla croce stessa fu: «Padre, perdona loro, poiché non sanno quel che fanno» (Luca 23:34).
Se, in quel che ci concerne, non abbiam quasi da fare, come il fedele di questo salmo, con la malvagità degli uomini, non dimentichiamo che la persecuzione è stata ed è oggi ancora la parte di molti cristiani. Come possiamo essere riconoscenti se la libertà di coscienza e di radunamento continua ad esserci concessa nel nostro paese! Il giusto desiderio del credente è di celebrare il Signore in mezzo al suo popolo di riscattati (vers. 18). Apprezziamo questo privilegio, noi che lo possediamo ancora?
In Giovanni 15:25, Gesù si riferisce a questâodio senza cagione di cui è stato l'oggetto (vers. 19). Certamente senza cagione!... e tuttavia l'odio del mondo contro Cristo ed i suoi non deve meravigliarci (1 Giovanni 3:13). à l'odio che Satana ispira agli uomini contro Colui che lo ha vinto. Possiamo forse immaginare sentimenti più terribili di quelli dei vers. 21, 25 e 26? Poche espressioni sono tanto forti per mettere a nudo in tutto il loro orrore le profondità di malvagità del cuore umano: gioia perversa di veder soffrire un innocente. Un innocente che era il Figlio del Dio d'amore, venuto per salvare gli uomini! «Ah, ah! l'occhio nostro l'ha visto» â gridano i schernitori. «Ogni occhio lo vedrà » annuncia Apocalisse 1:7 â non più su una croce, ma in tutta la sua gloria giudiziaria.
Paragoniamo la fine del vers. 4 con lâesortazione di Romani 12:9: «Aborrite il male». L'uomo del mondo, non solo è indifferente al peccato, poiché giudicandolo condannerebbe se stesso. Ma se ne compiace e ne fa il tema favorito della sua letteratura e dei suoi spettacoli. Inoltre questa insensibilità al male lo conduce a vantarsi e a «lusingarsi ai suoi occhi», anche in presenza dell'iniquità più vergognosa (vers. 2; Romani 3:18; Deuteronomio 29:19). Obbligati a vivere in una tale atmosfera, la nostra coscienza di cristiani rischia alla lunga di smussarsi. Ma avremo sempre orrore del male se ci ricordiamo della croce e del terribile prezzo che dovette essere pagato per abolirlo. La bontà di Dio è nei cieli, fuori dell'attacco dei disegni dei malvagi (vers. 7). Nello stesso tempo essa si stende come ali protettrici per mettere al riparo i figli degli uomini (vedere Salmo 17:8). Purtroppo, come gli abitanti di Gerusalemme al tempo del Signore, molti non vogliono saperne del rifugio offerto (Matteo 23:37).
La sorgente della vita e la luce divina, associate nel vers. 9, ci riportano a Cristo, la Parola di cui è scritto: «In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini» (Giovanni 1:4).
Il Salmo 37 non è, come la maggior parte dei precedenti, una preghiera dei fedeli a riguardo dei malvagi che lo tormentano. Anzi è la risposta divina che gli giunge. Non gli reca ancora la liberazione attesa, ma le preziose risorse e le istruzioni per far fronte al male che lo circonda! E quante volte facciamo questâesperienza!: In risposta alla preghiera, il Signore, invece di toglierci la prova, ci dà ciò che abbisogna per attraversarla. Secondo la promessa del Salmo 32:8: «Io t'ammaestrerò e t'insegnerò;... ti consiglierò...» Noi riconosciamo la voce del tenero Maestro. Egli stesso ha messo in pratica gl'insegnamenti che dà qui. E, conoscendo i nostri poveri cuori, Egli sa che la vista del male attorno a noi, può produrvi due sentimenti cattivi: l'irritazione: e la gelosia (vers. 1,7,8; Proverbi 24:1,19). Perciò abbiamo quelle esortazioni che dovremmo leggere sovente: «Non irritarti; confidati; fa' il bene; rimetti la tua sorte nell'Eterno; sta' tranquilla,...» Che preziose promesse anche: «Egli ti darà quel che il tuo cuore domanda...; Egli opererà ». LasciamoLo solo agire! Bentosto, il Dio di pace triterà Satana sotto i nostri piedi (parag vers. 10,17,20 con Romani 16:20).
I passi dellâuomo son diretti dall'Eterno» (vers. 23). L'indipendenza ci caratterizza per natura. Riconoscere che abbiamo bisogno di Dio per ogni passo della nostra vita quotidiana è una verità che non ammettiamo volentieri. Non aspettiamo d'aver fatto numerose cadute per esserne convinti e per accettare il soccorso del Signore.
In questo salmo si tratta del giusto (o dei giusti). à il nome dato al residuo giudeo fedele; questi possederà il paese (vers. 9, 11, 22, 29 e 34) dopo lo sterminio dei malvagi, affermato anchâesso a cinque riprese (vers. 9, 22, 28, 34 e 38). Il riscattato oggi ha il diritto di portare lo stesso titolo (Romani 5:19). Da che cosa il giusto si fa riconoscere? à pietoso e dona (vers. 21). La sua bocca proferisce sapienza e la sua lingua pronunzia giustizia; la legge del suo Dio è nel suo cuore (vers. 30 e 31). Si possono forse osservare, nel nostro cammino di ogni giorno, amore, sapienza, verità , attaccamento alla Parola? Contiamo sulla forza, sull'aiuto, e sulla liberazione di Dio (vers. 39 e 40). Vedere un giusto abbandonato è infatti qualcosa di inconcepibile (vers. 25). E tuttavia sappiamo che fu necessario fosse così del «Giusto per eccellenza» (Giobbe 34:17; Salmo 22:1).
Lâinsegnamento del Salmo 37 sembra essere stato capito. Il fedele non reclama più lo sterminio dei malvagi, che gli è stato espressamente promesso. Invece di irritarsi a cagione di quelli che fanno il male, sente profondamente il proprio peccato (vers. 3 e 4). E ad un tempo egli realizza di trovarsi nella mano di Dio che lo riprende e lo castiga. Ed è in Lui che spera (vers. 15).
Non tocca a lui rispondere a quelli che lo perseguitano; ancora meno vendicarsi. «Tu risponderai, o Signore, Dio mio!» In questi versetti riconosciamo gli insegnamenti del Nuovo Testamento: «Non rendete ad alcuno male per male... Non fate le vostre vendette... io darò la retribuzione, dice il Signore.» (Romani 12:17,19). La sola risposta che abbiamo il diritto di dare al male che ci è fatto, è... il bene; al contrario dei «nemici» (vers. 19), di questi «avversari» che «rendon male per bene» (vers. 20). E il loro motivo ci è svelato qui: «... perché seguo il bene». La gelosia, il desiderio perverso di togliere ciò che metteva in evidenzia, per constrato, la propria malvagità , erano gli orribili sentimenti che hanno condotti gli uomoni a uccidere il Santo e il Giusto (Giovanni 10:32, leggere anche 1 Giovanni 3:12).
Per frenare la volontà propria dâun credente, Dio deve talvolta servirsi della briglia e del morso (Salmo 32:9). E per trattenere la sua lingua, questo piccolo membro indomabile, una «musoliera» può essere necessaria (vers. 1; vedere Giacomo 3:2...). Strumento poco onorevole, ma di cui avremmo bisogno sovente, non lo pensate? Lo Spirito vuole imporre il silenzio alla natura per far portare frutti alla vita nuova e farla parlare.
Noi che abbiamo tanta difficoltà a tacere, soprattutto quando ci vien fatto un torto, pensiamo al perfetto esempio dellâAgnello che non ha aperto la bocca (vers. 9; Salmo 38:13; Isaia 53:7; 1 Pietro 2:23).
«Tu hai ridotti i miei giorni alla lunghezza di qualche palmo...» (vers. 5). Breve esistenza... e nondimeno così follemente sprecata da tante persone, in vana agitazione per accumulare dei beni terrestri! (vers. 6; Ecclesiaste 2:21-23). Non soltanto lâuomo non è che vanità (vers. 5 e 11), ma anche «passeggia fra quel che non ha che apparenza...» (versione corretta). Sulla scena di questo mondo ove il dramma umano sta per finire, i personaggi e la decorazione saranno bentosto messi da parte. «La figura di questo mondo passa» (1 Corinzi 7:31). Ciò che è vero, stabile, imperituro, è quel che appartiene al dominio invisibile e celeste (1 Pietro 1:4). Quando capisce che non si può aspettare niente da questo mondo, il fedele chiede: «E ora, o Signore, che aspetto?». Ed egli stesso dà la risposta: «La mia speranza è in te» (vers. 7).
Salmo glorioso! Cristo, Uomo risuscitato, vi prende la parola per spiegare «le opere meravigliose» e «i pensieri» di Dio (vers. 5) come in quattro quadri successivi. Il primo ci trasporta nellâeternità passata (vers. 6 e 7 citati in Ebrei 10:5 a 9). Lui solo capace di regolare la questione del peccato, il Figlio, si presenta per essere il servitore obbediente: «Ecco, io vengo...» â «Ed è venuto...» dice Efesini 2:17.
Il quadro seguente ci mostra Gesù sulla terra, che annunzia e compie «ogni giustizia» (Matteo 3:15) rendendo una perfetta testimonianza al Dio di bontà e di verità , parlando della sua fedeltà e della sua salvezza. Tutta la vita di Cristo è in questi versetti 8 a 10.
Poi il Salvatore è davanti a noi nellâora solenne in cui deve esclamare: «Le mie iniquità m'hanno raggiunto...» (vers. 12). Le mie iniquità ...? Ma erano le mie e le vostre! Esse sono troppo numerose. Al Salmo 38:4 esse erano troppo pesanti.
E infine, lâultimo quadro per cui ritorniamo ai vers. 1 a 3 (come il Salmo 21 precede il Salmo 22): la «fossa di perdizione» e il «pantano fangoso» hanno fatto posto alla roccia della risurrezione. Cristo, liberato dalla morte per la potenza di Dio ch'Egli ha atteso pazientemente, canta la sua lode e invita gli uomini a volgersi verso Lui per celebrarLo anch'essi (vers. 3).
Per lo Spirito profetico, Cristo, alla fine del Salmo 40 ha dichiarato: «Quanto a me son misero e bisognoso». Povertà volontaria, destinata ad arricchirci! (2 Corinzi 8:9). Beato dunque colui che comprende questo Povero! Ma anche che sa mettersi al posto di tutti i poveri, degli umili, di quelli che soffrono... E beato colui che, in ispirito se non in realtà , prende come il suo Maestro questa posizione di povero! (Matteo 5:3).
Che incoraggiamento porta il vers. 3 ai malati!: anzitutto la promessa del soccorso divino! Anche se lâuomo esterno si disfa, l'uomo interno si rinnova di giorno in giorno per le cure del gran Medico delle anime (2 Corinzi 4:16). Ma inoltre, «tutto il letto» del malato si troverà miracolosamente trasformato. Poiché la presenza del Signore al suo capezzale ha il potere di cambiare il suo languore in gioia. Preziosa visita, atta a far dimenticare l'incomprensione o l'indifferenza di cui il malato ha potuto essere l'oggetto (vers. 8)!
Sappiamo quando il vers. 9 si è adempiuto. Con quale tristezza ha dovuto citarlo il Signore, prima di dare al traditore Giuda «il boccone», che lo faceva riconoscere (Giovanni 13:18 e 26).
Questo 1° libro dei Salmi termina con una lode eterna a cui, amici credenti, possiamo unire il nostro amen!
Iddio si è servito di Salomone, il più savio fra i savî (1 Re 4:29...), per darci «i Proverbi», questo libro della Sapienza. Benché s'indirizzi a tutti, è in certo qual modo dedicato al giovane. Sì, questo libro è stato specialmente scritto per te, giovane amico credente! Non sei più un fanciullo spensierato e disattento. Eccoti giunto all'età delle riflessione (vers. 4) e del giudicio personale. à il momento del tuo orientamento, dunque quello in cui l'insegnamento divino è per te della maggior importanza. Alla scuola di Dio, ove prosegue la tua educazione cristiana sotto l'autorità e l'esempio dei tuoi genitori (vers. 7-9), i proverbi costituiscono uno dei tuoi principali «libri di testo». Contengono delle definizioni, delle regole con le loro applicazioni, degli esercizi, degli esempi da seguire,... e altri da non seguire. Ma la Sapienza (come la Parola con cui essa s'identifica) è ad un tempo una Persona vivente che guida nel cammino quelli che essa chiama suoi figliuoli.
I Salmi cominciavano con la messa da parte del fedele (Salmo 1:1). Qui pure, il primo insegnamento dato al figlio gli ingiunge di evitare «la via dei peccatori» che cercheranno di sedurlo (vedere Efesini 5:11). Essa gli mostra dove questa via conduce.
La divina Sapienza ha il compito di educare i suoi figli, cioè i suoi discepoli. Ma si volge anche verso il difuori per invitarne altri a diventarlo. Iddio non ha dato la sua Parola soltanto per l'istruzione dei credenti; è pure l'Evangelo della grazia che indica agl'inconvertiti la via della salvezza. Vedete la sapienza â e attraverso a lei il Signore Gesù stesso che cerca diligentemente le anime, ovunque si sono smarrite, per invitarle a ritornare, e a ravvedersi. Noi forse conosciamo, per averli frequentati prima della nostra conversione, quei «luoghi fragorosi» ove il mondo si stordisce. La sapienza grida per far udire la sua voce al disopra di tutto quel frastuono (parag. Giovanni 7:37; 12:44). Purtroppo, sono numerosi quelli che rifiutano d'ascoltarla! Allora per costoro, la stessa voce che oggi fa echeggiare i commoventi appelli della grazia, un giorno diverrà ironica e terribile (vers. 26). Allora sarà troppo tardi (parag. vers. 28 con Amos 8:12). Ah! ascoltiamo piuttosto ora la voce d'amore, per stare al sicuro; tranquilli senza timore del giudicio (vers. 33)!
La Sapienza riprende l'educazione di suo figlio e scruta le sue disposizioni. à egli deciso a lasciarsi ammaestrare per trovare la conoscenza di Dio? (vers. 5). Si piega volentieri alla disciplina di questa «scuola»? Infatti, nessun insegnamento è veramente proficuo se non vi è un desiderio personale d'acquistare questa conoscenza e il sentimento dell'importanza dello scopo così perseguito. Accade che un cattivo scolaro diventi un buon alunno quando ha capito che il suo avvenire dipende dal suo lavoro.
Ecco dunque la sapienza e l'intelligenza che si offrono a noi. Iddio non limita i doni del suo Spirito (Giovanni 3:34). Ma nello stesso tempo siamo in-invitati a desiderarli, a ricercarli attivamente per mezzo della preghiera (vers. 3). Se il nostro cuore non è impegnato con Lui per mezzo d'una ferma decisione, la migliore delle educazioni non potrà preservarci a lungo (parag. vers. 10 e 11; vedere Daniele 1:8). La nostra debolezza di carattere ci condurrà ad accomodarci sempre all'ambiente nel quale ci troveremo. E saremo in balia delle cattive influenze (vers. 12-22). Il giorno della partenza dalla casa paterna rischierà di segnare una svolta fatale. Poiché non dimentichiamo mai che «le cattive compagnie corrompono i buoni costumi» (1 Corinzi 15:33).
Queste parole piene d'amore del tuo Padre celeste, sono per te, giovane amico credente: «Figliuol mio, non dimenticare...» L'apostolo, citando agli Ebrei i versetti 11 e 12, sarà obbligato di dir loro: «Avete dimenticata l'esortazione a voi rivolta come a figliuoli» (Ebrei 12:5). Pondera dunque bene gli avvertimenti di questi capitoli, ricordandoti chi te li rivolge.
La bontà e la verità sono inseparabili. Esse corrispondono alla natura di quel Dio d'amore e di luce di cui siamo i figliuoli. Serbiamole nel cuore (vers. 3).
Come ce lo mostra il cap. 2, vi è un'intelligenza da ricercare per mezzo della preghiera; quella per la quale lo Spirito Santo ci fa entrare nei pensieri di Dio. Beato colui che l'ottiene (vers. 13). Al contrario, ve n'è un'altra di cui devo diffidare: la mia propria intelligenza (vers. 5). Non posso ad un tempo appoggiarmi su di essa e confidarmi in Dio con tutto il cuore, seguire ad un tempo i miei ragionamenti... e le direzioni da alto. «Non vi stimate savî da voi stessi», raccomanda Romani 12:16.
Le benedizioni promesse qui al discepolo della Sapienza sono benedizioni terrestri. A maggior ragione il cristiano dovrebbe realizzare queste esortazioni, poiché il suo appello è celeste.
necessario ritenere le istruzioni della Sapienza, in primo luogo per la vita dell'anima mia. «Non di pane soltanto vivrà l'uomo, ma d'ogni parola di Dio» (Matteo 4:4). Sarà ad un tempo, di fronte agli altri, un ornamento della grazia (vedere Tito 2:10). Il mio cammino sarà consolidato di giorno, e durante la notte, riposerò in sicurtà . Il mio sonno sarà dolce (vers. 24). Donde provengono le esitazioni e gli sbagli di giudicio che sovente mi fanno vacillare durante la giornata? I timori e i tormenti di spirito che talvolta mi assalgono durante la notte? Dal fatto che ho perso di vista gl'insegnamenti del Signore, come anche la semplice fiducia in Lui (vers. 26), per ragionare secondo i miei proprî pensieri.
Iddio, che conosce il mio cuore egoista, mi ricorda, in seguito, ciò che devo al mio prossimo (vers. 27; Luca 6:30). Ed Egli aspetta da me, poiché sono suo figliuolo, una assoluta onestà , l'assenza del minimo compromesso nei miei atti, nelle mie parole, nelle mie intenzioni. Senza dimenticare la dolcezza cristiana che non insiste sui suoi diritti (vers. 30 e 31). Non è forse d'altronde questo il mezzo per ottenere «maggior grazia», come promette l'apostolo Giacomo citando il vers. 34? (Giacomo 4:6).
à nella famiglia che il figlio di genitori cristiani incomincia ad acquistare i rudimenti della sapienza secondo Dio. Discutere, disprezzare o abbandonare (vers. 2) la «buona dottrina» udita a casa, sono attitudini che non possono essere benedette e che conducono immancabilmente un giovane a sciupare la propria vita (parag. vers. 10 con Esodo 20:12). Il padre farà conoscere ai suoi figliuoli la tua fedeltà (Isaia 38:19). L'insegnamento cristiano spetta al capo famiglia, che trasmette ai suoi figli quel che egli stesso ha sovente ricevuto dai proprî genitori. Salomone, lo scrittore ispirato dei Proverbi, si ricorda senza dubbio le ultime parole del padre suo, Davide (vers. 3; 1 Re 2:1-3).
«Il sentiero dei giusti è come la luce che spunta e va vie più risplendendo...» Camminando verso l'uscita d'una galleria, si vede più chiaramente ad ogni passo... «finché sia giorno perfetto». La sapienza è un campo nel quale si progredisce a poco a poco. Il Fanciullo perfetto, «cresceva in sapienza...» (Luca 2:52). Non è normale un arresto in questa crescita, dovuto ad un cattivo stato di coscienza. Ricordiamoci sempre del bel versetto 18. Possa esso riassumere la vita di ognuno di noi.
Tutti i sensi, tutti gli organi vitali del credente devono rimanere sotto controllo della sapienza. Iddio ha messo, caro amico, questa sapienza a tua disposizione (Giacomo 1:5). Per essa, tu sei responsabile di sorvegliare il tuo orecchio (vers. 20), i tuoi occhi (vers. 21 e 25), i tuoi piedi (vers. 26 e 27; vedere Salmo 119:101), i tuoi pensieri, le tue labbra (cap. 5:2). E, soprattutto, il tuo cuore! Ah! sottolinea nettamente questo vers. 23 nella tua Bibbia e non dimenticarlo mai! Quanti hanno fallito nella vita, quanti han versato lacrime amare, per aver, nella loro gioventù, lasciato crescere nel cuore un affetto che non era secondo il Signore! â Se le labbra sono la porta d'uscita del cuore, gli occhi ne sono la principale porta d'entrata. Veglia dunque che «i tuoi occhi si dirigano diritto davanti a te». Si fissino su Gesù, scopo della corsa della fede (Ebrei 12:2). In questo modo nessuna concupiscenza potrà trovarvi un ingresso compiacente. Ma questo vers. 25 ci fornisce pure un segno certo dello stato del nostro cuore. Possiamo noi guardare gli altri, bene in faccia, con occhio limpido e semplice? (Matteo 6:22). Ovvero sfuggiamo istintivamente certi sguardi per timore che non leggano qualche cosa di torbido in fondo alla nostra coscienza?
Farsi mallevadore è raccomandare qualcuno garantendo gli impegni ch'egli ha contratto. In apparenza sembra un buon sentimento. Ma Iddio ha in orrore la mallevadoria perché manifesta della fiducia nell'uomo e dispone sconsideratamente del futuro, che appartiene a Lui solo (Geremia 17:5; Giacomo 4:13 e 14).
Al pigro, i vers. 6-8 consigliano una visita al formicaio. Quante lezioni proficue si possono imparare osservando questo popolo laborioso!: diligenza, perseveranza, prudenza, ordine, aiuto vicendevole, libera disciplina. Non una rimane inattiva e se il fardello è troppo pesante, una compagna accorre in suo aiuto. Sappiamo osservare le viventi istruzioni che Iddio ha disposto per noi qua e là nella sua meravigliosa creazione.
Abbiamo già visto che tutte le membra del credente devono essere conservate e santificate per Dio (cap. 4:21-27; 5:1 e 2). I versetti 12-19 ci mostrano in che modo, nell'uomo naturale, queste stesse membra sono messe al servizio del male. Tale era pure la nostra condizione quando eravamo schiavi del peccato. Ma Romani 6:18 e 19 ci ricorda che siamo stati affrancati e ci esorta fermamente a consacrare ora le nostre membra come serve alla giustizia per la santità .
Fin dal principio del libro, immediatamente dopo il timor dell'Eterno, un primissimo dovere è stato quello di ricordare al giovane cristiano di ascoltare i suoi genitori e di obbedir loro (cap. 1:8 e 9). I vers. 20-22 ritornano su questo soggetto per dar all'insegnamento del padre e della madre lo stesso posto di quello che Deuteronomio 11:18 e 19 dà alle stesse parole di Dio. Obbedire ai genitori è dunque obbedire a Dio. Cosa non solo «giusta» (Efesini 6:1), ma anche «gradita al Signore» (Colossesi 3:20). Sia quest'obbedienza visibile nelle case cristiane, tanto più ch'essa declina molto nel mondo attuale! (2 Timoteo 3:2). All'influenza del focolare familiare, si oppone sempre più quella della donna straniera che personifica il peccato (2:16; 5:3 e 20; poi 7:5). Non vi stupite che ve ne mettiamo in guardia ripetutamente. Voi sapete per esperienza che le tentazioni si rinnovano. Ma esse saranno tanto più incalzanti se incontreranno nei vostri pensieri o nelle vostre abitudini delle impurità non giudicate. La pigrizia pure apre grandemente le porte alla concupiscenza carnale, come ce l'insegna la storia di Davide e del suo orribile peccato (2 Samuele 11).
Questo capitolo illustra nel modo più solenne il pericolo che la donna straniera fa correre al giovane figlio della sapienza. Si tratta d'una vera caccia all'anima. All'agguato: questa donna impura, turbolenta, strepitosa e senza ritegno. Ella camuffa le sue intenzioni perverse sotto apparenze religiose. Va, viene, spia la sua preda come il ragno sulla sua tela, con la complicità della notte. Le sue armi: parole sdolcinate e lo sbatter delle palpebre (cap. 6:25). La sua vittima: un giovane leggiero, disoccupato, vinto in anticipo perché senza volontà e dato ai suoi sensi. Purtroppo, ne conosciamo qualcuno che gli assomiglia! â La scena è presto rappresentata: incosciente, stupido, «le andò dietro subito». Il laccio s'apre e si richiude! Troppo tardi! Piaceri d'un momento, ma pagati a quale prezzo! Poiché «ci va di mezzo la sua vita»... ed egli non lo sapeva (vers. 23). Voi che lo sapete, caro giovane amico cristiano, siete ancor più responsabile. Ma sapete anche ove trovare la risorsa: «Come renderà il giovane la sua via pura? Col badare ad essa secondo la tua parola» (Salmo 119:9). E, nell'ora del pericolo, gridate a Colui che sempre «può soccorrere quelli che son tentati» (Ebrei 2:18).
Come al capitolo 1, la Sapienza si volge verso i perduti e fa risuonare i suoi appelli di grazia. Essa si inette questa volta sulle alture, sulla strada, presso le porte della città , ovunque ove il mondo passa. Il crocicchio è un luogo della strada ove si presenta l'occasione di cambiar direzione. à quivi che, nella parabola, sono mandati i servitori del re, per cercare e convitare quanti ne troveranno (Matteo 22:9). n cap. 9 ci mostrerà che la Sapienza ha essa pure il suo convito preparato e manda le sue ancelle per confermare il suo invito. Voi che forse camminate ancora sulla via larga, rispondete ora alla voce insistente che vi chiama dal crocicchio. Questa voce è quella di Gesù, che vuole la vostra felicità . Egli fa udire a quelli che L'ascoltano cose eccellenti, parole rette, piane, veraci (vers. 6 e 9). Egli ha in serbo dei tesori non paragonabili con l'oro e l'argento di questo mondo. Egli fa eredi di «beni reali» (vers. 21), di «beni futuri»... «migliori e permanenti», come li chiama anche Ebrei 10:1 e 34. Veramente, quanto è glorioso «ciò che Dio ha preparato per coloro che l'amano» (1 Corinzi 2:9; parag. vers. 17-21).
«Ciò che Dio ha preparato per quelli che l'amano» ha la sua sorgente in Cristo. Secondo il passo citato ieri, Egli è la sapienza di Dio in mistero, la sapienza nascosta, che Dio aveva predestinata avanti i secoli per la nostra gloria» (1 Corinzi 2:7 e 9; vedere anche 1 Corinzi 1, 30). I vers. 22-31 così conosciuti, ci fanno risalire il corso del tempo al di là del principio delle cose create, tanto lungi quanto può andare la nostra mente. La Sapienza era già là , una Persona a lato di Dio: il Figliuolo col Padre, in una pienezza reciproca d'amore e di gioia, per concepire, poi realizzare insieme l'opera della creazione. Ma inoltre impariamo qui qualcosa di straordinario: Prima che esistesse un sol uomo, prima che vi fosse una terra per portarli, persino prima «del principio della polvere del mondo», voi e io siamo stati conosciuti e amati. «Io trovavo la mia gioia fra i figliuoli degli uomini», tale è la meravigliosa dichiarazione del Diletto di Dio, prima che il tempo cominciasse. Egli non voleva goder da solo dell'amore del Padre suo. E tutta l'opera che stava per intraprendere aveva questo grande scopo finale: Introdurre degli uomini salvati e perfetti nella propria sua felicità , alla gloria di Dio suo Padre.
La Parola che era «nel principio con Dio», che era «Dio» è discesa per parlare agli uomini e recar loro la rivelazione del Padre (soggetto dell'Evangelo di Giovanni). Così è della Sapienza. Non è rimasta «a lato» dell'Eterno. Ha fabbricato la sua casa in mezzo agli uomini, e ve li invita: «Venite, mangiate... bevete...» (parag. Giovanni 6:51). Dapprima sazia; poi istruisce. Il Signore Gesù agisce così. Riempie il cuore prima di ornare lo spirito e la memoria. poiché se l'amore per Lui non precede la conoscenza dei «suoi comandamenti», non saremo capaci di osservarli.
Inoltre l'insegnamento della sapienza deve aver inizio dal suo principio che è il timor dell'Eterno (vers. 10): è il sentimento dell'autorità di colui che dispensa l'insegnamento. Ci si tiene con rispetto davanti a Dio misurando l'importanza di ciascuna sua parola. In questo modo dovremmo leggere la Bibbia.
Ora, facciamo bene attenzione! Nel mondo un'altra voce cerca di distogliere gli uomini: quella della follia (e del peccato)! Essa prende l'apparenza della Sapienza (parag. vers. 4 e 16). Ma notate in che modo termina il suo convito! (vers. 18).
Da questo capitolo i Proverbi si presentano come una serie di sentenze successive ispirate dalla Sapienza. Non è sempre facile afferrarne l'ordine né rivelarne i pensieri principali. Consigliamo l'aiuto dell'opera «Studio sui Proverbi» di H. R. per capire questo libro prezioso. Per mancanza di spazio, non potremo fermarci qui ogni giorno che su un numero ristretto di versetti. Il primo serve d'introduzione generale: «Un figliuol savio rallegra suo padre». Completa il vers. 24 del capitolo 23: «Il padre del giusto esulta grandemente...». Pensiamo alla soddisfazione dei nostri genitori quando mostriamo questi caratteri di giustizia e di sapienza secondo Dio. Ma eleviamoci ad un tempo più in alto e contempliamo il Figliuolo la cui eccellente sapienza formava le delizie continue del Padre suo. Non soltanto nell'eternità passata, ma pure durante il suo cammino sulla terra (cap. 4:3; Matteo 3:17; 17:5).
I versetti seguenti ci mostrano in particolare in qual modo un figlio savio onora e rallegra sua padre: Giustizia pratica nell'attività (vers. 4:5), nel cammino (vers. 9), nelle parole (vers. 11-14), ecco quel che Gesù ha manifestato,â e ciò che ha rallegrato Suo Padre (vedere Giovanni 8:29).
2 soprattutto dal suo linguaggio che si riconosce un giusto (parag. Matteo 26:73). Vi prestiamo noi abbastanza attenzione? Non parole volgari, non parole disoneste o folli (Efesini 4:29; 5:4). Se abbiamo l'abitudine di dire tutto quel che attraversa la nostra mente, i versetti 19 e 20 sono per noi. Ma «la lingua del giusto è argento eletto». Essa filtra le impurità e non lascia passare che quel che ha valore. Nel cuore del credente vi sono due sorgenti che si versano Per lo stesso canale delle labbra (Giacomo 3:9-11): la fontana di vita (vers. 11; parag. Giovanni 4:14), capace di «pascerne molti» (vers. 21); e la sorgente impura della nostra carne che lascia sgorgare ogni cattivo pensiero (Matteo 15:18 e 19). L'insegnamento della Sapienza c'insegnerà ad aprire e a chiudere la bocca nel buon momento (Salmo 141:3).
La sorte del giusto e quella dell'empio sono messe a confronto nei vers. 24-30. Il malvagio ha un timore (vers. 24); non è quello dell'Eterno, ma un terrore vago e superstizioso, con sullo sfondo la morte a cui non è preparato. Com'è diversa la parte del cristiano! Per la vita presente, Iddio gli concede i suoi giusti desiderî (vers. 24). E quanto al futuro, il suo cuore è rallegrato da una beata attesa (vers. 28; vedere Tito 2:13).
Avete notato che, in quasi ogni versetto di questi capitoli, ciò che concerne il giusto è messo in contrasto con il carattere e la sorte del malvagio. Ebbene, è così nella vita giornaliera del riscattato: Posto accanto agli increduli di questo mondo, la sua fedeltà fa risaltare la loro iniquità e inversamente. I versetti 9-14 presentano particolarmente il lato della vita in società . Il giusto non è chiamato a vivere solo. La sua presenza in mezzo al mondo che l'osserva è una testimonianza per questi. L'epistola a Tito ci avverte che dobbiamo vivere giustamente... nel presente secolo, onde ornare (cioè illustrare come delle figure in un libro) «la dottrina di Dio nostro Salvatore» (Tito 2:10-12).
«La sapienza è con gli umili» (vers. 2). Il credente che si tiene davanti a Dio non ha mai un'elevata opinione di sè. Il miglior rimedio all'orgoglio è pensare alla grandezza del Signore Gesù. Quest'orgoglio che accompagna il disprezzo per il prossimo è il contrario dell'intelligenza (vers. 12). Poiché quest'ultima mi farà sempre trovare un motivo per stimare altrui superiore a me stesso (Filippesi 2:3).
Da tendenza del nostro cuore egoista è d'accaparrare e ritenere più del dovere (vers. 24 e 26). Ma leggete in Luca 6:38 quel che il Signore Gesù raccomanda. Il vero modo per essere benedetto è di occuparsi del bene degli altri. Questo sfida talvolta la prudenza e la sapienza umana, ma Iddio non ha la stessa aritmetica dell'uomo. Egli capovolge i suoi calcoli e le sue precauzioni. E le ricchezze sono sempre un laccio per quelli che si confidano in esse (vers. 28; parag. Marco 10:24; 1 Timoteo 6:17 e 18). «Ricchi in buone opere», tale dev'essere la nostra ambizione secondo quest'ultimo passo di Timoteo.
Tuttavia esiste nel mondo una cosa dal valore più elevato, che siamo invitati a ricercare e a conquistare. Che cosa c'è di più prezioso d'un'anima? Per acquistare le nostre, il signore ha «venduto tutto ciò che aveva» (Matteo 13:45 e 46). Sì, «il savio fa conquista d'anime» (vers. 30). Meraviglioso servizio, lo sapete? Era quello del discepolo Andrea (Giovanni 1, 41 e 42). E può essere pure il vostro, qualunque sia la vostra età e il vostro grado di conoscenza. Chi vuole conquistare un'anima al Signore, di che cosa ha specialmente bisogno? Appunto di quella sapienza pronta ad afferrar l'occasione (Efesini 5:15 e 16). E anche dell'amore, abile a trovare la via del cuore.
Il giusto è ora considerato nella sua vita familiare: la sua moglie (vers. 4) la sua casa (vers. 7) il suo servitore (vers. 9), il suo animale (vers. 10), il suo lavoro (vers. 11...). Dov'è che la fedeltà del credente deve mostrarsi, se non anzitutto nelle sue relazioni domestiche e nel suo lavoro di ogni giorno? â Non bisogna tuttavia confondere questi insegnamenti della Sapienza con ciò che, nel mondo, si chiama la morale. Questa è l'insieme delle regole di buona condotta che gli uomini danno a se stessi. Queste regole si esprimono sovente sotto forma di proverbi, o di massime. Alcune di esse sono state tratte dal cristianesimo; altre sono ispirate dal buon senso o dall'esperienza della vita in società . Ma in modo generale la morale non fa intervenire Dio. Mentre abbiamo qui dei principî divini, comunicati da Dio. 1 Corinzi 2:6 e Giacomo 3:15 distinguono la sapienza che scende dall'alto dalla sapienza di questo secolo, terrena, carnale, diabolica. Il vers. 15 ci mostra che l'uomo è incapace di giudicare da sè se la sua via è diritta o se non lo è. Purtroppo, il mondo è pieno di quegli stolti che regolano i loro passi secondo la morale umana, piuttosto di ascoltare il consiglio di Dio.
«Chi custodisce la sua bocca, preserva la propria vita...» (cap 13:3). Non meravigliamoci dunque di trovare nei Proverbi tante raccomandazioni a proposito dell'impiego della lingua. Al vers. 17 si tratta della verità . Un giovane credente dovrebbe essere conosciuto per dire la verità e sempre, qualunque cosa gli possa costare (Efesini 4:25)! Il labbro veridico (vers. 19) è il contrario delle labbra bugiarde che sono «un abominio per l'Eterno» (vers. 22).
Il versetto 25 ci suggerisce un altro uso della nostra lingua: Rallegrare con una buona parola quelli il cui cuore è abbattuto. La buona parola per eccellenza non è forse la buona novella dell'Evangelo? Per mezzo di essa potrò indicare la strada al mio compagno (vers. 26)... a condizione di conoscerla io stesso e di camminarvi.
Indicare la strada, è indicare Gesù (Giovanni 14:6) con le mie parole e soprattutto con le mie opere! Lui era quel Figliuol savio che ascolta l'istruzione del Padre (cap. 13:1). Un solo pensiero lo dirigeva: «Io fo del continuo le cose che Gli piacciono» (Giovanni 8:29 e 49). Che modello Egli ci propone, non è vero? Troviamo qui di nuovo il pigro con il suo opposto: il diligente (vers. 24 e 27; cap. 13:4). E ci ricordiamo dell'esortazione dell'apostolo: «Quanto allo zelo, non siate pigri...» (Romani 12:11).
«La luce dei giusti è gaia...» (vers. 9). La gioia secondo Dio fa parte della testimonianza dei figliuoli di luce. Sovente è stato detto che un cristiano triste è un triste cristiano. Il cattivo umore è come un para.. vento che vela tutto lo splendore che un credente potrebbe avere.
In contrasto, «la lampada degli empî si spegne». Manca loro l'olio, come alle vergini pazze della parabola (Matteo 25:8), poiché la vita dello Spirito è assente per mantenere la luce. Dall'orgoglio non vien che contesa» (vers. 10). Noi spieghiamo in generale le nostre dispute con altri motivi. Tutt'al più ognuno saprà discernere l'orgoglio nel proprio avversario. Ebbene, questo versetto mi apre gli occhi. Una disputa tradisce il mio proprio orgoglio: Voglio aver ragione; mi umilia di cedere. Basterà dunque che io mostri lo spirito di Cristo per far subito cessare la disputa e... in fondo, riportare la vittoria.
L'insegnamento del savio è prezioso (vers. 14). Ascoltiamo dunque quello in cui possiamo riconoscere questa sapienza da alto. Ma è ancor più prezioso di camminare con loro (vers. 20). Chi frequentiamo?
«La sapienza delle donne» è in rapporto con la loro casa (vers. 1). Nel nostro secolo in cui la donna sposata cerca sovente di avere una parte in tutti i campi (eccetto in quello del proprio focolare) è opportuno sottolineare quest'insegnamento biblico (Tito 2:5). Non è forse necessaria ogni sapienza divina per l'educazione cristiana dei figliuoli? Anche i doveri quotidiani delle faccende domestiche, che a certe donne sembrano troppo umili e troppo monotone, hanno gran pregio per il Signore.
Parecchi versetti stabiliscono ciò che Dio chiama la follia. Egli non l'apprezza secondo gli stessi aspetti del mondo (1 Corinzi 1:19 e 20). Uno dei caratteri dell'insensato è quello di beffarsi del peccato (vers. 9). à ad un tempo sprezzare la croce che fu necessaria per togliere la colpa; e non c'è maggior oltraggio per Dio.
Il vers. 13 definisce la gioia dell'incredulo in contrasto con quella del credente (cap. 13:9). La speranza del cristiano mantiene la gioia nel suo cuore anche attraverso le sue pene. Può essere ad un tempo contristato «ma sempre allegro» (2 Corinzi 6:10). Mentre inversamente per il mondo, «anche ridendo il cuore può essere triste...» (vers. 13). Povera e lugubre gioia quella che non fa che mascherare, per un breve momento, il terribile giudicio futuro.
«Chi è pronto all'ira agisce follemente» (vers. 17). Invece «chi è lento all'ira ha un gran buon senno...» (vedere anche Giacomo 1:19). Quanti atti o parole pronunziati nell'irritazione sono in seguito amaramente rammaricati! Al posto d'uno «spirito impaziente», mostriamo dunque questo gran buon senso; facciamo precedere l'esplosione della nostra ira da un istante di riflessione (o meglio di preghiera). Trascorso questo tempo, constateremo più d'una volta che non sussiste nessun motivo valevole alla nostra irritazione.
«Beato chi ha pietà dei miseri!» (vers. 21). Sotto pretesto che le buone opere sono senza valore per compiere la nostra salvezza, potremmo essere spinti a trascurarle e a sprezzarle. Ora proprio i credenti sono invitati «ad essere i primi nelle buone opere» (Tito 3:14, versione corretta), senza tuttavia perdere di vista che lo stato delle anime passa prima dei bisogni materiali. Il versetto 25 ci insegna ciò che il Testimonio per eccellenza ha compiuto... ma ugualmente ciò che deve caratterizzare ogni testimonio fedele:indicare alle anime il cammino della liberazione.
Abbiamo imparato ieri che il mezzo per calmare la propria ira sono la pazienza e la preghiera. Ecco ora un rimedio all'ira degli altri: Questo balsamo sovrano ai chiama: «una parola dolce». All'opposto «una parola dura» apre una ferita, che è, in seguito, ben difficile guarire. Avviciniamo i versetti 5:10 e 12 (come anche i vers. 31 e 32). Dar retta alla riprensione e alla correzione permette di diventar savio. Vuol dire tenerne conto per evitare di far male. Il cap. 13:24 (ed Ebrei 12:6 in rapporto a Dio) ci ha affermato che i nostri genitori ci mostrano il loro amore disciplinandoci! Il segreto per accettare la riprensione è dunque di comprendere che è dettata dal vero amore e che mira al «nostro utile». Non siamo dunque come il beffardo che non ama chi lo riprende (vers. 12).
«Il cuore allegro rende ilare il volto» (v. 13). La gioia d'un riscattato deve potersi leggere sul suo viso. E come potrà il cuor suo essere felice e gioioso? Trovando continuamente la propria forza e il nutrimento in Cristo, oggetto della sua felicità . «Il cuor contento è un convito perenne» (vers. 15; parag. Giovanni 4:32).
I vers. 16 e 17 ci insegnano quali sono i veri valori quaggiù: il timore di Dio con l'amore che viene da Lui. «La pietà con animo contento del proprio stato è un gran guadagno â ci dice l'apostolo â ma avendo di che nutrirci e di che coprirci, saremo di questo contenti» (1 Timoteo 6:6-8). Sottolineiamo il vers. 23: «Com'è buona una parola detta a tempo!» Possiamo dire cose eccellenti... ma fuori proposito. Inversamente, quante volte stiamo zitti quando vi sarebbe una parola da dire! E in generale avviene per mancanza di coraggio.
Il nostro capitolo termina su questo versetto tante volte commentato dal Signore Gesù: «L'umiltà precede la gloria» (vedere Matteo 18:4; 19:30; 20:27 e 28; 23:11 e 12...). Ma Egli non si è accontentato di insegnarlo con le parole. Chi si è mai abbassato come Lui? Ma nessuno sarà esaltato come Lui.
I cap. 16-31, come pure l'Ecclesiaste e il Cantico dei cantici saranno considerati, Dio volendo, nell'ultimo volume, il quinto.
Come ce lo mostrano le parole stesse del Signore, lâAntico Testamento comprende tre grandi parti: la legge di Mosè (detta il Pentateuco), i profeti (comprendenti inoltre i libri storici) e i Salmi con i libri poetici (Luca 24:44 e 27). Iniziamo per conseguenza con la profezia una parte importante della Bibbia, benché sia tante volte trascurata per le sue difficoltà . Chiediamo al Signore di aiutarci a scoprirvi «le cose che Lo riguardano».
Un profeta è il portavoce dellâEterno verso il popolo per riprenderlo, avvertirlo, ricondurlo, consolarlo. Al cap. 1, come introduzione, la prima missione di Isaia èquella d'un medico incaricato di dare il suo consiglio su un malato il cui stato è disperato. Terribile diagnosi quella dei vers. 5 e 6! à tanto valida per l'uomo d'oggi quantoper l'Israelita d'un tempo. «Tutto il capo è malato e tutto il cuore è languente». L'intelligenza s'è corrotta distogliendosi da Dio (Romani 1:21), gli affetti per Lui hanno totalmente fallito. Fino alla pianta del piede â il camminare â non c'è nulla di sano. In tali condizioni, lo spiegamento di forme esteriori non è che una vana ipocrisia e persino un'abominazione (vers. 13; parag. Proverbi 21:27).
Ed ecco tutta la grazia divina che brilla verso il suo povero popolo (ma anche verso ogni peccatore che si riconosce perduto). Ieri lâabbiamo lasciato coperto di ferite e di piaghe aperte, simile a quell'uomo della parabola, caduto fra le mani dei ladri (Luca 10:30). Ora l'Eterno lo invita a discutere con Lui. Discutere? A che serve? Che dire a sua difesa? Il colpevole ha la bocca chiusa. Ma allora, invece della sua condanna, ecco, può udire dalla bocca del proprio giudice la meravigliosa promessa del vers. 18. Essa ha recato la pace in tanti cuori: «Se anche i vostri peccati fossero come lo scarlatto, diventeranno bianchi come la neve...». Sappiamo che soltanto per mezzo del sangue di Gesù Cristo questa purificazione può compiersi (1 Giovanni 1:7). Al contrario, il castigo si eseguirà su quelli che rifiutano il perdono offerto. I versetti 21 e seguenti ci descrivono quel che Gerusalemme, la città fedele è diventata: un ricetto d'assassini. à necessario che l'Eterno la purifichi. Non sarà , purtroppo, per mezzo del sangue redentore â poiché non ha voluto saperne â ma per mezzo del giudizio che cadrà sui trasgressori dopo tutta la pazienza di cui Dio ha dato prova verso un popolo ribelle.
Ahimè! chi lâavrebbe pensato? Nonostante la loro rovina e la loro miseria accecanti, Gerusalemme e Giuda erano gonfie d'orgoglio e di pretesa. Ma in quel giorno di cui parlano i vers. 12 a 21 «l'orgoglio dei grandi sarà umiliato e l'Eterno solo sarà esaltato in quel giorno...» (vers. 11 e 17). Dio farà sapere pubblicamente quel che pensa della gloria e del genio umani (con tutti i suoi oggetti d'arte piacevoli â vers. 16). Tuttavia il vers. 22 va ancora molto più lungi. Costituisce la conclusione, non solo dei nostri due capitoli, ma anche, possiamo dirlo, di tutto l'Antico Testamento: «Cessate di confidarvi nell'uomo...». à l'irrevocabile sentenza dell'Eterno in presenza dello spaventoso quadro dell'iniquità d'Israele, popolo campione dell'umanità intera. Presto la croce metterà il punto finale a quest'esperienza umana. Ormai Dio non fa più nessun caso dell'uomo in Adamo, ma, d'accordo con Lui, abbiamo il privilegio di fare conto «di essere morti al peccato, ma viventi a Dio, in Cristo Gesù» (Romani 6:11).
Questo libro di Isaia comincia come la lettera ai Romani di cui i tre primi capitoli stabiliscono in modo irrefutabile la colpevolezza dellâuomo, quindi il suo bisogno di giustificazione. La salvezza dell'Eterno (significato del nome Isaia) può allora essere rivelato più avanti nella persona di Cristo il Salvatore (cap. 40 e seg.).
Fino al capitolo 12, si tratta in primo luogo del giudizio di Israele e di Giuda. Poi dal capitolo 13 al capitolo 27 di quello delle nazioni. Dio comincia questo giudizio sempre dalla sua casa â la sfera più responsabile. Sarà anche il caso della cristianità professante (Romani 2:9; 1 Pietro 4:17). Il completo fallimento dellâuomo si nota specialmente in quelli che hanno delle responsabilità , e occupano una posizione elevata. Inoltre, nonostante gli insegnamenti formali di Dio, l'«indovino» e «l'abile incantatore» hanno un posto in mezzo al popolo (vers. 3). In quale profondità di corruzione è caduto Israele!
Ma Dio sa fare la differenza tra il giusto e il malvagio (vers. 10 e 11) e rende ad ognuno secondo le proprie opere. «Quello che lâuomo avrà seminato, quello pure mieterà », conferma Galati 6:7 (parag. Giobbe 4:8; Osea 8:7; Osea 10:12-13). Avete mai veduto qualcuno seminare del frumento e mietere avena o granturco? L'insensato che gettasse in terra dei semi di erbacce potrebbe aspettarsi di veder germogliare dei fiori magnifici? Ora è lo stesso relativamente alle opere che facciamo. Lo vogliamo o no, ciascuno di noi, al presente sulla terra, vi semina... qualche cosa. Vedremo un giorno la mietitura! Ma, non inganniamoci: essa sarà inevitabilmente della stessa natura del seme che spargiamo oggi. Che sorta di opere seminiamo noi, voi e io?
Uno dei cattivi frutti raccolti dal popolo è il disordine sociale, il rovesciamento dellâordine stabilito. Non c'è più disciplina, i figli contestano l'autorità dei genitori; «il giovane è arrogante con il vecchio» (vers. 5), le valori morali e gli obblighi sono rigettati. Quante analogie tra questa profonda decadenza d'Israele e quella che constatiamo oggi nei nostri paesi cristianizzati!
I versetti 18 a 23 vi insegnano, ragazze (e anche ragazzi!), che le raffinatezze della moda non datano dal nostro secolo. Vi è forse qualcosa di più insopportabile â e ad un tempo di più ridicolo (vedete fine del vers. 16) â di questa grande preoccupazione della propria persona, questa ricerca dellâattenzione e dell'ammirazione altrui? Tutti quegli accessori di abbigliamento e quei fronzoli, Dio sembra riunirli senza riguardo sotto una stessa etichetta: «la bruttura delle figliuole di Sion» (cap. 4:4). Si vuol forse dire che una cristiana non debba vegliare sul suo abbigliamento? Al contrario! e la Parola le insegna anche il modo di farlo (vedere 1 Timoteo 2:9 e 10; 1 Pietro 3:2 a 6).
Ciò che lâEterno dà al suo popolo alla fine della sua storia ricorda le cure del principio (parag. vers. 5 con Esodo 13:21 e 22). Come per affermargli: Non ho mai cessato d'aver gli occhi su te!
Qui termina la prefazione del libro. Essa ci ha mostrato la rovina morale di Giuda e di Gerusalemme, i giudizi che le colpiranno, ma anche il loro ristoramento e la gloria di Cristo (il Germoglio dellâEterno, sorgente e potenza di vita: vers. 2) quando quella dell'uomo avrà avuto fine.
Una commovente parabola illustra le cure dellâEterno verso il suo popolo. Israele è la vigna del Diletto dell'Eterno. Piantata, sistemata e mantenuta con la più tenera sollecitudine, non ha prodotto in conclusione che delle lambrusche, immangiabili e senza pregio. Nella parabola dei cattivi lavoratori, il Signore esprimerà la totale delusione provata nella sua vigna d'Israele, dal Diletto che aveva ogni diritto su di essa (Luca 20:9 a 16).
Ma questi versetti ci fanno pure toccare col dito la nostra propria ingratitudine. à come se il Signore, dopo averci fatto fare il conto di tutte le grazie ricevute dalla nostra infanzia, chiedesse con tristezza a uno di noi: Che più avrei potuto fare per te di quello che ho fatto? Non ero forse in diritto di aspettarmi qualche buon frutto da parte tua? E tuttavia non hai prodotto nulla per me!
Noi conosciamo il mezzo di portare frutto. à di dimorare attaccato alla «vera vite». Ora che Israele, vigna improduttiva, è stato tolto, Cristo è diventato quella vera vite e suo Padre è il vignaiolo (Giovanni 15:1...).
Al vers. 8, Isaia comincia la serie dei «guai...» su cui ci proponiamo di ritornare domani.
Le passioni degli uomini e gli scopi che inseguono variano a seconda della loro condizione sociale o del loro temperamento. Gli uni affaccendati ad aggiungere campo a campo, casa a casa (senza poter abitarne più di una per volta â vers. 8). Guai a loro, perché bisognerà lasciare sulla terra queste cose della terra... per presentarsi davanti a Dio a mani vuote. Altri cercano il loro piacere nelle feste del mondo e nellâeccitazione ingannevole dell'alcool (vers. 11, 12, 22). Guai a loro quando si risveglieranno, troppo tardi, alle realtà eterne! Vi sono pure quelli che si vantano del peccato e provocano apertamente l'Eterno (vers. 18 e 19); quelli la cui coscienza indurita ha perso la nozione del bene e del male (vers. 20), quelli che si compiacciono nella propria sapienza (vers. 21; vedere Proverbi 3:7). Tutti gli uomini, dal misero ubriacone al più grande filosofo, sono rappresentati in una comune e vana ricerca della felicità (Ecclesiate 8:13). Ma la parola di Dio, e la fine di tutti i pensieri e di tutte le concupiscenze degli uomini, siano distinti o volgari, è: guai, guai, guai!
Vedremo nei prossimi capitoli in che modo Dio si serve dâuna nazione (l'Assiria) come verga per castigare il suo popolo.
In una gloriosa visione, il giovane Isaia si trova ad un tratto posto in presenza del Dio santissimo. Effetto solenne di questa presenza! Non è più: guai a questi, guai a quelli! Colto da timore, convinto di peccato, egli esclama ora: «Guai a me, châio son perduto» (parag. Luca 5:8). Ma allora, la grazia di Dio viene a rispondere alla Sua santità . Essa provvede alla purificazione del profeta a partire dall'altare che è una figura del sacrificio di Cristo. E notate con quale prontezza Isaia si presenta subito dopo per servire Colui che ha tolto il suo peccato. Siamo noi pronti a rispondere così all'appello del Signore: «Eccomi, manda me»?
à una missione ben strana che il giovane profeta riceve in primo luogo! Poiché si tratta dâimpedire al popolo di capire il suo messaggio! Indurimento sovente ricordato (Matteo 13:14...; Atti 28:25...). Egli è mandato soltanto dopo che questo popolo ha lui stesso «sprezzata la parola del Santo d'Israele» (cap. 5:24). E Dio lo permette affinché «le nazioni», di cui facciamo parte, possano pure partecipare alla salvezza (Romani 11:25).
Quellâanno della morte del re Uzzia fu decisivo per il giovane Isaia. Vi è forse anche nella vostra vita una data particolare: quella del vostro incontro con il Signore Gesù Cristo?
Dopo aver risposto allâappello di Dio, Isaia pare sia stato obbligato di aspettare a lungo (almeno 16 anni: durata del regno di Jotham) prima d'incominciare il suo servizio pubblico. Se dobbiamo seguire una simile scuola di pazienza, non scoraggiamoci. Lasciamo che il Signore scelga il momento e il modo che gli converranno per adoperarci. La nostra sola responsabilità è d'essere disponibile e obbediente (conf. Matteo 8:9)
Isaia è anzitutto mandato al malvagio Achaz, re di Giuda. Lâora è grave per il piccolo regno. Esso è minacciato da Retsin, re di Siria, e, cosa triste a dire, per mezzo di Pekah, re d'Israele. Ma il profeta è incaricato di una buona notizia: i due aggressori non potranno compiere i loro «malvagi disegni».
Poi Achaz, nonostante la sua integrità e la sua falsa umiltà , è invitato ad udire una rivelazione tanto più grande e più gloriosa: la nascita di Emmanuele. Essa recherà la salvezza alla casa di Davide, ad Israele e al mondo. Bel nome Emmanuele: Dio con noi (Matteo 1:23). Lo troviamo qui come un primo raggio di luce proiettato dalla lampada profetica in mezzo alle tenebre morali più profonde (2 Pietro 1:19).
Due figure, due grandi soggetti dominano tutta la profezia dâIsaia. L'uno infinitamente prezioso e consolante, è il Messia stesso. L'altro invece è terrificante: è l'Assiro, il potente nemico d'Israele negli ultimi giorni. Poiché il popolo ha rifiutato il primo, avrà da fare col secondo. Poiché ha rigettato le acque della grazia di Colui che gli era mandato (Siloe significa «mandato»: Giovanni 9:7), si troverà sommerso in giudizio da «le potenti e grandi acque» del temibile re d'Assiria. Tuttavia, ricordandosi che si tratta del paese d'Emmanuele, Dio frantumerà finalmente quelli che s'associano per invaderlo. Questo vers. 9 ci ricorda pure quale sarà presto la sorte delle associazioni delle nazioni che oggi sono all'ordine del giorno (Isaia 54:15).
Per conservare il filo conduttore in queste parole profetiche, non dimentichiamo che esse riguardano ora il popolo ribelle ed apostata nel suo insieme (vers. 11, 14, 15, 19...), ora il residuo fedele a cui lâEterno s'indirizza qui.
La citazione del vers. 18 in Ebrei 2:13 ci permette di vedere nel profeta e nei suoi figli (cap. 7:3; 8:3) Cristo che si presenta davanti a Dio coi suoi «discepoli» (cap. 8:16). Egli non si vergogna di riconoscerli e chiamarli suoi fratelli (vedere Giovanni 17:6; 20:17),
Il cap. 8 si chiudeva su «fitta tenebra». Israele vi camminava da cieco, a tastoni (vers. 1). Ma ecco che, dinanzi ai suoi passi «una gran luce» risplenderà . La citazione fatta dal Signore in Matteo 4:15 e 16 ci trasporta al tempo dellâEvangelo per vedervi brillare Colui che è la luce del mondo (Giovanni 9:5). à proprio in quella Galilea disprezzata (ma quanto privilegiata) che Gesù ha compiuto la più gran parte del suo ministero.
Tuttavia la vera luce non è soltanto per una regione o per un popolo. Essa «illumina ogni uomo». Purtroppo, «gli uomini hanno amato le tenebre più che la luce, perché le loro opere erano malvage» (Giovanni 1:9; 3:19). I nostri versetti tacciono sul tempo del rigettamento del Signore e su tutto il periodo attuale della Chiesa di cui non è mai parlato nei profeti. Ci mostrano di botto la gioia di Israele (vers. 2) al momento in cui, dopo secoli di oscurità , si leverà per il Regno millenario il glorioso sole di Giustizia. Il bel versetto 5 ci rivela alcuni dei nomi che sono attribuiti al Figlio. Tanti nomi, altrettanti soggetti benedetti di meditazione per le anime nostre!
I tre ultimi paragrafi del cap. 9 e il primo del cap. 10 ci mostrano tutti i motivi per cui lâira di Dio «non si calma» verso Israele «e la sua mano rimane distesa» (cap. 9:11, 16, 20; 10:4). Or questa mano tiene una verga temibile per castigare il popolo colpevole: è l'Assiria già nominata. Egli ha incitato un Assiro storico (Sennacherib ed i suoi eserciti; vedere cap. 36:1). Ma egli non è stato che una figura del terribile Assiro profetico, che invaderà il paese di Israele poco prima del regno di Cristo. Nella sua indignazione, Dio ordinerà quest'attacco contro il suo popolo. Ma l'aggressore ne prenderà pretesto per attribuirsi i suoi successi ed elevarsi persino contro Dio (vers. 13 e 15; parag. 2 Re 19:23...). Che follia! L'attrezzo non è nulla senza la mano che lo maneggia. Perciò, quando avrà finito di servirsi di questa verga, Dio vi metterà il fuoco come si brucia un semplice bastone (vers. 16; cap. 30:31-33).
Approfittiamo di questo esempio estremo per ricordarci modestamente di ciò che siamo, anche come cristiani: dei semplici strumenti senza forza e senza sapienza propria (parag. vers. 13), che il Signore può metter da parte o sostituire come Gli piace.
Il pensato finale di Dio non è il giudizio, ma la grazia:... «un residuo tornerà » (vers. 21-22, citato in Romani 9:27).
I versetti 18 e 19, 33 e 34 del cap. 10 paragonano Israele ad una orgogliosa foresta in cui la scure e la sega (lâAssiria nella mano dell'Eterno, vers. 15) tagliando faranno vaste radure. E l'albero regale di Giuda sarà anch'esso abbattuto, poiché non vi sarà presto più nessun discendente di Davide sul trono. Ma, l'avete già osservato nella natura: accade che teneri rampolli pieni di linfa rispuntino su un ceppo tagliato. Del pari, sul «tronco d'Isai», morto in apparenza, è apparso un rampollo nuovo! à cresciuto e ha portato in abbondanza il frutto dello Spirito di Dio (cap. 11:2).
Il rampollo, la radice e la progenie di Davide (vers. 1 e 10; Apocalisse 22:16), sono nomi che il Signore Gesù porta in rapporto con la benedizione dâIsraele e del mondo. Allora la giustizia e la pace regneranno sulla terra, anche fra gli animali. Che contrasto con questo meraviglioso quadro del regno di mille anni e lo stato attuale della creazione che «geme ed è in travaglio», aspettando il riposo e la gloria future! (Romani 8:19 a 22). Tutti gli esiliati d'Israele vi parteciperanno. Essi ritorneranno dalla loro dispersione, come un tempo il popolo dalla sua cattività d'Egitto. E il cap. 12 mette nella loro bocca la lode finale, che ricorda il primo cantico cantato da Israele (parag. vers. 2 e Esodo 15:2).
Dio ha incominciato il giudizio da Israele che era allora «la sua propria casa» (1 Pietro 4:17). à il principale soggetto dei primi dodici capitoli. Ora, in una nuova divisione che ci condurrà fino al cap. 27, ci parlerà del suo giudizio sulle nazioni. Sono chiamati «oracoli», letteralmente «carichi» (vedere la versione Diodati). Questa parola è significativa. Se lâuomo di Dio, oggi come ieri, è costretto a annunciare il giudizio futuro, ne ha sempre il cuore gravato.
Storicamente, si tratta dapprima dei popoli contemporanei dâIsaia. E a questo titolo, le diverse profezie che leggeremo successivamente si sono già adempiute alla lettera. Narrazioni di viaggi ci confermano che ancora oggi, il luogo dove sorgeva Babilonia è un terreno desolato e temibile, ove hanno soltanto dimora le bestie del deserto (vers. 17 a 22). Tuttavia «nessuna profezia della Scrittura è d'un'interpretazione particolare», cioè non si spiega isolatamente né a cose fatte per mezzo della storia (2 Pietro 1:20). Ciò che bisogna sempre cercarvi con l'intelligenza che lo Spirito Santo dà , è un rapporto col pensiero centrale e finale di Dio, cioè Cristo e il suo regno futuro. Vi sarà così una Babilonia profetica, la falsa Chiesa apostata (vedere Apocalisse cap. 17:5 e cap. 18). Essa cadrà prima dello stabilimento del regno per la gioia dei santi, di quelli che si rallegrano nella grandezza di Dio (vers. 3; Apocalisse 18:20; parag. Salmo 35:15 e 26).
A causa delle sue compassioni per il piccolo residuo del suo popolo, Dio abbatterà i più grandi imperi (cap. 43:3-5). Nulla è difficile per Lui quando si tratta di liberare quelli châEgli ama. Non temiamo dunque! Ha in mano tutti i mezzi per soccorrere i suoi figli, non a causa della nostra fedeltà ma della sua.
Dopo Babilonia è il turno del suo re. E ci troviamo dinanzi ad una scena particolarmente impressionante. Isaia ci trasporta col pensiero nel soggiorno dei morti e immagina la commozione causata dallâarrivo di quel gran personaggio. Ma come! anche tu qui! â esclamano quelli che l'avranno conosciuto all'apice della sua potenza! In questo re di Babilonia riconosciamo il capo del quarto Impero (romano) chiamato anche «la Bestia». Tuttavia a partire dal vers. 12, il pensiero dello Spirito sorpassa questo agente di Satana per evocare costui stesso. «Come mai sei caduto dal cielo...?» Profondo mistero, quest'apparizione dell'orgoglio in Lucifero, il cherubino di luce! Diventato il principe delle tenebre, sa ancora, per sedurre, travestirsi da angelo di luce (2 Corinzi 11:14). Egli fa oggi tremare la terra per mezzo del potere delle tenebre e non rimanda mai liberi i suoi prigioni (vers. 17 e cap. 49:24 e 25). Ma, secondo la Sua promessa, Dio lo triterà presto sotto i nostri piedi (Romani 16:20; Ezechiele 28:16-19).
Dopo il giudizio contro Babilonia e lâAssiria, viene quello delle nazioni vicine ad Israele. Come degli accusati che si avvicendano alla sbarra d'un tribunale, questi nemici tradizionali del popolo giudeo udranno l'un dopo l'altro un solenne «oracolo». La Filistia, soggiogata da Uzzia, padre d'Achaz (2 Cronache 26:6) non aveva motivo di rallegrarsi della morte di quest'ultimo (vers. 28 e 29). Poiché Ezechia, suo figlio, l'avrebbe pure colpita (2 Re 18:8).
Moab è chiamata «lâorgogliosissima» (cap. 16:6). Quello che caratterizza questo popolo è la superbia, di cui l'Eterno dichiara: «Io odio la superbia, l'arroganza», e annuncia: «La superbia precede la rovina, e lo spirito altero precede la caduta» (Proverbi 8:13; 16:18). Assistiamo a questa rovina di Moab. La sua desolazione indescrivibile. I suoi urli di spavento e disperazione riempiono i cap. 15 e 16.
I versetti 2 a 4 ci dicono che i fedeli, fuggenti per la persecuzione dellâAnticristo in Giuda, troveranno rifugio sul territorio di Moab. Infine, dopo l'enumerazione dei giudizi, «vi sarà uno» che regnerà in bontà , in verità , in dirittura e in giustizia (cap. 16:5). Il Salmo 72:1-4 annuncia questi beati tempi quando Cristo, il vero Salomone, giudicherà il popolo in giustizia e con equità .
Al cap. 7 vers. 1, abbiamo visto Retsin, re di Siria, attaccare Giuda con la complicità di Pekah, figlio di Remalia. 2 Re 16:5 a 9 completa questa narrazione col suo risultato: la presa di Damasco da parte di TiglathPileser, re degli Assiri e la morte di Retsin. Tuttavia «lâoracolo» contro Damasco si riferisce al futuro come i giudizi precedenti. La Siria moderna farà apparentemente parte di quella «moltitudine di popoli numerosi» (vers. 12; Apocalisse 17:15) la quale, come un mare tumultuoso tenterà di sommergere Israele... ma, «prima del mattino», essa non sarà più (Salmo 37:36).
In contrasto, il cap. 18 ci presenta una nazione marittima lontana che stende la sua potenza protettrice (lâombra delle sue ali) per venire in aiuto al popolo eletto. Così Dio distingue fra i paesi del mondo secondo se sono o no favorevoli ad Israele. E notate quel che Egli pensa del suo povero popolo terrestre mentre il mondo lo disprezza e lo calpesta. Ai suoi occhi Israele è «meraviglioso» (versione corretta) da questo tempo e al di là ... Non è forse il popolo di Colui che è chiamato «Meravigliosa»...? (cap. 9:6). â Una nazione che aspetta, aspetta...
E noi, cari amici credenti, lâaspettiamo noi, Colui che non soltanto è il nostro Re, ma lo Sposo celeste della Chiesa?
à la volta dellâEgitto di udire un oracolo minaccioso: Guerra civile, tirannia d'un despota crudele, come anticamente il Faraone, prosciugamento del Nilo che è l'arteria vitale, la ricchezza e l'orgoglio del paese (Ezechiele 29:3), ecco principalmente ciò che colpirà questo nemico d'Israele.
Questi principi di Tsoan e di Nof ci offrono la fedele figura degli uomini del mondo. Si credono savi e non sono che degli stolti (vers. 11; parag. Romani 1:22). Poiché rifiutano di ascoltare Dio che si è rivelato. E nello stesso tempo prestano fede a ogni forma possibile di superstizione (parag. vers. 3). à da notare dâaltronde che paradossalmente, i peggiori increduli sono sovente i più creduli! à naturale: essi sono, senza rendersene conto, accecati e sedotti da Satana, il padrone duro e il re crudele (vers. 4; 2 Timoteo 3:13) che domina su loro ingannandoli. Ma la grazia di Dio avrà ancora da dire la sua parola, persino verso l'Egitto. A lato di Israele, particolare eredità dell'Eterno, vi sarà posto nella benedizione millenaria per l'Egitto e per l'Assiria, un tempo nemico del popolo di Dio, ma figura del mondo che allora sarà tutto sottomesso al Figlio dell'uomo (Genesi 22:18).
Il cap. 20 completa «lâoracolo contro l'Egitto». Camminando seminudo e scalzo, il profeta annunzia il lugubre passaggio dei prigionieri egiziani ed etiopi deportati dal re d'Assiria, il quale era esperto in questi trasferimenti di popolazioni. Allora Israele (l'abitante di questa costa) vedrà con terrore e costernazione com'era vano confidarsi nel popolo del Faraone per esser liberato dal temibile Assiro (Salmo 60:11 fine).
Il cap. 21 comincia con «lâoracolo contro il deserto marittimo...» (cap. 21:1). Si tratta nuovamente di Babilonia. Durante ciò che essa chiama «la notte del mio piacere» (versione corretta), i Medi ed i Persi (Elam) hanno già una volta messo fine brutalmente al suo impero e alla sua opulenza (vers. 4; vedere Daniele 5:28 a 31). Ma questa profezia ha una applicazione futura come quella del cap. 13 (Luca 21:35).
Al vers. 6 il profeta è invitato a mettere una sentinella, con la consegna di ascoltare diligentemente e gridare! La sentinella in un esercito occupa un posto di fiducia. La sua responsabilità è considerevole. Le incombono due doveri: vegliare e avvertire (vedere Ezechiele 3:17-18 e in contrasto Isaia 56:10). Ogni credente non ha forse le sue responsabilità ? Siamo noi fedeli nellâassolverle a riguardo degli uomini di questo mondo e a riguardo dei nostri fratelli?
Nella lista dei nemici dâIsraele dovevamo aspettarci di trovare Edom (qui Duma o l'Idumeo). L'oracolo che lo concerne è breve quanto solenne. La fedele sentinella posta secondo l'ordine dell'Eterno (cap. 21:6) è interpellata dagli schernitori di Seir: «A che punto è la notte?» (vers. 11; parag. 2 Pietro 3:3 e 4). Ma la risposta è ad un tempo seria e urgente: «Vien la mattina...» Essa viene per quelli che l'aspettano (vedere Romani 13:12). «E viene anche la notte», la notte eterna di quelli che son perduti! Amici cristiani, siamo delle sentinelle vigilanti, coscienti del nostro servizio verso i peccatori per esortarli: «Ritornate, venite». Andiamo incontro all'assettato per portargli acqua (vers. 14).
Dopo lâoracolo contro l'Arabia, paese la cui gloria avrà pure fine, il cap. 22 s'indirizza alla «Valle della Visione». In essa riconosciamo Gerusalemme nel suo stato d'incredulità . Descrizione tragica e impressionante! Tutta la città è in effervescenza, ammassata sulle terrazze dei tetti per assistere al suo disastro. Non erano forse state prese tutte le precauzioni immaginabili? (vers. 8 a 11). Sì, veramente, eccetto la sola che sarebbe stata necessaria: volgere lo sguardo verso «Colui che ha fatto queste cose», verso l'Eterno, loro Dio.
Una delle reazioni della gente del mondo quando una calamità la minaccia consiste, come abbiamo visto ieri, nel circondarsi di tutte le precauzioni umane (vers. 8 a 11). Ma vi è unâaltra attitudine peggiore: è la completa noncuranza. Qui, per mezzo d'una prova, l'Eterno ha invitato Israele a piangere e umiliarsi; gli ha, in certo qual modo, «cantato dei lamenti» (Matteo 11:17). Ora, non soltanto il popolo non s'è lamentato, ma, cosa strana, eccolo che s'abbandona all'allegrezza e alla gioia! Ebbene, questa filosofia detta materialista ha molti seguaci nel nostro secolo tormentato! Poiché l'esistenza è così breve â dicono quegli stolti â e che siamo in balia d'una catastrofe, approfittiamo del momento presente più allegramente possibile. à il riassunto della breve frase: «Mangiamo e beviamo, poiché domani morremo». L'apostolo la cita ai Corinzi come per dir loro: Se non dovesse esservi risurrezione, allora infatti potremmo vivere come le bestie, nell'unico godimento dell'istante che passa (1 Corinzi 15:32; Luca 17:27).
I vers. 15 a 25 mettono da parte lâintendente infedele, immagine dell'Anticristo, per introdurre il figlio di Hilkiah, Eliakim (il suo nome significa: «colui che Dio stabilisce»), bella figura del Signore Gesù (vers. 22-24; parag. Apocalisse 3:7).
Tiro, la fiorente metropoli commerciale del mondo antico, è stata lâoggetto al cap. 23 dell'ultimo degli «oracoli». Ognuno di questi ha condannato l'uomo sotto un lato morale differente:
Al cap. 24, i giudizi apocalittici, che devono por fine alla potenza del male, si sono spiegati sulla terra. Lâhanno sconvolta da cima a fondo. Ma al cap. 25, dal mezzo stesso di queste rovine (vers. 2), ascoltate!... ecco elevarsi una melodia commovente. Il «misero» residuo d'Israele, meravigliosamente risparmiato dalla distruzione, celebra quel che l'Eterno è stato per lui durante il tempo dell'uragano. «Il tempo del canto è giunto» (Cantico dei Cantici 2:12 â parag. 24:13-14). Il vers. 4 è stato il conforto â e l'esperienza â di innumerevoli credenti nella prova. Ma il vers. 8 ci fa intravvedere le manifestazioni di una potenza ancor maggiore: «Sommergerà la morte nella vittoria»... Cosa notevole, questa parola è al futuro mentre la sua citazione in 1 Corinzi 15:54 ci parla del momento in cui essa sarà realizzata per i credenti: «La morte è stata sommersa...» poiché fra questi due versetti è intervenuta la croce e la risurrezione trionfante del vincitore di Golgota. Infine, dopo la risurrezione dei malvagi, la morte sarà definitivamente abolita (1 Corinzi 15:26).
I cap. 1 a 12, aventi come soggetto il giudizio dâIsraele, terminavano con una splendida visione del regno di mille anni. E questa seconda parte (cap. 13 a 27), che tratta del giudizio delle nazioni, termina nello stesso modo. à cantato un cantico, di cui alcuni versetti meritano specialmente d'essere sottolineati nelle nostre Bibbie: i vers. 3 e 4 del cap. 26 che hanno sostenuto molti figli di Dio scoraggiati (parag. Salmo 16:1); i vers. 8 e 9 che esprimono i sospiri ferventi del fedele; il vers. 13 che ricorda i legami di schiavitù del passato. Sì, li conosciamo purtroppo questi altri signori: Satana, il mondo, le nostre concupiscenze. Essi hanno dominato su noi fino al nostro affrancamento per mezzo del Signore al quale ormai apparteniamo!
Al cap. 27, il Leviathan, figura del diavolo (il serpente antico), è messo fuori grado di nuocere (Salmo 74:14; Apocalisse 20:1 a 3). Poi Israele è paragonato ad una vigna nuova (parag. cap. 5). Questa volta essa produce, non più lambrusche, ma il vino puro dâuna gioia intera e riempie il mondo di frutti alla gloria di Dio. Poiché non è più in mano di malvagi lavoratori. L'Eterno stesso ne ha cura notte e giorno.
Con questo cap. 28 comincia una terza suddivisione del libro. Ritorna indietro per spiegare minutamente lâinvasione di Efraim (le dieci tribù), poi di Giuda da parte del terribile Assiro profetico. L'orgoglio agirà come l'ubriachezza per traviare lo sciagurato popolo giudeo. Esso crederà proteggersi efficacemente facendo alleanza con la morte (cioè con il capo dell'Impero romano). Ma questo sarà la sua perdita. Come un ciclone devasta tutto al suo passaggio, così l'Assiro devasterà Gerusalemme. L'Eterno si servirà di questo «flagello inondante» per compiere la «sua opera strana... il suo lavoro insolito»: cioè il giudizio. Poiché la sua opera abituale è di salvare e benedire (Giovanni 3:17).
Ma il crollo di tutti i valori e di tutti i punti dâappoggio umani è l'occasione di rivelare il solido fondamento ch'Egli ha posto in Sion. Notate con quale amore Egli lo considera, fermandosi con soddisfazione su ogni espressione: «una pietra, una pietra provata, una pietra angolare preziosa, un fondamento solido». Sì, questa pietra, figura di Cristo, «rifiutata dagli uomini» è «preziosa» davanti a Dio, e anche per noi che crediamo essa è preziosa (leggere 1 Pietro 2:4,6,7). Per ciascuno, il Signore Gesù diviene letteralmente la pietra di paragone: sarà per noi una pietra preziosa o una pietra d'inciampo? Per i nostri cuori, è Cristo prezioso o no?
Dopo lâinvasione riferita nel cap. 28, Gerusalemme non è ancora libera (vedere cap. 40:2). Essa subirà un nuovo assalto da una formidabile coalizione di popoli. Ma questa volta tutti i suoi nemici svaniranno come un sogno perché si sono diretti contro «Ariel» (il leone di Dio), la città del vero Davide. Assieme alla liberazione, Dio compirà un'altr'opera meravigliosa nella coscienza stessa del suo popolo (vers. 18 a 24): le orecchie turate e gli occhi oscurati secondo la profezia del cap. 6 vers. 10 saranno aperti. L'intelligenza gli sarà resa e le parole del libro in precedenza sigillato (vers. 11) saranno capite e ricevute. Ricordiamoci che la Bibbia è un libro chiuso all'intelligenza naturale. Occorre lo Spirito Santo per capirla.
Il vers. 13 sarà citato dal Signore agli scribi e ai farisei poiché rispecchia il loro stato (Matteo 15:7 e 8). Cari amici, non ci accade forse mai di onorare il Signore con le labbra, pur avendo un cuore molto lontano da Lui? Purtroppo! Questâipocrisia può trarre in inganno altri, facendoci passare per più pii di quel che siamo, ma non potrebbe ingannare Colui che legge nei nostri cuori! (Ezechiele 33:31-32).
I cap. 30 e 31 richiamano un doppio guaio sul popolo ribelle perché ha cercato protezione nellâEgitto. Non lo ripeteremo mai abbastanza con la Parola di Dio: mettere la propria fiducia negli uomini è anzitutto una follia. Poiché non potrebbe essere collocata in modo peggiore! à anche dell'incredulità perché all'inizio di questo libro Dio ha stabilito che non possiamo più far caso dell'uomo (cap. 2:22). Infine è un oltraggio a Dio, un disprezzo della sua potenza e del suo amore. Come se Egli fosse incapace di proteggerci, e come se non fosse il suo piacere farlo! Il sentiero della liberazione e della forza è tracciato dal bel vers. 15 del cap. 30: ritornare al Signore, invece di andare verso il mondo (l'Egitto). E tenersi in riposo invece di agitarsi. Inoltre «la calma e... la fiducia» sono condizioni necessarie per scorgere le direzioni del Signore: «E quando andrete a destra o quando andrete a sinistra, le tue orecchie (è personale) udranno dietro a te una voce che dirà : Questa è la via, camminate per essa» (vers. 21). Voce fedele, voce familiare, quante volte ci siamo sviati â a destra o a sinistra â per aver trascurato di farvi attenzione col nostro cuore! (Proverbi 5:13-14).
Non dobbiamo cercare in questi capitoli una storia seguita degli avvenimenti futuri. Essi son presentati invece come tante visioni distinte proiettate ad una ad una sopra lo schermo profetico. Isolati o raggruppati, gli stessi fatti possono apparire a più riprese sotto prospettive diverse. Così per la terza volta, lâalba radiosa del regno millenario si offre alla nostra ammirazione (cap. 32 e 33).
Dopo la terribile distruzione dellâAssiro e quella del falso «re» o Anticristo (cap. 30:31 a 33), è fatto posto al vero re, Cristo, che regnerà in giustizia. L'accento è messo ora su questa giustizia (cap. 32:16 e 17; 33:5 e 15).
Allora, con occhi per vedere (cap. 32:3), gli scampati del popolo contempleranno «il re nella sua bellezza». Inoltre, troveranno in Lui «un uomo» che sarà per loro protezione, riposo, vita dellâanima (cap. 32:2). Come sono preziose anche per i nostri cuori, cari figli di Dio, queste promesse indirizzate ad Israele! Poiché anche noi viviamo nello stesso mondo ingiusto. E aspettiamo lo stesso Signore. Egli è «più bello di tutti i figliuoli degli uomini» (Salmo 45:2).
Sottolineiamo anche il vers. 8 di questo capitolo 32, pensando alla nobiltà morale che dovrebbe caratterizzare la condotta di quelli che Dio ha posto tra i nobili.
Il cap. 34 si riferisce al castigo di Edom, quel popolo maledetto, discendente da Esaù. Esso sarà completamente cancellato, e il suo paese, il monte di Seir, ridotto ad una desolazione perpetua. Dei predicatori moderni osano affermare che Dio nel suo amore non può condannare nessuno. Questi versetti portano loro una smentita solenne.
In contrasto il cap. 35 ci dà un prospetto di ciò che sarà lâeredità d'Israele (fratello di Esaù). Anche il deserto diventerà come un meraviglioso giardino ove brillerà senza nube «la gloria dell'Eterno, la magnificenza del nostro Dio» (vers. 2). Vedete l'allegrezza e la gioia che traboccano in questo breve capitolo 35. Ebbene, una tale prospettiva non è forse atta a rianimare i cuori più scoraggiati? (vers. 3). Ne è così a ben più forte ragione della speranza cristiana per eccellenza: la venuta del Signore per rapire la sua Chiesa. Non dimentichiamola mai e parliamone agli altri credenti. Non c'è mezzo più efficace per fortificare le mani infiacchite dal servizio come pure le ginocchia che han cessato di piegarsi per la preghiera (vers. 3; parag. Ebrei 12:12). «Consolatevi dunque gli uni gli altri con queste parole», raccomanda anche l'apostolo (1 Tessalonicesi 4:18).
I cap. 36 a 39 intercalano fra le due grandi divisioni profetiche del libro di Isaia, un episodio storico. à una narrazione che conosciamo già dai libri 2 Re 18:13 al cap. 20:21 e 2 Cronache 32. Dio ce lo riferisce una terza volta come una vivente illustrazione: da un lato, della fiducia in Lui; e dallâaltro delle sue misericordiose risposte a questa fiducia. Inattesa, in questa parte del libro, la bella storia d'Ezechia è giustamente destinata a fortificare «le mani infiacchite» e a «raffermare le ginocchia vacillanti» (cap. 35 vers. 3). Essa è infine una figura della situazione in cui il residuo d'Israele si troverà al tempo dell'invasione assira.
Il nemico si presenta «presso lâacquedotto dello stagno superiore, sulla strada del campo del qualchieraio», allo stesso luogo ove, al tempo dell'invasione di Retsin, il profeta e suo figlio Scear-Jashub erano stati mandati incontro ad Achaz n un messaggio di grazia (cap. 7:3 e 4). Dinanzi alle provocazioni di questo nuovo invasore, Ezechia può così ricordarsi della promessa fatta al padre suo nello stesso luogo: «Guarda di startene calmo e tranquillo, non temere e non ti s'avvilisca il cuore...».
I servitori dâEzechia hanno obbedito al loro re per tacere dinanzi al nemico. Gli hanno in seguito riferito fedelmente le parole di quest'ultimo (cap. 36:21 e 22). Ora, essi compiono presso Isaia la missione di cui sono stati incaricati, mettendo in pratica il proverbio che essi stessi hanno trascritto (vedere Proverbi 25:1 e 13). Notiamo che essi sono condotti da Eliakim, figlio d'Hilkia, l'intendente fedele stabilito da Dio, e che è una figura del Signore Gesù (cap. 22:20).
Rassicurato una prima volta dalla risposta del profeta, ecco che Ezechia riceve dal re dâAssiria una lettera carica di minacce per lui e ad un tempo di disprezzo per l'Eterno. Nel sentimento della propria impotenza e dell'offesa fatta al Dio d'Israele, il re si reca di nuovo al Tempio ove spiega dinanzi all'Eterno l'arrogante missiva. Questa volta non si accontenta d'una preghiera d'Isaia (vers. 4). S'indirizza lui stesso all'Eterno. Notate i suoi argomenti. Non fa menzione né di sé né del popolo. L'importante è la gloria di Colui che è «seduto fra i cherubini». Non si dovevano confondere gli «dèi delle nazioni» soggiogate dall'Assiria con «l'Eterno di tutti i regni della terra» (vers. 12 e 16 â parag. Anche vers. 17 con Salmo 74:10 e 18).
Ezechia ha realizzato il vers. 15 del cap. 30: «Nella calma e nella fiducia starà la vostra forza». E non è stato confuso. La sua fede onora lâEterno, e in risposta, l'Eterno onora la sua fede. Ebbene, Dio è «il Medesimo» (cap. 37:16). Egli non può non rispondere alla più debole fiducia del più piccolo dei suoi figli. Poiché ci va di mezzo la sua propria gloria.
Poiché Ezechia ha rinunciato a questâaffare, è l'Eterno stesso che s'incarica di rispondere alla lettera del re d'Assiria in un modo che quest'ultimo era ben lungi d'aspettarsi! Stimava che l'Eterno non era capace di liberare Gerusalemme (cap. 36:20). Eppure un solo angelo basta a colpire 185'000 uomini del suo esercito. Obbligato di rinunziare alla sua campagna Sennacherib se ne ritorna a Ninive pieno di vergogna e dispetto. Poi cade a sua volta sotto i colpi dei propri figli. Che contrasto fra il conquistatore fiero ed altero che incontra la sua perdita nel tempio stesso del suo idolo, e l'umile re di Giuda, coperto d'un sacco, che entra nella Casa del suo Dio, per ottenervi la liberazione (vedere Salmo 118:5)!
Ammiriamo la grazia di Dio che, a questa liberazione, aggiunge anche un segno. Egli conosce i bisogni dei suoi e promette di provvedere alla loro sussistenza (vers. 30).
La fede dâEzechia ottiene qui da parte dell'Eterno una risposta ancor più grande di quella del capitolo precedente. La morte si presenta, visitatrice importuna. La disperazione che l'infelice re prova dinanzi ad essa sembra mostrare una cosa: Egli non conosce la promessa che Dio aveva fatta per bocca di Isaia: «Annienterà per sempre la morte; e il Signore, l'Eterno, asciugherà le lacrime da ogni viso» (cap. 25 vers. 8). Ezechia che visse al tempo delle promesse per la terra (Salmo 116:9) non vede al di là d'un prolungamento dei suoi giorni. Non ha dinanzi a sé la radiosa certezza della risurrezione che i credenti posseggono oggi. Non sa, come l'apostolo, che «morire è un guadagno», poiché partire ed «essere con Cristo, è di gran lunga migliore» (Filippesi 1:21 e 23). Tuttavia Dio ode la sua preghiera, vede le sue lacrime... si lascia piegare (Salmo 34:6). E, anche questa volta, aggiunge alla sua risposta un segno di grazia: l'ombra che retrocede sul quadrante solare, figura del giudizio rinviato.
Il vers. 3 fa pensare a Ebrei 5:7 e alle lacrime di Getsemani. Nessun altro che Gesù poteva pienamente realizzare queste parole.
Questa bella narrazione ci è già stata riferita in 2 Re 20:1 a 11. Ma quel che troviamo soltanto qui è il commovente «scritto di Ezechia» che accompagna la sua guarigione.
«Lo scritto di Ezechia» termina con un rendimento di grazie. Egli ha pregato per essere salvato dalla morte. Egli prega ora per ringraziare Colui che lâha esaudito.
La parte deglâinconvertiti quaggiù si riferisce ad una sola parola: «amarezza su amarezza» (parag. Ecclesiaste 2:23). Anche se riescono nella vita, hanno sempre una angoscia segreta. «Ma tu, â può dire il riscattato rivolgendosi al suo Salvatore â tu, nel tuo amore, hai liberata l'anima mia dalla fossa della corruzione, perché ti sei gettato dietro alle spalle tutti i miei peccati». «L'Eterno ha voluto salvarmi» (versione corretta). Se questa è la nostra storia, allora non manchiamo di realizzare anche il versetto 19: «Il vivente è quel che ti loderà , come fo io quest'oggi».
In modo più generale, è la storia dâIsraele il quale rivivrà come popolo di Dio all'ultimo giorno, dopo il perdono di tutti i suoi peccati.
Il cap. 39 riferisce lâastuta tentazione di cui Ezechia è l'oggetto da parte degli ambasciatori del re di Babilonia. Egli vi soccombe... e noi pure, ogni volta che facciamo servire alla nostra propria gloria ciò che Dio ci ha affidato per la Sua gloria. «Che hai tu che non l'abbia ricevuto? â chiede 1 Corinzi 4:7 â E se pur l'hai ricevuto, perché ti glori?». â «Sono ricco, mi sono arricchito...», è nient'altro dell'insopportabile pretesa di Laodicea (Apocalisse 3:17).
I cap. 40 a 66 formano un insieme ben distinto, di modo che furono detti talvolta «il 2° libro dâIsaia». La prima parte aveva per soggetto principale la storia passata e futura d'Israele, e anche quella delle nazioni con cui ha avuto (ed avrà ) da fare. Nella divisione che affrontiamo, si tratta essenzialmente dell'opera di Dio nei cuori per volgerli verso Lui. La nostra preghiera incominciando questa lettura è che una tale opera si compia in ognuno dei nostri cuori. Solo la grazia divina può compierla, e per questo motivo Dio comincia col parlare di consolazione e di perdono.
Fra i «gridi» che echeggiano al principio di questo capitolo (vers. 2, 3, 6, 9), vi è una voce che riconosciamo: quella di Giovanni Battista (Giovanni 1:23). Gli Evangeli ci informeranno in che modo egli ha preparato la via del Signore Gesù. Lâappello seguente (citato in 1 Pietro 1:24 e 25) paragona il carattere fragile e passeggero della carne, compreso ciò che essa può produrre di più bello (il suo fiore) con la vivente e permanente parola di Dio» (parag. Matteo 24:35). Infine Gerusalemme è invitata ad annunziare a tutti: «Ecco il vostro Dio...» Siamo noi pure dei «messaggeri di buone novelle?» (parag. 2 Re 7:9).
Una grande questione sarà discussa nei cap. 40 a 48 che iniziamo: quella dellâidolatria del popolo. Naturalmente questo soggetto comincia con lo stabilire: Chi è il Dio della creazione? (vers. 12...). Prima di parlare dei falsi dèi, il profeta stabilisce l'esistenza e la grandezza del Dio incomparabile (vers. 18 e 25; Salmo 147:5). Tale è anche il miglior modo di annunziare l'Evangelo. Cominciamo col presentare Gesù. Poche parole basteranno in seguito per dimostrare la vanità degli idoli del mondo. Un paragone: quando un bambino si è impadronito di un arnese pericoloso, invece di strapparglielo con forza a rischio di ferirlo, i genitori gli presenteranno anzitutto un oggetto più bello che gli farà lasciare il primo.
Non soltanto Dio possiede la potenza in Se stesso, ma Egli è la sorgente di ogni vera potenza. Per voi pure, ragazzi, che forse credete ancora di possedere delle forze e delle capacità personali! Ritenete questi versetti 29 a 31; hanno manifestato la loro efficacia rianimando innumerevoli credenti scoraggiati. Serrateli nel vostro cuore come un corridore prudente tiene in serbo una provvista speciale per il momento della stanchezza. Lâapostolo non si perdeva d'animo perché il suo sguardo rimaneva fissato sulle realtà invisibili (2 Corinzi 4:1, 16-18).
Dio non si è soltanto fatto conoscere nella sua creazione. Ha ugualmente mostrato che Egli sâoccupava dell'uomo. Alle nazioni si è rivelato in giustizia e in giudizio (vers. 1 a 4). A Israele si è manifestato in grazia. Non si tratta forse dei discendenti di Giacobbe suo servitore e d'Abrahamo suo amico? «Essi sono diletti a causa dei padri. Poiché i doni di grazia e l'appello di Dio sono senza pentimento» (Romani 11:28 e 29; Salmo 105:6-10).
La debolezza di questo povero popolo â un misero verme â non è ostacolo alla sua benedizione. Al contrario, è la condizione stessa per godere delle promesse magnifiche (del vers. 10 in particolare), promesse che sono anche per noi: «Non temere, poiché sono con te; non ti smarrire poiché sono il tuo Dio. Io ti fortificherò; sì, io ti aiuterò; sì, io ti sosterrò...». «Non temere», è la piccola frase familiare (vers; 10, 13, 14; cap. 43:1; cap. 44:2...) per cui Colui che discerne i nostri turbamenti, le nostre inquietudini, viene teneramente a rassicurarci.
La fine del capitolo continua a stabilire ciò che è Dio in rapporto con gli idoli. Questi sono messi a sfida. Hanno essi la minima conoscenza delle cose del passato, o di «quelle avvenire»? (vers. 22 e 23). Allora lo provino! Il Creatore, il Dio che sâinteressa dell'uomo è pure il Dio di ogni conoscenza.
La rivelazione progressiva che Dio fa di sé si completerà ora meravigliosamente. Il cap. 42 comincia col presentarci una Persona: «Ecco il mio Servo...» In Isaia si parla in modo così evidente del Signore Gesù che questo libro è stato chiamato «lâEvangelo dell'Antico Testamento». Abbiamo già trovato dei versetti annunzianti la sua nascita, poi la sua manifestazione in Galilea (cap. 7:14; cap. 9:1,2,6). Siamo ora trasportati sulle rive del Giordano. La potente voce di Giovanni Battista ha echeggiato nel deserto (cap. 40:3). Allora appare il perfetto Servitore. E subito, secondo la promessa che abbiamo qui, Dio mette il suo «Spirito su Lui». Sotto le apparenze d'una colomba, lo Spirito Santo viene a dimorare sul Diletto in cui il Padre «trova il suo compiacimento» (vers. 1; Matteo 3:16-17). Unto di Spirito Santo e di potenza, Egli comincia allora il suo instancabile ministero di grazia e di verità (vers. 1 a 4 citato in Matteo 12:18 a 21).
«Io non darò la mia gloria a un altro» dichiara lâEterno. Questo vers. 8 permette di comprendere molti castighi e umiliazioni non soltanto per Israele (vers. 12...), ma anche per i cristiani oggi (vedere anche cap. 48:11).
à importante comprendere a chi si rivolge lo Spirito di Dio in ogni parte delle Sacre Scritture. Molte persone si son smarrite, in particolare nellâinterpretazione delle profezie, applicando alla Chiesa ciò che si riferisce al popolo giudeo. In tutti i nostri capitoli, non si tratta che d'Israele e del suo Messia. Ma inversamente, non trascuriamo questi passi, col pretesto che non si applicano direttamente ai cristiani. Quante parole commoventi contengono, parole che i riscattati riconoscono e s'appropriano, perché le hanno più volte udite nel segreto del loro cuore: «Non temere, perché io t'ho riscattato; ti ho chiamato per nome; tu sei mio...io sarò teco;... Quando camminerai nel fuoco, non ne sarai arso, e la fiamma non ti consumerà » (cap. 43:1 e 2). à stata l'esperienza dei tre amici di Daniele (Daniele 3). E se anche noi dobbiamo passare nel fuoco della prova, non saremo mai soli; il Signore ci ha promesso espressamente la sua compagnia; la fornace è un luogo prediletto di appuntamento di Cristo con i suoi (2 Timoteo 4:17).
«Quando passerai per delle acque...» Il fuoco e lâacqua: bisogna l'uno e l'altra per ottenere un buon acciaio, in altre parole per forgiarci una fede ben temprata.
Consideriamo i magnifici nomi di Dio nei vers. 11 a 15: LâEterno, il Medesimo... il vostro Redentore, il vostro Santo, il Creatore d'Israele, il vostro Re. «Fuori di me non v'è salvatore». «In nessun altro è la salvezza», riprenderà l'apostolo Pietro in Atti 4:12.
Ma la vita cristiana non si limita alla salvezza. Dio ha dei diritti su noi, come sul suo popolo terrestre. «Il popolo che mi sono formato pubblicherà le mie lodi» (vers. 21). Israele non ha riconosciuto questi diritti (vers. 22...). Ma purtroppo, nellâattuale cristianità , l'importanza della lode e del culto è altrettanto misconosciuta!
«Che mi sono formato»! à pure a causa di se stesso che Dio cancella le trasgressioni (vers. 25). La sua gloria esige la nostra santità . Egli ci provvede personalmente, benché sia il Dio offeso: «Io, io son quegli che per amor di me stesso cancello le tue trasgressioni». E non soltanto Egli le toglie, ma promette: «non mi ricorderò più dei tuoi peccati», compresi i più orribili. Quale grazia! Tuttavia Egli aggiunge: «Risveglia la mia memoria... parla tu stesso». A noi, discendenti dâAdamo peccatore, Egli lascia la cura di confessare il nostro stato, i nostri propri falli, per far risaltare pienamente l'opera compiuta per espiarli. Questo fa parte delle sue lodi che dobbiamo raccontare.
Questi capitoli ci riportano allâinizio della storia d'Israele, nel libro dell'Esodo. L'Eterno aveva formato e separato questo popolo per sé (cap. 43:21; 44:2). Essi erano suoi e Lui di loro (vers. 5). In seguito aveva dato la legge che cominciava così: «Io sono l'Eterno, il tuo Dio... non avrai altri dii nel mio cospetto... Non ti fare scultura alcuna...» (Esodo 20:1 a 4). La storia del popolo ci impara a che punto questi comandamenti sono stati trasgrediti! Ma gli idoli non sono il peccato esclusivo d'Israele, neppure la particolarità dei popoli pagani (1 Corinzi 10:14). Facendo l'inventario degli oggetti che possediamo â e quello dei nostri pensieri segreti â forse scopriremo più d'un idolo solidamente stabilito. Ebbene, per questo motivo lo Spirito di Dio è così sovente attristato e la benedizione impedita (parag. vers. 3).
Meditiamo pure le due ultime espressioni della nostra lettura a riguardo dellâidolo. Esso è fatto secondo «una bella forma d'uomo» (parag. cap. 1:6). Quest'ultimo si compiace di se stesso, adorando e servendo la creatura invece del Creatore. In secondo luogo è fatto «perché abiti nella casa» (vers. 13). Vegliamo molto da vicino sul nostro cuore e anche sulla nostra casa (vedere Deuteronomio 27:15).
Per darsi una buona coscienza, il mondo mescola facilmente la religione con la ricerca dei suoi agi e delle sue soddisfazioni (parag. Esodo 32:6). Come quellâuomo che, con lo stesso legno, accende il forno, cuoce il pane, si scalda... e si scolpisce un idolo. Questa descrizione beffarda basta a provare la follia d'un tale culto. Invece di adorare Colui che l'ha creato, lo stolto si prostra davanti ad un volgare ceppo, un oggetto inerte uscito dalle proprie mani! I vers. 9 a 20 sono pieni dell'attività dell'uomo. Egli fa questo, egli fa quello. Si prodiga senza calcolare la sua fatica, e tutto ciò in una tragica illusione, poiché si «pasce di cenere... e non può liberare l'anima sua» (vers. 20). Ma dal vers. 21 troviamo ciò che Dio fa... «Io ho fatto sparire le tue trasgressioni come una densa nube, e i tuoi peccati, come una nuvola... io ti ho riscattato.» Come il vento spazza in un momento il cielo più nuvoloso, Dio col suo soffio potente scaccia tutto quel che s'è accumulato fra Lui â che è luce â e l'anima nostra che ha bisogna di questa luce come la terra ha bisogna di quella del sole. Chi ha «spiegato i cieli... distesa la terra», formato l'uomo, farà anche il necessario per la restaurazione del suo popolo,... e la salvezza di chiunque crede.
LâEterno ha annunziato che si sarebbe servito di Ciro per adempiere tutto il suo compiacimento (rileggere cap. 44:28). Questo re, che doveva por fine alla cattività del popolo a Babilonia, è chiamato per nome molto tempo prima dell'inizio di questa cattività ! La grazia divina teneva così questo salvatore come «in riserva» durante tutta la durata del castigo. Sotto forma d'una rivelazione personale a Ciro, si presenta l'occasione per l'Eterno di confermare che fuori di Lui non c'è altro Dio (vers. 5; parag. con 1 Corinzi 8:4 a 6 e Efesini 4:6). Non è dunque soltanto ai Giudei che Dio si è fatto conoscere, ma anche alle nazioni di cui facciamo parte. Molto tempo prima della nostra nascita, prima dell'origine del mondo, fin dai tempi eterni, il vostro nome e il mio sono stati nella sua mente. Egli si proponeva anche di adempiere per noi «tutto il suo compiacimento» al momento convenevole... che è il momento presente (Efesini 3:8-10). Rispondiamo noi, ognuno al suo posto e nella sua misura a ciò che Dio ha così atteso da noi? (parag. Atti 13:36 riguardo a Davide).
I vers. 9 e 10, a cui ha certamente pensato lâapostolo scrivendo Romani 9:20, stabiliscono la follia di quelli che contestano con quel Dio creatore e sovrano.
Ciò che lâEterno adempirà per il ristabilimento del suo popolo lo farà conoscere a tutti come «l'Iddio d'Israele, il Salvatore...» (vers. 15). In contrasto con gli dèi che non salvano (fine del vers. 20), Egli stesso dichiara con gran forza: «Non v'è altro Dio fuori di me, un Dio giusto e non v'è Salvatore fuori di me». E si rivolge non soltanto alla discendenza d'Israele, ma a tutti gli uomini: «Volgetevi a me e siate salvati, voi tutte le estremità della terra!...» (vers. 21 e 22). Quest'appello risuona nel mondo oggi; ognuno di noi vi ha risposto? Riconosciamo la voce del «nostro Dio salvatore che vuole che tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verità ...» (1 Timoteo 2:4 e 5; leggere anche Tito 2:11). Ma affinché Dio potesse mostrarsi ad un tempo «giusto e salvatore» sappiamo quel che fu necessario. Il castigo che doveva soddisfare la sua giustizia a riguardo del peccato ha colpito Colui che il seguito dello stesso passo in Timoteo chiama «il mediatore fra Dio e gli uomini,... l'uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso come prezzo di riscatto per tutti». A buon diritto ogni ginocchio si piegherà davanti a questo gran Dio salvatore ed ogni lingua confesserà altamente Dio (vers. 23 citato in Romani 14:11).
Il profeta prosegue il suo paragone con un nuovo quadro molto impressionante. Da un lato, idoli pesanti che sono fardelli gravosi per quelli che li portano! Dallâaltro, un Dio potente e fedele che si è invece caricato del suo popolo dal principio alla fine della sua storia «come un uomo porta il suo figliuolo» (vers. 3; Deuteronomio 1:31). A questa posizione privilegiata, Israele ha preferito il servizio ingrato di falsi dèi impotenti e ridicoli (vers. 6 e 7). Ma questi l'hanno fatto vacillare pesantemente, schiacciandolo sotto il loro peso, e saranno alla fine la causa della sua cattività . Moralmente è sempre così. Gli idoli più nobili secondo il mondo (questi sono d'oro e d'argento, mentre quelli del cap. 44 erano solo di legno) conducono infallibilmente quelli che li servono alla loro rovina finale. Ma invece, che cosa ci propone il Signore Gesù? Confidarci in Lui fin dalla giovinezza; continuare ad appoggiarci su lui anno dopo anno durante tutta la nostra vita; infine, se dobbiamo pervenire all'età in cui le forze declinano, godere ancora della bella promessa: «Fino alla vostra vecchiaia io sarò lo stesso, fino alla vostra canizie io vi porterò» (vers. 4).
Si tratta ora di Babilonia. La sua caduta si trova annunziata già prima della sua entrata nella storia. Adoperata dallâEterno per disciplinare il suo popolo, essa non ha avuto per esso alcuna pietà ; non prese «queste cose a cuore», infine, non si è ricordata «la fine di tutto questo» (vers. 7; Deuteronomio 32:29). Per mezzo di Daniele, Dio le aveva fatto conoscere questa fine (vedere Daniele 2:45). E nonostante ciò l'orgogliosa città ha dichiarato: «Io sarò signora in perpetuo» (vers. 7). E conosciamo la sua fine, solenne e subitanea, durante la notte tragica del convito di Belsatsar (Daniele 5:30).
Babilonia è, nel Nuovo Testamento, la figura della cristianità come Chiesa responsabile. Questa si è stancata dâessere straniera quaggiù e di soffrire. Ha preferito un trono alle croce. Ha dimenticato la misericordia, ha dominato sulle anime, ha disconosciuto i diritti del Signore e perduto di vista il suo ritorno. Si è accordata con una moltitudine d'idoli e di superstizioni (vers. 12 e 13). Ma il momento della sua rovina giungerà (Apocalisse 18). Allora Cristo presenterà al cielo e alla terra la sua vera Sposa: la Chiesa, composta di tutti i suoi cari riscattati, rapita presso di Lui prima di questi avvenimenti. Ne farete parte?
Gli «interpreti dei cieli, gli osservatori delle stelle» (cap. 47:13) ed altri astrologi, hanno in ogni tempo pronosticato alle spese della credulità popolare. Ad onta delle loro pretese, non è in potere di nessuno predire lâavvenire. Dio solo ne ha conoscenza e ci rivela nella sua Parola le cose che abbiamo bisogno di conoscere (cap. 46:10; Atti 1:7). L'adempimento nel passato degli avvenimenti che furono annunziati in anticipo per mezzo dei profeti, è una prova di più dell'esistenza e della onnipotenza di Dio (vers. 5; vedere Giovanni 13:19). Le prime cose dichiarate da lungo tempo sono avvenute (vers. 3). Questo prova che le cose nuove sono e saranno anche l'opera di Dio (vers. 6; Matteo 13:52). Oggi è alla portata di tutti, e particolarmente dei Giudei, investigare le Scritture per assicurarsene. Molti secoli prima, il rigettamento del loro Messia è stato chiaramente annunziato dal più grande dei profeti, precisamente nei capitoli che leggiamo. Purtroppo, non solo Israele, ma l'uomo, in generale è veramente «ostinato»; il suo collo ha muscoli di ferro; la sua fronte è di rame (vers. 4); il suo orecchio è chiuso (vers. 8). E soprattutto, il suo cuore è duro (ostinato; cap. 46:12).
«Per amor del mio nome... e per amor di me stesso!» Noi dimentichiamo molto sovente questo gran motivo degli interventi di Dio. Adottando Israele come suo popolo â e noi cristiani come suoi figli e sue figlie â Dio si è in certo modo impegnato personalmente, proprio come un padre è impegnata di fronte ad estranei per mezzo degli atti dei suoi figli! Noi siamo, secondo il caso, liberati, purificati... o castigati, a causa della gloria del Padre di cui siamo i figli (vedere Giosuè 7 fine del vers. 9). Ma Dio ha pure un altro motivo per insegnarci e disciplinarci: il nostro bene (vers. 17; Ebrei 12:10).
La pace del cuore, «come un fiume» calmo e potente, deriva dallâobbedienza del credente (vers. 18). Si comprende: nella corrente della volontà di Dio non si conosce né l'agitazione né il ribollimento del torrente nei monti. Si realizza il vers. 3 del cap. 26: «Tu manterrai in una pace perfetta colui che s'appoggia su te» (versione corretta). Notiamo che il Signore dà la sua pace ai suoi dopo aver ordinato loro di osservare i suoi comandamenti e la sua Parola (Giovanni 14:15, 21, 23, 27). Preziosa pace dei riscattati del Signore! Essa è sconosciuta ai malvagi (vers. 22).
A questo punto del libro, segnato da unâimportante divisione, viene provato che Israele è stato un servitore infedele. Così l'Eterno gli sostituisce Cristo, il vero Israele (vers. 3), servitore obbediente, nel quale si glorierà . Ora, a tutta prima, il lavoro del Signore poteva sembrarGli esser stato inutile (vers. 4). Non soltanto Israele non è stato radunato, ma ha rigettato il suo Messia. E tuttavia i vers. 5 e 6, come pure il cap. 53:11, ci assicurano che, malgrado questo fallimento apparente, Cristo «vedrà il frutto del travaglio dell'anima sua». I figli di Dio dispersi sono oggi radunati per costituire la famiglia celeste (Giovanni 11:51 e 52). Il rigettamento del Signore da parte del suo popolo ha permesso a Dio di estendere la sua salvezza «fino alle estremità della terra».
Non è forse meraviglioso questo colloquio fra lâEterno e il suo «santo servitore Gesù»? (Atti 4:27). Rivolgendosi a «Colui che è disprezzato dagli uomini (parag. cap. 53:3), a Colui che è detestato dalla nazione, al servitore dei potenti» (ma che ha un prezzo infinito per il proprio cuore), Dio gli promette che presto le cose saranno capovolte: Dei re «si leveranno» davanti a Lui, come ci si alza all'arrivo d'uno più grande di noi; «dei principi pure, e si prostreranno» (parag. Filippesi 2:6 a 11).
Al tempo della prima venuta del Signore, Israele non è stato radunato (vers. 5). Ma lâora di questo radunamento suonerà . Non soltanto Giuda e Beniamino, ma le dieci tribù oggi disperse prenderanno la strada del ritorno. Convergeranno da tutti i punti cardinali, sì, anche dalla lontana Cina (il paese di Sinim? â vers. 12), poiché Dio ha saputo, durante più di 20 secoli, preservare miracolosamente la loro unità razziale.
Visione gloriosa: Gerusalemme raduna infine i suoi figli sotto la sua ala, quello che il Signore aveva molto desiderato fare quando era quaggiù. Ma erano loro che non lâavevano voluto (Luca 13:34). Come per un'immensa riunione di famiglia, i figli e le figlie di Giacobbe, da tanto tempo separati, accorrono, si riconoscono, si rallegrano assieme. Sarà il compimento profetico del Salmo 133.
Da questa scena terrestre, il nostro pensiero si eleva alla grande riunione celeste. Di tutti i riscattati del Signore, di quelli che Egli ha ricevuti dal padre suo, non ne mancherà nessuno. Ogni pecora è fin dâora al riparo nella Sua mano, ed ha il suo nome come scolpito sulle palme di quelle mani che furono forate (vers. 16; Giovanni 10:28; 17:12). I prigionieri dell'uomo forte gli sono stati strappati per sempre per mezzo della vittoria della croce (vers. 25; Luca 11:21 e 22).
Invano hanno echeggiato gli appelli dellâEterno. «Ascoltatemi», non ha cessato di ripetere (cap. 44:1; 46:3 e 12; 48:1 e 12; 49:1). Purtroppo, sia alla voce di Giovanni (cap. 40:3) o a quella del Messia stesso... «nessuno ha risposto» (vers. 2). Si può pensare a quel che è stata per il Signore Gesù quest'indifferenza. Egli veniva con «la lingua dei sapienti (esercitata)»: quella dell'amore. Ma nessuno ha voluto comprenderla. «Tu non hai udito... nulla in passato te n'è mai venuto agli orecchi» (cap. 48:8). Tuttavia che esempio dava loro! Ogni mattino trovava quest'Uomo obbediente, prestando orecchio alle parole del Padre suo, attento all'espressione della sua volontà per la giornata (se Egli sentiva questo bisogno, a più forte ragione dovremmo noi sentirlo).
Poi lâindifferenza verso Gesù s'è cambiata in odio. Il vers. 6 ci ricorda gli oltraggi ch'Egli ha subìto. Ma pur sapendo quel che l'aspettava, non s'è tratto indietro; ha reso la sua faccia simile ad un macigno (vers. 5 e 7; Luca 9:51).
In quel che ci concerne ascoltiamo lâappello del vers. 10. Noi che siamo figli di luce non lasciamoci abbagliare dalle fugaci scintille con cui il mondo cerca di farsi luce (vers. 11).
Al cap. 46:12 lâEterno s'era rivolto a quelli che erano lontani dalla giustizia. La sua grazia parla ora a quelli che procacciano la giustizia (vers. 1) e che la conoscono (vers. 7). In un mondo ingiusto, essi sono esposti a soffrire per questa giustizia e hanno bisogno d'un incoraggiamento: «Non temete l'obbrobrio degli uomini, né siate sgomenti per i loro oltraggi» (vers. 7). Cristo per primo ha sopportato quest'obbrobrio e questi oltraggi da parte dell'uomo» (cap. 50:6). Così ci è dato di modello, onde seguiamo le sue tracce (1 Pietro 2:20 a 24; 3:14).
Allâesempio del Signore Gesù (vedere Salmo 40:8), Dio può parlare qui d'un popolo nel cui cuore dimora la sua legge! Cari amici, abita la Parola di Cristo in noi riccamente? (Colossesi 3:16; Giovanni 15:7).
La preghiera del vers. 9 fa appello al potente braccio dellâEterno (vedere 53:1). Questi aveva dianzi abbattuto l'Egitto e spartito «le acque magnifiche». Una volta ancora, strapperà Israele dalla sua cattività . Come sulle rive del mar Rosso, lo Spirito metterà allora dei canti di trionfo nella bocca «dei riscattati» e porrà sul loro capo un'allegrezza eterna (vers. 11; parag. cap. 35:10).
«Io, io son colui che vi consola» (vers. 12). Quanti credenti nella prova han fatto lâesperienza che solo in Cristo vi sono vere consolazioni. Infatti è «il Dio di ogni consolazione» (1 Corinzi 1:3). Ma noi siamo talvolta come il salmista che dichiara: «L'anima mia ha rifiutato d'essere consolata» (Salmo 77:2). I commoventi appelli dell'Eterno al suo popolo son rimasti senza eco. «Non s'è trovato alcuno che rispondesse», ad eccezione di un debole residuo che procacciava la giustizia (cap. 50:2; 66:4) Ora un grido terribile e urgente si fa udire: «Risvegliati; risvegliati, levati... rivestiti delle tue più splendide vesti» (vers. 17 e cap. 52:1). Si tratta di scuotere Gerusalemme dal suo sonno. Poiché il Messia apparirà . Il cap. 53 ci mostrerà l'accoglienza riserbatagli alla sua prima venuta. Cristo, rigettato, è risalito nella gloria. Ma oggi siamo alla vigilia del suo ritorno. E Gesù ci annunzia: «Ecco, io vengo tosto». Egli stesso si presenta: «Io sono... la stella lucente del mattino» (Apocalisse 22:12,16,17). Risvegliata e piena di speranza, la Sposa dice con lo Spirito: «Vieni!» Ognuno vi faccia eco nel suo cuore e Gli risponda pure: «Amen; vieni, Signor Gesù!»
Fino al versetto 6, si tratta dei riscattati. Dal versetto 7, il Redentore ci è presentato.
Lo Spirito Santo ha sulla terra un compito di primâordine: dirigere gli sguardi dei credenti su Cristo e sulle sue sofferenze. Tutte le esortazioni ad ascoltare, a risvegliarsi, a separarsi, convergono anche qui verso la presentazione d'una persona: Cristo, il Messia d'Israele. Egli è il Messaggero che reca buone novelle di pace, di salvezza, di felicità (vers. 7). Egli è pure il Servitore che agisce saviamente (vers. 13). Abbiamo così in riassunto davanti a noi le sue parole e le sue opere. Il cap. 53 ci farà conoscere le sue sofferenze.
Veramente câè di che essere sbigottiti e confusi di stupore meditando sull'inesprimibile abbassamento del Figliuol di Dio (vers. 14 completato dal cap. 53:3). «Il suo viso disfatto» testimoniava contro il mondo empio di quel che poteva costare all'Uomo perfetto attraversarlo. Così, è in giustizia che Dio l'ha ora esaltato, elevato e posto molto in alto, in attesa ch'Egli appaia in gloria. Allora dei re chiuderanno la bocca vedendolo. Ma i riscattati non taceranno mai. Come quelle sentinelle del vers. 8, dopo le fatiche della lunga veglia, dopo l'attesa interminabile evocata dal Salmo 130:6, leveranno la voce con canto di trionfo, poiché essi lo vedranno a faccia a faccia.
à la pagina misteriosa che il ministro di Candace, regina degli Etiopi, leggeva nel suo carro. «E Filippo, ... cominciando da questo passo della Scrittura, gli annunziò Gesù» (Atti 8:27...). In quel punto anche per noi sta il principio di ogni conoscenza: Gesù il Salvatore. Ognuno di noi seguiva la sua propria via di disobbedienza (vers. 6). Ma lâAgnello di Dio ha seguito per salvarci la via della perfetta obbedienza e della completa sottomissione. In questo sentiero, Egli è stato disprezzato, abbandonato, oppresso, afflitto, infine soppresso dagli uomini (vers. 3, 7, 8). Ma è stato trafitto, fiaccato, sottoposto alla sofferenza da Dio stesso (vers. 4, 5, 10). Chi potrà mai investigare l'infinito di quest'espressione: «Piacque all'Eterno di fiaccarlo»? I nostri languori e i nostri dolori (vers. 4), le nostre trasgressioni e le nostre iniquità (vers. 5), il nostro peccato sotto tutte le sue forme â dalle più sottili alle più grossolane â con le loro terribili conseguenze, tale è stato il carico indicibilmente pesante di cui si è caricato quest'«Uomo di dolore».
In questo sta il travaglio dellâanima tua, o nostro Salvatore! Ma, aldilà della morte a cui hai dato te stesso, tu godi d'ora innanzi e per sempre, nel frutto stesso della tua sofferenza, l'inesprimibile gioia dell'amore soddisfatto (Ebrei 12:2).
Lâopera descritta nel cap. 53 essendo compiuta, i credenti sono invitati a rallegrarsi e a cantare. Il vers. 10 del cap. 53 annunziava: «Se dà l'anima sua in sacrifizio per la colpa, Egli vedrà una progenie». E Gesù stesso l'ha confermato: «Se il granello di frumento caduto in terra non muore, riman solo; ma se muore produce molto frutto» (Giovanni 12:24). Il cap. 54 ci fa intravvedere questa ricca messe. Si tratta di Israele, seme terrestre; ma il Nuovo Testamento parla anche dei figli della famiglia celeste: «la Gerusalemme di sopra» (vedere Galati 4:26 e 27). Siete anche voi che leggete queste righe, uno di quei «frutti» del travaglio dell'anima Sua?
Per accogliere i suoi figli e le sue figlie, Gerusalemme, a lungo vedova e sterile, è invitata ad allargarsi, a estendersi. A causa dellâopera compiuta Dio può aver compassione di lei e raccoglierla. L'ira è durata un momento, ma la sua bontà sarà eterna (vers. 7 e 8; Salmo 30:5).
«Tutti i tuoi figliuoli saranno ammaestrati dallâEterno», promette il vers. 13 citato in Giovanni 6:45. L'opera del Signore verso noi comprende due grandi parti: Egli ha portato le nostre iniquità e insegna la giustizia a molti (cap. 53:11). Non dimentichiamo questa seconda parte e, se gli abbiamo portato il fardello dei nostri peccati, lasciamoci ora insegnare da Lui. Così potremo portare il frutto della giustizia alla Sua gloria (2 Corinzi 9:10).
Come dalla roccia colpita nel deserto (cap. 48:21), un fiume di benedizione scorre dallâopera della croce. Sorgente inesauribile offerta a chiunque ha sete! Qui è l'appello del profeta, ma il Signore Gesù si esprime nello stesso modo: «Se alcuno ha sete venga a me e beva» (Giovanni 7:37; vedete anche quel «chiunque» della grazia al cap. 3:15 e 16; 11:26; 12:46). Due cose caratterizzano la grande salvezza di Dio: essa è gratuita. Gli uomini si affaticano considerevolmente e spendono dei capitali «per quel che non sazia», allorché il più prezioso bene fra tutti si può ottenere «senza denaro e senza prezzo». Dio ne ha fatto tutte le spese.
In secondo luogo, la salvezza deve essere accettata ora. Cercate lâEterno mentre lo si trova» (vers. 6). Dio è vicino, Egli perdona abbondantemente... ma affrettatevi! Viene il momento in cui non è più accessibile (Giovanni 7:34 e 8:21).
Considerate ancora in questo bel capitolo ciò che è detto dei pensieri dâamore e delle vie inscrutabili di Dio (vers. 8 e 9; vedere anche Romani 11:33 a 36). E della sua Parola: essa non tornerà a me a vuoto, promette il versetto 11. â Ha essa prodotto quest'effetto sul vostro cuore?
Questi due capitoli ricordano un oscuro momento della storia futura dâIsraele. La maggior parte del popolo, sviata dalle sentinelle cieche (vers. 10...), seguirà l'Anticristo (il re: cap. 57:9). Durante questo tempo Dio segue ed incoraggia con le sue promesse i fedeli che rispettano i suoi sabati. Il tempio è al presente distrutto dopo esser stato profanato. Ma riprenderà il suo nome e il suo carattere di «casa di preghiera» per la gioia di quel residuo. E inoltre, sarà aperto a tutti i popoli (cap. 56:7). Quanto a noi, cristiani, abbiamo accesso ad ogni momento presso Dio per la preghiera e la lode. Ne approfittiamo noi?
I versetti 1 e 2 del cap. 57 ci rivelano il vero significato della morte dâun giusto e degli «uomini pii». Dio li mette al riparo dei castighi che prepara per gli altri uomini (parag. 1 Re 14:12-14).
«Io creo la lode châesce dalle labbra», dice Egli (vers. 19). Il capitolo 13:15 agli Ebrei ci mostra che si tratta dei «sacrifici di lode». Essi sono indirizzati a Dio, ma è Lui stesso che li produce per mezzo del suo Spirito nel cuore dei suoi. Offriamoglieli incessantemente nel nome di Gesù Cristo.
Infine il vers. 20 dipinge un rapido quadro dellâagitazione malsana dei malvagi con le sue conseguenze. L'apostolo Giuda lo completa paragonando questi alle «furiose onde del mare, schiumanti la lor bruttura» (Giuda 13).
Questa nuova grande divisione del libro comincia mostrando il popolo che digiuna e sâaffligge. Poiché l'Eterno guarda precisamente a chi è abbattuto e di spirito contrito (cap. 57:15; 66:2), ci si può chiedere ciò che Egli vi trovi da ridire. I vers. 3 a 7 ce lo insegnano: Dio non si accontenta di semplici forme religiose esteriori, né di pie dichiarazioni; non hanno nulla a che fare con il frutto delle labbra che Egli stesso produce. Per bocca d'un altro profeta, fa a tutti una domanda diretta: «Avete voi digiunato per me, proprio per me?» (Zaccaria 7:5). Purtroppo, dietro una bella facciata di pietà , quante cose possono dimorare: la ricerca del nostro piacere, la durezza e l'egoismo, le contestazioni e le discordie (vers. 3 e 4), i giudizi e le critiche (additare) come pure il gesto minaccioso e le vane parole (vers. 9 e 13). Eccole le vere esigenze di Dio:
Le iniquità del popolo costituiscono un paravento impenetrabile fra lâEterno e lui. Impediscono a Dio di accettare qualsiasi servizio religioso. Ma in senso inverso, Egli non può intervenire in favore dei suoi finché questo muro sussiste. Forse è anche il motivo per cui le nostre preghiere restano talvolta senza risposta (Proverbi 15:8 e 29).
La lista opprimente di tutti i peccati accumulati dal popolo è dinanzi a Lui ai vers. 3 a 8, onde aiutarli ad averne coscienza. Romani 3:10 a 18 ne nomina alcuni per stabilire la malvagità di tutta la razza umana.
Al vers. 9 sono i fedeli del residuo che prendono la parola. Riconoscono con umiliazione la verità del quadro che è stato fatto. «Le nostre iniquità le conosciamo», dichiarano essi, aggiungendo persino una nuova lista di fatti a quelli che il profeta aveva enumerati (vers. 13 a 15). In breve, questo residuo mostra quanto sia «contrito e umile di spirito (cap. 57:15). Così, secondo la Sua promessa, lâEterno potrà ora consolarlo, «rivivificarlo» e fargli giustizia per mezzo del Messia, suo Redentore e suo Liberatore che sarà anche quello delle nazioni (vers. 20; Romani 11:26).
Nella citazione del vers. 1 in Efesini 4:14 lâespressione «la gloria dell'Eterno s'è levata su te» diventa: «Cristo risplenderà su te». La gloria di Dio s'identifica con la persona del suo Figlio (vedere anche 2 Corinzi 4:6). Ed essa è unita al luogo ove Egli dimora: «Io renderò glorioso il luogo ove posano i miei piedi» (vers. 13). «La Sion del Santo d'Israele» (vers. 14) ha il suo riscontro nella Gerusalemme celeste, al cap. 21 dell'Apocalisse. Paragonate rispettivamente i vers. 19, 3 e 11 del nostro capitolo con Apocalisse 21:23 a 26.
Come al cap. 49, il grande radunamento dâIsraele è ricordato in una descrizione commovente e splendida. Questa visione, questa promessa sosterrà i credenti del residuo in mezzo alle loro tribolazioni! Quanto a noi cristiani, talvolta scoraggiati, alziamo i nostri occhi e consideriamo per la fede il popolo di Dio, come dianzi Abrahamo fu invitato a farlo (Genesi 15:5). Noi non siamo soli. Una folla innumerevole di pellegrini cammina con noi verso la città celeste. La stanchezza, la sofferenza hanno sovente rallentato i loro passi. Ma guardateli: i loro visi sono raggianti. Il loro cuore freme e si espande per affetti eterni (vers. 5).
Il principio di questo capitolo è dâinteresse particolare. à il passo scelto dal Signore Gesù quando, nella sinagoga di Nazaret, si è alzato per leggere e meditare (Luca 4:16 a 21). Ma notiamo un particolare della maggior importanza: Gesù ha interrotto la sua lettura a metà della frase, prima della menzione del giorno della vendetta. Soltanto la prima parte del suo ministero (quello della grazia), era adempiuta, ed essi l'udivano. Ciò che segue, cioè il giudizio, era sospeso e lo è oggi ancora. Ora, il testo non comporta neppure una virgola, Dio ha trovato il mezzo d'intercalare già quasi 2000 anni di pazienza.
Tuttavia questa vendetta non è neppure lâultima parola della frase. Essa è seguita da consolazione e gioia per i fedeli del residuo. Come Giobbe alla fine essi riceveranno il doppio. «E avranno un'allegrezza eterna» (vers. 7).
In risposta a queste promesse, si leva la voce del residuo: «Io mi rallegrerò grandemente nellâEterno, l'anima mia festeggerà nel mio Dio; poich'Egli m'ha rivestito delle vesti della salvezza, m'ha avvolto nel manto della giustizia...» (vers. 10). Il cristiano non ha forse oggi i stessi motivi per lodare il Signore e rallegrarsi in Lui?
Gerusalemme, la derelitta, la donna sterile e desolata, la vedova del cap. 54, diverrà colei che ha marito (vers. 4), la ricercata, la città non abbandonata (vers. 12). LâEterno, il suo Sposo potrà di nuovo rallegrarsi in lei. Intanto, delle sentinelle vigilanti sono poste sulle mura con una consegna: «O voi che destate il ricordo dell'Eterno, non abbiate requie». Fedeli a questa parola d'ordine, i credenti giudei al tempo della fine grideranno a Dio: «Ricordati della tua raunanza che acquistasti in antico, che redimesti...» (Salmo 74:2).
Amici cristiani, ognuno di noi è ugualmente stato posto dal Signore in tale o tal altro luogo, ed ha ricevuto una missione simile compresa in due parole: «Vegliate e pregate» (Matteo 26:41; 1 Pietro 4:7). Le nostre preghiere sono attese lassù e son loro preparati ricchi esaudimenti. Non abbiamo forse importanti soggetti da ricordare al cuore del nostro Padre celeste? Per esempio la sua Assemblea universale â con quelli che ne fanno parte nella nostra città o nel nostro villaggio. Non abbiamo requie, poiché abbiamo il privilegio oggi dâessere quelli che destano il ricordo dell'Eterno. Cosa ben commovente, Dio parla come se le nostre preghiere gli abbisognassero per ricordarsi delle sue promesse. Quale grazia!
Chi è, donde viene, colui che giunge così splendido e temibile? Perché questo sangue ai suoi vestiti? Ah! Egli è lâesecutore di quel terribile «giorno di vendetta» (Luca 21:22), che ritorna dopo aver adempiuto il suo compito! (vers. 4; cap. 61:2). I popoli nella loro suprema rivolta si saranno radunati sul territorio d'Edom per l'assalto finale contro Dio e contro il suoi (vedere cap. 34:6). Ma sarà par venir schiacciati, nello stesso modo per che i vendemmiatori calcavano un tempo l'uva nei tini.
Forse ci sarà difficile riconoscere in quel Giustiziere implacabile il nostro Salvatore mansueto. Ma il servizio per la gloria di Dio comprende questi due caratteri. Egli fu solo sulla croce; è solo qui per il giudizio (vers. 3). Magnifico (vers. 1), Egli agisce col suo braccio glorioso (vers. 12), e si acquista una rinomanza magnifica (vers. 14), dimora nella magnificenza (vers. 15 versione corretta). «Prosperando nella tua magnificenza, avanza sul carro...» comâè detto nel Salmo 45:4 a proposito di questo giudizio.
Una nuova ed ultima divisione del libro comincia al vers. 7 ricordando le benignità e le lodi dellâEterno. Non tralasciamo questo compito ognuno per proprio conto.
I fedeli del residuo hanno ricordato «lâabbondanza delle sue grazie», di cui l'Eterno era anticamente stato largo verso il suo popolo (cap. 63:7). Dopo aver loro dato tali prove d'amore, potrebbe oggi abbandonarli? Essi dunque fanno appello al cuore di questo Dio soccorritore che è loro Padre. «Guarda dal cielo...». Ma questo non basta loro. «Oh! squarciassi tu pure i cieli e scendessi...» essi esclamano. à quel che Cristo ha fatto una prima volta per la nostra salvezza. Ma più tardi scenderà di nuovo per liberare i suoi nella prova consumando i loro nemici (Salmo 18:9; 144:5).
Il vers. 6 paragona «tutta la nostra giustizia» ad un abito lordato. Comprendiamo ciò dei nostri peccati. Ma della nostra giustizia? E veramente ne è così! Tutto quel che abbiam potuto fare di bene e di giusto prima della nostra conversione, assomiglia a stracci che confermano la nostra miseria invece di coprirla. Ma il Signore sostituisce questi abiti lordati con le vesti della salvezza e col manto della giustizia (cap. 61:10; Zaccaria 3:1 a 5).
Formati come lâargilla sul tornio del vasaio (vers. 8) non abbiamo nulla da far valere riguardo alla vile materia di dove siam stati tratti (Salmo 100:3). Conta soltanto il lavoro del divino Operaio che si impegna a fare di noi «un vaso ad onore»... (2 Timoteo 2:21).
«Io sono stato trovato da quelli che prima non mi cercavano...» â scrive Isaia facendosi ardito. à lâespressione adoperata da Paolo citando ai Romani il nostro versetto 1 (cap. 10:20). Sotto la dettatura dello Spirito, il profeta apre qui chiaramente la porta alle nazioni, che non cercavano Dio e non erano chiamate col suo nome (cap. 49:6). Dichiarazione ardita, veramente, per non dire rivoluzionaria agli orecchi degli Israeliti così gelosi dei loro privilegi! Essa faceva parte di quelle cose mai udite menzionate al capitolo precedente.
La confessione e le suppliche del povero residuo terminavano con lâangosciosa domanda: «Tacerai tu e ci affliggerai fino all'estremo?» (cap. 64:12). No, non è mai invano che un cuore pentito si volge verso il Signore (Salmo 51:17). Lo sapiamo per esperienza?
Dio non tacerà dunque. Prende la parola e la conserverà praticamente sino alla fine del libro. Tuttavia, prima di rivelare ciò châEgli ha preparato per quelli che siconfidano in Lui (i suoi eletti e i suoi servitori: vers. 9 e 10; cap. 64:4), bisogna che pronunci la condanna definitiva, non soltanto delle nazioni nemiched'Israele, ma anche della massa del «popolo ribelle» e apostata.
GlâIsraeliti fedeli saranno stati per molto tempo confusi con la massa del popolo che avrà seguito l'Anticristo. Ma, giunto il momento, Dio saprà distinguere e ricompensare i suoi servitori. Allora essi dimenticheranno le loro afflizioni e «canteranno per la gioia del loro cuore» (vers. 14).
E noi, figli di Dio che presentemente il mondo non conosce come non ha conosciuto Lui, saremo pure manifestati dal Signore alla sua gloriosa venuta (1 Giovanni 3:1 e 2). Sarebbe forse la nostra gioia inferiore alla loro?
Dio creerà nuovi cieli e nuova terra. Non si tratta ancora di sostituire lâuniverso attuale con nuovi elementi, secondo 2 Pietro 3:13 e Apocalisse 21:1. Ma durante il regno di mille anni, tanto il cielo, sbarazzato dalla presenza di Satana, quanto la terra, sottomessa al Signore, saranno in uno stato nuovo. La creazione conoscerà la liberazione (Romani 8:22). La vita umana sarà prolungata; l'età di cent'anni diverrà quella della piena giovinezza, e la morte non sarà più che un castigo eccezionale (Proverbi 2:22; Salmo 37:9). Anche negli animali gl'istinti crudeli saranno spariti (vers. 25). La natura sarà nel pieno rigoglio della bellezza e risponderà al disegno iniziale di Dio per la sua splendida creazione.
Gerusalemme sarà un soggetto di allegrezza per i fedeli del popolo. «Rallegratevi... e festeggiate a motivo di lei, o voi tutti che lâamate» (vers. 10). A loro s'indirizza il Salmo 122: «Pregate per la pace di Gerusalemme! Prosperino quelli che t'amano!...» (vers. 6). Come risposta a questa preghiera, la pace è estesa sulla città , punto di partenza della conoscenza della gloria di Dio per tutte le nazioni della terra.
Il Signore non è meno attento oggi alle preghiere di quelli che amano la sua Assemblea (2 Corinzi 11:28). Domandiamo châessa sia conservata nella pace e che manifesti la gloria di Cristo quaggiù.
Anche in mezzo alla felicità millenaria, bisogna che sussista una testimonianza visibile del castigo terrestre degli iniqui. Un solenne spettacolo vi sarà là per ricordarlo, come il mucchio di pietre sulla tomba dâAbsalom (2 Samuele 18:17). Così finisce questo bel libro d'Isaia. à là più vasta di tutte le profezie, la più sovente citata (circa 60 volte), quella pure che dà il maggior posto al Signore Gesù nelle sue sofferenze e nelle sue glorie.
Erano ormai quattrocento anni che la voce dei profeti non si faceva più udire. Per Dio la «pienezza dei tempi» (Galati 4:4) era giunta. Egli parlerà «mediante il Suo Figliuolo» e farà conoscere al suo popolo, al mondo, come a noi personalmente, la buona novella dell'Evangelo (Ebrei 1:1 e 2). Essa si riassume in poche parole: il dono del suo Figlio. Ma come far penetrare nelle nostre menti limitate la conoscenza d'una tale Persona? Dio ha provveduto dandoci quattro evangeli, così siamo in grado di considerare la gloria del suo Figlio sotto parecchi aspetti, come si mette in rilievo un oggetto di gran pregio, sotto diverse luci.
Matteo è l'Evangelo che presenta Cristo come Re. Infatti esso si apre con una genealogia per mettere subito il Messia nel quadro delle promesse fatte ad Abrahamo e dimostrare in modo irrefutabile il suo titolo di erede al trono di Davide (Gal. 3:16 e Giov. 7:42). Da questa lista, certi nomi tristemente noti (Achaz, Manasse, Amon...) non sono stati cancellati. Prima di rivelare il Salvatore, Dio attesta una volta di più che in tutte le generazioni, che si tratti d'un patriarca, d'un re, o d'una donna poco raccomandabile, ognuno ha bisogno della stessa salvezza e dello stesso Evangelo.
Gesù entra in questo mondo come tutti gli uomini, mediante la nascita. Giuseppe e Maria sono stati scelti per accogliere ed allevare il Fanciullo divino. I piani di Dio si compiono; conformemente alle profezie, la nascita dell'erede al trono di Davide ha luogo nella città regale di Bethleem. Notate che in questo evangelo non è parlato della mangiatoia che gli servì da culla, né di qualcosa che ricordi la sua povertà . Al contrario, Dio conduce gli eventi in modo che il suo Figlio sia onorato da nobili visitatori: i magi venuti dall'Oriente. Nessuno dei notabili tra i Giudei era moralmente qualificato per andare a prostrarsi davanti al Messia d'Israele. Siamo d'altronde in uno dei periodi più tenebrosi della storia di questo popolo. Il crudele Erode regna a Gerusalemme e questo era in aperta violazione a Deuteronomio 17:15, poiché era un Edomita!
Ad eccezione d'un piccolo numero d'anime pie che Luca ci farà conoscere, nessuno in Israele aspettava il Cristo. E oggi, fra tutti quelli che pretendono d'essere Suoi, quanti aspettano veramente il suo ritorno?
Dopo un lungo viaggio, prefigurazione di ciò che avverra nel millenio (Salmo 72:10), i magi sono condotti dalla stella presso il fanciullino. Che grande gioia per loro! Lo trovano, gli presentano i loro omaggi e poi «per altra via» tornano al loro paese. Non è forse la storia di ogni persona che va al Salvatore? I disegni micidiali d'Erode sono sventati. E lo sono anche quelli di Satana che cercava di sbarazzarsi, fin dalla sua entrata nel mondo, di Colui che sarebbe diventato il suo vincitore. Il viaggio in Egitto, mezzo ordinato da Dio per sottrarre il fanciullino a quei piani criminali, illustra pure la grazia di Colui che ha voluto seguire la stessa via che il suo popolo anticamente aveva percorso fino alla Terra Promessa.
Due nomi sono già stati dati al Fanciullo divino al capitolo precedente: quello di Gesù (Dio Salvatore: cap. 1:21) prezioso al cuore di ogni credente, poi quello di Emmanuele (Dio con noi: cap. 1:23). à aggiunto ora quello di «Nazareno» (vers. 23) con un triplice significato: Gesù è stato moralmente separato e consacrato a Dio, come il Nazireo di Numeri 6. Egli è stato pure sul tronco d'Isai (padre di Davide) un ramo nuovo che porta del frutto (vedere Isaia 11:1) (*). Infine sarà , per trent'anni, cittadino sconosciuto della città disprezzata di Nazaret (Giovanni 1:47).
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(*) Il termine ebraico che sta per «ramo» ha la stessa radice del nome Nazareno.
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Come un ambasciatore precede un alto personaggio, così Giovanni Battista proclama la prossima apparizione del Re. Ma il Messia non potrebbe prender posto fra un popolo indifferente al proprio stato di peccato. La predicazione di Giovanni ha quindi il carattere di un appello al pentimento. Ma egli annunzia il giudizio ai Farisei ed ai Sadducei che venivano al suo battesimo con l'atteggiamento di chi si ritiene giusto.
Possiamo capire che Giovanni sia sconcertato quando colui di cui non si stimava degno di sciogliere i sandali si presenta a sua volta per essere battezzato da lui. Ma udiamo al versetto 15 la prima frase pronunziata da Gesù in quest'evangelo: «Lascia fare per ora...». L'uomo non ha saputo fare che il male; conviene ormai lasciare agire Dio in Cristo e «adempiere ogni giustizia».
Gesù risale subito dall'acqua; non avrebbe dovuto essere battezzato poiché non aveva da fare nessuna confessione di peccato. Ed ecco che il cielo si apre per rendergli una doppia testimonianza: Lo Spirito Santo scende su Lui come anticamente l'olio dell'unzione designava il re (1 Samuele 16:13), e nello stesso tempo riceve dal Padre suo una meravigliosa parola d'amore e d'approvazione.
Rivestito della potenza dello Spirito, Gesù è pronto ad adempiere il suo ministerio. Ma, come ogni servitore di Dio, è necessario che sia anzitutto sottoposto alla prova. Così ha a che fare col grande nemico. Per far uscire l'uomo di Dio dal sentiero dell'obbedienza, Satana utilizza due tattiche principali: presenta cose spaventevoli lungo il cammino (per Cristo sarà specialmente la lotta di Getsemane), oppure offre degli oggetti desiderabili al di fuori del retto cammino. à appunto quello che il diavolo fa qui. Vedete come sa perfino rivestire la sua tentazione con un'apparente pietà : l'accompagna con un versetto della Parola! Ma citando il Salmo 91:11 e 12, Satana si guarda bene dall'aggiungervi il versetto seguente che fa allusione alla sua disfatta: «Tu camminerai sul leone e sull'aspide, calpesterai il leoncello e il serpente». Il serpente è il diavolo, riguardo al quale Genesi 3:15 annunziava che avrebbe avuto la testa schiacciata da Cristo, «progenie della donna». Mentre in Eden il primo Adamo aveva subìto una triplice sconfitta per mezzo della concupiscenza della carne, degli occhi e l'orgoglio della vita, l'Uomo perfetto ha nel deserto il trionfo sul serpente antico per mezzo della sovrana parola del suo Dio (1 Giovanni 2:16). E in quanto ha sofferto Egli stesso essendo tentato, può soccorrere quelli che sono tentati (Ebrei 2:18).
La citazione d'Isaia 9:1-2 del vers. 16 ha una leggera differenza rispetto al testo di Isaia. Al tempo del profeta il popolo «camminava» nelle tenebre; ma ora «giace» nelle tenebre, perché è lontano dalla luce di Dio, e ha perduto ogni coraggio, ogni speranza. à proprio il momento in cui Dio può intervenire. Gesù, che è la Luce, appare recando la liberazione. Egli passa. Al suo appello, colpiti dal suo amore, alcuni discepoli si affezionano a Lui e lo seguono. Due qui, due la: Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni... Per questi uomini è il momento decisivo, che ad un tratto ha cambiato tutto nella loro vita e che non dimenticheranno più (cap. 19:27). Sì, essi lasciano subito il padre, la barca, le reti. Ma è per trovare un Maestro ineguagliabile e la promessa d'un nuovo compito: diventeranno pescatori d'uomini! Quando sarà giunto il momento Gesù farà di loro degli evangelisti e degli apostoli.
Non tutti i cristiani sono chiamati ad abbandonare il loro lavoro o a rinunziare ai legami di famiglia. Ma tutti hanno udito, un giorno o l'altro, la voce che diceva loro: «Seguimi». Avete risposto?
Notiamo infine che i vers. 23 e 24 riassumono meravigliosamente tutta l'attività dell'amore del Signore Gesù.
Seguire Gesù significa anzitutto ubbidirgli (Giov. 12:26). Allora si possono manifestare gli stessi Suoi caratteri. Il Signore manifesterà questi caratteri ai suoi discepoli, come pure a noi tutti se desideriamo seguirlo, in questo incomparabile sermone sul monte. Beati quelli che hanno una fede semplice e non fanno valere la propria intelligenza; quelli che si affliggono per la malvagità del mondo, senza stancarsi di esercitare la bontà e la misericordia; quelli che sopportano per il nome del Signore ogni sorta d'ingiustizia e persecuzione... Non è il genere di felicità che la maggior parte degli uomini desidera; tutt'altro! Ma ai credenti, per essere felici, beati, basta avere l'approvazione del Signore. E le gioie del regno sono riservate a loro.
Nei vers. 13 e 14, c'è la loro posizione attuale. «Voi siete â non: dovete essere â il sale della terra,... la luce del mondo». Il cristiano rappresenta il suo Maestro assente. Rimanendo separato dal male, egli rappresenta quaggiù il «sale» che preserva dalla corruzione e che dà sapore (Giobbe 6:6). In secondo luogo è «luce», responsabile di risplendere, anzitutto dinanzi a «quelli che sono in casa», nella propria famiglia, creando un'atmosfera di pace, parlando del Signore.
Non si possono leggere i versetti 17 e seguenti senza essere presi da timore. Non soltanto il Signore dichiara che non è venuto ad abolire la severa legge di Dio che ci condannava tutti, ma dà un'interpretazione ancora più severa della volontà divina. Fino a quel momento un Israelita scrupoloso poteva sperare di meritare la vita eterna quando aveva più o meno «osservato tutte quelle cose fin dalla sua giovinezza» (vedere Marco 10:20). Ora le parole di Gesù non gli lasciano nessuna illusione. Se tali sono le esigenze della santità di Dio, chi dunque può essere salvato? Sì, l'assoluta misura della giustizia divina era presente in quell'Uomo incomparabile. Ma la stessa Persona che era venuta a farla conoscere era anche venuta ad adempierla in vece nostra (vers. 17; Salmo 40:8-10).
L'antico giudaismo non si preoccupava di quel che Dio pensava dell'ira né degli sguardi impuri. Non ne condannava che i frutti estremi: l'omicidio e l'adulterio. I comandamenti del Signore, invece, risalgono alla sorgente di quegli atti colpevoli che è il nostro cuore (cap. 15:19). Poiché, prima di udir parlare di grazia, è necessario che comprendiamo fino a che punto ne abbiamo bisogno!
Chi parla qui, non dimentichiamolo, è il Messia, il Re d'Israele. Il suo insegnamento è stato chiamato lo Statuto del regno, poiché espone le condizioni che dovranno accettare quelli che ne diverranno i sudditi. Ma che differenza con le costituzioni e i codici delle nazioni di quaggiù, basati solo sulla difesa dei diritti delle persone e sulla regola egoista «ognuno per sé». L'insegnamento di Gesù invece stabilisce non soltanto dei principi di non violenza, ma d'amore, d'umiltà e di rinuncia, assolutamente estranei allo spirito di questo mondo. Alcuni pensano che tali precetti siano inapplicabili sulla terra. I cristiani che li realizzassero alla lettera non diventerebbero vittime senza difesa, in balia di chiunque? Siamo certi che Dio saprà proteggerli. Inoltre, un tale comportamento costituirebbe una potente testimonianza, tale da confondere quelli che volessero nuocere al credente e anche da produrre la loro conversione.
Questi vers. 38 a 48 ci umiliano e ci giudicano. Che distanza ci separa da Colui di cui ci parlano 1 Pietro 2:22 e 23, Isaia 50:6, Giacomo 5:6 e tanti altri brani della Parola di Dio!
Le elemosine (vers. 1 a 4), le preghiere (vers. 5 a 15) e i digiuni (vers. 16 a 18) sono i tre modi principali con i quali gli uomini pensano di assolvere i loro «doveri religiosi». Quando questi atti sono fatti in modo da essere notati dagli altri, la considerazione che se ne trae costituisce già la loro ricompensa (vedere anche Giovanni 5:44). Purtroppo, il cuore umano è così scaltro che si serve delle cose migliori per darsi dell'importanza. I doni più generosi... purché siano visti, possono andare alla pari col peggior egoismo; sul viso può esservi la contrizione... e in fondo al cuore la soddisfazione di sé.
Il Signore ci insegna come pregare. Non si tratta affatto d'un atto meritorio, ma dell'umile presentazione dei nostri bisogni al nostro Padre celeste, nel segreto della nostra cameretta. Non sono forse troppo sovente le nostre preghiere delle frasi fatte, delle fastidiose ripetizioni? (vedere Ecclesiaste 5:2). Sì, persino quella bella preghiera insegnata dal Signore ai suoi discepoli (vers. 9 a 13) è diventata per molti una vana ripetizione. Il riscattato ha dei privilegi che l'Israelita non possedeva. Egli può accostarsi in ogni tempo, per mezzo dello Spirito, al trono della grazia, nel nome del Signore Gesù. Approfittiamo noi di questo privilegio?
L'occhio semplice è quello che si volge verso un solo oggetto. Questo oggetto, questo «tesoro», per il credente è Cristo. Noi lo contempliamo «a viso scoperto» nella Parola e questa visione illumina tutto il nostro essere interiore (leggere 2 Cor. 3:18; 4:6 e 7). Il nostro cuore non può trovarsi contemporaneamente nel cielo e sulla terra. Accarezzare un tesoro celeste e ad un tempo accumulare per questa terra sono, di conseguenza, due cose assolutamente incompatibili; così come è impossibile servire più d'un padrone (vers. 24). Ma rinunciando a Mammona (le ricchezze: vedere Lu-ca 16:13), non ci esponiamo forse a delle privazioni, a correre il rischio di mancare del necessario per il presente? Il Signore previene questa cattiva scusa: «Perciò vi dico: Non siate con ansietà solleciti...» (vers. 25). Apriamo gli occhi, come Gesù ci invita a fare. Osserviamo nella Creazione gl'innumerevoli piccoli testimoni della commovente sollecitudine e della bontà del Padre celeste: i fiori, gli uccelli... (Salmo 147:9).
No, Dio non sarà mai debitore di quelli che faran-no passare i Suoi interessi prima dei loro, di quelli che Lo sceglieranno (Luca 10:42). Ma bisogna incominciare da questo.
I vers. 1 a 6 e il meraviglioso vers. 12 pongono davanti a noi i motivi che devono regolare i nostri rapporti con gli uomini, i nostri fratelli. Per tentare di risolvere questo problema, dei grandi pensatori di tutte le civiltà hanno riempito biblioteche intere con le loro dottrine sociali, politiche, morali, religiose. Al Signore basta un piccolo versetto per esprimere e contenere la Sua soluzione, divinamente savia, perfetta e definitiva: «Tutte le cose dunque che voi volete che gli uomini vi facciano, fatele anche voi a loro» (vedere Romani 13:10). «Regola d'oro» che ogni giorno abbiamo più d'un'occasione di mettere in pratica. Impariamo dunque a metterci sempre al posto di quelli con cui abbiamo a che fare.
I vers. 13 e 14 ci ricordano che se vi son due padroni, vi sono anche due vie, due porte. La via larga è percorsa dalla folla. E ciò nonostante un cartello indicatore è atto a far rabbrividire: «di qui la perdizione» (vers. 13)! Invece, poco numerosi son quelli che trovano la via che conduce alla Vita (perché son poco numerosi quelli che la cercano â vers. 7). «Stretta è la porta». Si entra soltanto dopo aver abbandonato i bagagli della propria giustizia. Amico, su che via cammini tu?
Poiché i buoni alberi si riconoscono dai loro buoni frutti, non si vedono forse al vers. 22 delle ottime persone? Si presentano apparentemente con le mani piene d'opere meritorie: profezie, miracoli, demoni scacciati con il nome del Signore sulle labbra, sempre e ovunque... «Io non vi conosco», risponderà loro solennemente il Signore Gesù. I vostri frutti non sono quelli dell'ubbidienza a Dio.
Tutti questi insegnamenti non sono difficili da afferrare. Ma noi non manchiamo tanto di comprensione, bensì di realtà . Perciò, terminando i suoi discorsi, il Signore illustra con una breve parabola la differenza fra questa realizzazione pratica e il fatto di ascoltare soltanto. Ecco due case esternamente simili. Ma una è fondata sulla roccia della fede in Gesù Cristo (1 Corinzi 3:11); l'altra, purtroppo, è poggiata sulla sabbia mobile ed incerta dei sentimenti umani. Si è potuto confonderle, fino alla prova, la prova necessaria. E allora, vedete che cosa è diventata la seconda casa!Avveduto e stolto, tali sono rispettivamente i nomi dei due costruttori. Qual è il nostro?
Il servizio d'amore e di giustizia del Signore segue il suo insegnamento. Anzitutto assistiamo a tre guarigioni. Il lebbroso del vers. 2 conosce il potere di Gesù, ma dubita del suo amore: «Se tu vuoi, tu puoi...». Gesù vuole e lo guarisce.
Il centurione di Capernaum si rivolge a Lui nel doppio sentimento della Sua autorità onnipotente e della propria indegnità . «Di' soltanto una parola...». Questa fede eccezionale stupisce e rallegra il Signore Gesù. La dà come esempio a quelli che lo seguono e umilia anche noi, non è vero?
Infine è necessario che il Maestro agisca pure nelle famiglie dei suoi. E guarisce la suocera del suo discepolo Pietro.
Gesù non si è occupato dei malati secondo il modo di fare dei medici che esaminano e, fatta una diagnosi, prescrivono una medicina e poi se ne vanno. Non si è accontentato di guarire. Egli stesso «ha portato le nostre malattie e si è caricato dei nostri dolori»; risalendo alla loro sorgente, che è il peccato, Egli ne ha sentito tutto il peso, tutta l'amarezza (Giov. 11:35). Una tale simpatia non è forse più preziosa della guarigione propriamente detta? à l'esperienza di molti malati cristiani.
Allo scriba che si offre di seguirlo dovunque andrà , il Signore non nasconde che il Suo sentiero è quello d'una completa rinuncia. Anche gli uccelli del cielo, di cui il Padre celeste ha cura (cap. 6:26), sono più favoriti del loro Creatore venuto come uomo quaggiù. Che abbassamento il suo! Non ha avuto sulla terra un luogo ove posare il capo.
Al vers. 21, qualcun altro risponde al suo invito con una scusa apparentemente giustificata. Cosa c'è di più legittimo che assistere al seppellimento del proprio padre? Tuttavia, per quanto urgente appaia un dovere, nulla e nessuno può anteporsi a ciò che Gesù ha comandato (cap. 6:33). Non è detto ciò che hanno poi deciso quei due uomini. L'importante è sapere se noi abbiamo risposto all'appello del Signore Gesù!La scena così nota e così bella della traversata nella tempesta illustra il viaggio terreno del credente. Egli incontra molte tempeste. Ma il suo Salvatore è anche il Padrone degli elementi ed è con lui (Salmo 23:4). Egli comanda al vento e ai flutti, alla malattia, alla morte e alle potenza sataniche, come vediamo dalla liberazione dei due indemoniati gadareni.
Le diverse malattie che il Signore incontra e guarisce sono altrettanti aspetti della triste condizione in cui ha trovato la sua creatura. La lebbra mette l'accento sulla contaminazione del peccato; la febbre, sull'agitazione incessante dell'uomo di questo mondo. L'indemoniato è sotto il potere di Satana, mentre il muto, il cieco e il sordo (vers. 27,32; cap. 11:5) hanno i sensi chiusi agli appelli del Signore e non sanno pregarlo. Infine questo paralitico, che è condotto a Gesù, dimostra la totale incapacità dell'uomo a fare il minimo movimento verso Dio (parag. Giovanni 5:7). Non dice nulla, aspetta... e spera. Ma il divino Medico (vers. 12) sa che una malattia ben più grave rode l'anima sua ed Egli comincia a liberarlo da questa: «I tuoi peccati ti sono rimessi». Di che cosa dovremmo preoccuparci di più, per noi e per gli altri? D'una malattia o d'un peccato?
Segue poi l'appello di Matteo raccontato da lui stesso. Egli faceva parte di quei peccatori per cui Cristo era venuto.
Infine la domanda dei discepoli di Giovanni è l'occasione per un nuovo insegnamento: per contenere il vino nuovo dell'Evangelo, gli otri vecchi della religione giudaica non servivano più.
Gli Evangeli non ci narrano che alcuni dei miracoli del Signore Gesù (vedere Giovanni 21:25). Dio ha registrato nella Sua Parola solo quelli che corrispondono all'insegnamento che vuole impartirci. Così, la risurrezione della figlia di quel capo di sinagoga ha fra l'altro un'applicazione profetica. Il Signore è visto come fosse in cammino per ridar la vita al suo popolo Israele. Durante questo tempo (il tempo attuale) Egli è a disposizione di tutti quelli che s'accostano a Lui per la fede, come fa la donna che aveva il flusso di sangue (versetto 20). Vi era in Gesù abbastanza potenza per guarire «ogni malattia e ogni infermità » (vers. 35). E vi era nel suo cuore abbastanza amore per condurre tutto il suo popolo come vero Pastore d'Israele (vers. 36). Purtroppo, se qua e là incontrava della fede, specialmente in quei due ciechi (vers. 28 e 29), incontrava anche la più terribile incredulità (vers. 34).
Noi che attraversiamo lo stesso mondo e incontriamo gli stessi bisogni, ma con dei cuori sovente così tristemente insensibili (Giacomo 2:15 e 16), chiediamo al Signore di darci una vista più estesa e più distinta della sua grande messe (Giovanni 4:35). E supplichiamolo di spingervi dei nuovi operai, essendo noi stessi disponibili se il Signore ci chiamasse.
I dodici discepoli sono diventati apostoli (vers. 2). Citandoli, Matteo il pubblicano ricorda la sua origine. Dopo essere stati ammaestrati dalle parole e dall'esempio del divino Maestro, giunge il momento in cui sono mandati (è il significato del vocabolo apostolo) come operai nella mietutura. Un bambino non andrà a scuola per tutta la vita; così è del credente (benché, in un certo senso, sia sempre alla scuola di Dio). Presto o tardi dovremo aver imparato l'essenziale delle nostre lezioni, particolarmente quella della nostra completa incapacità . Allora soltanto il Signore potrà servirsi di noi. Notiamo alcuni punti di maggior importanza: è il Signore che chiama, qualifica, manda, dirige, sostiene, incoraggia e ricompensa i suoi servitori. Non vanno di loro propria iniziativa o mandati dagli uomini. Non s'aspettano dagli altri nessun salario, ma danno gratuitamente quel che hanno ricevuto gratuitamente. Come sono perse di vista queste semplici verità nella cristianità ! Sotto forma di comitati, di gerarchie, di varie organizzazioni, persone sovente bene intenzionate si interpongono fra il Signore e i suoi operai procurando così un danno a questi ultimi e soprattutto al lavoro che era stato loro affidato.
«Un discepolo non è da più del maestro» (vers. 24); non potrebbe quindi pretendere d'essere trattato meglio di lui. Sia egli cristiano o giudeo fedele quando ci sarà la grande tribolazione, il vero discepolo può dunque aspettarsi d'incontrare, da parte d'un mondo ingiusto e malvagio, un'opposizione simile a quella che Gesù ha incontrato (vedere vers. 17 e 18). Ma per lui sarà l'occasione di gustare tutte le risorse della grazia, quella meravigliosa grazia che conosce e preserva il riscattato persino per quel che riguarda un solo capello del suo capo (vers. 30; vedere 2 Corinzi 12:9 e 10).
Non è soltanto l'odio del mondo che colpisce il credente fedele, ma egli ha a che fare sovente con l'ostilità della propria famiglia (vers. 36). Non si scoraggi! Il Signore ha espressamente annunziato questo e ha delle risorse per il suo caso.
Prendere la propria croce è portare il segno distintivo dei condannati a morte. In altre parole, è mostrare di aver finito coi piaceri del mondo, di aver abbandonato la propria volontà personale. A vista umana, è lo stesso come perdere la propria vita. Il Maestro dichiara invece che è il solo mezzo di guadagnarla. Ma bisogna pure che sia per un motivo essenziale: «per amor mio», precisa il Signore (2 Corinzi 5:14 e 15).
Fin dal principio del ministerio del Signore, Giovanni Battista era stato gettato in prigione (cap. 4:12). Le domande che i suoi discepoli vanno a presentare a Gesù da parte sua ci mostrano il suo scoraggiamento e la sua perplessità : Colui di cui era stato l'ardente precursore non stabiliva il suo regno e non faceva nulla per liberarlo! Non era dunque il Messia promesso? Il Signore gli risponde con un messaggio che mette con dolcezza il dito sulla sua debolezza (vers. 6). Ma di fronte alle folle, Egli rende una testimonianza senza riserve al più grande di tutti i profeti (vers. 7 a 15).
Quando si tratta dell'entrata nel regno, la violenza diventa una qualità , ed una qualità indispensabile (vers. 12). Dio è pronto a darci tutto, però ci vuole da parte nostra l'ardente desiderio di possedere quel che Egli ci offre: il santo zelo della fede che s'impadronisce arditamente di tutte le promesse divine. Purtroppo, quanti ragazzi e ragazze per paura di lotte e rinunce, per mancanza di decisione e d'energia, son rimasti dietro la porta! Non dimentichiamo che i timidi si troveranno in compagnia degli increduli, degli omicidi e di tutti gli altri peccatori senza ravvedimento (Apocalisse 21:8).
Gesù aveva compiuto la maggior parte dei suoi miracoli nelle città della Galilea. Ma i cuori erano rimasti chiusi, come aveva profetizzato Isaia: «Chi ha creduto a quel che noi abbiamo annunziato? e a chi è stato rivelato il braccio dell'Eterno?» (Isaia 53:1). Tuttavia, a questa domanda, Gesù può dare una risposta «in quel tempo» (vers. 25) e rendere grazie al Padre suo: «Tu hai nascoste queste cose ai savi e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli fanciulli». Poi, volgendosi verso gli uomini, li chiama: «Venite a me»; venite con questa fede infantile. Nessuno, tranne me, pub rivelarvi il Padre. E imparate non soltanto per mezzo di me, ma da me, dal mio esempio, poiché io sono «mansueto e umile di cuore».
Vicino a Gesù troviamo due cose in apparenza contradditorie: il riposo e il giogo. Quest'ultimo è il pesante arnese di legno che serve ad aggiogare i buoi, simbolo dell'ubbidienza e del servizio fedele. Ma quello del Signore è leggero! Poiché il riscattato cambia la fatica e il carico del peccato (vers. 28) con la devozione gioiosa dell'amore (2 Cor. 8:3 a 5). «Beati i mansueti» aveva detto il Signore (cap. 5:5). Non è forse un privilegio rassomigliargli?
Dopo aver offerto il vero riposo dell'anima (cap.11:28 e 29) il Signore Gesù fa comprendere che il riposo legalista del sabato non ha più motivo d'essere. Con quella domanda sul sabato, i Farisei cercano di cogliere in fallo successivamente i discepoli (vers. 2), poi il Maestro stesso (vers. 10). Ma ciò gli fornisce l'occasione di spiegar loro, citando per la seconda volta il versetto di Osea 6:6 (vers. 7; vedere cap. 9:13 e Michea 6:6 a 8), che tutto il sistema basato sulla legge e sui sacrifici era messo da parte con la Sua venuta in grazia. A che serviva l'osservanza del quarto comandamento della legge quando tutti gli altri erano trasgrediti? Pretendere di rispettare il sabato, era fare come se tutto andasse bene in Israele. Ma finché regnava il peccato, nessuno poteva riposarsi! Né l'uomo, carico del suo peso, né Dio: il Padre col Figlio lavoravano a togliere il male e soprattutto le sue conseguenze (Giovanni 5:16 e 17). Così, senza lasciarsi fermare dai consigli dei malvagi, il Servitore perfetto prosegue l'opera sua. La compie nello spirito d'umiltà e di grazia che, secondo Isaia 42:1 a 4, doveva permettere agli uomini di riconoscerlo, e che ha un valore così grande agli occhi di Dio (1 Pietro 3:4).
I Farisei odiano il Signore Gesù perché sono gelosi della sua potenza e della sua autorità sulla gente. Avevano già cercato di farlo morire (versetto 14). Ora attribuiscono al capo dei demoni la potenza dello Spirito Santo che Dio aveva messo sul suo Diletto (vers. 18; parag. Marco 3:29 e 30)! Era quella la bestemmia contro lo Spirito Santo, un peccato che non poteva essere perdonato. No, l'opera del Signore era al contrario la prova della sua vittoria su Satana, l'uomo forte. Egli l'aveva «legato» nel deserto per mezzo della Parola (cap. 4:3 a 10), ed ora gli toglieva i suoi prigionieri (vedere Isaia 49:24 e 25). Poi Gesù mostra a quei Farisei che loro stessi erano sotto l'imperio di Satana: dei cattivi alberi che producevano cattivi frutti.
«Dall'abbondanza del cuore la bocca parla» (vers. 34). Se il nostro cuore è pieno di Cristo, ci sarà impossibile non parlare di Lui (Salmo 45:1). Se no, i cattivi pensieri nascosti nell'intimo di noi stessi saliranno tosto o tardi alle nostre labbra. E ciascuno dovrà un giorno rendere conto di ogni parola oziosa (cioè semplicemente inutile).
Col capitolo 12 termina la prima parte di questo evangelo. Poiché il Messia è rigettato da quelli che avrebbero dovuto essere i primi a riceverlo, Gesù comincia a parlare della sua morte e della sua risurrezione. Era il grande miracolo che restava da compiere e di cui i Giudei possedevano un segno, una figura: la storia di Giona inghiottito dal cetaceo. Nel medesimo tempo, il Signore mostra a quegli Scribi e a quei Farisei la loro schiacciante responsabilità . Essi erano tuttavia ben più istruiti che anticamente i pagani di Ninive o la regina di Sceba! E di quanto Egli stesso sorpassava Giona o Salomone! Era venuto per abitare in quella casa d'Israele, cacciando i demoni e spazzando via l'idolatria (vedere 8:31; 21:12 e 13). Ma non era stato ricevuto, e la casa restava vuota... pronta ad ospitare una potenza di male molto più terribile della prima. à quel che avverrà ad Israele sotto il regno dell'Anticristo.
I versetti seguenti mostrano che Gesù non può neppur più riconoscere i suoi parenti. Egli rompe ormai le relazioni terrene e naturali col suo popolo e spiegherà per mezzo delle parabole del cap. 13 che cos'è il regno dei cieli e chi può esservi ricevuto.
Il cuore del popolo si era fatto insensibile. Avevano volontariamente chiuso gli occhi e turato le orecchie (vers. 15). Così Gesù parlerà loro d'ora innanzi in parabole, in modo nascosto. I suoi insegnamenti saranno riservati ai discepoli. Sì, i versetti 18, 36, 37 ci provano che il Signore è sempre disposto a spiegare ai suoi ciò che sono desiderosi di capire. La Bibbia contiene molte cose difficili e oscure alla nostra mente (Deut. 29:29). Ma la spiegazione ci è data al momento opportuno, se ne abbiamo veramente il desiderio (vedere Proverbi 28 fine del vers. 5). Non lasciamoci dunque scoraggiare dai passi o dalle espressioni che non comprendiamo immediatamente. Chiediamo al Signore di spiegarci la Sua Parola.
Il rigettamento del Messia da parte d'Israele ha anche un'altra conseguenza: non trovando frutto da cogliere in mezzo al suo popolo, il Signore seminerà ora nel mondo la parola dell' Evangelo. Questa è chiamata altrove «la parola che è stata piantata» e che ha la potenza di salvare le anime (Giacomo 1:21). Ma se vi è una sola specie di semenza, non tutti ricevono la Parola nello stesso modo. In che modo l'abbiamo noi ricevuta?
Fra quelli che odono la Parola, il Signore, nella Sua perfetta conoscenza del cuore umano, distingue quattro classi di persone. La prima e paragonata al terreno battuto della strada, diventato duro a forza d'essere calpestato da tutti. Il nostro cuore assomiglia forse a quella strada su cui il mondo passa e ripassa, talché la Parola non può più penetrarvi?
Altri, come quei «luoghi rocciosi», sono spiriti superficiali. La loro coscienza non è stata profondamente arata dalla convinzione del peccato. Talché la momentanea commozione provata udendo l'Evangelo non è che l'apparenza della fede. Se la vera fede ha delle radici invisibili, si fa però riconoscere dal suo frutto visibile. Senza opere la fede è morta, soffocata come quei chicchi germogliati fra le spine (Giacomo 2:17). Ma il seme è anche nella buona terra, ove la spiga potrà maturare a suo tempo.
La parabola della zizzania ci insegna che il nemico non ha soltanto rapito il buon seme quando ha potuto farlo (vers. 19) ma ne ha pure seminato del cattivo mentre gli uomini dormivano. Il sonno spirituale ci espone a tutte le influenze malvage. Perciò siamo esortati a vegliare (Marco 13:37, 1 Pietro 5:8, ecc...).
Nelle sei «parabole del regno», che fanno seguito a quella del seminatore, il Signore espone quale sarà il risultato delle sue seminagioni in questo mondo. La parabola del granel di senapa che diventa un grande albero, come pure quella del lievito nascosto nella pasta, descrivono la forma esteriore che il regno dei cieli ha rivestito dopo il rigettamento del Re. à il tempo della Chiesa responsabile. Dopo un piccolissimo inizio (alcuni discepoli), il cristianesimo ha avuto il grande sviluppo che conosciamo. Ma la sua riuscita e la sua estensione nel mondo non sono affatto la prova della benedizione e dell'approvazione di Dio, poiché nello stesso tempo è stato invaso dal male raffigurato dagli uccelli (v. 4 e 19) e dal lievito.
Il miscuglio che caratterizza la cristianità professante è illustrato in altro modo per mezzo della parabola della zizzania del campo che il Signore spiega qui. Voi sapete che il nome di cristiano è oggi portato da tutti quelli che sono battezzati, siano o no dei veri figli di Dio. Il Signore sopporterà questo stato di cose fino al giorno della mietitura (Apocalisse 14:15 e 16). Egli mostrerà , allora, dalla sorte finale degli uni e degli altri, ciò che pensava di ognuno di loro!
Le brevi parabole del tesoro e della perla sottolineano due verità meravigliose:
â il grandissimo pregio che Cristo ha attribuito alla sua Chiesa e il prezzo che ha pagato per acquistarla: ha venduto tutto ciò che aveva!
â Inoltre, la gioia che trova in lei.
Al vers. 47, la rete dell'evangelo e gettata nel mare dei popoli. Il Signore aveva annunziato ai suoi discepoli che avrebbe fatto di loro dei pescatori d'uomini. Ecco dunque i servitori all'opera. Ma i pesci non sono tutti buoni... né tutti i cristiani di nome sono dei veri credenti! à la Parola che permette di distinguerli: il buon pesce si riconosce dalle scaglie e dalle pinne (Levitico 11:9 a 11), e il vero credente dalla sua armatura morale e dalla sua capacità di resistere alla corrente di questo mondo.
Dopo il tesoro che il Signore ha trovato nei suoi (vers. 44), il vers. 52 ci mostra il tesoro che il discepolo possiede nella Sua Parola. à per voi il tesoro da cui sapete trarre «cose nuove e cose vecchie»?
Purtroppo questo capitolo termina come il precedente con l'incredulità della folla. Essi non vedono in Gesù che il «figlio del falegname», talché la sua grazia non può esercitarsi verso di loro.
Il cap. 11 ci ha parlato di Giovanni Battista in prigione. Sappiamo qui che vi era stato gettato da Erode (figlio di quello del cap. 2). E per quale motivo? Giovanni non aveva temuto di riprenderlo perché il re aveva sposato la moglie ripudiata del fratello. Ora, il fedele testimone paga con la vita la verità che ha avuto il coraggio di dire al re. La sua morte fa parte dei divertimenti e delle feste della corte reale; essa è l'orribile salario del piacere che il malvagio si è offerto (parag. Giacomo 5:5 e 6). Erode nutriva da tempo il segreto desiderio di far morire Giovanni (v. 5), poiché l'odio contro la verità è anche odio contro chi l'annuncia (Gal. 4:16). Umanamente parlando, è una fine tragica ed anche terribile. Chi di noi desidererebbe di una simile carriera una tale conclusione? Ma agli occhi di Dio questo era il glorioso compimento di ciò che è chiamato «la sua corsa» (Atti 13:25).
Si può pensare a ciò che è stato per Gesù la notizia della morte del suo precursore. Non era forse già l'annunzio del Suo proprio rigettamento e della Sua croce? Pare che la sua tristezza gli faccia sentire il bisogno di stare solo (vers. 13). Ma già la folla lo raggiunge, e il suo cuore, non pensando che agli altri, è mosso a compassione per essa. Così Egli compie in suo favore quel grande miracolo della prima moltiplicazione dei pani.
Questa scena della barca in mezzo alla tempesta è la figura della posizione attuale dei riscattati del Signore. Egli è nel cielo; è assente, ma prega e intercede per loro; nel frattempo essi attraversano a fatica il mare agitato di questo mondo. à la notte morale. Il Nemico, sollevando l'opposizione degli uomini, agisce come il vento e le onde che quasi annullano gli sforzi dei rematori. Ma Gesù viene incontro ai suoi. La sua voce familiare rassicura i poveri discepoli. E la fede, appoggiandosi sulla Sua parola «Vieni!», conduce Pietro dinanzi a Lui, ch'egli ama. Ma ad un tratto questa fede viene meno ed egli affonda. Cos'è avvenuto? Pietro ha distolto lo sguardo dal suo Maestro per portarlo sull'altezza delle onde e sulla violenza del vento. Come se fosse più difficile camminare con Dio sopra un mare agitato che su un mare calmo! Ma egli grida al Signore, che subito viene in suo soccorso.
Poi Gesù è ricevuto in quel paese di Gennezaret da cui era stato scacciato dopo aver guarito degli indemoniati (cap. 8:34). à una figura del momento in cui il suo popolo che l'ha rigettato lo riconoscerà , gli renderà omaggio, e sarà da Lui liberato.
Lo zelo religioso dei Farisei si limitava ad osservare strettamente un certo numero di forme esteriori e di tradizioni. E, al coperto da quella pia apparenza (che può illudere gli uomini, ma non può ingannare Dio) essi seguivano le inclinazioni del loro cuore naturale. Erano arrivati al punto di sottrarsi, per avarizia, anche ai doveri più elementari, come quello di provvedere ai bisogni dei loro genitori (v. 5. Vedere Proverbi 28:34). La domanda del Signore risponde di rimando a quella dei Farisei (vers. 3 e 2). Questi, con le loro tradizioni, annullavano i comandamenti di Dio!
Allora Gesù, che trovava tutto il suo diletto in quei comandamenti, confonde quegli ipocriti con le loro proprie scritture. Poi, volgendosi ai discepoli, anch'essi sconcertati dalle sue parole, mette a nudo la malvagità del cuore umano e dimostra la sua completa rovina. Sì, le mani possono essere accuratamente lavate... mentre il cuore è pieno di contaminazione. Ah! cari amici, riconosciamo quanto è vero quest'inventario del contenuto del cuore dell'uomo, del nostro proprio cuore, benché lo mascheriamo sotto lusinghevoli e rispettabli apparenze!
Gesù visita i quartieri di Tiro e di Sidone. Queste città pagane, aveva dichiarato, erano meno colpevoli di quelle della Galilea dove aveva fatto la maggior parte delle sue opere potenti (cap. 11:21 e 22). Ma esse non avevano nessun diritto alle benedizioni del «Figliuol di Davide» (vers. 22); erano «estranei ai patti della promessa» (Efesini 2:12). Il Signore, con una parola che sembra severa, comincia col sottolineare questo alla povera Cananea che lo supplica di guarire la sua figlia. E questa donna riconosce la propria completa indegnità ! Allora la grazia può brillare con tutto il suo fulgore. Infatti, se vi fosse da parte dell'uomo il minimo diritto o il minimo merito, non si tratterebbe più di grazia, ma di cosa dovuta (Romani 4:4). Per misurare sempre meglio la grandezza di questa grazia verso noi, non dimentichiamo mai la nostra miseria e la nostra indegnità davanti a Dio.
Poi il Signore si volge di nuovo verso il suo popolo. Secondo il Salmo 132:15, Egli benedice abbondantemente i suoi viveri e sazia di pane i suoi poveri. E ciò che lo fa agire nel suo secondo miracolo come nel primo è la meravigliosa compassione da cui il suo cuore è stretto per quelle folle (vers. 32; cap. 14:14).
Di nuovo, dei Farisei chiedono un segno (cap. 12:38...); di nuovo Gesù li rimanda al segno di Giona: la Sua morte che doveva compiersi. I credenti, pervenuti oggi alla vigilia del ritorno del Signore Gesù, non devono neppur loro aspettare dei segni prima della Sua venuta. La loro fede s'appoggia sulla Sua promessa e non su prove visibili, altrimenti non sarebbe più fede. Tuttavia, quanti indizi ci mostrano che stiamo giungendo alla fine della storia della Chiesa quaggiù! L'orgoglio dell'uomo si gonfia sempre più; il mondo cristianizzato manifesta i caratteri annunziati in 2 Timoteo 3:1 a 5. Ci sono anche segni esteriori: il popolo giudeo ritorna nel suo paese; le nazioni cercano di unirsi, nel quadro dell'Antico Impero Romano... Apriamo gli occhi, alziamoli verso il cielo: Gesù ritorna!
Il Signore lascia quegl'increduli e se ne va (vers. 4). Ma sono ora i suoi discepoli che l'attristano con la loro mancanza di fiducia e di memoria come già l'avevano attristato con la loro mancanza d'intelligenza (cap. 15:16-17). Purtroppo, noi a volte assomigliamo a loro. Riteniamo l'esortazione che Dio ci dà per mezzo di Pietro, a gettare su Lui tutta la nostra sollecitudine, poiché Egli ha cura di noi (1 Pietro 5:7).
La domanda che Gesù fa ai suoi discepoli ci insegna che a suo riguardo le opinioni sono ben diverse; ed è ancora così oggi. Ma voi, potete dire chi Egli è e ciò ch'Egli è per voi? Il Padre suggerisce a Simone una magnifica confessione: «Tu sei il Cristo, il Figliuol dell'Iddio vivente». Ecco l'irremovibile fondamento su cui il Signore edificherà la Sua Chiesa di cui ogni credente, come Simone, diverrà una pietra vivente. E Gesù onora il suo discepolo dandogli una missione particolare: quella di aprire (con le sue predicazioni) le porte del regno ai Giudei e alle nazioni (Atti 2:36; 10:43).
«Da quell'ora» Gesù, menzionando la Chiesa, deve parlare del prezzo che pagherà per acquistarla: le sue sofferenze e la sua morte. Allora il povero Pietro, che un momento prima parlava «come annunziando oracoli di Dio» (1 Pietro 4:11), diventa qui lo strumento di Satana, il quale cerca di distogliere Cristo dal proprio sentiero d'obbedienza; ma è subito riconosciuto e respinto.
Gesù, che avanza per primo nella via della completa rinuncia, non nasconde ciò che il seguirlo comporta (parag. cap. 10:38 a 40). Siamo noi pronti a seguirlo a qualunque costo? (Filip. 3:8).
Il cap. 16 terminava col pensiero delle sofferenze e della morte di Gesù. Il cap. 17 si apre sulla sua apparizione in gloria che risponde alla promessa fatta ai discepoli (cap. 16:28). Dopo il disprezzo di cui il suo Figliuolo è stato oggetto da parte del suo popolo Israele e tutte le forme d'incredulità che ha incontrato al capitolo precedente, Dio vuol dare a testimoni scelti fra gli uomini un anticipo di ciò che sarà la Sua maestà regale. Che scena! Ma i tre discepoli sono incapaci di sopportarla. Sono presi da spavento; poi dal sonno (Luca 9:32). E finalmente Iddio è obbligato a prender la parola per impedire che il suo Diletto sia confuso coi due compagni della sua gloria. Soltanto più tardi, dopo la risurrezione, i discepoli comprenderanno la portata di quella visione magnifica e saranno autorizzati a raccontarla. Pietro lo farà nella sua 2a epistola (cap. 1:17 e 18). Ma ora, mentre Mosè ed Elia ritornano al loro riposo, il Figlio di Dio riveste di nuovo l'umile «forma di servo» che aveva lasciato solo per un momento, e scendendo dal monte riprende tutto solo la via verso la croce.
L'adorazione trasporta il credente in ispirito «sul monte» in compagnia del Signore glorificato. Possano essere più frequenti tali momenti! Ma bisogna anche saper ridiscendere con Lui in mezzo alle circostanze della vita, nel mondo, questo mondo dove Satana regna. à l'esperienza che i discepoli fanno qui. La guarigione del fanciullo lunatico è l'occasione per Gesù di mettere in rilievo l'onnipotenza della fede.
La scena dei vers. 24 a 27 è istruttiva e commovente. Pietro, sempre pronto a farsi avanti senza riflettere, dimenticando la visione di gloria e la voce del Padre, si impegna a nome del Maestro a pagare l'imposta del tempio. Gesù gli chiede con dolcezza se mai si è visto il figlio del re pagare le imposte al proprio padre! E Pietro l'aveva poco prima riconosciuto come Figlio dell'Iddio vivente! Tuttavia, il Signore incarica Pietro di pagare ugualmente quella somma che Egli non deve. Ma, nello stesso tempo, manifesta la sua potenza: Egli è Colui che domina su tutta la creazione, compresi i pesci del mare (Salmo 8:6 a 8). E manifesta pure il suo amore condiscendente: associa a sé il suo debole discepolo pagando anche per lui.
Il mondo si compiace in ciò che è grande. I discepoli anche. Desiderano sapere chi sarà il maggiore nel regno dei cieli! Il Signore risponde loro che anzitutto bisogna entrarvi e, per questo, farsi piccoli. Per meglio scolpire nella loro mente quest'insegnamento, Egli chiama un bambino e lo pone in mezzo a loro. Abbiamo dei bambini noi? Essi sono esempi viventi di fiducia e di semplicità . Badiamo bene di non disprezzarli a causa della loro debolezza, della loro ignoranza e della loro ingenuità . E facciamo attenzione soprattutto a non scandalizzarli. Il cattivo esempio d'un fratello maggiore è il laccio peggiore teso davanti ai passi dei suoi fratelli minori. Gesù ripete dunque qui ciò che ha già detto riguardo agli scandali (parag. vers. 8 e 9 e cap. 5:29 e 30).
Ben lungi dal disdegnare questi piccoli, Dio risponde alla loro debolezza con delle cure particolari. Degli angeli sono particolarmente incaricati di vegliare su loro. E non dimentichiamo che Gesù è venuto per salvarli (vers. 11). La parabola della pecora smarrita ci insegna il valore che un solo agnello ha per il suo cuore.
Gesù spiega come si devono regolare i torti tra fratelli (vers. 15 a 17). A tale insegnamento possiamo riallacciare quello riguardante il perdono (vers. 22; parag. Efesini 4:32 e Colossesi 3:13). Ma Egli trova anche occasione per riprendere il soggetto della Chiesa riunita in Assemblea dandoci un versetto, o piuttosto una promessa, di capitale importanza: «Dovunque due o tre sono radunati nel mio nome, quivi son io in mezzo a loro» (vers. 20). Da questa presenza deriva tutto ciò di cui ha bisogno un radunamento di credenti, per quanto deboli siano, purché siano riuniti nel nome di Gesù. Potrebbe mancare la benedizione quando è presente Colui che ne è la sorgente, là , in mezzo ai suoi che contano su di Lui? Questa promessa è qui specialmente in rapporto con l'autorità conferita all'assemblea (legare e sciogliere) e con la preghiera unanime e fervente che ottiene ogni cosa richiesta. Purtroppo alcuni dimenticano l'importanza delle riunioni di preghiera!
La parabola del servo che deve diecimila talenti (somma favolosa) ci ricorda il debito incalcolabile che Dio ci ha rimesso in Cristo (Esdra 9:6). Che cosa sono in paragone ad esso le piccole ingiustizie che potremmo subire? Il perdono divino di cui siamo stati gli oggetti ci rende responsabili di esercitare a nostra volta la misericordia.
All'inizio di questo capitolo, Gesù risponde ad una domanda dei Farisei condannando il divorzio (vedere cap. 5:31 e 32). Poi benedice i piccoli fanciulli che gli sono presentati e riprende i suoi discepoli che vorrebbero impedire ai genitori di farlo. Portiamo i più giovani di noi al Signore per mezzo della preghiera? Ovvero siamo fra quelli che impediscono loro di andare a Lui?
Al versetto 16 vediamo un giovane che va a Gesù con un buon desiderio: ottenere la vita eterna. Voglia il Signore mettere questo desiderio nel cuore di tutti i giovani che conosciamo! Soltanto, la domanda era mal formulata, e Gesù vorrebbe farlo capire al suo visitatore. «Tu vuoi fare il bene? Ebbene, ecco i comandamenti!» La risposta del giovane mostra che egli non conosceva se stesso. Allora Gesù gl'insegna che un idolo abita nel suo cuore: le sue ricchezze. No, la vita eterna non si ottiene facendo del bene, qualunque bene sia. E le migliori disposizioni con i più ricchi doni naturali non servono a nulla per meritarla... Perché la vita eterna non si merita, è il dono gratuito che Gesù fa a quelli che credono in Lui e lo seguono (Giovanni 10:28).
Ecco una nuova parabola che illustra la domanda che tanto preoccupava i discepoli: sapere chi sarebbe stato il primo e chi l'ultimo nel regno dei cieli. Probabilmente saremmo propensi a prender le parti degli operai malcontenti e a trovare ingiusto il modo in cui il padrone agisce. Ma consideriamo la narrazione più da vicino. Gli operai del mattino avevano «convenuto» con il proprietario sul salario di una giornata (vers. 2 e 13). Essi stimavano il loro lavoro a tal prezzo. Invece, quelli che erano stati assunti più tardi hanno avuto fiducia che il padrone avrebbe dato loro «quel che sarà giusto» (vers. 4 e 7). Nessuno ha da lamentarsi. Nel regno dei cieli, la ricompensa non è mai un diritto. Tutti sono dei «servi inutili» secondo Luca 17:10 e nessuno merita qualcosa. Tutto dipende dalla grazia sovrana di Dio. D'altronde, gli operai dell'undicesima ora non sono forse in realtà i meno favoriti? Hanno perso l'occasione e la gioia di servire quel buon padrone durante la maggior parte della giornata. Serviamolo fin dalla nostra infanzia. Non sarà mai troppo presto per andare a Lui, ne troppo lungo il tempo del nostro servizio.
I primi operai rappresentano Israele sotto la legge; quelli dell'undicesima ora raffigurano le «nazioni», al beneficio della grazia di Dio.
Il Signore cerca la comprensione dei suoi discepoli riguardo ad un momento particolarmente intimo e solenne: le sofferenze e la morte che l'aspettano a Gerusalemme. Ma la madre di Giacomo e Giovanni sceglie proprio questo momento per fargli una richiesta egoista! Sarebbe orgogliosa di vedere i suoi figli occupare i posti d'onore nel regno del Messia. Ed ecco gli altri dieci manifestare la loro indignazione, non perché la domanda fosse inopportuna, ma perché, segretamente, ognuno di loro ambiva a quel primo posto. Dopo tutto ciò che Gesù aveva loro detto, e nonostante quel piccolo fanciullo ch'Egli aveva posto in mezzo a loro, non avevano né capito, né ritenuto nulla. Ma non giudichiamoli! Con quanta difficoltà impariamo le nostre lezioni, le stesse lezioni! Come rassomigliamo a loro!
Allora, senza un rimprovero, con pazienza infinita, Gesù riprende il suo insegnamento. E questa volta lo appoggia col proprio esempio per mezzo di quel meraviglioso vers. 28 che si dovrebbe imparare a memoria.
Proseguendo il suo cammino di servizio, Gesù guarisce due ciechi alla porta di Gerico. Notiamo in loro la bella insistenza della fede e nel Signore la sua infinita compassione.
Il passaggio a Gerico e l'ingresso a Gerusalemme segnano in ognuno degli evangeli l'inizio dell'ultima parte del viaggio del nostro Salvatore quaggiù. L'adempimento della profezia di Zaccaria 9:9 era per Israele una nuova prova che Gesù era proprio il loro Messia che veniva a visitarli. Era impossibile confonderlo con un altro: «Giusto e vittorioso, umile e montato sopra un asino...» Ci si sarebbe aspettati forse un re altero e superbo, che facesse il suo ingresso nella capitale sopra un cavallo di guerra, alla testa dei suoi eserciti. Ma un re umile e mansueto non risponde ai pensieri degli uomini.
Questi caratteri di grazia e di dolcezza non impediscono affatto al Signore di agire con la massima severità quando vede che i diritti di Dio sono calpestati (vers. 12 e seguenti). Noi che siamo suoi discepoli dovremmo fare lo stesso in questi casi. La dolcezza che deve caratterizzarci non esclude la più gran fermezza (1 Corinzi 15:58). La presenza di Gesù nel tempio produce vari effetti: anzitutto un'immediata purificazione; ma nello stesso tempo anche la guarigione in grazia degl'infermi che vanno a Lui. Poi la lode dei piccoli fanciulli. Infine l'indignazione dei nemici della verità .
Sulla via di Gerusalemme, Gesù compie un miracolo che, eccezionalmente, non è un miracolo d'amore ma un segno di giudizio. Consideriamo questo fico: ha nient'altro che foglie! Una bella apparenza ma non un solo frutto! Era proprie lo stato d'Israele... ed è quello di tutti quelli che sono cristiani solo di nome. Questo miracolo è l'occasione per Gesù di ricordare ai suoi discepoli l'onnipotenza della preghiera della fede.
Poi Egli entra di nuovo nel tempio ove i responsabili del popolo vengono a contestare la sua autorità . Per mezzo della sua domanda, il Signore fa loro comprendere che non possono riconoscere quest'autorità se non hanno anzitutto riconosciuto la missione di Giovanni Battista. Come il secondo figlio della parabola (vers. 28 a 30), i capi del popolo facevano professione di compiere la volontà di Dio, ma in realtà essa era per loro lettera morta. Altri, invece, un tempo ribelli e peccatori dichiarati, si erano pentiti alla voce di Giovanni e avevano compiuto quella volontà di Dio. Figli di genitori cristiani, corriamo il rischio d'essere preceduti nel cielo da gente per cui ora proviamo forse del disprezzo o della condiscendenza (cap. 20:16)! Pensiamo alla nostra responsabilità !
Un'altra parabola illustra il terribile stato del popolo e dei suoi cattivi conduttori. Dio si aspettava del frutto dalla sua vigna, Israele. Nulla aveva trascurato per ottenerne (parag. Isaia 5:1 e 2). Ora i Giudei (e gli uomini in generale) hanno dimostrato la loro incapacità di produrne, ma anche uno spirito di rivolta e di odio contro il legittimo Possessore di tutte le cose. Hanno disconosciuto i suoi servitori, i profeti; e si preparano ora a scacciare (e in qual modo!) l'Erede stesso, per rimanere soli padroni dell'eredità , cioè del mondo (1 Tess. 2:15).
Il Signore conduce quegli uomini a pronunciare la loro propria condanna (vers. 40 e 41). Poi mostra che Egli stesso è la «pietra angolare, eletta, preziosa» che Dio aveva posta in Israele. Quelli che edificano (i capi dei Giudei) l'avevano rigettata, secondo il Salmo 118:22 e 23. Allora Egli è diventato la pietra angolare d'una «casa spirituale», la Chiesa, e, nello stesso tempo, «una pietra d'inciampo e un sasso d'intoppo» per i disubbidienti (1 Pietro 2:4 a 8). Un pensiero analogo lo troviamo in 2 Corinzi 2:15-16 dove la predicazione di Cristo è «vita» per quelli che sono nella via della salvezza, e «morte» per quelli che sono nella via della perdizione.
La parabola delle nozze del figlio del re completa quella dei cattivi vignaiuoli, mostrando quel che avverrà dopo il rigettamento dell'Erede. I Giudei, i primi invitati, rifiutano la grazia annunziata dagli apostoli (i servitori del vers. 3). Allora questi si volgeranno verso le «nazioni» (Atti 13:46).
Dio fa agli uomini l'onore e la grazia di invitarli! Voi pure avete fra le mani la sua lettera d'invito. Purtroppo, il disprezzo e l'opposizione sono le due risposte che generalmente Egli riceve (Ebrei 12:3). Poiché non basta essere invitati (vers. 3), bisogna accettare, venire... e venire nel modo ordinato da Dio, cioè con quell'abito di giustizia procurato dallo stesso Re (parag. Filippesi 3:9). L'uomo del vers. 11 aveva pensato che i propri abiti sarebbero serviti lo stesso. Egli rappresenta tutti quelli che immaginano di essere ricevuti nel cielo con la loro propria giustizia (Rom. 10:3-4). Ma che confusione li aspetta e che terribile sorte finale!
Sordi a tutti questi insegnamenti, i Farisei e gli Erodiani s'accostano con una domanda calcolata per «cogliere in fallo» Gesù. Ma Egli discerne subito il laccio rivestito di lusinghe. E la sua risposta inattesa rimanda la freccia a chi l'aveva scoccata.
Altri contradditori, i Sadducei, vanno al Signore con una domanda tranello. Pensano, col loro racconto immaginario, di dimostrare la stravaganza della dottrina della risurrezione. Prima di darne la prova per mezzo delle Scritture, Gesù s'indirizza alla coscienza di quegli uomini e mostra loro che essi discutono, senza conoscere la Parola, sulla base incerta (e sempre falsa) dei loro propri pensieri. à quel che fanno oggi molte persone. Particolarmente quelle che appartenono a sette d'errore e di perdizione. Non seguiamo mai questa gente nei loro pericolosi ragionamenti!
Sconfitti sul terreno delle Scritture, i nemici della verità ritorneranno alla carica (vers. 34 a 40). Essi ricevono in risposta un meraviglioso sunto della legge intera che li condanna senz'appello. Allora, a sua volta, Gesù presenta ai suoi interlocutori una domanda che chiude loro la bocca. Rigettato, Lui che è sia il Figliuolo che il Signore di Davide, occuperà una posizione gloriosa. E quelli che, contro tutto, volevano rimanere suoi nemici troveranno essi pure il posto che è loro riserbato (vers. 44). Quanta gente c'è che si impunta sulle proprie idee e rifiuta di sottomettersi agli insegnamenti biblici (2 Tim. 3:8).
Gesù, dopo aver sventato tutti gli attacchi dei capi religiosi del popolo, mette ora in guardia contro loro i discepoli e la folla. Ciò che essi dicevano di fare era in generale buono ma, disgraziatamente, facevano tutto il contrario (cap. 21:29-30). Noi che conosciamo tante verità bibliche e sappiamo all'occasione ricordarle agli altri, siamo forse sicuri di metterle sempre in pratica? (Giovanni 13:17; Rom. 2:17-21).
Che contrasto fra quei conduttori e Cristo, il solo vero conduttore (vers. 8 e 10)! Essi raccomandavano l'osservanza della legge; Lui l'adempiva (cap. 5:17). Essi caricavano gli altri «di pesi gravi» (vers. 4); Lui chiamava gli stanchi e gli aggravati per dar loro del riposo (cap. 11:28). Essi sceglievano i primi posti (vers. 6), Lui, dalla mangiatoia alla croce, ha preso costantemente l'ultimo posto. Egli è stato servitore prima d'essere guida (vers. 11). Nessuno sarà elevato più in alto, poiché nessuno si è abbassato più profondamente. Ma quegli scribi e quei Farisei che procacciavano la propria gloria, se n'andranno in rovina e in perdizione. Guai, è la terribile parola che il Salvatore deve pronunciare, per ben sette volte, contro quegli uomini così responsabili.
Con queste parole veementi, il Signore condanna solennemente ciò che si può chiamare «il clero» in Israele. Essi erano doppiamente colpevoli: questi uomini, non soltanto non entravano nel regno dei cieli, ma abusavano della loro posizione d'autorità per impedire agli altri di entrare (vers. 13). Scrupolosi all'eccesso per cose piccolissime, trascuravano le principali: il giudizio (anzitutto di loro stessi), la misericordia, la fede (vers. 23). Con tutto ciò, la loro maschera d'ipocrisia ingannava la fiducia dei semplici. Gesù, indignato, scopre il loro vero volto: sono dei «sepolcri imbiancati» (morti internamente), dei «serpenti», dei micidiali, figli di micidiali.
Prima di uscire dal tempio e lasciar deserta quella casa dove Dio non aveva più posto, Gesù si esprime in termini commoventi sulla sorte di Gerusalemme. Sì, possiamo pensare a ciò che è stato per il suo cuore divinamente sensibile quel disprezzo della grazia offerta: «Voi non avete voluto!» (cap. 22:3; Osea 11:7). Fra quelli che dovranno udire questo rimprovero un giorno, quale uomo potrà accusare Dio quale responsabile della sua sventura eterna? La salvezza in Cristo gli è stata offerta, ma lui non l'ha voluta.
Dopo aver pronunziato i sette «guai» sulle guide cieche del popolo, il Signore lascia solennemente il tempio. Ma i discepoli non sono ancora pronti ad abbandonare il loro titolo di figli d'Abrahamo e figli d'Israele. Allora Gesù, presili da parte, espone loro nei cap. 24 e 25 la successione degli avvenimenti profetici. Tuttavia, prima di rispondere alle loro domande, comincia col parlare alla loro coscienza (vers. 4). Una verità deve sempre avere un effetto morale, come quello d'aumentare il timore di Dio o l'amore per il Signore; se no, solo la curiosità è nutrita e l'anima s'indurisce.
Qui, si tratta per i discepoli di stare in guardia. Essi sono ancora dei «piccoli fanciulli» nella fede. Conoscono il Padre che Gesù ha loro rivelato (cap. 11:27), ma non sono armati contro quelli che 1 Giovanni 2:18 chiama «molti anticristi», cioè portatori di vari errori, e hanno bisogno d'essere avvertiti (leggere 2 Pietro 3:17). Satana cerca di sedurre con delle contraffazioni (2 Tess. 2:9-10). Cari figliuoli di Dio, non lasciamoci turbare da tutto ciò che udiamo dire (vers. 6). E vegliamo soprattutto affinché il nostro amore per i nostri fratelli non si raffreddi (vers. 12).
Gli avvenimenti annunziati in questi versetti concernono Israele e non si produrranno se non dopo il rapimento della Chiesa. Ma per mostrare chiaramente che sono la conseguenza del Suo rigettamento nei capitoli precedenti, il Signore si rivolge ai suoi discepoli come se la loro generazione dovesse attraversare quel terribile periodo. In realtà , quando l'Anticristo sedurra le nazioni e contaminerà il tempio (vers. 15) e perseguiterà i fedeli (vers. 16...), i cristiani della dispensazione attuale non saranno più sulla terra. Così, tutti gli avvertimenti e gl'incoraggiamenti dati qui non ci riguardano direttamente. Ma Gesù stesso s'interessa grandemente di queste cose che precederanno la sua venuta in gloria (vers. 30), e pensa con profonda simpatia ai fedeli che soffriranno allora. E presuppone anche che quelli che Egli chiama suoi amici condividano questo interesse, questa simpatia (Giov. 15:15). Il fatto di parlarcene in anticipo (vers. 25), costituisce da parte sua un grande segno di fiducia e d'amore (parag. Genesi 18:17). Non è forse questo un motivo sufficiente per cercare di comprendere questi soggetti della profezia? Inoltre, è una sorgente di esortazione utile in ogni tempo a tutti i testimoni del Signore: perseverare (v. 13), pregare (v. 20), vegliare (v. 42).
Il Signore interrompe la sua esposizione profetica per esortare i suoi alla vigilanza e al servizio. Il giudizio cadrà repentinamente sul mondo. Colpirà gl'increduli e gli schernitori. Raggiungerà pure gl'indifferenti, gl'indecisi, i figli dei credenti che non saranno diventati figli di Dio. à forse il vostro caso? «Perciò anche voi siate pronti», dice il Salvatore ad ognuno (vers. 44). E per esser pronti, ricevete la sua grande salvezza!
Al vers. 45 un bel servizio è presentato ai credenti: quello di distribuire attorno a loro il cibo della Parola (Atti 20:28, 1 Tim. 1:12). Ma ciò comporta due condizioni: la fedeltà per conoscere questa Parola e per non allontanarsene e la prudenza per adattarla ai bisogni e alle circostanze degli altri. Purtroppo, nella grande cristianità vivono pure dei cattivi servitori che dominano duramente sulle anime; si sono inebriati di piaceri con il mondo (parag. 1 Tessalonicesi 5:7). E la causa qual è? Essi stessi non credono al ritorno del Signore! Poiché il servitore di Cristo non può essere fedele e prudente se non custodendo un prezioso segreto: ogni giorno egli aspetta il Signore (leggere Salmo 130:6) che viene.
Secondo l'uso orientale, uno sposo che arrivava di notte per il banchetto delle sue nozze era rischiarato e scortato da vergini, amiche della sposa (diremmo oggi damigelle d'onore; parag. Salmo 45:9 e 14). Il Signore si serve di questa bella illustrazione per mostrarci in quale modo Egli doveva essere atteso, Lui, il celeste Sposo. Purtroppo, i cristiani si sono stancati di quest'attesa. Il sonno spirituale si è impadronito di loro ed è durato dei secoli. Fu in un momento recente della storia della Chiesa, chiamato il Risveglio, che si insegnò di nuovo la venuta del Signore e si fece udire il «grido di mezzanotte»: «Ecco lo Sposo!...» Il Signore ritorna! Come conseguenza, le vergini avvedute che hanno dell'olio nella loro lampada raffigurano i veri credenti pronti per la venuta del Maestro, e la cui luce, quella dello Spirito Santo, può brillare nella notte del mondo. Altre persone, come quelle vergini stolte, avranno professato di aspettare il Signore ma senza possedere la Sua vita. E indebitamente che esse portavano il bel titolo di cristiani. Terribili illusioni e non meno terribile risveglio!
Ah! si chieda ognuno mentre è ancora tempo: Ho io dell'olio nella mia lampada? Sono io pronto per il Suo ritorno?
La parabola delle dieci vergini si riferiva all'attesa del Signore. Quella dei talenti considera il lato del servizio. Questi sono i due caratteri della vita del cristiano dopo la sua conversione (1 Tessalonicesi 1:9 e 10).
Aspettare il Signore non significa incrociare le braccia fino al suo ritorno. Tutt'altro; il riscattato ha il privilegio di lavorare per Lui. Ed ha ricevuto, per questo scopo, un certo numero di talenti che è responsabile di far fruttare. Beni materiali, a volte, la salute, la memoria, l'intelligenza; ma soprattutto, la Parola divina che dobbiamo conoscere e far conoscere (1 Corinzi 2:12).
Cari amici, anche se siamo salvati, possiamo assomigliare più o meno al malvagio servitore. Siamo noi sicuri di non avere egoisticamente, pigramente, e, comunque, disonestamente nascosto l'uno o l'altro di questi doni che appartengono al Signore? Cosa avremo da restituirgli quando Egli verrà ? Potrà Egli farci entrare nella sua gioia, la gioia della Sua approvazione? E la gioia «che gli era posta dinanzi» (Ebrei 12:2), la gioia dell'opera compiuta e dell'amore soddisfatto che gli ha fatto sopportare la croce con tutti i suoi orrori. La ricompensa è la stessa per i due primi servitori. Ciò che conta per il Signore è la fedeltà , non tanto i risultati (sempre «poca cosa»).
Il vers. 31 riprende il corso della profezia da dove l'avevano lasciata i versetti 30 e 31 del cap. 24, cioè alla venuta del Signore in gloria per il suo popolo terreno. Per quelli delle «nazioni» (i non Giudei) suonerà allora il giorno delle ricompense... o del castigo. E ciò che li differenzierà fra loro, sarà il modo in cui avranno accolto gli ambasciatori del Re (i suoi fratelli, vers. 40), quando questi annunzieranno l'evangelo del regno (cap. 24:14). Alcuni hanno voluto servirsi di questa parabola per sostenere la dottrina della salvezza per mezzo delle opere. Ma è chiaro che qui siamo fuori del tempo della Chiesa e della fede cristiana propriamente detta.
Tuttavia, lasciando da parte la questione della salvezza, la dichiarazione del Re è piena d'ammaestramento per noi cristiani. Se Gesù fosse oggi sulla terra, che entusiasmo avremmo per riceverlo, servirlo e per soddisfare i suoi minimi desideri? Ebbene, queste occasioni le abbiamo ogni giorno! Doni, ospitalità , visite, tutto ciò che facciamo per amore verso qualcuno è anzitutto per Lui che possiamo farlo (vedere Giovanni 13:20; 1 Corinzi 12:12). Così anche, ciò che non facciamo per il bene degli altri lo rifiutiamo al Signore.
Il Signore ha terminato i suoi discorsi. Gli ultimi avvenimenti stanno per adempiersi. Mentre a Gerusalemme si trama un complotto fra malvagi (vers. 3 a 5), una scena ben diversa si svolge a Betania. Respinto e odiato dai grandi del suo popolo, Gesù trova, fra umili fedeli, l'accoglienza, l'amore e, possiamo ben dire, l'adorazione dovutagli. Non avendo più posto nel tempio, Egli è ricevuto in casa di Simone il lebbroso. La regalità gli è stata rifiutata. Allora Dio fa sì che riceva l'unzione regale in altro modo. Quella donna realizza il bel versetto: «Mentre il re è nel suo convito, il mio nardo esala il suo profumo» (Cantico dei Cantici 1:12). Soltanto Gesù comprende ed apprezza il suo atto. Ma che importa! Chi potrebbe dare del dispiacere a Maria quando il Signore vi trova piacere?
Di nuovo, col vers. 14, passiamo a una scena di tenebre. Il traditore Giuda, che poco prima aveva respirato il profumo, compie il suo misfatto e ne riceve il salario: trenta monete d'argento, il prezzo d'uno schiavo. Ma il profeta Zaccaria lo chiama, con dolorosa amarezza, un «magnifico prezzo», perché è quello a cui il Figliuol di Dio sarebbe stato stimato (Zaccaria 11:13).
Si puo pensare quali siano stati sentimenti del Signore mentre mangiava quella Pasqua coi suoi discepoli. La Pasqua era la figura di ciò di cui Lui sarebbe stato la realtà . Pochi istanti dopo, il santo, il vero Agnello della Pasqua sarà sacrificato sulla croce (1 Corinzi 5:7). Ma gli rimaneva ancora da dare ai suoi discepoli un segno particolare del suo amore. Ogni anno, dalla grande notte dell'esodo, la Pasqua annunziava in figura un'opera futura. Ormai, la cena del Signore col pane e il vino ricorderà al credente, ogni primo giorno della settimana, che quell'opera è compiuta. Ogni volta che la si celebra, si annuncia la morte del Signore finché Egli venga (1 Cor. 11:26).
Dopo aver loro distribuito il pane, Gesù dà anche il calice ai suoi, dicendo: «Bevetene tutti». Egli vuole che ognuno di loro partecipi con Lui a quel pasto d'amore (salvo Giuda che uscì: Giovanni 13:30). Ne sono degni? Pietro lo rinnegherà ; tutti gli altri fuggiranno... Nondimeno Gesù dice loro (e lo dice anche oggi ai suoi riscattati): «Bevetene tutti». Poi spiega loro l'inestimabile valore del suo sangue che sarà versato «per molti per la remissione dei peccati». Siete voi fra questi «molti»? Se così è, quale sarà la vostra risposta al comandamento del Signore Gesù? (Salmo 116:12 a 14). Vi ricordate, ogni domenica, del corpo e del sangue del Signore coi simboli da Lui stesso lasciati?
Pieno di fiducia in sé, Pietro si era dichiarato pronto a morire col Signore. Vedremo che non andrà lontano.
Ora Gesù, dopo aver ordinato ai suoi discepoli di vegliare e pregare con Lui, prosegue solo in quel giardino ove doveva dare la prova suprema della sua consacrazione alla volontà del Padre. Questa volontà , che non aveva mai cessato di essere la delizia del Figlio, comporta ora una duplice e terribile necessità : l'abbandono di Dio, cosa infinitamente triste per il cuore del suo Diletto, e il peccato ch'Egli doveva portare, con la morte, suo salario, cosa infinitamente terribile per l'Uomo perfetto. Così la tristezza e l'angoscia hanno invaso l'anima sua (vers. 37). Ah! Egli realizza in anticipo tutto ciò che rappresenta quel terribile sentiero della croce. Ma Egli riceve il calice dalla mano del Padre: «Sia fatta la tua volontà !».
Nella sua grazia, Dio ci ha permesso di assistere all'angoscia del Salvatore in Getsemani, di udire la sua preghiera insistente e dolorosa. Ci guardi Egli dall'avere, come i tre discepoli, dei cuori assopiti e indifferenti verso la sua sofferenza; e che l'anima nostra trabocchi sempre di riconoscenza e d'adorazione.
Un discepolo non aveva dormito come gli altri: era Giuda. Eccolo a capo d'una truppa minacciosa venuta ad impadronirsi di Gesù. E che mezzo sceglie quel miserabile per designare il suo Maestro? Il bacio, un bacio d'ipocrisia. «Amico â gli risponde il Salvatore â a far che sei tu qui?». à l'ultima domanda destinata a scrutare l'anima dello sventurato Giuda! Un ultimo appello dell'amore di Colui che aveva detto ai suoi: «Io vi ho chiamati amici» (Giovanni 15:15). Purtroppo, è troppo tardi ormai per il «figliuol di perdizione» (Giovanni 17:12).
Quelle frecce che dovevano entrare nella coscienza (vedere anche vers. 55) sono i soli atti di difesa di Colui che sacrificava se stesso. Tuttavia, più di dodici legioni d'angeli erano, per così dire, in stato d'allerta, pronti ad intervenire se Lui l'avesse chiesto al Padre. Ma la sua ora era venuta. Lungi dal sottrarsi o difendersi, ferma invece il braccio del suo discepolo troppo impulsivo (Pietro), il quale un istante dopo darà la vera misura del suo coraggio fuggendo coi suoi compagni! Ma, nel palazzo del sommo sacerdote, gli scribi con gli anziani si sono già radunati durante la notte per compiere la suprema ingiustizia, la condanna dell'Innocente, del loro Messia (Salmo 94:21).
I capi del popolo tengono Gesù in loro potere. Ma manca un valido motivo che permetta di condannarlo. Poiché l'Uomo perfetto non offre alcuna presa alle loro accuse, debbono ricorrere a «qualche falsa testimonianza» (Salmo 27:12; 35:11-12) contro di Lui. à anche questa è difficile da trovare, poiché bisogna almeno che abbia un'apparenza di realtà . Finalmente si presentano due falsi testimoni che riportano una frase del Signore distorcendola (confrontare v. 61 con Giovanni 2:19). Ma ciò che serve di pretesto per condannare Gesù è la sua solenne dichiarazione ch'Egli è il Figlio di Dio, pronto a venire in potenza e in gloria. La pena di morte è pronunciata. E subito la brutalità e la viltà degli uomini hanno libero corso (vers. 67 e 68). La prima parte di ciò che il Signore aveva annunciato ai suoi si compiva (cap. 16:21, 17:22, 20:18-19).
Anche per Pietro l'ora è buia, ma per un motivo diverso. Satana, che non ha potuto vincere il Maestro, farà vacillare il discepolo. A tre riprese il povero Pietro rinnega Colui per il quale si era dichiarato pronto a morire. Egli userà persino un linguaggio volgare per farsi credere, lui che poco prima, senza rendersene conto, col suo modo di parlare si era fatto riconoscere come discepolo di Gesù.
Il giorno sorge. Un giorno come mai se n'è visto l'uguale nella storia del mondo e dell'eternità ! Alle prime ore del mattino i capi sacerdoti e gli anziani studiano il modo di far applicare la condanna a morte che hanno decisa. Ma qualcuno fa loro visita; lo conoscono bene: è il traditore per mezzo del quale sono pervenuti ai loro scopi. Che cosa vuole? Giuda testimonia dell'innocenza del suo Maestro, riporta il denaro, esprime il suo rimorso... «Che c'importa? Pensaci tu», rispondono loro, senza la minima compassione. Allora lo sventurato va ad impiccarsi, perdendo, con la vita, l'anima sua e anche il denaro per cui l'aveva venduta! E i sacerdoti, che non hanno esitato a comperare il sangue innocente, provano dello scrupolo quando si tratta di metterne il prezzo nel tesoro del Tempio!
Gesù è condotto alla presenza del governatore Pilato. Gli sarebbe facile trovare presso quel magistrato romano un appoggio contro l'odio del suo popolo. Ma Egli tace, eccetto che per riconoscere il suo titolo di re dei Giudei. «Pecora muta dinanzi a chi la tosa... non aperse la bocca» (Isaia 53:7; parag. vers. 12 e 14 e cap. 26:63).
Grande è la perplessità di Pilato di fronte all'accusato che i capi dei Giudei gli conducono. Mai ha avuto dinanzi a sè un uomo come quello. Una duplice testimonianza, quella di sua moglie (vers. 19) e quella della sua coscienza (fine vers. 24), gli dà la convinzione di aver a che fare con un giusto. Inoltre, egli conosce la perversità di quelli che gliel'hanno consegnato per invidia (vers. 18). Che fare? Se lo condanna, compie un'ingiustizia. Ma se lo libera, la sua popolarità ne soffrirà certamente. Lavandosi simbolicamente le mani (ma non la coscienza) fa ricadere la responsabilità sul popolo che l'accetta ad occhi chiusi. Dietro a quella folla, spinta dagli istinti più selvaggi, e dietro ai suoi capi che l'eccitano, Satana prosegue l'opera sua di odio. Ma anche Dio prosegue l'opera Sua, di grazia e di salvezza.
Ora Gesù è fra le mani di rozzi soldati. Gli fanno indossare un fac simile di veste regale per beffarsi di Lui prima di condurlo al supplizio. Ma un giorno il Signore apparirà in presenza di tutti nella sua maestà di Re dei re. E la sua mano potente, quella mano che allora teneva una canna, si alzerà in giudizio contro i suoi nemici (parafi. vers. 29 con Salmo 21:3,5,8).
Gesù è condotto dal pretorio al Calvario, e qui è crocifisso fra due malfattori. «Il motivo della condanna scritto al disopra del suo capo», accusa in realtà il popolo che crocifigge il suo Re. Questa narrazione ci è data brevemente, senza i particolari che gli uomini avrebbero certamente aggiunto per commuovere. Tuttavia, attraverso il sobrio linguaggio dello Spirito, comprendiamo che nessuna forma di sofferenza è stata risparmiata al diletto Salvatore. Sofferenze fisiche, ma anzitutto indicibili ferite morali. Gli schernitori lì presenti provocano Gesù sfidandolo a salvare se stesso (vers. 40). (Ma se Egli rimane sulla croce, non è proprio per salvare gli altri?) Essi provocano Dio mettendo in dubbio il suo amore per Cristo, il quale soffre infinitamente per quest'oltraggio (vers. 43; Salmo 69:9). Nondimeno, la sofferenza delle sofferenze per Lui è l'abbandono di Dio durante le tre ore di tenebre. Dio distoglie da Lui il suo volto, quando Gesù è fatto maledizione per noi. Egli percuote il suo Figlio coi colpi che i peccati, i miei peccati e i vostri, meritavano.
In quei momenti terribili il Signore ha portato il nostro castigo eterno!
L'opera dell'espiazione è terminata, la vittoria riportata. Con un potente grido che è già di trionfo, Cristo entra nella morte. E Dio dà subito altre prove di questa vittoria: Egli squarcia il velo del tempio, inaugurando «una via recente e vivente» per la quale l'uomo potrà d'ora innanzi entrare nella Sua presenza in piena «libertà » (Ebrei 10:19 a 21). Egli apre dei sepolcri, e la morte vinta deve rendere alcuni dei suoi prigionieri.
Poi Dio veglia sull'onore dovuto al suo Figlio. Conformemente alla profezia, Gesù occupa la tomba d'un uomo ricco che, piamente, si è curato della sua sepoltura (Isaia 53:9). Eccetto Giuseppe d'Arimatea, Matteo non ci parla di qualche altro discepolo presente a quell'ora. Alcune donne, invece, hanno il privilegio di trovarsi là .
Dal principio alla fine di quest'evangelo, l'odio dell'uomo s'è accanito. Alla sua nascita si è manifestato in Erode. Ed ora lo segue fin nella tomba, che è custodita e sigillata da parte dei capi dei Giudei. Ma i soldati, il sigillo, la pietra, sono vane precauzioni; essi serviranno invece a dimostrare in modo ancor più evidente la realtà della risurrezione. Notiamo che i nemici del Signore (v. 63) si ricordano di ciò che gli stessi discepoli avevano dimenticato!
à il mattino trionfante della risurrezione. Per mezzo di essa, Dio rende una testimonianza fulgida alla perfezione della vittima, alla completa soddisfazione che Egli trova nell'opera compiuta. Le guardie poste al sepolcro, lungi dal potersi opporre a quel meraviglioso avvenimento, ne sono i testimoni involontari... e terrificati (Salmo 48:5). Ma i sacerdoti, totalmente induriti, compreranno la coscienza di quegli uomini come avevano fatto prima con quella di Giuda.
Le donne al sepolcro ricevono il messaggio dell'angelo. Col cuore pieno di timore e di gioia, si affrettano ad andare a comunicarlo. Allora incontrano il Signore stesso!
Poi Gesù appare ai suoi undici discepoli, all'appuntamento che Egli ha loro fissato in Galilea. Dà loro un ordine ai vers. 19 e 20, una missione tanto più importante in quanto è l'ultima sua volontà . Non dimentichiamo, neppure noi, la nostra responsabilità di testimoni del Vangelo. Ma Gesù fa anche una promessa ai suoi discepoli. Essa è per tutti noi e non mancherà in nessun giorno a nessuno dei riscattati. «Io sono con voi tutti i giorni». Così l'Evangelo di Emmanuele finisce come era cominciato, con questo nome meraviglioso di Emmanuele, Dio con noi (cap. 1:23)!
Il libro di Geremia ci riconduce al tempo degli ultimi re di Giuda prima della cattivit?Lâapparire dâun profeta ?empre lâindice del cattivo stato del popolo dâIsraele, ma anche la prova della grazia di Dio. LâEterno aveva messo da parte, gi?rima della sua nascita, questo giovane sacerdote per il servizio al quale Egli lo destinava. Timido, Geremia comincia col resistere allâappello di Dio: ?o non sono che un fanciullo? Non parlare cos?gli risponde lâEterno. Che cosa importano le tue capacit?b>, dato che tu non farai e non dirai nullâaltro che quello che io ti comander?? quel che esprimiamo quando cantiamo:
La nostra stessa impotenza ?a nostra sicurezza,
Chi non pu??lla senza Lui, pu??tto per la Sua bont?/i>
Per incoraggiare il suo giovane messaggero, Iddio gli d?ue visioni notevoli: Il ramo di mandorlo (vers. 11) rammenta la verga dâAaronne che anticamente aveva fiorito, gettato dei bottoni, sbocciato dei fiori e maturato delle mandorle (Libro dei Numeri 17:8) e conferma la scelta di quel Dio vigilante e fedele. Quanto alla caldaia che bolle, annunzia la minaccia di nemici che vengono dal nord. Bisogna dunque affrettarsi di avvertire il popolo e sollecitarlo a pentirsi. Compito difficile! Ma Geremia riceve la forza da alto (vers. 18) con una promessa: ?o son con te?(vers. 19).
Le prime parole che lâEterno mette nella bocca di Geremia sono destinate a riguadagnare il cuore del suo popolo dimentichevole... immagine fedele del nostro proprio cuore! ?come se il Signore ci chiedesse teneramente: Ti ricordi di quel tempo felice che segu?lla tua conversione? Come ardevi allora di zelo e di riconoscenza! Certo, tu camminavi in questo mondo come in un deserto, ?n paese non seminato? Ma allora io ti bastavo interamente. Ah se tu hai dimenticato quel tempo, io ne ho conservato il ricordo. Poich?i era gradito quellâardore del tuo affetto, quella gioia del tuo primo amore (Apocalisse 2:4).
Ahim?dice il Signore, ?l mio popolo ha cambiato la sua gloria con ci??e non giova a nulla?(vers. 11). Siate sinceri, voi che siete allontanati dal Signore, vi ha questo giovato? Egli ?la sorgente delle acque vive? A che cosa servono le ?isterne screpolate?(vers. 13)? O anche i fiumi dellâEgitto e dellâAssiria (vers. 18) a cui il mondo cerca di dissetarsi? Poich?chi beve di questâacqua avr?ncora sete? ma chi beve dellâacqua che Ges??, non avr?ai pi??te (Evangelo di Giovanni 4:10,13,14).
Lâabbandono del primo amore ?empre il punto di partenza, dapprincipio nascosto, di molti altri mali. Iddio aveva chiamato Israele fuori dâEgitto perch?o servisse (Esodo 4:23). Ed ecco che questo popolo Gli dichiara sfrontatamente: ?b>Non voglio servire?(vers. 20). Ebbene, ?nche la triste risposta di numerosi cristiani a Colui che li ha salvati, bench?on osino formularla ad alta voce! Possiamo affermare che ingannano se stessi. Poich? impossibile di non servire. Rifiutare lâobbedienza al Signore, ?adere nella schiavit??gli idoli (vers. 28). Inoltrandosi nella sua ribellione contro lâEterno, quel malvagio popolo gli ha deliberatamente voltato le spalle (vers. 27). Con una ingratitudine inqualificabile ha dimenticato Colui che gli aveva fatto soltanto del bene (vers. 32). Povero popolo! Iddio cerca di aprirgli gli occhi. Lo invita a volgersi e considerare le tracce sinuose châegli ha lasciato dietro a s?vers. 23; vedere anche cap. 14:10).
Cari amici cristiani, ?alvolta anche necessario considerare le nostre vie. Quanti passi falsi, vie traverse, giravolte, invece del cammino diritto e semplice della volont?el Signore!
Questo capitolo 3 ci presenta Israele come una sposa infedele, dimentichevole dei legami che lâuniscono allâEterno suo Sposo. E in questo cammino dâiniquit?Giuda ?ndata ancor pi??ntana delle dieci trib??rsquo;Israele, aggiungendo alla sua infedelt?a perfidia cio?l tradimento aggravato dâipocrisia. Tuttavia, ci troviamo qui storicamente sotto il regno del pio Giosia. Ma il cuore del popolo non ha realmente seguito il suo re nel risveglio di cui aveva dato il segnale (vedere vers. 10 e 2 Cronache 34:33). Giuda ha finto di ritornare allâEterno. Tale ?a sua perfidia, peggiore agli occhi di Dio dellâabbandono puro e semplice.
Come sono commoventi quegli appelli: ?orna;... Tornate, o figliuoli traviati? ?o sono misericordioso? ?o vi guarir??vers. 12, 14, 22; cap. 4:1)! Ma quanto tempo, quanti secoli sono inclusi nei punti di sospensione del vers. 22 fra lâappello di Dio e la risposta del popolo! Poich?ddio aspetta tuttora questa risposta dâIsraele!
Amico, che forse ti sei allontanato dal Signore Ges??uesto ?b>ritorna? ? te che lo rivolge oggi. Oh! non lascia trascorrere gli anni. Torna senza pi??dugiare Colui che perdona e che ti ama.
Nonostante le belle professioni di fede, bisognerebbe faticare molto per trovare in Gerusalemme _ualcuno che operi giustamente, che cerchi la fedelt?(vers. 1; vedere anche Ezechiele 22:30). Malgrado ci??ddio va pi??ngi in misericordia che al tempo della distruzione di Sodoma. Egli ?ronto a perdonare la citt?olpevole a causa dâun sol uomo (vers. 1; parag. Genesi 18:23...). Purtroppo, questa fedelt?gradita a Dio, non si ?rovata n?ra la gente del popolo, n?ra i grandi, meglio ammaestrati, dunque pi??sponsabili (parag. Salmo 62:9). La fine del capitolo lo mostra, come dâaltronde tutta la storia di Geremia.
?uesti son dei miseri... degli insensati?(vers. 4). Non ?orse ci??e si pu??re delle moltitudini che oggi vanno incoscienti alla perdizione? Invano lâEterno ha castigato il suo popolo. ?uelli non sentono nulla... rifiutano di ricevere la correzione... rifiutano di convertirsi?(vers. 3; Sofonia 3:2). Che cosa pu??re un medico quando un malato rifiuta di prendere le sue medicine sotto pretesto che non soffre? Non sfuggiamo mai a questa correzione necessaria. E conserviamo una coscienza molto sensibile a quel che il Signore vuol dirci per questo mezzo. Altrimenti ?he faremo noi quando verr?a fine??(vers. 31).
A poco a poco il profeta ha cambiato tono. Agli accenti dellâamore divino succedono quelli dellâira. LâEterno si prepara a ?isitare?il suo popolo in giudizio (vers. 6:15; Isaia 10:3). Si servir?âun nemico che viene dal nord (vers. 22) come lo prediceva la caldaia che bolliva del cap. 1 pronta a versare il suo contenuto temibile e ad inondare il paese dâIsraele. Ma al vers. 16 un nuovo appello di grazia sâintercala fra questi castighi. ?rivolto a Giuda... e a tutti i figli di genitori cristiani: ?ermatevi sulle vie, e guardate, e domandate quali siano i sentieri antichi, dove sia la buona strada; e incamminatevi per essa; e voi troverete riposo alle anime vostre?(vers. 16). Talvolta, nella montagna, allontanandosi dalla strada della valle, troppo frequentata, si pu??trovare il sentiero antico che conduce alla cima. ?pi??osceso; ci si trova sovente soli. Ma ?l sentiero sicuro di un tempo, tracciato e provato da quelli che ci hanno preceduti. S?allontaniamoci da ci??e ?b>nuovo, largo e facile. Ricerchiamo accuratamente quella ?b>buona via? quei ?entieri di giustizia?(Salmo 23:3) e di verit?nella nostra ¸uida?che ?a Parola. E camminiamo in essi!
LâEterno manda Geremia alla porta del tempio per pronunziarvi un discorso severo. Poich?nonostante il suo stato ribelle, il popolo di Gerusalemme si vantava strepitosamente di possedere ?b>il tempio dellâEterno?e continuava a praticarvi un culto di pura forma. Che inconseguenza! Chi rendeva quel tempio pregevole? non era forse Colui che lâabitava? (Matteo 23:21). Ora essi Lo rinnegavano con le loro azioni malvage, di cui il vers. 9 ci d?na lista spaventosa. Essi calpestavano quasi tutta la legge di Dio, pur non temendo di tenersi ritti davanti a Lui nella sua casa (vers. 10). Facevano di questa una spelonca di ladroni (vers. 11 citato dal Signore) e la contaminavano con le loro abominazioni (vers. 30). Purtroppo la cristianit?rofessante offre il medesimo doppio quadro: rispetto di forme esteriori, ma allontanamento dei cuori. Guardiamoci dal rassomigliarle! Iddio vuole della realt?elle nostre vie. Equivale ad oltraggiarlo il parlare di relazione con Lui e pretendere a piet?uando anzitutto non si ?eparati dal male.
Per molto tempo lâEterno ha parlato e il popolo ha rifiutato dâascoltare. Ora ?ui che rifiuta di ascoltare, persino la preghiera del profeta (vers. 16).
Il capitolo 5 vers. 3 ci ha mostrato che Israele non sentiva neppur pi??colpi con cui lâEterno aveva dovuto colpirlo. Qui vediamo che i suoi capi responsabili curano essi stessi ?b>alla leggera?la piaga del popolo e pretendono ottenere la pace che Iddio non poteva dar loro (vers. 11; 6:14). Tuttavia il balsamo di Galaad (cio?a grazia) era a loro disposizione, quanto il fedele Medico che sapeva come applicarlo (vers. 22; parag. Matteo 9:12). Vi ?ui una lezione per il credente che Dio disciplina. Se accettiamo dalla mano del Signore le prove che ci sono necessarie, lasciamo che Egli stesso bendi le piaghe châEgli ha permesse (Giobbe 5:18). Non tentiamo di guarirle superficialmente con le nostre proprie risorse.
Il profeta aggiunge al vers. 12: "on si vergognano affatto?.. Unâindifferenza totale riguardo al male commesso caratterizza questo povero popolo.
Vi ?n tempo favorevole per essere salvati. ?oggi. Bentosto il Signore raduner?e spighe mature della sua grande mietitura. Allora lâestate finir?Che terribile risveglio per quelli che dovranno dire: ?b>Noi non siamo salvati?
Ahim?come al tempo di Geremia, il popolo di Dio conta oggi molti feriti a morte (vers. 1 versione corretta). Se ne conosciamo, portiamoli al gran Medico che ha il potere di guarirli (cap. 8:22).
Questo cap. 9 esprime lâindicibile dolore del profeta. Parlare severamente a questo popolo non glâimpedisce dâessere eccessivamente afflitto a suo riguardo. Egli soffre certamente pensando allo stato dâIsraele e al castigo che lo minaccia, ma soprattutto a causa del disonore gettato sul nome dellâEterno. Se amassimo di pi?? Signore, saremmo anche pi??tristati constatando lâingratitudine e lâindifferenza che, tanto sovente, rispondono al suo amore.
Meditiamo suglâimportanti versetti 23 e 24 (citati in 1 Corinzi 1:31). ?proprio della natura di ciascuno lâessere orgoglioso delle proprie capacit? il vantarsi di quel che si possiede. Lo sportivo far?alere le sue prodezze, i suoi muscoli e la sua agilit?il buon alunno i suoi successi scolastici; lâautomobilista, la sua vettura pi??tente di quella del vicino. Ebbene, la sola cosa di cui Dio ci permetta di gloriarci ?i conoscerLo (Salmo 20:7; 2 Corinzi 10:17). Apprezziamo noi, secondo il suo giusto valore, la nostra relazione col Signore Ges??vvero ci accade forse talvolta di vergognarcene?
Se esistono un antico sentiero e una buona strada di cui dobbiamo informarci (cap. 6:16), vi ?nâaltra via da cui dobbiamo guardarci: quella delle nazioni (vers. 2), vale a dire del mondo. Infatti, tutti i nostri contatti con questo mondo tendono ad impregnarci dei suoi modi di vivere e di pensare. Non possiamo evidentemente sottrarci a questi contatti, e gli studenti vi sono senza dubbio pi??rticolarmente esposti. Ma non abbiamo alcuna curiosit?almeno, n?lcun desiderio di diventare sapienti riguardo a quelle ?ose che sono nel mondo?(1 Giovanni 2:15). Diffidiamo di certe compagnie, di certi libri, pronti ad istruirci in quella pericolosa via. Non ignoriamo ove essa conduce quelli che la seguono.
Ci??e caratterizzava le nazioni al tempo di Geremia (come anche il mondo attuale) era il servizio degli idoli. Iddio dichiara quel che ne pensa e lo fa dire a quelle nazioni al vers. 11 nella loro propria lingua (questo versetto ?critto in arameo).
Il vers. 23 ci ricorda una doppia verit?Il giorno di domani non ci appartiene per disporne (Giacomo 4:13). E noi non siamo capaci di dirigere i nostri passi. Geremia sapeva ci?? voi, lâavete appreso?
Sotto il regno di Giosia, Hilkia il sacerdote, padre di Geremia (cap. 1:1) aveva ritrovato il libro della legge durante dei lavori intrapresi nel tempio. Questo libro comprendeva il Deuteronomio ove tutte le conseguenze dellâinosservanza del patto erano annunziate nel suo terribile capitolo 28 (in particolare al vers. 69). Colto di spavento, Giosia si era affrettato in nome del popolo di rinnovare questo patto (2 Re 22:8...; 23:1-3). Purtroppo, il nostro capitolo ci mostra come questo sia stato violato! Non câ?i??medio. Iddio chiude dâora innanzi lâorecchio alle preghiere e ingiunge a Geremia di non intercedere pi??r il popolo (vers. 14 e cap. 7:16).
Riguardo a noi, figliuoli di Dio, siamo invece esortati a pregare incessantemente e in ogni tempo (1 Tessalonicesi 5:17; Efesini 6:18). Il Padre stesso ci ama e riceve la nostra preghiera (Giovanni 16:26).
Geremia ?l rappresentante dâun residuo fedele, che soffre di questo stato di cose. Ma i nostri sguardi si volgono sopra uno pi??ande di lui: lâAgnello, pieno di dolcezza, contro il quale si sono fatti dei complotti per ucciderlo (vers. 19; paragonare Genesi 37:18 e anche Luca 10:3).
Questo cap. 12 ci riferisce un colloquio dellâEterno con Geremia. Questa volta non si tratta dâuna preghiera del profeta in favore dâIsraele, ma delle dolorose domande che egli ha sul cuore e che espone a Dio nellâamarezza dellâanima sua. Gli uomini della citt?i Anatoth, suoi concittadini, erano giunti al punto di minacciarlo di morte se non avesse taciuto (cap. 11:21). Il versetto 6 ci fa sapere che la stessa famiglia di Geremia aveva agito perfidamente a suo riguardo e gridato contro lui ? piena voce?(parag. Luca 4:24-26). Câera di che perder coraggio. Ma lâEterno comprende il turbamento del suo servitore. E gli spiega ci??âEgli ?bbligato di fare: lasciare il tempio contaminato, abbandonare Israele, Sua eredit? darlo nelle mani dei suoi nemici (vers. 7). Si pu??maginare quali siano i sentimenti di Dio prendendo tali decisioni. Per farceli valutare, Egli adopera per parlare del suo popolo lâespressione pi??mmovente: _uello che lâanima mia ha di pi??ro?
Le nazioni agivano da cattivi vicini; esse ne subiranno le conseguenze. Tuttavia Iddio aveva ancora in riserva delle benedizioni per Israele e anche per quelle nazioni se esse avessero voluto imparare le sue vie.
LâEterno d?n segno a Geremia: quella cintura châegli deve prima portare su di s?enza mai lavarla; poi andare a nasconderla verso lâEufrate a pi?? 400 kilometri; infine andare a toglierla di l?er constatare che non ?b>pi??ona a nulla. Poi gliene spiega la portata. La cintura ?n ornamento; ha il suo posto presso il cuore; inoltre faceva parte del vestimento sacerdotale (Esodo 28:40; e Geremia era precisamente un sacerdote). Cos?ddio si era strettamente affezionato questo popolo che doveva rivelare la Sua gloria e servirLo. Ma lâorgoglio e il culto degli idoli avevano reso Gerusalemme e Giuda tanto contaminati e inutili come una cintura guasta. Come questa, essi saranno trasportati sulle rive dellâEufrate, a Babilonia (fine del vers. 19). Eccetto che essi sâumiliino, e il re e la regina sono invitati a dare lâesempio. Il vers. 23 ci ricorda che il peccato marca lâuomo in modo indelebile. Non possiamo liberarcene pi?? quanto un Africano sia in grado di schiarire la sua pelle o un leopardo di cancellare le sue macchie. Ma, in virt??l sangue di Ges??ddio pu??gliere i peccati e dare un cuore nuovo. ?ci??e avvenne precisamente ad un Etiopo di cui il cap. 8 degli Atti ci narra la conversione.
Iddio parla ad Israele, non soltanto per mezzo di Geremia, ma anche mandandogli la siccit?b> e la carestia. Il profeta confessa le iniquit?el suo popolo e supplica lâEterno per lui, ma purtroppo ?olo a farlo. Nel suo amore per questo popolo, non pu??solversi a non pi??egare per lui. Non ha nessun argomento da far valere in suo favore. Allora egli domanda: ?b>Opera per amor del tuo nome?(vers. 7 e 21). Ed ?uesto il motivo pi??evato per chiedere a Dio dâintervenire. Da parte nostra tutto ?iseria. Che cosa possiamo invocare per fare agire il braccio di Dio? Una sola cosa: il nome di Ges??>. Egli stesso ce ne ha rivelato il meraviglioso potere (Giovanni 15:16). Il Padre non pu??r a meno che rispondere alle preghiere che Gli sono indirizzate in questo Nome châEgli ama. E ?e confessiamo i nostri peccati, Egli ?edele e giusto â verso Ges??stro perfetto Salvatore â da rimetterci i peccati e purificarci da ogni iniquit?(1 Giovanni 1:19).
I versetti 10 a 19 parlano dei falsi profeti che assicurano il popolo con menzogne. Subiranno essi stessi, con quelli che li ascoltano, il castigo a cui hanno rifiutato di credere (vers. 15).
Ancora una volta lâEterno dichiara a Geremia châEgli non pu??adire la sua intercessione. Mos? Samuele stessi, di cui conosciamo la vita di preghiera e lâamore per Israele, non potrebbero far pi??lla nello stato attuale di questo povero popolo (vedere Salmo 99:6). Geremia ?ullâorlo della disperazione (vers. 10). Prende Dio a testimonio della sua fedelt??osto che ho trovato le tue parole, io le ho divorate? Infatti il libro della legge era stato ritrovato nel tempio e il giovane sacerdote ne aveva fatto la sua gioia. Figliuoli di Dio, troviamo noi tutti i giorni nella Bibbia il cibo dellâanima nostra e ad un tempo la gioia del nostro cuore? Paolo ricordava a Timoteo che un buon servitore del Cristo Ges??ve essere nutrito delle parole della fede e della buona dottrina (1 Timoteo 4:6).
LâEterno incoraggia il suo fedele, ma timoroso testimonio, che, per Lui, ?orta lâobbrobrio?(vers. 15; Salmo 69:7), e gli promette di liberarlo. Lo invita a separare ci??e ?b>prezioso da ci??e ?ile, come Lui stesso fa (vers. 19). Un discepolo di Ges?? riconosce da questo. La sua coscienza ?elicata per discernere il bene e praticarlo, per giudicare il male e separarsene (parag. anche Giacomo 3:10 a 12).
Poich?eremia stesso ?b>prezioso agli occhi dellâEterno, ?nvitato ora a tenersi separato da ci??e ?b>vile (cap. 15:19), cio?a quel popolo malvagio. Ricordiamo una volta di pi??rsquo;esortazione cos?mportante: ?i ritiri dallâiniquit?chiunque nomina il nome del Signore?(2 Timoteo 2:19). Non si potrebbe dâaltronde mescolarsi al male e rendere ad un tempo testimonianza a quelli che lo praticano. Iddio non permette neppure al giovane profeta di fondarsi un focolare in un tale luogo. Tutto questo per mostrare che non pu????servi felicit?omestica n?istemazione durevole in Gerusalemme alla vigilia del giudizio che la minaccia. Inoltre, Geremia, come vero Nazareo, deve astenersi da ogni comunione con i banchetti ed i festeggiamenti dâun popolo condannato. Ma non ?ertamente una grande privazione per qualcuno che trova le proprie delizie nella Parola del suo Dio (cap. 15:16). Pi?? Signore e la sua Parola saranno la nostra felicit?meno avremo desiderio di godere dei piaceri ingannatori che il mondo pu??frire.
I vers. 10 a 21 menzionano: il castigo dellâEterno sul suo popolo; il motivo di questo castigo; ma anche la promessa dâun futuro ristoramento (vers. 15).
Il peccato di Giuda ?ncor pi??nace delle macchie del leopardo. ?come inciso sul suo cuore con una punta di ferro (vers. 1). Chi potrebbe cancellarlo? Di fatto, questo cuore dellâuomo, quello dâIsraele, il mio, il vostro, ?rofondamente incorreggibile. ?b>Il cuore ?ngannevole pi??rsquo;ogni altra cosa e insanabile?(vers. 9). ?Dio che ce lo dice, Dio che conosce a fondo tutta la nostra malvagit?aturale. Accettiamo la sua dichiarazione e incidiamo definitivamente questo vers. 9 nella mente. Saremo cos?reservati dal concedere la minima fiducia a questo povero cuore umano e in modo generale allâuomo, alla sua saviezza, alla sua amicizia, al soccorso che pu??rci. Altrettante esperienze, altrettante delusioni, altrettante occasioni di verificare questo versetto fondamentale: ?b>Maledetto lâuomo che confida nellâuomo, e che fa della carne il suo braccio?(vers. 5). Realizziamo piuttosto la sua preziosa contropartita: ^enedetto lâuomo che confida nellâEterno...?(vers. 7), con la felice sorte che ne risulta (parag. il vers. 8 col Salmo 1:3). Abbeverato alla sorgente inesauribile, non teme n?aldo n?iccit?non se ne accorge neppure. E non cessa di portar frutto per il suo Dio.
Cercate di scrivere il vostro nome sulla polvere (vers. 13); sar?entosto illeggibile. Quanti insensati che, senza pensare allâavvenire, cercano di farsi un nome sulla terra... che passer?Caro amico, ?b>nel libro della vita che devâessere scritto il vostro nome.
E ritroviamo la triste dichiarazione del cap. 3:13: ¯ssi hanno abbandonato lâEterno, la sorgente delle acque vive...?In Giovanni cap. 6 vers. 66 parecchi discepoli si ritirano dal seguire Ges??ui che precisamente al capitolo seguente si riveler?ome questa sorgente delle acque vive (cap. 7:37). Ah! non imitiamoli. Ma se realmente siamo piantati presso di Lui, non potremo abbandonarLo, come un albero non pu??sciare la sponda del suo fiume (vers. 8).
Nel seguito del capitolo, lâEterno rammenta i suoi insegnamenti a proposito del sabato. La legge era stata violata su questo punto come sugli altri (cap. 7:9). Un secolo pi??rdi, dopo il ritorno da Babilonia, il fedele Nehemia avr?n cuore questâinsegnamento dei vers. 21 e 22 (Nehemia 13:15...). Egli ricorder?i notabili di Giuda che le sventure del popolo erano state la conseguenza dellâinfedelt?ei loro padri a proposito del sabato.
Un nuovo insegnamento ?ato a Geremia nella casa del vasaio. Il primo vaso che egli vede fabbricare ?na figura del popolo. Come la cintura del cap. 13, oggetto di utilit?b> per destinazione, cos?uesto vaso ?tato, esso pure, guastato, riconosciuto buono a nulla (vers. 4; cap. 13:7). S?Israele, e in realt?utta lâumanit?i si trova rappresentata. Lâartigiano divino non ha potuto far nulla del primo uomo châEgli aveva formato. ?utti quanti son divenuti inutili... tutti hanno peccato e son privi della gloria di Dio?(Romani 3:12 e 23). Il peccato ha rovinato e corrotto tutta la razza umana senza eccezione. Ma sul tornio del vasaio, ecco che il lavoro riprende. E, con la stessa argilla, un nuovo vaso ?ormato ?ome al vasaio parve bene di farlo? Questo vaso senza difetto, in cui lâoperaio pu??ovare il proprio compiacimento, ci fa pensare al secondo Uomo. Secondo i consigli di Dio, Cristo ?enuto a sostituire la razza difettosa dâAdamo. Ma ormai non ?i??lo. ?e alcuno ?n Cristo, ?na nuova creazione?(2 Corinzi 5:17). Per la grazia di Dio, il riscattato pu??ventare a sua volta ?n vaso ad onore, santificato, utile al Maestro, preparato per ogni buona opera?(2 Timoteo 2:21; leggere anche Efesini 2:10).
Geremia ?nvitato dallâEterno a ritornare nella casa del vasaio. Non pi??uesta volta, per guardarlo lavorare, ma per comperare un vaso. Poi, alcuni degli anziani del popolo, devono portarlo nella valle dei figliuoli di Hinnom, e proclamare ci??e lâEterno gli dir?
Era un luogo tetro questo guado di Hinnom (che ha dato il vocabolo geenna) chiamato anche Tofet (vers. 6). Al tempo dellâabbominevole re Manasse dei sacrifici umani erano stati offerti a Baal (2 Cronache 33:6; Geremia 7:31). Perci??osia lâaveva contaminato (2 Re 23:10). In questo luogo, testimonio dei suoi orribili peccati, il popolo deve udire terribili parole, mentre ?esso a pezzi quel vaso che lo rappresenta. Geremia va in seguito al tempio e conferma la parola dellâEterno alle orecchie di tutta Gerusalemme. Pensiamo al coraggio che gli fu necessario per condannare cos?ubblicamente la condotta del popolo e annunziargli la irrevocabile decisione divina a suo riguardo. Pu??caderci di trovarci isolati in un ambiente ostile e dovervi rendere testimonianza coi nostri atti e con le nostre parole. Chiediamo al Signore di darci lo stesso ardire.
Se diciamo la verit?l mondo sul suo stato ci esponiamo subito al suo odio. Il profeta ne fa duramente lâesperienza. La congiura che abbiamo visto tramare contro di lui al cap. 11:19 e 18:10 riusc?Geremia ?ercosso e messo alla tortura da Pashur. Chi ?uestâuomo? Uno dei primi sacerdoti (vers. 1). E inoltre uno di quei profeti di menzogna (vers. 6; cap. 14:14) che, contrariamente a Geremia, godeva di tutto il favore del popolo. A sua volta bisogna che questâuomo oda una profezia di verit?b> pronunciata contro di lui.
Geremia ci ricorda lâesortazione di Giacomo 5:10. Egli ?na figura del Signore Ges?? solo a proclamar la verit??diato e percosso per essa (e dai sacerdoti), ?ggetto di derisione e dâobbrobrio, ma la Parola del suo Dio ?el suo cuore ?b>come un fuoco ardente?(vers. 9). ?stretto dallâamore che ha per lâEterno e per il suo popolo (parag. 2 Corinzi 5:14 e 20). Ma come Geremia resta lontano dal perfetto Modello! Egli esprime amarezza e scoraggiamento. Come Giobbe (cap. 3) maledice il giorno della sua nascita. Non appare in lui la grazia verso i suoi nemici.
Amico, ancora una domanda: Siete voi stato veramente afferrato dal Signore? ?Egli stato il pi??rte? (vers. 7; parag. Filippesi 3:12).
Le profezie di Geremia non ci sono riportate nellâordine in cui sono state pronunziate. Questa ci trasporta ora al tempo dellâultimo regno di Giuda. Attaccato dal suo temibile nemico Nebucadnetsar, il re Sedecia manda due delegati al profeta per pregarlo di consultare lâEterno: apparentemente era ci??e doveva fare di meglio. In realt?sia lui che il popolo, cercavano la liberazione senza il ravvedimento, e fingono dâignorare questa condizione indispensabile. Poich?ddio non concede lâuna senza lâaltro. Dopo tutto quel che Geremia aveva detto nei precedenti capitoli, una tale domanda era quasi dellâinsolenza. Cos?âEterno risponde nel modo pi??vero. Non soltanto il re di Babilonia, ma Lui stesso combatter?ontro Giuda. Egli colpir?on una gran peste gli uomini e gli animali, come anticamente i greggi degli Egiziani (Esodo 9:1-7). Tuttavia, a lato della via della morte, restava ancora per quel popolo una via della vita... ma che passava necessariamente per la confessione dei suoi peccati e la sottomissione alla volont?i Dio. Questa via ?uttora aperta. ?forse quella che seguite?
Sullâordine dellâEterno, Geremia ?anto pronto a recarsi al palazzo reale quanto nellâumile casa del vasaio. Il suo compito ?i nuovo difficile, poich?i tratta di avvertire ed esortare personalmente il re di Giuda stesso. Rendere testimonianza dinanzi ad un superiore ?articolarmente esercitante per un giovane credente. Ma se egli conta sul Signore, sar?empre fortificato e benedetto, facendolo.
Iddio aveva anticamente promesso a Davide che, se i suoi discendenti avessero badato alla loro via per camminare con Lui in verit? con tutto il cuore, non sarebbe loro mancato un uomo sul trono dâIsraele (1 Re 2:4). Purtroppo, n?b>Joachaz (vedere 2 Re 23:31 e 32) n? suoi fratelli Joiakim, Joiakin, n?b>Sedekia hanno osservato questa condizione. Talch?urono i quattro ultimi re della dinastia di Davide. In questi capitoli 21 e 22, ognuno dâessi ?ondannato per i propri falli. Nessuno potr?ire che sopporta le conseguenze dei peccati dei suoi predecessori (paragonate cap. 31:29). Nessuno dâessi pu??re neppure di non essere stato avvertito, poich?l ministero del profeta si ?rolungato sotto tutti questi regni (cap. 21:7; 22:11,18,24).
´scolta la parola dellâEterno, o re di Giuda... tu, i tuoi servitori ed il tuo popolo...?(vers. 2). Ma invano Geremia rivolge a Joiakim questâinvito incalzante. Fin dalla sua fanciullezza, egli aveva deciso di non ascoltare la voce dellâEterno (vers. 21 che si applica pure a tutto il suo popolo). Talch?edete tutti i cattivi frutti che, da adulto, ne sono la conseguenza: ingiustizia, mancanza di rettitudine, orgoglio, disonest?tirannia e violenza (vers. 13 e 17). Tuttavia Joiakim aveva avuto sottâocchio il buon esempio di suo padre Giosia e le felici conseguenze del suo cammino fedele! (vers. 15 e 16).
Figli di genitori cristiani, Iddio vi d?n questo re un esempio da meditare... e da non imitare!
In seguito si tratta di Conia o Joiakin, giovane di 18 anni, che ha regnato soltanto tre mesi prima dâessere trasportato a Babilonia con la madre (2 Re 24:8...). Per mezzo di tali avvenimenti la voce di Dio sâindirizzava allora al mondo intero. Oggi ancora echeggia da un polo allâaltro per la salvezza di tutti gli uomini: ?erra, terra, terra, ascolta la parola dellâEterno?(vers. 29; parag. Isaia 34:1).
Ai capitoli 21 e 22 la parola dellâEterno ha condannato gli ultimi re. In realt?utti i responsabili di Giuda, ?anto il profeta quanto il sacerdote?(vers. 11), hanno mancato alla loro missione. Invece di pascere il popolo ?ssendo gli esempi del gregge?(1 Pietro 5:3), essi sono stati dei cattivi pastori. Sotto la loro condotta deplorevole il gregge ?tato trascurato, distrutto e disperso (parag. Ezechiele 34). Cos?ddio stesso sâincaricher?i radunare il resto di quel gregge dandogli un altro Pastore (Giovanni 10:14). La famiglia reale dâIsraele ha completamente fallito. Ma Iddio susciter?n questa casa di Davide un Germe giusto, un Re divino: ?b>LâEterno nostra giustizia?(parag. 1 Corinzi 1:30). Questâespressione ?l Germe??doperata cinque volte per designare il Signore Ges??ul>
Fra i cattivi pastori dâIsraele, i profeti erano particolarmente colpevoli. Avevano cullato il popolo con la falsa illusione che, nonostante i suoi peccati, tutto sarebbe volto al meglio. Essi erano bugiardi. Erano corsi... senza che lâEterno li avesse mandati, avevano parlato, ma non come oracoli di Dio (vers. 21 e 38; 1 Pietro 4:11). Una grande attivit?eligiosa ?ungi dâessere sempre la prova dâun buono stato spirituale. Per il cristiano adesso, come per il profeta anticamente, non esiste che una sola regola per correre e per parlare: quella dellâobbedienza.
Al vers. 23 ?resentata una domanda: ?ono io un Dio da vicino, dice lâEterno, e non un Dio da lungi???b>Il Signore ?icino?pu??spondere lâapostolo (Filippesi 4:5). Ne avete fatto lâesperienza? La Parola di Dio ?n fuoco (vers. 29). Nello stesso modo come la fiamma dâun cannello permette di togliere le scorie del metallo, essa ?doperata per purificare lâanima nostra consumando le impurit?he la soffocano (Proverbi 25:4). Essa ?a ?orza motrice?del credente, come il fuoco sotto la caldaia (cap. 20:9). Ma ?nche anzitutto quel martello, solo capace di spezzare un cuore di pietra e di fare a pezzi il macigno della nostra propria volont?
La visione del cap. 24 ?ituata al momento in cui Nebucadnetsar ha gi?rasportato a Babilonia una parte di Giuda col suo re Joiakin. Due panieri di fichi appaiono al profeta. I primi sono splendidi, eccellenti; gli altri cattivi e immangiabili. Contrariamente a ci??e si potrebbe pensare, i cattivi fichi sono lâimmagine degli abitanti di Giuda rimasti nel paese, mentre quelli che sono buonissimi rappresentano i ?b>trasportati? LâEterno far?rosperare e ricondurr?uesti ultimi a suo tempo. Bench?enoso, questo distacco dal loro paese e dalle loro abitudini, ?onforme alla volont?i Dio e volger? loro profitto.
Fra le promesse che son loro fatte, la pi??eziosa ?uella del vers. 7: ?o dar??ro un cuore per conoscer me? ?per mezzo del cuore, e non per lâintelligenza, che lâuomo impara a conoscere Dio.
Notiamo che non câ?n terzo paniere. In modo generale, non esiste davanti a Dio posizione intermedia. E nello stesso modo, fra gli uomini attualmente Egli non pu??conoscere che dei viventi e dei morti, dei salvati e dei perduti, dei ?igliuoli di luce?e dei ?igli dâira?(Efesini 2:3; 5:8). â Da quale lato vi trovate?
Il capitolo 25 ritorna indietro, al regno di Joiakim. Da 23 anni Geremia profetizzava. Nel suo zelo e nel suo amore verso il popolo, egli si alzava di buonâora al mattino per rivolgergli i suoi appelli (vers. 3). La pazienza di Dio stava per aver fine. Ogni giorno poteva essere lâultimo. Cos?âuomo di Dio si sentiva spinto fin dal mattino a portare il suo messaggio. E, cosa notevole, la stessa espressione ?doperata a proposito dellâEterno al vers. 4: si alza di buonâora per mandare i suoi servitori. Siamo noi abitualmente pronti per questâora mattutina della distribuzione dei compiti? Il pi??vente, forse, quando finalmente ci svegliamo, il Signore ?tato obbligato di affidare a qualcuno pi??ligente il servizio châEgli ci aveva preparato.
Iddio, nella sua grazia, fissa una durata limitata alla deportazione a Babilonia: settantâanni. Poi fino al termine del capitolo, sviluppa la dichiarazione del vers. 14, mostrando in qual modo Egli si prepari a castigare le nazioni che non avevano temuto di asservire e opprimere il suo popolo.
Di nuovo questo capitolo ci riporta indietro di quattro anni in rapporto al precedente (cap. 25:1). Sullâordine divino, Geremia questa volta va a profetizzare nel tempio. Senza dubbio era in occasione di una delle tre feste annuali in cui tutti gli Israeliti salivano a Gerusalemme. Il vers. 2 permette di pensarlo. Checch?e sia, lâappello sâindirizza a tutto Giuda e non pi??ltanto ai suoi capi. E ?b>non una parola?deve essere detratta (parag. Atti 20:27).
Comâ?ommovente il vers. 3! Ci fa entrare nei pensieri di grazia di Dio. Bench?gli sappia ogni cosa in anticipo, esprime il suo augurio pi??ro: ?b>Forse presteranno ascolto...?(vedere anche 36:3).
Questo ?b>forse?traduce la speranza del Maestro della parabola: ?ander?? mio diletto Figliuolo; forse a Lui porteranno rispetto?(Luca 20:13). Ma essi non hanno rispettato n?l Figlio, n? profeti che lâhanno preceduto. Vedete lâaccoglienza fatta a Geremia e per conseguenza a Colui che lo manda. Che accecamento! Quelle persone che tuttavia erano venute a prostrarsi nella casa dellâEterno (vers. 2) rigettano la Sua Parola, afferrano il Suo messaggero, lo condannano a morte. E ci?? quella stessa casa.
Il fedele testimonio dellâEterno non ?urbato dalla sua condanna a morte, n?alla presenza di tutta quella gente ostile radunata contro di lui. Li esorta una volta di pi??rmamente a ravvedersi. Dopo di che, senza timore, si rimette nelle loro mani. Lungi dallâintenerirsi sulla propria sorte, ?ncora al popolo châegli pensa, e alla terribile responsabilit?he questo delitto far?ravare su lui. In questo Geremia ci fa pensare a Stefano che intercede per quelli che lo lapidano (Atti 7:60) et tutti e due ci ricordano il Signore Ges??uca 23:28 e 34).
Lâintervento dei principi e degli anziani libera qui lâuomo di Dio. Ma avrebbero dovuto fare un passo di pi??emere ed implorare lâEterno, precisamente come Ezechia (vers. 19). Non basta saper citare un bellâesempio, bisogna anche imitarlo.
Vedete come la folla ?nfluenzabile e volubile. Al vers. 8 ?b>tutto il popolo?aveva seguito i sacerdoti per esclamare: ?u devi morire.?Ora, al vers. 16, questo stesso popolo ?el parere dei principi per dire: ?uestâuomo non merita la morte.?
La storia di Uria inseguito e colpito da Joiakim, figliuolo di Giosia, conferma il tristo quadro che ci ?tato fatto di questo re. Egli ?ronto a versare il sangue innocente (cap. 22:17).
Questo capitolo e i seguenti ci trasportano sotto il regno finale di Sedekia. Pareva che costui si fosse accordato coi suoi cinque vicini: i re dâEdom, di Moab, dâAmmon, di Tiro e di Sidone per resistere a Nebucadnetsar. Ed ?enza dubbio per formare questo patto che i delegati di quelle nazioni si riuniscono a Gerusalemme (vers. 3). Geremia ?ncaricato dallâEterno di rimettere ad ognuno di quei diplomatici un regalo per lo meno originale, fabbricato per lui: Si tratta di gioghi e di legami che precisamente simboleggiano la dominazione del re di Babilonia da cui quei popoli contavano liberarsi. Possiamo immaginare con quali sentimenti i cinque negoziatori hanno accolto quellâumiliante regalo.
Purtroppo lâorgoglio ?ncora ai giorni nostri il gran principio che governa gli stati moderni (come anche glâindividui). Ma al disopra dei loro intrighi ambiziosi, Iddio conduce i destini del mondo. ?a Lui che il cristiano si rimette e non alle incertezze della politica degli uomini.
Iddio che metteva da parte Israele, affida dâora innanzi il potere universale a Nebucadnetsar châEgli chiama Suo servitore (vers. 6).
Ora Geremia sâindirizza al re di Giuda, poi ai sacerdoti. Gi? due riprese Nebucadnetsar aveva portato via dal tempio una parte dei suoi utensili. Lungi dal restituirli, egli organizzer?n terzo e definitivo saccheggio al momento della deportazione di Sedekia stesso e del resto del suo popolo (2 Cronache 36:7,10,18). Si pu??nsare che tenesse molto a quegli oggetti piuttosto per orgoglio nazionale che come mezzo per rendere culto allâEterno.
Avviene la stessa cosa ai giorni nostri. Molte persone sono tanto legate alle forme dâuna religione detta cristiana, pur preoccupandosi ben poco di servire Dio, osservandole.
Ci??e Geremia non cessa di predicare, ?a sottomissione allâautorit?he lâEterno ha stabilita, quella del re di Babilonia. "on vi ?odest?e non da Dio... talch?hi resiste alla podest?resiste allâordine di Dio?(Romani 13:1 e 2). Si tratti dei governatori o dei magistrati, dei genitori o dei capi (anche duri ed ingiusti: 1 Pietro 2:18), questâesortazione ?empre valevole per noi.
Una nuova scena si svolge nel tempio in presenza dei sacerdoti e di tutto il popolo. Geremia si trova l?ortando sul collo uno dei gioghi che aveva fabbricato. Lo porta come la cintura del cap. 13 in testimonianza a tutta Gerusalemme. Ed ecco che lâuomo di Dio ?ubblicamente preso di mira dal falso profeta Anania, la cui parola arrogante e menzognera contraddice assolutamente ci??e egli non cessa di annunziare. La bella risposta di Geremia ?mprontata ad un tempo di amore, di verit?b> e di sapienza. Certo non ?on gioia che annunzia i disastri che cadranno sul popolo châegli ama. Tutto il suo desiderio ?he Anania possa aver ragione (vers. 6). Ma egli non pu??tare una parola alla parola dellâEterno. Dice loro la verit?b>, per quanto penosa sia. Ammirate, infine, la sapienza del vers. 9. Ci??e prova se una profezia ?era, ?l suo adempimento. Iddio sâincaricher?venuto il momento, di mostrare chi ha avuto ragione. Nellâattesa, Geremia non si irrita e non si accanisce a convincerli. Li lascia e se ne va (paragonate Giovanni 8:59; 12:36). Tale ?empre il modo pi??vio per metter fine a una vana discussione.
Il giudizio annunziato non tarda a cadere su Anania (vers. 15 a 17; leggere Deuteronomio 18:20 a 22).
Geremia ha affidato a due viaggiatori una lettera per Babilonia. ?destinata a quelli che erano gi?tati deportati sotto il regno precedente. Il tono di questa lettera ?en differente da quello che il profeta prende quando si rivolge al popola rimasto a Gerusalemme. Invece di avvertimenti severi e solenni, esprime loro da parte dellâEterno dei ?ensieri di pace e non di male? delle consolazioni, degli incoraggiamenti.
Come Israele a Babilonia, cos?l cristiano ?no straniero sulla terra. Aspetta lâadempimento della promessa che lâintrodurr?ella sua vera Patria. La ?uona parola?di Dio gli garantisce ?n avvenire ed una speranza?(vers. 10 e 11). Tuttavia, essa non fissa come a quei deportati, il momento esatto in cui questa beata speranza si realizzer?Il Signore desidera infatti che Lâaspettiamo continuamente. E, fino al felice momento del suo ritorno, ricordiamoci che abbiamo anche dei doveri verso la nostra citt? il nostro villaggio (vers. 7): Procurare la pace (Matteo 5:9), pensare al vero bene delle anime e pregare per quelli coi quali viviamo.
La funesta attivit?ei falsi profeti non si limitava a Gerusalemme e a Giuda. A Babilonia stessa, fra il popolo deportato, alcuni di loro propagavano ?arole di menzogna?(vers. 23). Nella sua lettera, Geremia mette i ?rigioni?in guardia contro loro e annunzia lâorribile fine di due di quegli uomini malvagi, Sedekia e Achab. Un terzo, Scemaia, aveva scritto da Babilonia al popolo rimasto a Gerusalemme per spingerlo alla rivolta contro lâEterno (fine del vers. 32). E persino, in una delle sue lettere, non aveva esitato a designare un nuovo sacerdote sul quale contava per impadronirsi di Geremia. Ma, come questâultimo lo scrive altrove: ~hi mai dice una cosa che sâavveri, se il Signore non lâha comandata??(Lamentazioni 3:37). Scemaia deve cos?dire la sentenza dellâEterno contro di s?
Quante volte, nelle loro epistole ispirate, altri servitori di Dio saranno costretti a denunciare dei falsi dottori e dei cattivi operai (vedere per esempio 2 Pietro 2:1; 1 Giovanni 2:18; Giuda 3:4...). Figli di Dio, la nostra sicurezza consiste a conoscere bene la voce del buon Pastore (Giovanni 10:4 e 5). Non rischieremo allora di confonderla con unâaltra voce.
LâEterno invita Geremia a registrare tutte le Sue parole in un libro. Le generazioni che seguiranno potranno in tal modo riferirvisi ed ?i??e far?aniele (Daniele 9:2). Tale ?gualmente il nostro privilegio. Non abbiamo pi?? mezzo a noi n?rofeti n?postoli, n?l Signore Ges??esso per insegnarci a viva voce. Ma Iddio ha avuto cura di darci la sua preziosa Parola scritta, che ?a sola sorgente di verit?er le anime nostre.
Per mezzo delle Scritture, Israele ricever?n mezzo alla sua peggiore distretta delle promesse e delle consolazioni.
Al versetto 11 brillano ad un tempo la santit?b> e la bont?b> di Dio. ?o ti castigher??n giusta misura?â dice Egli. LâIddio santo non pu??r nessun motivo passare sopra il male. Deve a Se stesso di correggere i suoi. Ma lâIddio dâamore lo fa ?b>con misura? senza dare un solo colpo di pi??l necessario (vedere anche cap. 10:24 e cap. 46:28). I versetti 18 e 19 del cap. 31 ci mostreranno lâeffetto di questa correzione salutare (1 Corinzi 11:32). Leggendo i versetti 18 a 22, si sente ad un tempo come lâEterno si rallegra al pensiero di guarire e ristabilire il suo popolo.
Poche parti dellâAntico Testamento traducono lâamore divino in modo pi??mmovente di questi versetti dallâ 1 al 14. Lâamore dellâIddio dâeternit? un amore eterno. ?la Sua stessa natura (1 Giovanni 4:16). Ed ogni credente ne ?ersonalmente lâoggetto dallâeternit?assata. Lâapostolo Paolo dichiara: ?a quando la bont?el nostro Dio Salvatore e il suo amore verso gli uomini sono appariti, Egli ci ha salvati...?(Epistola a Tito 3:4 e 5). Al momento scelto da Lui, la Sua grazia ci ha attirati a Ges??/p>
Questi versetti ricordano anche ad Israele â e ad ognuno di noi â unâaltra preziosa verit?Iddio non ci ama soltanto quando ci colma di grazie visibili (come lo far?er il suo popolo terrestre secondo le magnifiche dichiarazioni dei vers. 7 a 14). Nei nostri giorni pi??curi, anche quando, per colpa nostra, abbiamo perduto il godimento della Sua comunione, Egli si ricorda ancora di noi costantemente e non cessa dâaver compassione di noi. E possiamo cantare: ?u ci colmi delle tue grazie, o Signore, Tu ci conduci sulle tue tracce verso la Casa celeste... Quale amore, del continuo vuoi perdonarci, e guarirci!?
Il bel ristoramento dâIsraele, annunziato nella prima parte del capitolo sar?receduto da lagrime amare. Il popolo afflitto ?isto sotto la figura di Rachele, la moglie di Giacobbe, che piange i suoi figliuoli, spariti (questo vers. 15 ?itato in occasione del massacro dei piccoli fanciulli di Betlemme: Matteo 2:18). Ma per questo popolo si tratter?âuna tristezza secondo Dio, quella che ?roduce un ravvedimento che mena alla salvezza e del quale non câ?a pentirsi?(2 Corinzi 7:10). I versetti 18 a 20 ci mostrano che Dio comprende lâespressione dâuna simile tristezza. Ascoltiamo Efraim raccontare la sua storia. La divina correzione ?tata salutare; essa ha prodotto la sua conversione, accompagnata da un vero pentimento. La conoscenza di s?âha coperto di vergogna e di confusione. Esso condanna la sua giovent??lpevole e indoma. Amico lettore, potete voi fare la stessa confessione? Allora, ascoltate pure come Dio si compiace di chiamarvi: ?b>Un figliuolo prezioso, un figliuolo prediletto? La nostra confessione incontra subito una testimonianza personale e intima dellâAmore eterno, come pure le risorse che lâaccompagnano,: ?o ho ristorato lâanima stanca e ho saziato ogni anima languente?(vers. 25).
Geremia non annunzia soltanto avvenimenti calamitosi. Ha pure delle buone novelle per il popolo. ¯cco, i giorni vengono? dice, in cui lâEterno ristabilir?a casa dâIsraele e quella di Giuda in virt?? un nuovo patto. Lâantico era stato rotto dal popolo. Questi si era dimostrato incapace di far fronte ai suoi obblighi riassunti nella legge. Allora, Iddio non diede pi??esta legge scritta su tavole di pietra. La metter?b>dentro di loro, allâimmagine del Servitore obbediente (Salmo 40:8). La scriver?irettamente sul loro cuore rigenerato (vers. 33; 2 Corinzi 3:3). In altre parole, essi adempiranno ormai la volont?ellâEterno non pi??r timore, ma per amore. Non ?orse a pi??rte ragione il gran motivo che deve condurre i figliuoli di Dio ad obbedire al loro Padre celeste? S?lasciamo châEgli incida sul cuore di ciascuno di noi glâinsegnamenti della Sua Parola.
?utti mi conosceranno, dal pi??>piccolo al pi??>grande... Il Signore desidera che ne sia cos?n ognuna delle nostre famiglie.
I vers. 31 a 34 sono citati in Ebrei 8:10-12, e finiscono con una preziosa promessa che ci riguarda anche noi: ?o perdoner?? loro iniquit?e non mi ricorder????l loro peccato?(vers. 34; parag. Atti 10:43). Poich?l ?angue del nuovo patto??tato sparso anche per noi (Matteo 26:28).
Questo cap. 32 si apre su avvenimenti particolarmente critici. Gerusalemme, assediata dallâesercito babilonese, sta vivendo gli ultimi giorni della sua indipendenza. Per far tacere Geremia, il re Sedekia lâha rinchiuso nella prigione del palazzo. Ma la cattivit?el profeta non impedisce che la Parola dellâEterno gli giunga. Non lo impedisce neppure, conformemente alle istruzioni ricevute, di comprare il campo di suo cugino Hanameel per intermediario del fedele Baruc nominato per la prima volta. Questâatto ha, in un tal momento, un significato evidente e pubblico. Pur sapendo per la parola dellâEterno che la rovina ?mminente ed inevitabile, Geremia mostra cos?a sua fede nella stessa Parola divina, secondo la quale, la restaurazione dâIsraele si compir?n seguito tanto sicuramente (cap. 31). La situazione personale del profeta ?enza uscita (a che cosa pu??rvire un campo ad un prigioniero?), quella del popolo ?isperata; umanamente parlando Geremia non ha pi??lla da aspettarsi dai suoi compatrioti, n?ai nemici caldei. Ma, contro ogni speranza credette con speranza (Romani 4:18). E quel campo che compera ne rende testimonianza a tutti.
Anche oggi quando qualcuno compera un terreno o una casa, si deve compiere un certo numero di formalit?avanti al notaio e alle autorit?Dopo di che il nuovo compratore riceve uno scritto ufficiale comprovante la sua qualit?i proprietario. Geremia conserver?reziosamente le lettere attestanti che il campo gli appartiene (vers. 14). Per mezzo della Parola della sua grazia Iddio garantisce ai suoi figliuoli ?b>unâeredit?b> con tutti i santificati?(Atti 20:32). E possiamo dire come Paolo: ?ono persuaso châEgli ?otente da custodire il mio deposito fino a quel giorno?(2 Timoteo 1:12). Questa fine del regno di Giuda assomiglia dâaltronde, sotto molti rapporti, ai giorni della 2a epistola a Timoteo. In mezzo alla rovina, Geremia, solo e prigioniero come lâapostolo, sa chi ha creduto. La sua preghiera sale verso lâEterno (vers. 16 a 25). Mette in contrasto la distretta attuale con le benedizioni di un tempo. Ma egli conosce la grande potenza del Signore (vers. 17), la sua bont?b> (vers. 18) e la grandezza del suo consiglio (vers. 19; parag. 2 Timoteo 1:7). "on vâ?ulla di troppo difficile per te? pu??re. Nella Sua bella risposta, Iddio glielo conferma â e ce lo conferma (vers. 27).
LâEterno sâindirizza nuovamente al suo servitore in prigione. Ha ancora delle preziose rivelazioni da fargli e, per ottenerle, lo impegna a pregare come al capitolo precedente. Iddio ?empre pronto ad istruirci di cose grandi e nascoste che non sappiamo. Ma ci invita anzitutto a chiedergliele.
Geremia udir?arlare di ci??cui tiene pi?? tutto: la restaurazione del suo popolo dopo il disastro che sâabbatter?u di esso. Esistono in certe regioni il cui terreno ?ngrato, interi villaggi abbandonati in seguito allo spopolamento delle campagne. Pochi spettacoli sono cos?ugubri. Le persiane sono chiuse, le strade deserte; tutta la vita se nâ?ndata come sotto il colpo dâuna maledizione. Quanto peggiore doveva essere la desolazione dâuna citt?ome Gerusalemme devastata e bruciata dopo la partenza dei suoi abitanti per Babilonia (vers. 10; vedere Nehemia 2:13-14). Ma le promesse di Dio sono formali: la gioia e lâanimazione riempiranno di nuovo la citt?Un nuovo nome le sar?ato: ?b>LâEterno nostra giustizia?(vers. 16); ci ricorda che nessuno entrer?ella citt?eleste in virt??lla sua propria giustizia. Tutto vi sar?sclusivamente fondato su quella di Cristo.
Mentre lâassedio di Gerusalemme si svolge, lâEterno incarica ancora Geremia dâun messaggio personale per il re Sedekia (vers. 2 a 6). Iddio gli promette di risparmiarlo e di concedergli una morte pacifica. I vers. 8 e 9 ci informano infatti che le intenzioni di questâuomo non erano cattive. Era persino animato da una certa benevolenza verso Geremia (cap. 38:10 e 16). Ma egli mancava totalmente di forza di carattere. Non aveva lâenergia che la fede dar? Nehemia in unâoccasione simile (Nehemia 5). Dopo aver decretato la messa in libert?i tutti i servi ebrei, Sedekia non ?apace di far rispettare a lungo questa decisione. Allora lâEterno ricorda quali sono a questo riguardo le istruzioni precise della legge di cui gi? padri non avevano tenuto alcun conto. E noi ricordiamo glâinsegnamenti riguardanti il servitore che non vuol uscire libero, preziosa figura del Signore Ges??sodo 21:2 a 6).
Iddio si servir?ella malvagia azione di questi uomini per illustrare il castigo che riserba loro. Agir?ome loro, cio?b>toglier?oro la libert?b> che gli aveva gi?oncessa e li assoggetter?l re di Babilonia (vedere Luca 6:38).
Questa volta Geremia ha un servizio che si riveler?i??coraggiante. Iddio lâha incaricato di invitare i membri della famiglia dei Recabiti nella casa dellâEterno onde metterli alla prova. Berranno essi il vino che il profeta verser?oro? Con fermezza, questi uomini rifiutano le coppe che son loro presentate e ne fanno conoscere il motivo. Da veri nazarei hanno fatto voto di astenersi da ci??e parla delle gioie del mondo (Numeri 6:1 a 3). Inoltre, realizzando il carattere di stranieri sulla terra ove non fanno che soggiornare (fine del vers. 7), non seminano, n?dificano, ma abitano in tende. Tutta questa condotta, precisano essi, ?oro stata dettata dal loro antenato, quellâuomo fedele che 2 Re 10:15... ci mostra che prende fermamente posizione per lâEterno.
Cari giovani amici, avete forse dei genitori, dei nonni, che vi hanno insegnato la separazione da un mondo ove il cristiano ?b>straniero come lo ?tato il suo Maestro. Ve lâhanno chiesta (e voi non lâavete sempre capita) perch?l Signore stesso vi esorta i suoi nella Sua Parola (1 Pietro 2:11 e 12). Pi??e mai questa separazione deve essere realizzata alla vigilia del Suo ritorno (Apocalisse 22:11 e 12).
I figli di Recab avrebbero facilmente potuto far valere che, dalle istruzioni del loro antenato, 250 anni erano trascorsi, che occorreva ?ivere col tempo? infine che un comportamento esteriore era senza valore a lato delle disposizioni del cuore. Alcuni invocano oggi simili pretesti per allargare il cammino. Ebbene, no! e Dio si compiace di riconoscerlo Egli stesso: ? figliuoli di Gionadab, figliuolo di Recab, hanno osservato lâordine dato dal padre loro?(vers. 16). Da una generazione allâaltra, essi avevano mantenuto fermamente, senza menare gran rumore (ma certamente non senza obbrobrio e senza sofferenze) la pia linea di condotta tracciata dal loro predecessore. Sotto i regni pi??iosi di Achaz, di Manasse e di Amon, essi erano stati annoverati fra i fedeli nascosti che lâEterno conosceva, come i settemila al tempo di Elia (1 Re 19:18). E noi non avremmo probabilmente mai saputo niente di questa famiglia se Iddio non avesse voluto servirsi di lei per rendere una pubblica testimonianza a tutto Giuda. S?lâesempio dei Recabiti sottolineava la disobbedienza del popolo di Gerusalemme..., come oggid?l modo di vivere dei cristiani dovrebbe condannare per contrasto un mondo in rivolta contro Dio.
Abbiamo gi?atto la conoscenza di Baruc, amico devoto e segretario di Geremia (cap. 32:12). Il suo nome significa ^enedetto? Bench?ppartenesse ad una nobile famiglia (suo fratello Seraia era primo ciambellano del re; cap. 51:59), questâuomo aveva scelto la compagnia del profeta prigioniero, odiato e disprezzato, piuttosto di quella dei principi a cui la sua nascita gli dava diritto. Ci fa pensare ad Onesiforo, quel cristiano di Roma che visitava Paolo nella sua prigione e di cui lâapostolo pu??rivere a Timoteo: ¯gli mi ha spesse volte confortato e non si ?ergognato della mia catena,... e quanti servigi egli abbia reso in Efeso, tu sai molto bene?(2 Timoteo 1:16 a 18). Anche Baruc ?empre pronto a servire nonostante i rischi che ci??mporta. S?ammiriamo â e desideriamo possedere â questo bello zelo dettato dallâamore per Dio, e ad un tempo per il suo servitore e per il suo popolo. Qui si tratta di scrivere sotto dettatura di Geremia prigioniero le parole di Dio stesso (parag. anche Romani 16:22); poi di leggerle, nel giorno del digiuno, alle orecchie di tutto Giuda. Un uditore chiamato Michea, particolarmente attento, si affretta ad informare i principi e questi convocano Baruc perch?ia loro unâaudizione particolare del contenuto di quel rotolo.
Abbiamo lasciato Baruc seduto fra i principi di Giuda, occupato a legger loro le parole dellâEterno. Spaventati, quegli uomini si volgono gli uni agli altri. La cosa sembra loro troppo seria per non parlarne al re. Questâultimo, messo al corrente, ordina che gli si faccia la lettura di quel terrificante rotolo. Notiamo che il suo contenuto non ci ?tato dato; ma ?ermesso di pensare che il capitolo 25 del nostro libro ne facesse parte (parag. rispettivamente i vers. 1 e 29 con il cap. 25:1 e 9).
Dopo aver ascoltato per un momento con crescente irritazione, il re sâimpadronisce del rotolo, lo tagliuzza e lo getta nel fuoco. Era il suo modo insensato di sbarazzarsi del giudizio. Ora non soltanto non poteva distruggere con il rotolo una sola delle parole che vi erano scritte, poich?ullâordine dellâEterno un altro rotolo gli ?ostituito su cui sono aggiunte ?olte altre parole simili a quelle? ma il re attirava sul suo capo un castigo supplementare (vers. 30 e 32; Proverbi 13:13).
Quante persone disprezzano la Parola di Dio, bench?on imitando, necessariamente, il gesto temerario di Joiakim! (Salmo 50:17; 1 Giovanni 4:6).
Il cap. 37 ci rimanda al tempo di Sedekia. Meno perverso (ma pi??bole) del suo predecessore, questa re ?imasto ugualmente sordo a tutte le parole dellâEterno. Ci??n glâimpedisce, come al cap. 21, di consultare Geremia e di reclamare la sua intercessione. Sovente siamo pi??opensi a fare delle domande al Signore che ad ascoltare ci??e Egli vuol dirci. Ma se desideriamo che risponda alle nostre preghiere, cominciamo dunque ad obbedirGli! (Giovanni 15:7 e 16).
Gli avvenimenti sembrano dapprima contraddire ci??e il profeta ha annunziato. Invece di prendere Gerusalemme, i Caldei minacciati dallâesercito egiziano hanno tolto lâassedio e se ne sono andati. La citt?embra liberata. Situazione provvisoria, e lâEterno lo ricorda a Geremia! Costui pensa di approfittarne per lasciare la citt?ondannata, ma ?iconosciuto, condotto dai principi e incolpato, di tradimento. Dal tempo di Joiakim, i principi sembrano animati da migliori disposizioni del re (cap. 36:19). Sotto Sedekia ?l contrario. Il re ha con lui unâintervista segreta, e in seguito migliora le condizioni della sua prigionia.
I principi sono esasperati contro Geremia, che accusano di avere propositi disfattisti. Ottengono dal re lâautorizzazione di gettarlo nella fossa e lasciarvelo morire. Grande ?a distretta dellâuomo di Dio in quel pozzo immondo e fangoso. Ma egli invoca lâEterno e riceve questa preziosa risposta: ?b>Non temere?(leggere Lamentazioni 3:52 a 57). La liberazione ?ronta. Iddio ne ha preparato lo strumento: qualcuno che non faceva neppur parte del popolo, un servo etiope del palazzo, chiamato Ebed-Melec. Sedekia ?nfluenzabile per il bene come per il male; si lascia flettere. Ed assistiamo allâopera laboriosa dellâuscita dal buio pozzo, la quale sottolinea la dedizione di Ebed-Melec.
Accusato falsamente, battuto, gettato in quel pozzo orribile, Geremia ?n modo speciale qui una figura del Signore Ges??a fine del vers. 6 ci fa pensare al vers. 2 del Salmo 69: ?o sono affondato in un profondo pantano, ove non vâ?a fermare il pi?.? ?unâimmagine delle sofferenze e della morte di Cristo. E il vers. 13 pu??sere accostato al principio del Salmo 40 relativo alla Sua risurrezione: ¯gli mi ha tratto fuori da una fossa di perdizione, dal pantano fangoso...?
Il povero Sedekia, tormentato da ansiet? incertezze, convoca di nuovo segretamente Geremia. Costui lo esorta a uscire ?rancamente?verso i capi caldei e arrendersi. Lâavverte di ci??e lâaspetta se non lo fa: ?inacciato di avere i suoi piedi come ?ffondati nel fango?(vers. 22). Senza dubbio il profeta dice ci??nsando alla sua recente esperienza. Ma che diversit?ra i due uomini! Pur sapendo qual era la volont?i Dio, Sedekia ?enza forza per compierla perch? dominato dal timor degli uomini: timore dei Caldei, timore dei principi (vers. 5 e 25), timore dei Giudei gi?eportati (vers. 19; vedere Proverbi 29:25). Soltanto, il vero timor di Dio sembra assente dalla sua mente. S?che contrasto con la sicurezza che la fede d? Geremia. Questo ci fa pensare alla scena del cap. 26 degli Atti in cui vediamo Paolo prigioniero comparire davanti al re Agrippa. Pu??rlargli ?on franchezza?(vers. 26) e termina dicendo: ?iacesse a Dio che... voi diventaste tali, quale sono io, allâinfuori di questi legami?(vers. 29). Sia dato a tutti noi dâessere tali quali lâapostolo Paolo e Geremia, sempre pieni di coraggio davanti agli uomini perch?b>il Signore ?on noi.
Giungiamo alla tragica occupazione di Gerusalemme! â Sedekia e i suoi guerrieri fuggono attraverso i giardini. Troppo tardi! Sono raggiunti, incatenati, condotti al re di Babilonia. Undici anni prima, questâultimo aveva posto Sedekia sul trono di Giuda e gli aveva fatto promettere fedelt?iurando per Dio (2 Cronache 36:13). Ribellandosi con lâappoggio dellâEgitto (cap. 37:7), Sedekia aveva mancato di parola e mostrato ai nemici dâIsraele il poco caso che faceva del nome dellâEterno, al quale invece Nebucadnetsar aveva attribuito del valore. Per questo il re vile e spergiuro fu crudelmente castigato.
Una parola personale ?ndirizzata a Ebed-Melec nei versetti 15 a 18. Iddio conosceva i suoi timori (vers. 17) â come pure conosce tutte le nostre inquietudini â e non li condanna. Mentre i timori di Sedekia lâavevano condotto ad appoggiarsi su degli uomini per sfuggire ad altri uomini, la paura provata da Ebed-Melec lo rigettava sullâEterno. ?u hai avuto fiducia in me? dice lâEterno. Bella testimonianza che apre a questâumile schiavo straniero lâaccesso alle promesse di grazia del cap. 17:7 e 8 (parag. Salmo 37:3,39,40 e Rut 2:12).
Che ne ?i Geremia in mezzo a tutti questi avvenimenti? Rimasto nel cortile della prigione ?ino al giorno in cui Gerusalemme fu presa?(cap. 38:28), ?tato incatenato come tutti gli altri prigionieri, ed ha fatto parte fino a Rama del lugubre corteo dei deportati condotti in esilio. Tuttavia Nebuzaradan, capo delle guardie, incaricato dei prigionieri ha ricevuto dal re di Babilonia stesso delle istruzioni benigne riguardo a Geremia. Non soltanto non gli si doveva fare nessun male, ma il profeta ?nvitato a decidere della sua sorte. Andr?gli a Babilonia ove si trovano ? buoni fichi?del cap. 24, quei deportati che lâEterno ha promesso di proteggere e di fare prosperare? Ovvero rimarr?gli con quei poveri del paese che son lasciati in Giudea? Nonostante la libert?he gli ?asciata, il profeta si astiene dal decidere lui stesso (vers. 5); per questo ci d?na nuova lezione di dipendenza. Non ?l suo bene personale che conta per lui, ma di trovarsi nel luogo in cui Dio vuole metterlo per il Suo servizio. Senza direzione speciale da Alto, lascia che il capo delle guardie scelga in vece sua e riconosce nel consiglio che gli ?ato la volont?el Signore. ?un esempio da seguire tutte le volte che il nostro cammino non ?hiaro (parag. Genesi 13:9).
Con la distruzione di Gerusalemme e la deportazione del suo ultimo re, Nebucadnetsar ha soppresso ogni possibilit?i rivolta nel regno di Giuda. Vi ha tuttavia mantenuto un certo numero di abitanti fra i pi??veri, onde non lasciare il paese in abbandono, ed ha posto come loro capo Ghedalia, un governatore che ha il favore di tutti. Durante questo tempo vediamo che lâEterno veglia in grazia su quegli scampati alla deportazione facendo prosperare le loro raccolte (vers. 12).
Purtroppo, questo periodo favorevole non dura. Iddio, che conosce i cuori, permette nuovi avvenimenti tragici onde manifestare il loro stato. Sotto la figura del re dei figliuoli dâAmmon (vers. 14), riappare un antico nemico dâIsraele che si poteva credere fosse stato annientato. Ma esiste sempre, e le sue malvage disposizioni non sono cambiate; la debolezza del popolo ?ra per lui lâoccasione di manifestarle. Cos? di Satana, il nostro grande avversario. Non disarma mai e cerca sempre di approfittare di ci??e ha indebolito la nostra resistenza (fatica, pigrizia, mancanza di vigilanza...).
Con lâappoggio di Baalis, Ismaele, geloso senza dubbio dellâautorit?i Ghedalia, organizza un complotto per assassinarlo vilmente, assieme ai Giudei che sono con lui a Mitspa.
La notizia dellâefferato massacro di Mitspa ?iunta alle orecchie di Johanan. Va rapidamente davanti alla truppa dâIsmaele e, vedendolo, tutto il popolo, che questâultimo deportava dai figli di Ammon, si affretta a unirsi a Johanan cambiando bandiera. Ismaele stesso, constatando che ha da fare con qualcuno pi??rte di lui, fugge con otto uomini e si rifugia presso Baalis suo protettore.
Ma ogni pericolo ?ungi dâessere scongiurato per quei poveri rimasti con Ghedalia. Lâuccisione del governatore stabilito dal re di Babilonia espone ora i Giudei allâira del re quando ne sar?nformato. Nebucadnetsar, spinto allâestremo dalle ribellioni successive del popolo di Giuda, interverr?on la massima severit?e questa volta glâinnocenti pagarono per i colpevoli. Nel lor timore e nella loro perplessit?Johanan ed i suoi compagni si volgono con unâapparente saviezza verso Geremia che ritroveremo qui in mezzo a loro. Egli ?ortatore della Parola di Dio, e questa ?ripetiamolo, la sola sorgente di luce per noi come per quel popolo (Salmo 119:105).
Minacciati dalle rappresaglie del re di Babilonia e non sapendo che partito prendere, Johanan e i suoi compagni hanno interrogato Geremia. Pensiamo al Signore Ges??i cui il profeta Geremia ?i?tato cos?ovente la figura. Egli ?empre con noi; rechiamogli le nostre difficolt? i nostri timori.
Trascorrono dieci giorni. â Il profeta non si affretta a rispondere, aspettando egli stesso la rivelazione del pensiero divino.
Perch?ovente il Signore tarda ad esaudire le nostre preghiere? Vuol mettere alla prova la nostra fiducia in Lui. Ora, la fede ?empre paziente. Cos?l tempo permette di riconoscere se la nostra preghiera ?tata quella della fede, o se invece, stanchi di aspettare, abbiam finito per cercare noi stessi una soluzione alla nostra difficolt?
La domanda era questa: Dobbiamo discendere in Egitto o rimanere nel paese? â Per bocca di Geremia, lâEterno fa conoscere la sua risposta: Dimorate nel paese! Vi sarete benedetti. Il re di Babilonia avr?ompassione di voi e vi far?ornare nel vostro paese. Sarebbe la vostra perdita andare in Egitto.
Amici credenti, qualunque sia il sentiero che ci si apre dinanzi, guardiamoci bene di non entrarvi prima di conoscere la volont?el Signore.
Rivolgendosi a Geremia, il popolo si era impegnato solennemente di ascoltare la voce dellâEterno ?ia la risposta gradevole o sgradevole?(cap. 42:6). Ora la risposta era quanto mai chiara: essi non dovevano partire. Ma questo divieto non sâaccordava con le segrete intenzioni di Johanan e dei suoi compagni. Si erano ingannati a rischio della loro vita (cap. 42:20), essendo decisi di andare in Egitto. E il vers. 18 del cap. 41 ci mostra che avevano gi?rogettato questo arrivando a Kimham, prima ancora di consultare Geremia. Non ?orse beffarsi di Dio chiedendogli quale sia la sua volont?pur sapendo benissimo in anticipo la loro intenzione? Ahim?Una tale mancanza di rettitudine ?orse pi??equente di quanto pensiamo e tutti abbiam bisogno di far attenzione ai nostri cuori ingannevoli pi??rsquo;ogni altra cosa e incurabili (cap. 17:9).
Una volta di pi??remia soffre ingiustamente. ?accusato da _uegli uomini superbi?di mentire e di volere la servit??la morte del popolo, lui, che invece, dar?a misura del suo amore accompagnando ancora questo popolo in quel viaggio disastroso.
Essi han creduto di mettersi al riparo, ma ?roprio l?he Nebucadnetsar li colpir?vers. 11).
~he hai tu da fare sulla via che mena in Egitto per andare a bere lâacqua del Nilo??aveva gi?hiesto lâEterno al cap. 2:18. Egli lo sapeva per quale motivo: Non voleva questo viaggio in Egitto (parag. Deuteronomio 17:16). La spaventevole idolatria di Giuda, particolarmente dal tempo del suo re Manasse, era stata la causa per cui lâaveva colpito. Ora, lâEgitto era, esso pure, votato agli idoli (che importa se essi avevano nomi diversi), e il popolo rischiava di corrompervisi ancor pi??osa che non manc?? accadere! Possiamo esser certi che se Iddio ci chiude una via ?er proteggerci contro pericoli che Lui conosce, anche se, a tutta prima, non comprendiamo i suoi motivi. Se insistiamo, agendo secondo la nostra propria saviezza, non possiamo dunque che farci il pi??an torto.
?erch?ommettete questo gran male contro voi stessi?? chiede qui lâEterno al popolo. S?non perdiamolo di vista: non compiendo la volont?el Signore, cagioniamo danno alle anime nostre (Proverbi 8:36; Abacuc 2:10).
Gente di collo duro, nonostante tutte le penose lezioni ricevute, quei Giudei, fino allora non si erano umiliati; il loro orgoglio non era spezzato (vers. 10; cap. 43:2).
Deliberatamente il popolo sceglie di servire glâidoli, come avevano fatto i suoi padri, e non si vergogna di dichiararlo. Moralmente, quanta strada ?tata corsa da Giosu?cap. 24) ove Israele, salito dallâEgitto in Canaan, seguiva il suo condottiero per impegnarsi a seguire lâEterno: ?ungi da noi lâabbandonare lâEterno per servire ad altri d?... noi serviremo allâEterno, perchâEgli ?l nostro Dio?(Giosu?4:16 e 18). E, con cattiva fede, quei Giudei attribuiscono la loro miseria attuale al fatto dâaver cessato di venerare ?a regina dei cieli?(parag. cap. 7:18). Quando lâEterno li aveva avvertiti che la spada, la peste e la carestia li aspettavano in Egitto, allorch?ueste calamit?i colpiscono, ne colgono il pretesto per rinnovare i loro sacrifici a quegli idoli! Quante persone ragionano nello stesso modo! Iddio non mi ha dato quel che desideravo! Non importa; io mi volgo dalla parte del mondo (di cui lâEgitto ?empre la figura); esso non mi rifiuter?ulla.
Misero cuore umano! Questi versetti ci insegnano pure che esso pu??sere ad un tempo sotto lâinflusso della incredulit?b> orgogliosa e della pi??nebrosa superstizione (2 Corinzi 4:4).
Geremia ha rievocato gli abominevoli peccati del popolo. Ha preso nota dellâoltraggiosa risposta di quellâassemblea di ribelli. Ne trae ora le conseguenze. Sono spaventevoli! Ad eccezione dâun piccolissimo numero, questo popolo perir?n Egitto sotto il colpo delle calamit?he lâattendono (e da cui ?a regina dei cieli?sar?ncapace di proteggerli). Non se ne parler?ai pi??/p>
Ma in questi tempi di rovina generale, ?onsolante constatare che ?l Signore conosce quelli che sono suoi?(2 Timoteo 2:19). Un prezioso piccolo capitolo ?onsacrato a Baruc. Costui era stato â assieme a Geremia che non ha abbandonato â lâoggetto di calunnie e pubbliche accuse (cap. 43:3). Tuttavia lâimportante era quel che Dio pensava di questâuomo (2 Timoteo 2:15), ed Egli lâha registrato nel suo santo Libro. Baruc, discendente da famiglia principesca, aveva forse sperato mettersi alla testa dâun popolo umiliato e restaurato. Cos? preso dallo scoraggiamento (vers. 3). Ma lâEterno lo esorta: ¯ tu cercheresti grandi cose per te? Non le cercare?(vers. 5). Neppure da noi il Signore aspetta grandi cose... eccetto una cosa, grande ai suoi occhi: la fedelt?b> (parag. Apocalisse 3:8).
Come Isaia nei suoi capitoli 13 e seguenti, Geremia ?ra invitato a profetizzare a riguardo delle nazioni. La prima ?b>lâEgitto ove il popolo ha creduto trovare un rifugio. Immagine del mondo idolatra, terribili giudizi stanno per abbattersi su esso. E pensiamo alle dichiarazioni del Nuovo Testamento circa questo mondo che se ne va (1 Giovanni 2:17), della figura di questo mondo che passa (1 Corinzi 7:31).
Il re dâEgitto ?ggetto dâun paragone ironico e severo: ?araone... non ?he un vano rumore?(vers. 17). Un rumore pu??aventare per un momento, ma che cosa câ?i pi??gace e di pi??utile? Quanti grandi (e anche meno grandi) personaggi di questo mondo non sono pi?? un _umore?passeggero! I giornali di oggi consacrano loro delle colonne; fra un mese o fra un anno, nessuno se ne ricorder?i??/p>
Unâaltra triste parola ?ggiunta circa Faraone: Come il suo lontano predecessore dellâEsodo, che aveva indurato il suo cuore, questâuomo ?b>ha lasciato passare il tempo?(Parag. Giovanni 12:35). Cari giovani amici, ?uesto un pensiero molto serio. Non lasciate passare il tempo di convertirvi, il tempo di servire il Signore, quaggi??l tempo anche di rispondere allâinvito di Luca 22:19.
In mezzo ai giudizi contro le nazioni, lâEterno ha cura dâintercalare una parola destinata a rassicurare il futuro residuo dâIsraele. Nello stesso modo, quando il futuro si oscura per il mondo, il figlio di Dio ?nvitato a non temere e a ricordarsi della sua speranza (2 Tessalonicesi 2:16 e 17).
Nel capitolo 47 ?b>la Filistia che ?ondannata. Sappiamo che questo nemico tradizionale dâIsraele era installato allâinterno delle sue frontiere, contrariamente alle altre nazioni (Moab, Ammon, Edom...) di cui si tratter?ei capitoli seguenti. Se ?tato talvolta tributario, particolarmente sotto il regno di Davide (2 Samuele 8:1), tuttavia Israele, anche al tempo dei suoi re pi??tenti, non ha mai potuto strappargli le citt?he facevano parte del suo territorio (Gaza, Ascalon...). Questi Filistei sono una figura del ?emico interno?del credente: la carne, la vecchia natura che ?n ciascuno di noi. Non possiamo farla sparire. Ma dobbiamo ricordarci della sua condanna alla croce di Cristo e tenerla per morta (Galati 5:24). Realizziamo questo nella misura in cui Cristo â vero Davide â dominer?ul nostro cuore.
Dopo il breve capitolo consacrato alla Filistia, lâEterno ha invece molto da dire a riguardo di Moab. Questo popolo aveva messo la sua fiducia nei suoi tesori (vers. 7), nel suo dio, Kemosh (vers. 13) e nei suoi uomini prodi (vers. 14). Ora, non soltanto quei soccorsi su cui contava non lo liberano affatto, ma sono la causa del giudizio che cade su lui (vers. 7). Era mancato a Moab qualcosa dâessenziale. Per quanto possa sembrare sorprendente, erano... delle prove. Il vino nuovo deve anzitutto essere travasato da una botte allâaltra finch?iventi chiaro, ?pogliato?di tutta la sua feccia che si era a poco a poco depositata. Ma Moab non aveva mai sub??quel trattamento. Era stato ?b>tranquillo fin dalla sua giovinezza?(vers. 11; Zaccaria 1:15); non aveva imparato per mezzo di circostanze difficili a conoscersi in modo da perdere il suo cattivo gusto dâorigine (?ppunto questo risultato che lâEterno cercher?i produrre in Israele mandandolo in cattivit? S?il Signore sa quel che fa quando ci rimuove e ci strappa per un momento alla nostra indolenza (Salmo 119:67). Questi ?b>travasamenti?sgradevoli sono destinati a farci perdere ogni volta un poâ pi??lla nostra volont?ropria, un poco della nostra pretensione, un poco della nostra fiducia in noi stessi.
I figliuoli dâAmmon avevano vilmente approfittato della deportazione delle dieci trib??r appropriarsi il territorio di Gad dallâaltro lato del Giordano. Per un giusto compenso di cose, dopo aver indebitamente ?reditato?da Israele, essi diverranno la sua eredit?b> (fine del vers. 2). Abbiamo visto ieri Moab lo schernitore diventare a sua volta un oggetto di derisione (cap. 48:2 e 27), ed ?otevole di constatare che i giudizi che Dio manda sono sovente in rapporto col fallo commesso verso gli altri. Tali lezioni, se sappiamo riceverle, ci permetteranno di capire meglio la portata di Matteo 7:2 e 12, incitandoci a fare agli altri ci??e desideriamo sia fatto a noi.
Ci??e caratterizza qui Edom ?a sua estrema arroganza. Annidato come lâaquila nelle sue rocce scoscese e selvagge del monte di Sehir (vers. 16) quel popolo si considerava come invulnerabile. Ma Iddio ha saputo e sapr?i nuovo trovarlo per farvelo discendere, riducendo il suo rifugio in un deserto perpetuo (vers. 13 e Abdia 4). Contrariamente a Moab e ad Ammon, lâEterno, terminando, non promette a Edom di ristabilire i suoi prigionieri. "ulla pi??marr?ella casa di Esa??Abdia vers. 18; parag. cap. 48:17 e cap. 49:6).
Dopo Edom, si tratta dapprima di Damasco, con Hamath e Arpad, citt?rincipali della Siria; poi di Kedar e Hatsor ove abitavano delle trib??madi. Finalmente vi ?a sentenza contro Elam (la Persia), nazione lontana da Israele, mentre tutte le altre erano sue vicine.
Iddio ?iusto. Ha misurato esattamente il castigo di ciascuno di questi popoli e lo proporziona ai privilegi ricevuti (Romani 2:6). Al cap. 2, vers. 10 e 11, lâEterno aveva paragonato Israele a Kedar, popolo ignorante, ma rimasto almeno fedele ai suoi falsi d? mentre il Suo popolo si era allontanato dal vero Dio. Quanto era pi??lpevole Israele istruito dalla legge! Ricordiamoci â e particolarmente se siamo figli di genitori cristiani, â quel versetto cos?erio: ´ chi molto ?tato dato, molto sar?idomandato?(Luca 12:48).
Tutti questi popoli dovevano cadere con Giuda in potere di Nebucadnetsar (vers. 30) e diventare altrettante province del grande Impero babilonese. Era dunque vano e insensato da parte dei Giudei volgersi verso quei vicini per cercarvi rifugio e sicurt?vedere per esempio Salmo 120:5).
Babilonia, culla della mondanit? della corruzione, ?âultima delle nazioni a udire il giudizio dellâEterno. Geremia, perch?redicava la sottomissione a Nebucadnetsar, era stato accusato dâessere favorevole ai Caldei e di tradire il proprio popolo. Ebbene! questi due lunghi capitoli della profezia ci mostrano quel che Dio gli aveva insegnato riguardo a Babilonia. Del resto, egli aveva gi?ichiarato che se lâEterno se ne serviva per disciplinare Giuda, sarebbe giunto il momento in cui, a sua volta, la grande citt?arebbe stata ?isitata?in giudizio e ridotta in una desolazione perpetua (cap. 25:12 a 14). Bel, Merodac (il dio Marduc) e tutti gli altri suoi idoli sarebbero spariti vergognosamente con quelli che li servivano, mentre Israele e Giuda non sarebbero punto ?rivati del loro Dio, dellâEterno degli eserciti?(vedere cap. 51:5). I giudizi che avrebbero colpito Babilonia sarebbero contribuiti ad aprire finalmente gli occhi e il cuore dei prigionieri del popolo. I vers. 4 e 5 di questo capitolo 50 ci mostrano le lacrime e lâumiliazione che accompagneranno il loro ritorno allâEterno.
Anche il mondo attuale ?ieno dâidoli. Ci faccia il Signore comprendere la loro vanit?er tenercene in disparte (1 Giovanni 5:21).
Nellâopuscolo ?ommario del Libro di Geremia?di H. Rossier, si trover?n piano che riassume e spiega questi capitoli 50 e 51.
Certamente, il castigo dâIsraele per mezzo dei Caldei rispondeva alla volont?i Dio. Ma lâaccanimento e la crudelt?he questi avrebbero recato alla sua esecuzione avrebbero giustificato la ?endetta?di cui Babilonia sarebbe stata in seguito lâoggetto. Inoltre, attaccando Israele, Babilonia combatteva contro lâEterno (fine del vers. 24; vedere Zaccaria 2:8). E inoltre, la distruzione e il saccheggio del Tempio sarebbero stati un insulto personale verso Colui che vi aveva messo la sua gloria. Per questo motivo il castigo di Babilonia ?hiamato ?a vendetta del Suo tempio?(vers. 28 e cap. 51:11).
Notiamo come questi capitoli cos?scuri sono ad un tempo riempiti dâincoraggiamenti per i fedeli del popolo di Dio. Il loro Redentore ?orte (vedere vers. 34); prender?n mano la causa dâIsraele, la sua ?ecora cacciata?per salvarla dalla gola dei leoni che la divorano (vers. 17 e 34). In quei giorni, il Suo perdono avr?ancellato tutti i suoi falli: ?i cercher?âiniquit?âIsraele, ma essa non sar?i?? i peccati di Giuda, ma non si troveranno?(vers. 20; parag. Numeri 23:21).
Molte espressioni di questi capitoli sono riprese nellâApocalisse a proposito della Babilonia futura. Questa rappresenta, non pi??a citt?ma un vasto sistema religioso, contraffazione satanica della Chiesa di Cristo, dopo che questâultima sar?tata rapita. In questo spiegamento di male, lâappello divino si fa udire a pi??prese: ?b>Uscite di mezzo a lei, o popol mio?(cap. 50:8; 51:6 e 45; Apocalisse 18:4). Infatti, restare a Babilonia dopo la condanna pronunciata da Dio, ?a una parte partecipare ai suoi peccati, e dallâaltra esporsi a condividere le sue piaghe. Un ordine simile ?ivolto oggi dal Signore a tutti i suoi ancora dispersi nei diversi ambienti della cristianit?rofessante: ?i ritiri dallâiniquit?chiunque nomina il nome del Signore?(2 Timoteo 2:19). Ma, pur constatando attorno a loro questa iniquit?alcuni credenti stimano dover, malgrado tutto, restare in un ambiente riconosciuto cattivo; sperano contribuire al suo miglioramento per mezzo della loro buona influenza. Questo ?ullarsi in una illusione, e ad un tempo stimarsi pi??vi di Colui che ingiunge loro di uscirne (2 Corinzi 6:14-18).
?icordatevi da lungi dellâEterno, e Gerusalemme vi ritorni in cuore?(vers. 50). Non ?enza saper dove andare che il residuo fedele era invitato a uscire dallâambiente corrotto di Babilonia. Per prendere questa decisione coraggiosa, bisognava essere, prima di tutto attirato al di fuori da affetti potenti. Cos?ggi, ?verso Lui? verso Ges??> presente in mezzo ai ?ue o tre?radunati nel suo nome, che il credente ?nvitato ad uscire fuori del campo religioso della professione cristiana (Ebrei 13:13).
Terminando lâesposto di tutti i suoi giudizi, lâEterno li segna con un nome terribile: ?b>LâIddio delle retribuzioni?(vers. 56). Ma, cosa notevole, queste parole di giudizio contro Babilonia precedono la narrazione della distruzione del tempio al cap. 52. Bisogna che la rovina degli idoli babilonesi sia annunziata prima che abbia luogo effettivamente quella del Tempio (vers. 47 e 52). Cos?essuno potr?ensare che questi idoli siano stati realmente pi??tenti dellâIddio dâIsraele. Sette anni prima della presa di Gerusalemme, tutte queste parole dovevano essere scritte in un libro. E questo, dopo la lettura, doveva essere immerso nellâEufrate, per cura di Seraia, fratello di Baruc, come pegno che Babilonia sarebbe stata inghiottita.
Questo capitolo 52 non fa pi??rte delle ?arole di Geremia?(cap. 51:64). Come il cap. 39, espone gli avvenimenti che han posto fine al regno di Giuda, e riproduce con poche varianti il cap. 25 del 2?libro dei Re.
Lâora del giudizio ?uonata; colpisce ad un tempo Gerusalemme, il suo tempio (vers. 17 a 23), il suo re, i suoi abitanti. La citt? presa. Sedekia e il suo esercito cercano nella fuga di sfuggire alla rete che si richiude. Ma non hanno da fare coi Caldei, ?on Dio che hanno da fare. Condotti a Ribla da Nebucadnetsar, il misero re di Giuda ?ccecato, punizione riserbata ai vassalli felloni, e legato con catene di rame prende la via dellâesilio. Fino al termine della sua miserabile vita avr?avanti agli occhi lâatroce spettacolo dei suoi figli sgozzati. Un mese dopo, il capo delle guardie ritorna a Gerusalemme per bruciare e smantellare sistematicamente la citt?ibelle.
Queste cose non sono state scritte (e ripetute) per il loro interesse storico, ma per ammaestramento delle anime nostre, affinch?i servano di avvertimento (1 Corinzi 10:11). ?oi dunque, diletti, sapendo queste cose innanzi, state in guardia...?(leggere 2 Pietro 3:17 e 18).
Assistendo al saccheggio della casa dellâEterno, guardando i Caldei rompere e trasportare le belle e potenti colonne, siamo colti da tristezza pensando a ci??e ?iventata la testimonianza dâIsraele in mezzo alle nazioni. Ma che cosa sono in paragone i sentimenti dellâEterno dinanzi alla distruzione della casa sulla quale Egli aveva posto il suo nome, e la rovina di Gerusalemme! (Leggere 1 Re 9:6 a 9). Quale valore hanno, per contrasto, le promesse del Signore al vincitore di Filadelfia! ~hi vince io lo far??>una colonna nel tempio dellâIddio mio... e scriver?? lui il nome del mio Dio e il nome... della nuova Gerusalemme... e il mio nuovo nome?(Apocalisse 3:12). Cari amici, terminando la lettura del libro di Geremia, chiediamo al Signore di far parte di quei vincitori, cio?i serbare la sua Parola e di non rinnegare il suo nome, fino al momento del suo ritorno.
Iddio non permette che il libro si chiuda sopra un quadro cos?riste. La grazia di cui Joiakin ?âoggetto da parte del successore di Nebucadnetsar (vers. 31 a 43) ?n certo qual modo un campione delle cure che lâEterno non cesser?i avere verso un debole residuo del suo popolo.
Le Lamentazioni di Geremia esprimono il dolore del profeta dinanzi agli avvenimenti raccontati nellâultimo capitolo del suo libro, cio?a presa e la destruzione diGerusalemme per opera dellâesercito Nebucadnetsar. Ma, come tutta la profezia, la portata di essa oltrepassa le circostanze che lâhanno occasionata e lo Spirito ciconduce in questi capitoli fino al tempo futuro della ¸rande tribolazione?per la quale Israele dovr?assare.
?commovente di vedere Geremia, bench?ersonalmente non colpevole, prendere la parte pi??ande allâumiliazione di Gerusalemme e identificarsi col popolo che ?otto ilgiudizio di Dio. Le sventure che egli non aveva cessato di annunziare, e alle quali il popolo non aveva voluto credere, sono ora giunte. Un altro non avrebbe persolâoccasione per prender la rivincita: ?e lâavevo ben detto! Ah! se mi aveste ascoltato!?Ma non ?os?he parla il servitore di Dio. Al contrario! Gerusalemme, chenel giorno della sua distretta non trova pi??>nessuno che lâaiuti (vers. 7; parag. Luca 15:16), nessuno che la consoli (vcrs. 2, 9, 17, 21) avr?n Geremia (tipo di Cristo) lâamico pi??dele, lâintercessore pi??rvente (vedere Proverbi 17:17).
? voi, che passate di qui, mirate, guardate, se vâ?olore pari al mio dolore!?esclama Gerusalemme di mezzo alla sua calamit?vers. 12). Quante volte passiamo insensibili a lato delle sofferenze altrui! (vers. 21). Quante occasioni preziose perdiamo di esprimere un poâ di simpatia! Chiediamo al Signore di darci dei cuori pi??nsibili, in grado di comprendere meglio le pene di quelli che ci attorniano e di portar loro, da parte di Dio, una vera consolazione.
Come non pensare alla croce in presenza di quel dolore senza simile inflitto dallâira di Dio? (vers. 12). Ma Cristo non aveva fatto ?ulla che non si dovesse fare?mentre Gerusalemme riconosce, come il brigante, di aver pienamente meritato ci??e le ?ccaduto (vers. 18; Luca 23:41). Ci sembra pure vedere la folla di ?b>quelli chepassavano di l?b>? davanti al Salvatore crocifisso (Matteo 27:39). Vi erano fra quei passanti, â e ce ne sono anche oggi in presenza della croce â della gente ostile,degli schernitori, ma soprattutto deglâindifferenti. ?a loro che sâindirizza la domanda del versetto 12. Cari amici, quelle sofferenze di Ges??ano per lavostra salvezza. Vi lasciano insensibili? Non ?orse questo nulla per voi?
Al cap. 1, i nemici di Gerusalemme erano considerati come responsabili delle sue sventure. Ma ora tutto ci??e ?vvenuto ?isto come opera del Signore e di Luisolo. Sappiamo anche noi riconoscere Colui che ci disciplina... talvolta per castigarci, ma sempre per benedirci alla fine. E invece di fermarci ai mezzi di cui Dio siserve a questo scopo: preoccupazione di salute, di denaro, contrariet?opraggiunte nel nostro lavoro... invece di cercare soltanto di esserne alleviati pi??esto possibile,umiliamoci sotto la potente mano di Dio e gettiamo su Lui tutta la nostra sollecitudine, poich?b>Egli ha cura di noi (1 Pietro 5:6 e 7).
Gerusalemme fa lâinventario completo del suo disastro. Il suo re, i suoi sacerdoti, i suoi profeti sono prigionieri o massacrati, i suoi culti solenni aboliti, le sue murain rovina. Nulla ?tato risparmiato, persino le cose pi??cre: lâaltare e il santuario sono stati contaminati (cap. 1:10), devastati, e gli oggetti preziosi portati aBabilonia. S?persino lâarca stessa, ?o sgabello dei Suoi piedi? (vers. 1; Salmo 132:7) con la legge che essa conteneva! (vers. 9; 1 Re 8:9). Essa sparisce per sempre, prova che Dio troncava per il futuro ogni relazione col suo popolo colpevole.
Immensa ?a desolazione del profeta davanti al quadro dei versetti precedenti. Scorrono le sue lacrime, inesauribili, in presenza di quella rovina ?arga come il mare?(vers. 18).
Anche Ges?? pianto su Gerusalemme, sapendo in anticipo quali dovevano essere, per la citt?olpevole, le conseguenze del suo rigettamento (Luca 19:41...).
Se il re, i principi, i sacerdoti, i falsi profeti (vers. 14) e la maggior parte del popolo, hanno meritato i colpi che son caduti su loro, numerosi sono quelli che soffrono senzaessere direttamente responsabili. Lattanti muoiono di fame; vecchi e bambini cadono di sfinimento nelle vie (vers. 11, 19, 21). Tuttavia Geremia non solleva nessun perch?b>. Mette se stesso ?lla breccia?in favore di quel popolo che ama.
I versetti 15 e 16 ci presentano nuovamente ? passanti? Ma non si tratta pi??ltanto dâindifferenza, come al cap. 1:12. Questa volta scuotono il capo, digrignano i denti, sfrontati insultano e si beffano. Ges??anta Vittima, ha conosciuto durante le ore della croce tutte queste manifestazioni della malvagit?mana (vedere Salmo 22:7 e 8; Salmo 35:21).
Col capitolo 3 giungiamo al cuore di questo piccolo libro e ad un tempo in fondo alla distretta del profeta. Bench?on colpevole, Geremia prende personalmente su di s?einiquit?el suo popolo, talch?l castigo ?onsiderato come cadesse pure su lui solo: ?o sono lâuomo che ha veduto lâafflizione sotto la verga del suofurore...?(vers. 1). Egli rappresenta cos?b>il Signore Ges??>, mentre compie lâespiazione dei nostri peccati. Le sofferenze sopportate alla croce da partedellâuomo, e che ci ricordano i versetti 14 e 30 (parag. rispettivamente Salmo 69:12 e Isaia 50:6), sono state seguite, durante le tre ore di tenebre, dalle sofferenze che gli sono state inflitte da Dio, quando lo tratt??me il peccato stesso. Quelle terribili espressioni della sua ira divina sono state tutte la parte del Salvatore (parag. vers. 8 e Salmo 22:2). Tuttavia la sua fiducia e la sua speranza non son venute meno neppure un istante; mentre quelle di Geremia lâabbandonano (vers. 18).
Ma dal vers. 21, lâafflitto cerca soccorso presso di Colui stesso che lo colpisce. Allora la sua fede, sottomessa e fiduciosa, gli fa trovare le meravigliosecompassioni dellâEterno ?b>che si rinnovano ogni mattina?(vers. 23).
Affinch?a prova non ci conduca mai a dubitare dellâamore di Dio, il profeta si affretta ora ad aggiungere che ?b>non ?olentieri châEgli umilia ed affligge ifigliuoli degli uomini?(vers. 33). A maggior ragione i suoi riscattati! Ma se ?ecessario farlo, ?b>Egli ha altres?ompassione, secondo la moltitudine delle sue bont? Ilriscattato pu??alizzare che n?ribolazione, n?istretta, n?ersecuzione... possono separarci dallâamore di Cristo (Romani 8:35). Dâaltronde la prova, spezzando lanostra volont?ropria, ci prova che buona cosa ?er lâuomo portare il giogo ?b>nella sua giovinezza?(vers. 27). Applicarsi allâobbedienza quando si ?ncora fanciullo, imparare la sottomissione nella casa paterna, vuol dire prepararsi ad accettare in seguito, durante tutta la vita, lâautorit?el Signore.Inoltre, la prova ?en sovente per noi lâoccasione dâun ritorno su noi stessi: ¯saminiamo le nostre vie, scrutiamole...?(vers. 40).
Tutto questo conferma ci??e un cantico esprime: ?a prova ?iena di frutti benedetti per me? S?possiamo dire con lâautore del Salmo 119: ¨ stato un bene per me lâessere afflitto?(vers. 71).
Noi sappiamo dellâorribile cisterna in cui Geremia era stato gettato da quelli che erano ?uoi nemici senza motivo? Essa ha ispirato i vers. 52 e seguenti ed illustra i terrori della morte in cui il nostro Salvatore ?ntrato realmente.
Ma i vers. 55 a 58 possono essere lâesperienza di chiunque geme sotto il peso dei suoi peccati e giunge a realizzare ci??e il Signore ha fatto per lui.
Il cap. 4 mette in contrasto lo stato attuale di Gerusalemme con quello che era stata precedentemente. Al tempo della sua prosperit?tutto aveva lâaspetto pi??illante. Ifigliuoli di Sion erano stimati simili allâoro fino. Simili soltanto, notatelo, poich?uando la prova ?assata come il fuoco dellâaffinatore,tutto ?tato consumato, mentre il vero oro vi resiste vittoriosamente. S?non si trattava, purtroppo, che dâuno splendore ingannevole. Ricordiamocene, ?empre laprova che fa cadere le apparenze e manifesta il vero stato dâun cuore. La crudelt?vers. 3), la mancanza dâogni compassione (vers. 4), lâodioso egoismo che conducono agli atti pi??ominevoli (vers. 10), ecco quel che ora appare, mettendo a nudo quegli abitanti di Gerusalemme. Dio manifesta il fondo del loro cuore, e il fuoco del Suo giudizio non lascia sussistere nulla della loro falsa piet?
La corruzione in Israele ha raggiunto persino i suoi nazareni, cio?uelli che (come i cristiani oggi) dovevano distinguersi per la purezza della loro condotta e laloro assoluta separazione per Dio. Essi sono al colmo del decadimento. "on si riconoscono pi??r le vie?(vers. 8). Nulla li fa pi??tare fra gli altri infelici abitantidi Gerusalemme! Chiediamoci in che misura il nostro comportamento in mezzo al mondo ci fa riconoscere come veramente messi a parte per il Signore.
E quelli che erano incaricati di vegliare sul popolo, cio? suoi profeti e i suoi sacerdoti, avevano sparso il sangue dei giusti! (vers. 13).
?a nostra fine ?rossima... la nostra fine ?iunta? dicono gli afflitti del popolo (vers. 18), dopo aver inutilmente atteso ?n soccorso vano? e constatato che nessunopoteva salvarli (vers. 17). Ebbene! ?l momento in cui Dio dichiara: ?b>Il castigo della tua iniquit? finita?(parag. Isaia 40:1 e 2). Ora sar?l turno di Edom di subire il castigo. E cos? sempre. Quando ?eso evidente che nulla pu??nirci in aiuto e che siamo allâestremo delle nostre forze, ?iunto il momento per Dio dâintervenire sovranamente e liberarci.
In un ultimo lamento, il _esiduo?del popolo fa la triste ed umiliante descrizione del suo stato senza nulla nascondere. Non soltanto i loro padri (vers. 7) ma loro stessihanno peccato e ne portano le conseguenze. ?a questo punto che deve giungere tanto un inconvertito quanto il credente allorch?i ?asciato cogliere da un fallo. Tutti noiconosciamo questo penoso lavoro di Dio nella nostra coscienza, al quale il nostro orgoglio fa sovente ostacolo! Ma, a differenza degli afflitti di questo capitolo (vers. 22), nelmomento in cui confessiamo i nostri peccati, sappiamo che Dio ci ha gi?erdonati (parag. vers. 22 e 1 Giovanni 1:9).
Questi versetti 1 a 22, come dâaltronde tutto il libro, ci mettono dinanzi specialmente il lato del peccato collettivo. E noi pensiamo al male che ha invaso la Chiesacome un lievito, alla mondanit?b>, alla rovina che ne ?isultata e i cui effetti morali sono tanto deplorevoli come il quadro di questo capitolo. Ah! sefossimo preoccupati della gloria del Signore, non potremmo restare indifferenti a uno stato di cose tanto desolante. Ci siano dati dei cuori veramente umiliati, ma anchefiduciosi in un Dio che non cambia mai (parag. vers. 19).
LâEvangelo di Marco presenta il Signore Gesù sotto sotto lâaspetto del perfetto Servitore. Perciò non vi troviamo la narrazione della sua nascita e neppure la sua genealogia: per apprezzare un servitore contano soltanto le sue qualità dâobbedienza, di fedeltà , di prontezza... Però, fin dalle prime parole, è designato come Figlio di Dio; il suo servizio è volontario. à lui che, essendo in forma di Dio, prese forma di servo (Fil. 2:6-7).
Preceduto dalla testimonianza di Giovanni, Gesù comincia dunque immediatamente il suo ministerio, e questo primo capitolo è caratterizzato dalla parolasubito (11 volte).
Gesù si sottomette al battesimo del ravvedimento, nonostante la sua innocenza: «Colui che non ha conosciuto il peccato» prende posto in mezzo a peccatori penitenti (2 Corinzi 5:21). Ma affinché non sia confuso con loro, Dio fa dal cielo una solenne dichiarazione riguardo al suo «santo servitore Gesù» (Atti 4:27 e 30), dichiarazione che, cosa notevole, precede il suo ministerio. Non è: «in Te mi compiacerò», bensì: «in Te mi sono compiaciuto». Dio dà così una prova della divina eccellenza di Cristo e afferma che Egli è Dio, e non semplicemente un uomo perfetto, come alcuni hanno osato sostenere, un uomo pervenuto alla perfezione.
Poi Gesù è condotto nel deserto per incontrare e resistere al Nemico che ci teneva schiavi (vedere 3:27). Ovunque il peccato ci aveva condotti, lâamore e lâubbidienza hanno condotto Gesù per la nostra liberazione.
Venuto Gesù, il ministerio di Giovanni Battista è di fatto terminato. Ma, lungi dal manifestare la minima amarezza, Giovanni può dire che la sua allegrezza è compiuta, ed eclissarsi con queste belle parole: «Bisogna che Egli cresca, e io diminuisca» (Giovanni 3:29 e 30).
Il regno di Dio si è avvicinato; il Re in persona si trova in mezzo al suo popolo: Ed Egli lo proclama con due comandamenti sempre attuali: «Ravvedetevi e credete allâEvangelo». Il Signore legge nel cuore di ciascuno la risposta data a questo insistente invito. Poi, a quelli che lâhanno ascoltato e ricevuto, indirizza un altro appello individuale, un appello a servirlo mettendosi al suo seguito: «Seguitemi», dice ai quattro discepoli di cui conosce le disposizioni interiori. «Ed essi..., lasciate subito le reti, lo seguirono». Per poterlo servire, era necessario che essi fossero chiamati dal Signore. Non è lâuomo che, da se stesso, può dire a Dio: Io mi do a te; è il Signore che, conoscendo ogni cosa, decide: Io ti prendo al mio servizio.
A Capernaum, Gesù guarisce un uomo posseduto da uno spirito immondo che si trova addirittura nella sinagoga, il che comprova il terribile stato di rovina in cui Israele era allora caduto. Fu dallâinizio del suo ministerio, il Signore è alle prese con la potenza di Satana, alle quale molti credono così poco!
Dopo la sinagoga di Capernaum, la casa di Andrea e di Simone è la scena dâun miracolo di grazia. Gesù è sempre pronto a trovarsi nelle nostre case e ad accordarci le sue liberazioni. Facciamo come i discepoli, parliamogli di quel che ci tormenta (vers. 30).
Appena guarita, la suocera di Simone si affretta a servire il Signore ed i suoi. Non aveva forse sotto gli occhi lâesempio di un perfetto servitore?
Cade la sera; ma per un tale Servitore la giornata non è terminata. Gli portano i malati e instancabilmente Egli li allevia e li guarisce. Qual era il segreto di quella meravigliosa attività ? Dove attingeva Gesù delle forze costantemente rinnovate? Il vers. 35 ce lo dice: nella comunione col suo Dio, Vedete come questo Uomo perfetto cominciava la sua giornata (parag. Isaia 50 fine del vers. 4). Ma quando lo informano della sua popolarità , Egli lascia quella folla, soltanto curiosa di vedere dei miracoli, e se ne va a predicare lâevangelo altrove.
Poi Gesù guarisce un lebbroso e gli dice esattamente in che modo deve rendere la sua testimonianza, una testimonianza secondo la Parola (vers. 44; Levitico 14). Ma lâuomo agisce secondo i suoi propri pensieri e qusto va a detrimento dellâopera di Dio in quella città .
Nella casa di Capernaum, Gesù si fa riconoscere, secondo il Salmo 103:3, come Colui che perdona tutte le iniquità , che guarisce tutte le infermità . Riguardo al paralitico, Egli compie le due parti di quel versetto in testimonianza a tutti. Sì, Colui che perdona i peccati â opera spirituale â e che ne dà una prova concreta guarendo anche la malattia, non può essere che lâEterno, il Dio dâIsraele.
I pubblicani percepivano le imposte per conto dei Romani, il che procurava loro ricchezza (poiché una certa percentuale era per loro) ma anche il disprezzo dei loro compatrioti. Ma il Signore, chiamando Levi e accettando il suo invito, mostra che non disprezza e non respinge nessuno. Anzi, era venuto per tutti i peccatori, anche i più grandi, quelli che non nascondono il loro stato (1 Timoteo 1:15). Ed Egli è a tavola con loro, perché si è fatto loro amico. Da quando ha peccato lâuomo ha paura di Dio, e lo fugge, a causa della sua cattiva coscienza. Il primo lavoro di Dio, prima di salvare la sua creatura, consisteva dunque nellâavvicinarsi a lei, nel conquistare la sua fiducia. à ciò che Gesù ha fatto abbassandosi fino ad incontrare lâuomo miserabile per fargli comprendere che Dio lo amava.
Se la parola del perfetto Servitore è «subito», quella dei Giudei increduli è «perché?» (vers. 7,16,18,24). Gesù, interrogato riguardo al digiuno, spiega che si tratta dâun segno di tristezza che, per conseguenza, non sarebbe a proposito mentre Egli era con loro. La sua venuta non era forse per tutto il popolo un gran soggetto di gioia? (Luca 2:10). Poi coglie questâoccasione per mettere in contrasto le regole e le tradizioni del giudaismo con lâevangelo della libera grazia che Egli era venuto a portare. Purtroppo, lâuomo â e non soltanto il Giudeo â preferisce a questa grazia delle forme religiose, perché gli permettono di farsi una buona reputazione agli occhi altrui... pur continuando a fare la propria volontà . Invece il vers. 22 ci dice che il cristiano è un uomo completamente rinnovato. Se il suo cuore è cambiato, se è pieno dâuna gioia nuova, il suo comportamento esteriore deve essere necessariamente trasformato.
I Farisei ora biasimano i discepoli perché svellono delle spighe in giorno di sabato. Lâuomo distoglie sempre dal suo scopo ciò che Dio gli ha dato. Il sabato era una grazia concessa ad Israele, ma costui se ne è servito come dâun giogo per aumentare la sua schiavitù morale (Atti 15:10).
Una seconda guarigione avviene nella sinagoga di Capernaum ed è di nuovo in giorno di sabato (cap. 1:21...). A questo malato la cui mano è «secca», il Signore chiede esattamente lâatto châegli è incapace di compiere. Lâuomo avrebbe potuto rispondere: Vedi che la mia mano è paralizzata; come posso distenderla? Ma cominciando con lâobbedire, dà prova della sua fede ed è questa che permette a Gesù di guarirlo. Purtroppo, vedete la durezza di cuore di quelli che sono presenti! Invece di rallegrarsi con lâuomo guarito, invece dâammirare la divina potenza di Gesù, quegli uomini malvagi colgono il pretesto del miracolo per cercare di farlo morire. Ma Egli prosegue il suo ministerio di grazia, e le folle, compresi gli stranieri di Tiro e di Sidone, continuano ad affluire verso di Lui per udirlo e cercare la guarigione.
Poi mette da parte dodici discepoli fra quelli che lo raggiungono sul monte e, notate lâespressione, li costituisce «per tenerli con sé e per mandarli...». Essere con Gesù: meraviglioso privilegio e, ad un tempo, condizione indispensabile per poter in seguito essere mandati. Come poter compiere un servizio senza aver prima di tutto ricevuto le sue direttive (Ger. 23:21-22)?
Sempre pronto a lasciarsi avvicinare, il Signore permette alla folla dâinvadere la casa nella quale è entrato, e ricomincia ad ammaestrarli senza aver neppur il tempo di mangiare. Noi che siamo sovente così poco disposti a lasciarci disturbare e a cambiare anche poco le nostre abitudini, prendiamo esemplo da questa instancabile dedizione. Pensiamo anche che un visitatore indesiderato ci può essere mandato affinché gli parliamo della salvezza della sua anima!
Certe persone sono turbate dal versetto 29. Esse temono dâaver pronunciato una volta, senza badarvi, una parola colpevole che potrebbe non essere perdonata. No. «Il sangue di Gesù Cristo suo Figlio ci purifica da ogni peccato» (1 Giovanni 1:7). La bestemmia contro lo Spirito Santo è altro; era il terribile peccato dâIsraele incredulo. Questo popolo attribuiva a Satana la potenza dello Spirito Santo di cui Gesù era rivestito. Era un peccato di somma gravità che metteva lo Spirito di Dio allo stesso livello del diavolo.
Nellâultimo paragrafo, il Signore distingue nettamente quelli châEgli considera come membri della sua famiglia. Fare la volontà di Dio era (ed è tuttora) ascoltare il Signore Gesù e credere alle sue parole e alla sua opera.
Gesù insegna presso il mare servendosi del linguaggio figurato delle parabole. La prima è quella del Seminatore. In essa presenta se stesso come Colui che porta e spande nel mondo il buon seme del Vangelo. Benché conosca i cuori e il modo in cui riceveranno o non riceveranno la verità , Egli porge ad ognuno lâoccasione dâessere in contatto con la Parola di vita. Voi lâavete ricevuta?
Il versetto 12 non deve sconcertarci, quasi che il Signore temesse di vedere gli uomini convertirsi, e châEgli fosse obbligato, Suo malgrado, a perdonare i loro peccati! Comprendiamo che qui si tratta del popolo giudeo nel suo insieme. Esso ha accusato Gesù di avere un demonio, rigettando così la testimonianza dello Spirito Santo. Un tale peccato non può essergli perdonato, e Israele sarà «indurato» come popolo (cap. 3:29; Rom. 11:7,8,25). Ma tutti quelli che desiderano interrogare Gesù «in disparte» trovano posto «intorno a Lui», oggi come allora, per «conoscere il mistero del regno di Dio» (vers. 11; parag. Proverbi 28, fine del vers. 5). Serviamoci di questo prezioso privilegio... e particolarmente non priviamoci delle riunioni in cui si è intorno al Signore per ascoltare la Parola di Dio.
Il Signore spiega ai suoi discepoli la parabola del seminatore. Essa è il punto di partenza di tutto il suo insegnamento (vers. 13). Infatti, per comprenderlo, è necessario che lâEvangelo abbia anzitutto messo radice nel cuore.
Anche se siamo dei veri credenti, rischiamo di assomigliare a volte ai tre primi terreni, poiché non è soltanto la buona novella della salvezza che Satana cerca di rapirci appena seminata; quante parole ci ha rivolto Dio e alle quali il nostro cuore non è stato sensibile perché i nostri contatti col mondo lâavevano reso duro come la strada! Ovvero, non ci è forse accaduto di agire sotto lâeffetto dei nostri sentimenti, finché una prova ha messo in evidenza la nostra mancanza di dipendenza e di fede? (parag. vers. 17).
Come la noncuranza, le sollecitudini sono ugualmente nocive (Luca 21:34)! Con «lâinganno delle ricchezze e le cupidigie delle altre cose» esse possono soffocare per un tempo la vita spirituale dâun figlio di Dio e privare il Signore del frutto che avrebbe dovuto portare a suo tempo. «Ponete mente a ciò che udite», raccomanda il Signore (vers. 24). In Luca 8:18 leggiamo: «Badate dunque come ascoltate». Sì, in qual modo riceviamo noi la divina Parola?
La parabola dei vers. 26 a 29, che corrisponde a quella della zizzania nel campo in Matteo 13, presenta un insegnamento sensibilmente differente. Qui si tratta solo del lavoro di Dio, mentre in Matteo il Nemico interviene pure, a causa della negligenza degli uomini che dormivano. Nel nostro vers. 27, anche il grande Seminatore sembra dormire. Ma in realtà , di giorno come di notte, Egli veglia sul suo seme prezioso e lo circonda di tutte le cure necessarie perché cresca fino alla mietitura. Cari amici cristiani, ci sembra talvolta che il Signore sia indifferente, che non oda le nostre preghiere, che lâopera sua sia abbandonata. Ma alziamo lo sguardo, come Gesù invita i suoi discepoli a farlo con fede. Le campagne sono già bianche da mietere (Giovanni 4:35).
Per passare allâaltra riva, che rappresenta la pericolosa traversata del mondo, i discepoli non sono soli. Con loro nella barca, hanno preso il Signore «così comâera» (vers. 36). Quante persone si fanno di Gesù unâimmagine falsa e lontana. Riceviamolo comâè, col suo amore, ma anche con le sue sante esigenze. Se è con noi nella barca, non câè da temere nessun naufragio. Lui che raccoglie il vento nel suo pugno, racchiude le acque nella sua veste (Prov. 30:4).
Il Signore e i suoi discepoli approdano nel paese dei Gadareni. La prima persona che incontrano è un uomo completamente posseduto dai demoni, che lo rendono furioso e indomabile. Cosa terribile a dirsi, noi abbiamo in quel forsennato il ritratto morale dellâuomo peccatore, trastullo del diavolo, trascinato e tormentato dalle sue passioni brutali, contaminato dal contatto con la morte (i sepolcri), pericoloso per i suoi simili e che fa del male a se stesso. Spaventoso stato... ma che è il nostro prima di conoscere il Signore! Noi ci saremmo probabilmente allontanati con spavento e repulsione da una tale creatura. Gesù invece non se ne allontana. Anzi, si occupa di quellâinfelice ma non per legarlo con catene, come avevano tentato di fare invano i suoi concittadini, bensì per liberarlo dal suo misero stato e dalla sua schiavitù.
Purtroppo, gli abitanti di quella città non vedono in quel miracolo che la causa della perdita dei loro porci! In seguito alla loro richiesta, Gesù se ne va, ma lascia dietro di sé un testimone (e quale!): «lâuomo che era stato indemoniato». Non è forse lâimmagine del tempo attuale? Rigettato da questo mondo, il Signore vi mantiene quelli che ha salvato e dà loro il compito di parlare di Lui. In che modo adempiamo noi questa missione? (Salmo 66:16).
Un capo della sinagoga, chiamato Iairo, ha fatto appello a Gesù per la guarigione della propria figlia. Ma mentre il Maestro è per strada, una donna, che nessun medico aveva potuto guarire, ricorre segretamente alla Sua potenza.
Caro amico che hai cercato forse da varie parti un rimedio alle tue miserie morali, Gesù passa, oggi ancora, vicino a te, forse per lâultima volta. Afferra lâorlo del suo vestito!
La donna sa di essere salvata, e il Signore lo sa pure. Ma è necessario che tutti lo sappiano; perciò Gesù la costringe a rivelarsi, a confessare pubblicamente «tutta la verità ». Così ella otterrà , in risposta alla sua fede, una parola di grazia, infinitamente più preziosa della semplice guarigione: «Figliuola, la tua fede tâha salvata; vattene in pace...» (vers. 34).
Durante questo tempo, la casa di Iairo echeggiava di lamenti e di grida disperate (senza realtà ; vedere vers. 40). Ma con una parola, Gesù conforta il povero padre (vers. 36) volgendo verso Dio i pensieri di quellâuomo... e i nostri: «Non temere, solo abbi fede». Poi con unâaltra parola â così commovente che lo Spirito ce lâha data nella lingua stessa adoperata dal Salvatore â Egli risuscita la ragazza.
Per gli abitanti di Nazaret, Gesù era «il falegname». Per trentâanni, aveva nascosto la sua gloria compiendo umilmente il lavoro dâun artigiano. Un tale abbassamento del Messia è incomprensibile per lâuomo abituato a giudicare dalle apparenze. Se era difficile che la testimonianza del Signore fosse ricevuta «nella sua patria, fra i suoi parenti e in casa sua», a maggior ragione è il caso per la nostra, dove siamo conosciuti con tutti i nostri difetti e il nostro triste passato. Ma è pure qui che i frutti dâuna vita nuova saranno più evidenti e costituiranno la più potente delle predicazioni (Fil. 2:15).
Dopo aver scelto i suoi apostoli al capitolo 3:13-19, il Signore li manda a predicare il pentimento (v. 12). Poi li esorta a «non prender nulla per il viaggio», eccetto dei sandali (poiché, simbolicamente, bisognava che vegliassero sul loro cammino). La loro vita deve essere quella della fede. Momento dopo momento, essi riceveranno ciò che è loro necessario sia per il servizio, sia per i loro propri bisogni. Prendendo con sé delle provviste, sarebbero stati privati di preziose esperienze e avrebbero perso di vista il legame che li univa al loro Signore assente. I sandali, invece, sono indispensabili; ci ricordano ciò che Efesini 6 chiama «la prontezza che dà lâevangelo della pace».
Per chi ha una cattiva coscienza, tutto fa paura (Proverbi 28:1). Quando Erode, che aveva fatto decapitare Giovanni, ode parlare di Gesù, è terrificato al pensiero che potesse essere il profeta risuscitato, poiché questo fatto avrebbe significato che Dio stesso stava per vendicare il suo fedele testimone. Per lo stesso motivo gli uomini saranno presi da terrore quando Gesù il crocifisso apparirà sulle nuvole del cielo (Apoc. 6:2 e 15 a 17).
Beata è la sorte di Giovanni, il più grande dei profeti, e che contrasto con la sorte del suo miserabile carnefice! Questo Erode era vile più che crudele come suo padre, Erode il grande. Debole di carattere, dominato dalle passioni, faceva molte cose dopo aver ascoltato Giovanni, eccetto quella di mettere la sua vita in accordo con la volontà di Dio. Non basta, per essergli gradito, fare molte cose, anche delle buone cose. Ecco, giunge «un giorno opportuno», opportuno per Satana e per le due donne di cui si servirà . Un convito, la seduzione dâuna danza, una promessa sconsiderata mantenuta per amor proprio... non occorre di più per compiere il delitto abominevole, pagato con i più spaventosi tormenti di spirito.
Gli apostoli che ritornano dal Signore sembra che siano occupati di quel che hanno fatto e abbiano fretta di raccontarlo. Il Maestro sa che hanno bisogno ora dâun poâ di riposo, e lâha loro preparato «in disparte» con Sé. Noi che aspiriamo tanto facilmente a svagarci, consideriamo qualcuna delle condizioni in cui i discepoli godono di questo riposo:
Fu un riposo di breve durata, infatti, non avendo, a causa della folla che andava e veniva, «neppure tempo di mangiare». Gesù nutrirà la loro anima, poi il loro corpo (Matteo 4:4); ma, prima di tutto, mette alla prova i suoi discepoli. Essi avevano riferito tutto quello che avevano fatto. Ora, era giunto il momento di dar prova delle loro capacità invece di licenziare quelle turbe. «Date loro voi da mangiare», dice Gesù, perché realizzassero che ogni potere proviene da Lui. E nel medesimo tempo, li associa in grazia al suo gesto di bontà . Una volta ancora vediamo brillare la sapienza, la potenza, lâamore, caratteri del perfetto Servitore.
Nella prima traversata del lago (cap. 4:35 a 41), il Signore era coi suoi discepoli, benché dormisse nella barca. Qui, la fede dei dodici è provata ancora più profondamente, poiché questa volta il loro Maestro non è con loro. à salito sul monte per pregare mentre essi, soli nella notte, lottano contro il vento e le onde. Hanno perduto Gesù di vista, ma Lui, cosa notevole, li vede sul mare agitato (vers. 48). E va alla loro volta verso la fine della notte (vedere Giobbe 9:8). Come poco sono preparati ad incontrarlo! Allora, con una parola, Egli si fa riconoscere e li rassicura: «State di buon cuore, son io; non temete» (vers. 50). Quanti credenti che attraversano la prova, pervenuti allâestremo delle forze e perso ogni coraggio, hanno udito la voce conosciuta del Signore che testimonia la sua presenza ed il suo amore (Isaia 43:2)!
Approdando per la seconda volta nella contrada di Gennesaret, Gesù è ricevuto in modo ben diverso dalla sua prima visita. Benché non vediamo qui colui «che aveva avuto la Legione», lâaccoglienza premurosa che gli è riserbata non può essere che il risultato della testimonianza fedele di quellâuomo (cap. 5:20). Possa il Signore benedire pure la nostra, in attesa del Suo ritorno!
I Farisei sono gelosi del successo del Signore presso la gente; ma, temendola, non osano fargli guerra apertamente. Allora accusano i suoi discepoli come hanno già fatto al cap. 2:24. Per quegli ipocriti la purezza esteriore aveva più importanza della purezza della loro coscienza. Si preoccupavano dellâapprovazione degli uomini e non di quella di Dio.
Lo scopo dei credenti, invece, è anzitutto di piacere al Signore (vedere Galati 1:10). E poiché Egli guarda al cuore, questo ci condurrà a praticare unâaccurata «pulizia» interna, vale a dire a giudicare attentamente i nostri pensieri, i nostri moventi e le nostre intenzioni alla luce della Parola che mette in evidenza la minima impurità .
Gesù mostra a quei Farisei che le loro tradizioni giungono fino a contraddire i comandamenti divini, e questo in un caso particolarmente flagrante: quello dei riguardi e del rispetto dovuti ai genitori. Questo è un insegnamento che non fa soltanto parte della legge (Esodo 20:12), ma che è espressamente dato dal Nuovo Testamento (Efesini 6:1 a 3; Colossesi 3:20); è quindi utile che lo prendiamo in seria considerazione. Ma facciamo attenzione alle tradizioni; non diciamo «si è sempre fatto così», ma cerchiamo il pensiero di Dio nella Scrittura.
Il Signore, che conosce bene il cuore dellâuomo e non si lascia ingannare dalle belle apparenze, mette in guardia i suoi discepoli contro ciò che può uscire dal cuore, dal vostro e dal mio! Il nostro cuore è anche così ma, lode a Dio!, câè un rimedio a questo stato (Salmo 51:10).
Dopo questa tragica e definitiva constatazione, si può pensare quale gioia procuri a Gesù il suo incontro con la donna sirofenice. La severità châEgli sembra usare verso di lei mette in evidenza non soltanto una grande fede che nulla scoraggia, ma anche una vera umiltà , poiché, in contrasto coi Farisei orgogliosi, questa donna non fa valere nessun titolo né alcun merito; ella prende il suo vero posto davanti a Dio e accetta il giudizio emesso sulla sua condizione (parag. Efesini 2:3 e 17).
In seguito, Gesù conduce un povero sordomuto in disparte dalla folla e gli rende lâuso dei suoi sensi. La conversione dâun peccatore esige un contatto diretto, personale, e intimo col Signore (vedere anche cap. 8:23).
La nostra lettura termina con la testimonianza resa a Gesù dalle folle: «Egli ha fatto ogni cosa bene» (vers. 37). Possiamo noi, ripassando ciò che il Signore ha fatto per noi, dichiarare nello stesso modo con riconoscenza: «Egli ha fatto ogni cosa bene»!
Per fare del bene si possono avere diversi motivi più o meno confessabili: ricercare della considerazione come i Farisei, o tranquillizzare la coscienza compiendo un dovere sociale. E nella cristianità , quante opere non hanno altri motivi! Ma ciò che animava sempre il Signore Gesù era la sua compassione verso quelle moltitudini, che adesso nutre, per la seconda volta, con un atto di potenza (vers. 2; cap. 6:34). 1 nostri contatti quotidiani col mondo, i suoi bisogni, la sua contaminazione, tendono a renderci insensibili. Abituati a vedere attorno a noi la miseria materiale, morale e soprattutto spirituale, non ne soffriamo più molto. Ma Gesù aveva un cuore sempre divinamente sensibile. Lo stato del sordomuto al cap. 7:34 lo faceva sospirare (o gemere) guardando verso il cielo. Al vers. 12, è lâincredulità dei Farisei che lo fa profondamente sospirare. E infine, lo affligge pure la durezza di cuore dei suoi discepoli (vedere cap. 6:52 e 7:18). I due miracoli a cui essi avevano partecipato non erano stati sufficienti a dar loro fiducia nel Maestro! (parag. Giovanni 14:8 e 9). Quanto ha sofferto il Signore, durante la sua vita, per simpatia coi sofferenti, ma anche a motivo dellâincredulità , dellâingratitudine degli uomini.... e molte volte dei suoi stessi discepoli!
A Betsaida, quella città della quale il Signore sottolinea particolarmente lâincredulità (Matteo 11:21), Egli compie ancora un miracolo in favore dâun povero cieco. Per guarirlo è necessario un doppio intervento; è così pure che a volte un peccatore viene alla luce di Dio.
Dopo ciò, Gesù interroga i suoi discepoli sulle opinioni che corrono sul suo conto. Poi rivolge loro una domanda diretta e di capitale importanza: Chi sono io per voi? Sì, qualunque siano i pensieri degli altri intorno al Signore Gesù, devo avere di Lui una conoscenza personale. Ma essa non è che il punto di partenza del sentiero nel quale Egli mâinvita a seguirlo: quello della rinuncia a me stesso e della croce dove sono morto con Lui. Alcune persone nella prova parlano della croce che devono portare, o del «calvario» che bisogna accettare con rassegnazione (e di cui tuttavia avrebbero volentieri fatto a meno). Ma non è ciò che il Signore intende dire qui. Egli chiede ad ogni credente di prendere volentieri il carico dâobbrobrio e di sofferenza che il mondo non manca di procurargli se è fedele (leggere pure Galati 6:14). «Per amor mio», specifica il Signore Gesù; poiché è il grande segreto che permette al cristiano di accettare la morte al mondo e a se stesso (v. 35; Rom. 8:36).
Secondo la promessa del vers. 1, tre discepoli sono ora ammessi a contemplare in anticipo «il regno di Dio venuto con potenza». Ed è Gesù stesso che appare loro, rivestito di maestà regale e di gloria risplendente. Colui che abitualmente velava la sua «forma di Dio» sotto lâumile «forma di servo» (Filippesi 2:6 e 7) la svela per un momento agli sguardi dei suoi discepoli attoniti e stupefatti (Salmo 104:1). Visione meravigliosa che quegli uomini non possono sopportare. Allora una voce esce dalla nuvola; essa è anche per noi: «Questo è il mio diletto Figlio, ascoltatelo». Più una persona ha grandezza e dignità , più le sue parole hanno importanza. Ora, Colui che siamo invitati ad ascoltare è nientemeno che il Figlio diletto di Dio. Prestiamo dunque unâattenzione tanto maggiore al suo insegnamento (Ebrei 12:25).
Per quanto si stesse bene sul monte (vers. 5), è necessario scendere, e il Signore fa capire ai tre discepoli che quel che hanno visto avrà il suo adempimento più tardi. Né Giovanni Battista (che Elia rappresentava) né Lui stesso sono stati ricevuti dal suo popolo. Perciò è necessario ora châEgli passi per la croce e soffra molto, prima di entrare nella sua gloria.
Sceso dal monte, il Signore riprende il suo servizio dâamore di cui lâapostolo Pietro, testimone di tutte queste cose, fa negli Atti un meraviglioso riassunto. Gesù di Nazaret, dice, «è andato attorno facendo del bene, e guarendo tutti coloro che erano sotto il dominio del diavolo, perché Dio era con Lui» (Atti 10:38 e 39). Gesù trova un gran raduno di persone che discorrono e discutono fra loro. Ahimè! Lâoggetto di tanta animazione è un infelice ragazzo, colpito fin dallâinfanzia da terribili crisi nervose provocate da un demonio. Invano il povero padre ha sottoposto ai discepoli il caso di questo suo unico figlio: essi non hanno potuto scacciare quel demonio. Prima di operare Egli stesso la liberazione, Gesù mette il dito sul motivo della impotenza dei discepoli: lâincredulità ; poiché «ogni cosa è possibile a chi crede». Allora, piangendo, quel povero padre sâabbandona al Signore. Comprende che non è uno sforzo di volontà che potrà dargli la fede e se ne riconosce incapace. Lâaiuto divino è necessario non solo per la liberazione propriamente detta, ma anche per chiederla con fiducia.
Al v. 26 la potenza demoniaca si mostra ancora una volta perché la vittoria del Signore sia evidente.
Poveri discepoli! Il loro Maestro li aveva poco prima intrattenuti sulle sue sofferenze e sulla sua morte, ed ecco che la sola cosa che li interessa, al punto da provocare una disputa fra loro, è... sapere chi di loro sarà il maggiore! Per mezzo della sua domanda, il Signore li investiga (vers. 33), poi con grazia e pazienza insegna loro che cosâè lâumiltà .
Questa lezione è seguita da unâaltra. I discepoli avevano creduto bene dâimpedire ad un uomo di compiere dei miracoli nel nome di Gesù. «Non ci seguitava», è il motivo presentato da Giovanni. Il Signore mostra loro che anche in questo sono stati occupati di loro stessi e non di Lui. Facciamo attenzione a non essere settari! Numerosi cristiani, pur non radunandosi con noi, seguono il Signore molto da vicino nel sentiero del servizio, della rinuncia e della croce (cap. 8:34).
Abbiamo trovato in Matteo ciò che corrisponde ai vers. 42 e 51 (vedere Matteo 5:29; 18:8). Ma, in modo generale, notiamo che nellâEvangelo di Marco glâinsegnamenti del Signore tengono meno posto della sua attività . Non câè, per esempio, il sermone sul monte. Poche parole, ma molta dedizione; tale è appunto il carattere del fedele Servitore; e Marco, che presenta il Signore appunto come servitore, dà molto spazio alle opere di Gesù.
I Farisei cercano di mettere Gesù in contraddizione con Mosè sulla questione del divorzio. Ma Egli chiude loro la bocca risalendo a prima della legge, ricordando loro lâordine delle cose come Dio lâaveva creato al principio. Il mondo ha contaminato e guastato tutto ciò che Dio aveva stabilito nella sua bella creazione e in particolare lâistituzione del matrimonio.
La durezza di cuore, lâegoismo che conducono gli uomini a disprezzare e a snaturare tutto ciò che riguarda il matrimonio, si mostra anche nella loro poca considerazione dei piccoli fanciulli. E i discepoli non sfuggono a questo spirito. I vers. 13 a 16 ci danno alcuni particolari commoventi che Matteo non riporta. Il Signore comincia con lâessere indignato per lâatteggiamento dei discepoli. Prende in seguito quei piccoli in braccio, dove si trovano in perfetta sicurezza. Infine li benedice (parag. Matteo 19:13 e 14).
Nella scena che segue, Marco è ugualmente il solo a menzionare un punto di somma importanza: lâamore del Signore per lâuomo venutogli incontro. Purtroppo, costui resta insensibile e se ne va, forse per sempre, preferendo le sue miserabili ricchezze alla compagnia presente ed eterna di Colui che lâaveva amato.
NellâAntico Testamento le benedizioni erano terrene e le ricchezze erano considerate come una prova del favore di Dio (Deut. 8:18). I discepoli erano rimasti stupiti perché avevano visto un uomo apparentemente benedetto da Dio, amabile, simpatico, di condotta irreprensibile, disposto a fare molto bene, e il Signore lâaveva lasciato andare. Veramente, se tali pregi non davano accesso al regno di Dio, chi dunque poteva essere salvato? Infatti, risponde loro Gesù, la salvezza è cosa impossibile agli uomini; Dio solo ha potuto compierla.
Qui il Signore condanna non i ricchi, ma «coloro che si confidano nelle ricchezze». Dâaltronde, andare dietro a Lui implica inevitabilmente delle rinunce che, per alcuni, possono essere assai dolorose (vers. 29). Ma se è fatto per amore del Signore e dellâEvangelo, esse saranno nello stesso tempo sorgente di gioie incomparabili, la prima delle quali sarà il sentimento della Sua approvazione. Sì, lo sguardo penetrante del Signore (vers. 21,23,27) legge nel nostro cuore per vedere se è quello il motivo che veramente ci fa agire, in risposta allâamore di Colui che ha lasciato tutto per noi (Zaccaria 7:5). In questo capitolo vediamo lâuomo amabile (v. 17 a 22), presuntuoso (v. 28), timoroso (v. 32), egoista (v. 35-30).
Vi era della fede in Giacomo e in Giovanni; sapevano che il loro Maestro era il Messia, lâErede del regno e a cui avrebbero partecipato con Lui. Ma la loro domanda tradisce lâignoranza e la vanità del loro cuore naturale. Il Signore, pieno di grazia, raduna attorno a Sé i suoi discepoli e si serve di quellâintervento malaugurato dei due fratelli per il loro ammaestramento. Non comprendono essi che si trovano in presenza di Colui che è modello di umiltà , Colui che avendo tutto il diritto dâessere servito ha voluto farsi schiavo per liberare la sua creatura e per pagare con la propria vita il riscatto voluto dal Giudice Supremo? Questo meraviglioso vers. 45 può essere chiamato il versetto centrale dellâEvangelo e lo riassume completamente.
Lo Spirito ci mostra in questo capitolo tre atteggiamenti diversi: lâuomo che il Signore invita a seguirlo e che se ne va (vers. 21 e 22); i discepoli chiamati essi pure, e che lâhanno seguito... ma fanno valere la loro rinuncia (vers. 28); infine quel povero cieco, al quale apparentemente Gesù non ha chiesto nulla guarendolo, ma che, senza una parola, e gettando lungi il vestito che poteva ostacolare il suo cammino, lo segue «per la via» (vers. 52).
Il cammino di Gesù volge al termine. Egli fa il suo ingresso solenne in Gerusalemme ed entra nel tempio ove comincia col «riguardare ogni cosa attorno attorno» (vers. 11). Questo dettaglio, tipico dellâevangelo di Marco, ci mostra che Dio non giudica mai affrettatamente uno stato di cose (parag. Genesi 18:21). Quali saranno stati i sentimenti del Signore vedendo profanata in tal modo quella casa di preghiera? Egli esce da quel luogo contaminato, e si ritira per la notte a Betania con i pochi che lo riconoscono e lâamano.
Ritornando la mattina a Gerusalemme, Gesù maledice il fico sterile. Quando questâalbero porta dei frutti, questi hanno la particolarità di apparire prima delle foglie. E la Parola, sempre precisa, menziona che «non era la stagione dei fichi» perché non si possa supporre che la raccolta fosse terminata. Questo fico, la cui sterilità è in tal modo dimostrata, rappresenta Israele come Gesù lâha trovato, e in modo generale lâuomo peccatore da cui Dio non ha potuto trarre nessun frutto per Sé nonostante le sue apparenze religiose (le foglie) e châEgli ha definitivamente dovuto condannare (parag. Geremia 8:13).
Il Signore purifica quel tempio che aveva ispezionato la sera prima. Lo zelo del perfetto Servitore lo divora per la Casa del suo Dio (Giov. 2:17).
Giunta la sera, lascia la città ribelle, ma vi ritorna il giorno seguente passando davanti al fico. In risposta allâosservazione di Pietro, Gesù non mette in risalto la sua propria potenza, ma orienta il pensiero dei discepoli su Dio. à come se dicesse loro: Colui che mi ha risposto è pronto ad esaudire anche le vostre preghiere e a togliere ogni ostacolo dalla vostra strada, se anche fosse grande come una montagna. Aver fede in Dio non significa sforzarci di credere che realizzerà i nostri desideri; è invece contare su Lui che conosciamo, che è fedele, e che ci ama. Ma in un caso Dio non potrà assolutamente risponderci: è quando abbiamo «qualcosa contro a qualcuno». Ecco una montagna insormontabile sul sentiero delle nostre relazioni con Dio. Bisogna occuparcene seduta stante, onde ritrovare verso Lui e anche verso i nostri fratelli quei sentimenti di cui parla il Salmo 84:5.
Al vers. 27 cominciano gli ultimi colloqui del Signore, durante i quali confonderà uno dopo lâaltro tutti i suoi avversari.
I capi del popolo sono costretti a riconoscersi nella terribile parabola dei cattivi vignaiuoli. Notate conce è designato (soltanto in Marco) lâultimo inviato del Padrone della vigna: «Aveva ancora un unico figlio diletto» (vers. 6). Espressione che possiamo accostare a quel che dice lâEterno ad Abrahamo: «Prendi il tuo figlio, il tuo unico, colui che tu ami» (Genesi 22:2), e che ci parla in modo commovente dellâaffetto del Padre per il Diletto châEgli ha sacrificato per noi!
Così scoperti, i Farisei e gli erodiani cercano di rimbeccare. Con complimenti ipocriti, ma che sono una testimonianza in favore di Gesù («Tu sei verace... tu insegni la via di Dio secondo verità », vers. 14) cercano di coglierlo in fallo con una domanda delle più astute: Il suo sì lo avrebbe squalificato come Messia: il suo no, condannato presso i Romani. Egli risponde loro nel solo modo che non sâaspettavano, rivolgendosi alla loro coscienza. Divina e ammirevole sapienza! Tuttavia, quanto il Salvatore, in cui tutto era verità e amore, dovette soffrire per quella cattiva fede, per quella malvagità , per quella continua «opposizione dei peccatori contro a sé»! (Ebrei 12:3; vedere anche Ezechiele 13:22).
A loro volta i Sadducei tentano ora di misurarsi con la sapienza di Gesù. In realtà essi non credono alla risurrezione (vedere Atti 23:8), ma il Signore al vers. 26 chiude loro la bocca per mezzo della Parola. La risurrezione è doppiamente attestata dalle Scritture e dalla potenza di Dio che ha risuscitato Cristo (vers. 24). Tuttavia è probabile che nessunâaltra verità sia stata più attaccata dallâincredulità degli uomini (vedere Atti 17:32 e 26:8). Ora, come lo dimostra Paolo in 1 Corinzi 15, si tratta del fondamento stesso del cristianesimo, che non si può toccare senza che tutta la nostra fede crolli.
Contrariamente ai disputatori precedenti, vi è rettitudine e intelligenza nello scriba che interroga il Signore riguardo al comandamento primo fra tutti. Lâamore, risponde Gesù; ecco il primo comandamento: lâamore per Dio e per il prossimo che costituisce lâadempimento della legge (Romani 13:10; Galati 5:14).
Cari amici, non dovremmo noi amare Dio molto più dâIsraele, noi che siamo stati cercati quando eravamo più lontani di loro (di mezzo alle nazioni, estranei alle promesse) e condotti più vicino nella relazione di figli del Dio dâamore? (Efesini 2:13)
Ora è Gesù che presenta un quesito imbarazzante ai suoi interlocutori. Come può il Cristo essere ad un tempo figlio e signore di Davide? (vedere Salmo 89:3,4,23,36). Non sanno spiegarlo, e il loro orgoglio impedisce loro di chiedere la risposta a Cristo stesso. Poiché è a causa del suo rigettamento che il Figlio di Davide occuperà la posizione celeste che il Salmo 110 gli attribuisce.
Per mettere il popolo in guardia contro i suoi capi indegni, il Signore fa in seguito un triste ritratto degli scribi, vanitosi, cupidi e ipocriti. Ahimè! quei dati hanno talvolta caratterizzato altri cleri oltre a quello dâIsraele (1 Timoteo 6:5).
Il versetto 41 ci mostra Gesù seduto dirimpetto alla cassa delle offerte del Tempio. Con lo sguardo penetrante che gli abbiam già visto volgere su tutto e su tutti, Egli osserva non quanto (la sola cosa che interessa gli uomini) ma come ognuno dà al tesoro del Tempio. Ed ecco quella povera vedova che sâavvicina col suo commovente obolo: i pochi centesimi che le rimanevano per vivere. Commosso, il Signore chiama i discepoli e commenta quel che ha visto. Ah! quellâofferta straordinaria â «tutto ciò che possedeva» â mostrava non soltanto lâaffetto di quella donna per lâEterno e per la Sua Casa, ma anche la totale fiducia che ella aveva messo in Dio per sopperire ai suoi bisogni materiali (parag. con 1 Re 17:13).
I discepoli sono impressionati dalla grandezza e dalla bellezza esteriore degli edifici del tempio. Ma il Signore non guarda «allâapparenza» (1 Samuele 16:7 e Isaia 11:3). Egli era entrato in quel tempio e aveva constatato lâiniquità che lo riempiva (cap. 11:11). Così la sua vista si dirige al di là , sugli avvenimenti che, pochi anni dopo il suo rigettamento, condurranno alla rovina la città colpevole. La storia ci insegna che nellâanno 70, Gerusalemme subì un assedio spaventevole e una distruzione quasi totale dagli eserciti di Tito. Questo castigo terribile non avvenne senza provare molto la fede dei credenti così affezionati alla città santa. Ma Gesù li aveva incoraggiati in anticipo per mezzo delle parole che abbiamo qui.
Quanti figli di Dio attraversando le persecuzioni hanno fatto in quellâoccasione meravigliose esperienze! Nel momento di rendere testimonianza, ciò che avrebbero dovuto dire sarebbe stato loro dettato dallo Spirito Santo. à stato così di Pietro quando fu condotto davanti ai capi, agli anziani e ai sacerdoti al capitolo 4 degli Atti (vers. 8) e di Stefano (al cap. 7:55). Ma, nella nostra misura e secondo i nostri bisogni, possiamo pure noi realizzare la potenza dello Spirito Santo.
La Chiesa non dovrà attraversare le terribili tribolazioni che il residuo Giudeo conoscerà (Apoc. 3:10). Basandosi su questa certezza, temiamo nondimeno di cadere nel sonno spirituale al quale siamo così pericolosamente esposti nella lunga ed esercitante lotta morale di questo mondo. Pensiamo al ritorno imminente del Signore, e riceviamo le serie esortazioni di questo capitolo. Una breve parabola ci presenta il Signore come un padrone di casa che si è assentato dopo aver lasciato la sua proprietà alla responsabilità dei suoi servitori. Ognuno di loro ha ricevuto «il compito suo», preciso, particolare. E il Padrone non ha messo neppure restrizioni riguardo alla varietà dei doveri da compiere. Il Signore ha preparato per i suoi un numero illimitato di vari servizi (Rom. 12:6-8). Lâordine di vegliare ricevuto dal portinaio (fine del vers. 34) sâindirizza ugualmente «a tutti»... dunque a me e a voi (vers. 37). E, cosa notevole, è sulla parola «vegliate» che termina in Marco il ministerio di Gesù. Riponiamola nel cuore, come si conserva preziosamente lâultima raccomandazione dâuna persona cara che ci ha lasciati... ma che ritornerà !
Mentre il Signore procede nel suo cammino verso la morte, i sentimenti dei cuori si manifestano. Odio da parte dei capi dei popolo che complottano a Gerusalemme, affetto nella casa amica di Betania! E quella donna il cui nome non è qui rivelato (vedere Giovanni 12:3) compie a Suo riguardo «unâazione buona», frutto dâun amore intelligente. Preziosa illustrazione del culto di adorazione dei figli di Dio! Essi riconoscono in un Salvatore disprezzato dal mondo, Colui che è degno di ogni lode; e gli esprimono per mezzo dello Spirito Santo, e nel sentimento della loro propria indegnità , quellâadorazione che è un profumo di gran pregio per il suo cuore. Le critiche, certo, non mancano, anche da parte di certi credenti che pongono la beneficenza (vers. 5), o il servizio verso le anime, prima di qualsiasi altra attività cristiana. Senza trascurare queste cose, non dimentichiamo che la lode è il primo dei nostri doveri. E accontentiamoci dellâapprovazione del Signore per compiere con umiltà questo santo servizio dellâadorazione, il solo che sia volto direttamente verso Lui e per lâeternità .
I versetti 10 a 16 ci mostrano le disposizioni che prendono i discepoli per preparare la pasqua... e Giuda per tradire il suo Maestro.
à il momento dellâultima cena. In questâora intima degli addii, in cui Gesù vorrebbe lasciar parlare liberamente i suoi affetti, qualcosa opprime lâanima sua. Non è il momento della croce che sâavvicina, ma lâindicibile tristezza di sapere che, in mezzo ai dodici, vi è un uomo che ha venduto a Satana la propria anima. «Uno di voi... mi tradirà ». A loro volta i discepoli si attristano e sâinterrogano; non hanno qui la fiducia in se stessi che apparirà ai versetti 29 e 31 nelle loro pretese di devozione, in particolare da parte di Pietro.
Dopo che il traditore è uscito, il Signore istituisce il santo pasto del ricordo. Benedice, spezza il pane e lo distribuisce ai suoi; prende il calice, rende grazie e lo porge loro. E spiega loro la portata di quei simboli semplici eppure solenni per i grandi fatti di cui perpetuano il ricordo: il suo corpo dato, il suo sangue sparso, fondamenti incrollabili della nostra fede. Amico, non avresti desiderato trovarti in quella stanza accanto al tuo Salvatore? Allora, perché non ti unisci a quelli che oggi, nonostante la loro debolezza, compiono ciò che il Signore ha loro espressamente chiesto in attesa del suo ritorno?
Poi Gesù canta con gli undici discepoli e si reca al giardino degli Olivi.
Ora, Colui che ha preso la forma di servo mostrerà fin dove arriva la sua ubbidienza: fino alla morte, la morte della croce (Filippesi 2:7 e 8)! Satana fa di tutto per far uscire Gesù dal suo sentiero di perfezione. In questa lotta decisiva, la sua arma è lâabbattimento del cuore del Signore, che valuta tutto lâorrore del calice dellâira di Dio contro il peccato. Ma lâarma di Gesù è la sua dipendenza. «Abba, Padre», Egli dice, cosciente del valore di quellâinesprimibile comunione che dovrà essere interrotta sulla croce quando berrà il calice. Ma proprio il suo amore senza riserve per il Padre comporta unâubbidienza senza riserve: «Non quello che io voglio, ma quello che tu vuoi».
In presenza dâuna simile lotta, comâè colpevole il sonno dei discepoli! Poco tempo prima il loro Maestro li aveva esortati a vegliare e a pregare (cap. 13:33). Ora lo chiede loro con insistenza a tre riprese. Invano; ma Egli è pronto.
Ecco il traditore che sâavanza con quelli che vengono per prenderlo. Allora tutti lâabbandonano e se ne fuggono, compreso quel giovane avvolto in un panno lino sul nudo, immagine di una professione esteriore che non regge alla prova.
In piena notte, il palazzo del sommo sacerdote è in gran fermento. Gesù è davanti ai suoi accusatori. Falsi testimoni fanno delle deposizioni che non sâaccordano. Ma Egli non si difende. à condannato, schiaffeggiato, battuto; gli sputano sul viso. Il nostro adorabile Salvatore accetta tutti questi oltraggi previsti dalla profezia (Isaia 50:6).
Purtroppo, unâaltra scena si svolge nel cortile del palazzo. Pietro non aveva creduto al suo Maestro e lo aveva rassicurato dicendogli: «Non ti rinnegherò» (vers. 31). Poco dopo non lâaveva ascoltato per vegliare e pregare al Getsemani. Il motivo della sua sconfitta sta in questo. Tuttavia il Signore aveva avvertito i suoi che «la carne è debole» (vers. 38). Ma era una verità che Pietro non era pronto ad accettare, e così deve farne lâamara esperienza. Ciò che non vogliamo imparare col Signore ricevendo umilmente la sua Parola, forse saremo costretti a impararlo dolorosamente avendo a che fare con il Nemico delle anime nostre.
Per confermare meglio di non conoscere «quellâuomo», il povero Pietro proferisce delle imprecazioni e dei giuramenti. Non giudichiamolo troppo severamente; pensiamo piuttosto in quanti modi possiamo rinnegare il Signore se non vegliamo: per mezzo dei nostri atti, per mezzo delle nostre parole o... per mezzo del nostro silenzio quando dovremmo testimoniare di Lui.
Lâopera di morte deve, essa pure, compiersi subito (vers. 1). Incalzati dallâavvicinarsi della Pasqua e nella loro fretta di finirla con quel prigioniero che ispirava loro timore, i capi del popolo non perdono un istante. Conducono Gesù a Pilato dopo avergli legato quelle mani che avevano guarito tante miserie e che non avevano mai fatto altro che il bene. Davanti al governatore romano, il Salvatore anche adesso non apre bocca; è il silenzio di cui i Salmi 38:13 a 15 e 39:9 rivelano i meravigliosi motivi. La sua preghiera dice allo stesso tempo: «In te io spero, o Eterno... Tu risponderai, o Signore, Dio mio...» e: «sei Tu che hai agito».
Sotto la pressione dei capi sacerdoti, tutto il popolo nella sua cieca follia esige con gran grida che sia messo in libertà il micidiale Barabba e sia crocifisso il suo Re. Allora Pilato, volendo accontentare la folla, libera il criminale e condanna Colui di cui riconosce lâinnocenza. Ecco fin dove può giungere il desiderio di compiacere agli uomini (Giov. 19:21)!
I soldati brutali si beffano, fingendo di sottomettersi a Colui che è in loro potere (perché si è dato volontariamente). E lâuomo corona il suo Creatore di spine, le spine che la terra aveva prodotto come conseguenza del peccato dellâuomo (Genesi 3:18).
Lâuomo compie il più infame di tutti i delitti. Crocifigge il Figlio di Dio e non gli risparmia nessuna sorta di sofferenza e dâumiliazione. Il Salvatore è sul legno infamante dove lo trattiene il suo amore per il Padre e per gli uomini, insultato e provocato, come le Scritture lo preannunciavano (v. 28; Isaia 53:12). Il mondo lo respinge (condannando così se stesso), ma ecco che anche il cielo è chiuso, come lo esprime il grido nella sua indicibile distretta: «Dio mio, Dio mio, perché mâhai abbandonato?». Il cielo è chiuso per Lui affinché possa aprirsi per noi. Poiché è per «condurre molti figli alla gloria» che il duce della nostra salvezza è stato reso perfetto per via di sofferenze (Ebrei 2:10). Questa pagina della santa Scrittura, sulla quale la nostra fede si riposa con adorazione, costituisce il meraviglioso documento che ci garantisce lâaccesso al cielo di gloria; accesso il cui segno è dato dalla cortina del tempio squarciata in due, da cima a fondo. E il gran grido del Salvatore spirante è la prova châEgli depone da Sé la sua vità , in pieno possesso della sua forza. à lâultimo atto dâubbidienza di Colui che era venuto quaggiù per servire, soffrire e morire, dando la sua vita preziosa come prezzo di riscatto per molti (cap. 10:45).
Ora che le sofferenze della croce sono passate, Dio si compiace di mettere in rilievo la premura e i riguardi di alcune anime devote che hanno onorato il suo Figlio. In primo luogo Giuseppe dâArimatea, che chiede a Pilato il corpo di Gesù e si occupa piamente della sua sepoltura. Poi, lâalba della risurrezione ci mostra tre donne che si affrettano ad andare al sepolcro. Erano fra quelle che «lo seguivano e lo servivano» prima di assistere con dolore alla scena della croce (15:40 e 41). Nel loro desiderio di compiere un ultimo servizio a Colui che esse pensano di aver perduto, portano degli aromi per imbalsamare il suo corpo. Ma devono rendersi conto dellâinutilità di quei preparativi, poiché un angelo annunzia loro la gloriosa notizia: Gesù è risuscitato.
Câè unâaltra donna che non troviamo al sepolcro: quella che al capitolo 14:3 aveva unto i piedi di Gesù con un profumo. à forse mancanza dâaffetto da parte sua? No, ella aveva dato prova del contrario; ma aveva saputo discernere il momento di spandere il suo profumo. Ricordiamoci che la dedizione dellâamore è tanto più preziosa al cuore del Signore quando è accompagnata dal discernimento della sua volontà e dallâubbidienza alla sua Parola.
Lâopera del santo Servitore di Dio in questo mondo è terminata (vedere Giovanni 17:4). Sono i discepoli che ora devono compiere la loro, seguendo le istruzioni dei vers. 15 a 18, e il grande esempio che hanno avuto sottâocchio.
LâUomo Cristo Gesù risuscitato prende posto nel cielo che, allâinizio del vangelo, si era aperto perché lo Spirito scendesse su Lui. Approvato da Dio nella sua vita e nella sua morte, Egli occupa ormai alla destra della Maestà il posto glorioso del perfetto riposo che gli spetta. Ma è là come Colui che distribuisce ai suoi il lavoro da fare. Il servizio è un privilegio eterno che il suo amore ci dà . Il Signore resta dunque servitore per sempre (Esodo 21:6; Luca 12:37), cooperando ora con i discepoli, e accompagnandoli con la sua potenza (vers. 20; vedere anche Ebrei 2:4). E noi, credenti, impegnati a nostra volta per il breve tempo della vita sul sentiero dellâubbidienza ove il nostro Signore ha camminato per primo, siamo i testimoni dello stesso evangelo (vers. 15) e possiamo contare sulle stesse cure del suo amore. Ci sia dato di assomigliargli di più e di servirlo aspettandolo.
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With the prayerful desire that the Lord Jesus Christ will use this God-given ministry in this form for His glory and the blessing of many in these last days before His coming. © Les Hodgett
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Il libro di Giobbe è del tutto differente di quelli che lo precedono. à anzitutto un libro poetico, almeno in gran parte. In secondo luogo, è molto antico; si suppone che sia stato scritto prima dei libri di Mosè. Infine, i suoi personaggi sono scelti fuori del popolo d'Israele. Questi due ultimi caratteri sottolineano quanto sia importante l'insegnamento di questo libro! Questa lezione, antica quanto la storia dell'uomo, concerne non soltanto la famiglia d'Abrahamo, ma ogni creatura. Chiediamo a Dio di insegnarcela assieme a Giobbe. I primi versetti (1-5) ci informano chi è quest'uomo, ciò che possiede, quel che fa per i suoi. I seguenti ci rivelano quel che avviene a suo riguardo nel cielo. Il temibile Accusatore (Satana) entra in scena (Apoc. 12:10). Ma notiamo due cose rassicuranti: 1° L'Eterno incomincia (attacca) l'azione per primo. 2° Il permesso che concede a Satana è rigorosamente limitato. Infine non dimentichiamo mai la preziosa domanda di Romani 8:33... né il vers. 28 dello stesso capitolo. Vedremo che «tutte le cose» (le prove dopo la prosperità ) cooperano al bene di colui che ama Dio.